Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE LEGHISTA DEL RAMO E’ CONSIGLIERE DI GIORGETTI
L’Agenzia Spaziale Italiana è l’ente fondato nel 1988 per sviluppare la politica aerospaziale del
Paese.
Dipende dal governo, che stanzia i fondi e nomina i vertici, mentre la vigilanza è svolta dal Miur. Ha collaborato con la Nasa per lo sviluppo della Stazione Spaziale Internazionale e ieri la cacciata del presidente Roberto Battiston da parte del ministro della pubblica istruzione Bussetti è stata vista come un atto irragionevole e a impronta leghista, tanto è vero che il M5S sostiene che nessuno ne sapeva nulla.
Secondo le ricostruzioni dei retroscena dei quotidiani da tempo la Lega spingeva per sostituire Battiston all’ASI, tanto è vero che il presidente era stato escluso dalla cabina di regia sull’aerospazio che era stata creata da grillini e Carroccio.
Ieri il colpo di mano a sorpresa e i 5 Stelle sono persuasi che dietro la scelta ci sia il potente sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. «Ma le pare che Bussetti prende una decisione simile senza avere il benestare dall’alto?», chiede retoricamente un uomo ai vertici dei Cinque stelle.
Tra i rilievi mossi alla nomina di Battiston, racconta oggi La Stampa, c’è il fatto che non sarebbe passata attraverso il parere del Comitato interministeriale deputato a fare da cabina di regia sullo spazio, presieduto proprio dal plenipotenziario leghista. Il sostituto sarebbe comunque già pronto:
A metà pomeriggio, è dal ministero che lasciano girare il nome del generale Pasquale Preziosa come possibile successore, ex numero uno dell’Aeronautica che, sottolineano con soddisfazione, svolgerebbe il compito a titolo gratuito. Ma nel M5S insistono che non sarà così facile, e sospettano anche che il Carroccio abbia un altro nome, che quello di Preziosa sarà bruciato a favore di una carta coperta.
L’Asi è il vertice di un ricco sistema pubblico-privato da un miliardo e mezzo, con 6 mila tecnici e ricercatori e un ritorno pari a 4 volte per ogni euro investito. Visto con gli occhi della politica, una magnifica preda e un esclusivo «poltronificio».
Con oltre 700 milioni di euro l’anno in bilancio, l’Agenzia — che formalmente è un Ente pubblico vigilato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca — era riuscita a risalire la china, dopo una decina di anni di crisi dei finanziamenti.
Oggi la Difesa contribuisce per poco più di 8 milioni al bilancio dell’Agenzia per Cosmo Sky-Med, secondo l’ultimo resoconto della Corte dei Conti, pubblicato a maggio 2018 e relativo al 2016. Il contributo del Ministero della Ricerca è di oltre 500 milioni.
E lo spazio, per l’Italia, è ormai da diversi anni fonte di un ricco indotto, fra aziende private che si sono aggiudicate commesse importanti (è stata Thales Alenia Spazio, per esempio, a realizzare diversi moduli della Stazione Spaziale) e società per azioni o consorzi in cui l’Asi ha partecipazioni di minoranza.
La space economy — si stima — vale per il nostro paese 1,5 miliardi di euro e dà lavoro a 6.500 persone. L’Agenzia ha più di 200 persone alle sue dipendenze.
Insomma, ce n’è abbastanza per capire che l’aria che tira è quella di uno spoil system di necessità . Esattamente come l’abusivismo che il M5S difende.
Tanto che si parla anche della gratuità dell’impegno del generale Pasquale Preziosa — l’erede designato — a fronte dei 97mila euro l’ano che prendeva Battiston come uno dei motivi della scelta.
Si tratta ovviamente di sciocchezze, e basta vedere quanto sono pagati i componenti del sontuoso staff di Di Maio per capire che si tratta di una scusa. Battiston è stato mandato via insieme al direttore generale Anna Sirica dopo che è fallita la moral suasion del ministro Bussetti per ottenere le sue dimissioni spontanea.
La motivazione è stata la mancanza del nullaosta del Comitato interministeriale per le politiche relative all’aerospazio. Anche se l’organo è stato costituto a inizio 2018 e si è riunito per la prima volta solo due mesi fa, lo scorso 7 settembre.
Secondo il Messaggero ha giocato un ruolo importante Stefano Gualandris.
Nominato a settembre consigliere tecnico-giuridico da Giorgetti per le politiche dell’aerospazio, è un imprenditore del ramo (accusato dal Pd di conflitto d’interessi) e fin dall’inizio ha attaccato l’operato del presidente Asi. In un recente incontro europeo sull’aerospazio, il 40enne Gualandris (varesino come Bussetti e Giorgetti) avrebbe anche preannunciato il siluramento di Battiston.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
TRE GIORNI FA NON VOLEVA IL PRESTITO DI 800.000 EURO, ORA SI E’ ACCORTO CHE E’ CONVENIENTE E LO PRENDE
Ieri il governo piagnucolava per la mancanza di fondi per il dissesto idrogeologico eppure aveva rifiutato i soldi messi a disposizione dalla Bei.
Si trattava di 800 milioni in prestito a tasso agevolato che sarebbero eventualmente potuti confluire nella struttura denominata Italia Sicura creata dal governo Renzi.
Quei soldi, un prestito da restituire in un massimo di 25 anni per un grande piano di opere contro il dissesto idrogeologico, però il governo non li voleva.
Qualche giorno prima il ministro dell’Ambiente Sergio Costa aveva spiegato alla Stampa che quei soldi il governo non li voleva.
L’accordo mutuo, aveva dichiarato il ministro, sarebbe stato contrario «all’amministrazione dei soldi pubblici da buon padre di famiglia», poichè «gli interessi sarebbero stati pagati da tutti i cittadini».
E «quale padre di famiglia, potendo avere soldi in cassa, preferisce indebitarsi con un mutuo? Oltretutto affrontando complesse pratiche di mutuo di difficile gestione» ribadiva il ministro dell’Ambiente.
Meglio quindi utilizzare i novecento milioni di euro stanziati dall’esecutivo — che però si potranno investire sul territorio nell’arco di tre anni — che i soldi della Bei, che invece potevano essere spesi subito ma che avevano un costo: gli interessi.
Secondo alcune simulazioni della Banca europea per gli investimenti però il prestito permetterebbe all’Italia un risparmio anche superiore a 150 milioni di euro sulla spesa per interessi.
I prestiti concessi dalla Bei infatti hanno un tasso d’interesse intorno all’1%, decisamente più basso del tasso d’interesse al 3% pagato per i titoli di Stato (quelli con cui il Paese chiede in prestito soldi ad investitori pubblici e privati).
Si scopre però oggi che i sei miliardi di euro stanziati dal governo (900 milioni a triennio) comprendono anche il prestito della Bei.
Che — scrive il ministro Costa su Facebook — non sarebbe stato “rifiutato” o rescisso: «In verità non abbiamo rescisso proprio niente. Semplicemente perchè il mutuo — annunciato molte volte dal precedente governo — non è stato mai stipulato».
Ma in effetti nessuno diceva che l’avesse rescisso. Semplicemente, aveva detto di no la settimana scorsa e oggi ha cambiato idea. Insomma oggi il ministro dell’Ambiente non trova poi così sconveniente utilizzare anche i soldi del prestito della Bei che invece appena cinque giorni fa riteneva poco saggio utilizzare.
Addirittura Costa scrive che non è colpa sua se il mutuo non è ancora stato stipulato: «Tra l’altro poi il mutuo lo stipula il Ministero dell’Economia non il ministro dell’Ambiente».
Ma se questo non è stato fatto non è per colpa delle manine operose del MEF ma perchè la procedura per il prestito — concordato con il precedente governo nel dicembre del 2017 — si è interrotta perchè sono sopraggiunte le elezioni politiche e l’attuale governo evidentemente ha lasciato l’accordo in un cassetto e non ha avuto il tempo (o la volontà ) di chiudere la questione.
Questione sulla quale proprio Sergio Costa sembrava aver messo la parola fine con quelle dichiarazioni alla Stampa su mutui e padri di famiglia. Oggi Costa non si ricorda cosa ha detto Costa la settimana scorsa. Il che è tranquillizzante, per uno che fa il ministro.
Senza contare che in questo caso buon padre di famiglia sarebbe il governo a rischio procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo.
Ma non è così, perchè nel frattempo qualcuno deve aver spiegato che il “mutuo” con la Bei è più vantaggioso che fare altro debito pubblico per finanziare gli interventi per la prevenzione dei danni causati dal dissesto idrogeologico.
E così il ministro dell’Ambiente scrive che ora «stiamo valutando la progettazione e la programmazione degli interventi legati a quel mutuo» e che non c’è «nessuna rinuncia a priori, ma solo una valutazione condivisa, con Bei e con le regioni».
Costa, quello che una settimana fa scriveva di suo pugno e firmava una lettera che affermava l’esatto contrario. Evidentemente il ministro ha delle idee, ma se non vi piacciono ne ha delle altre.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
E’ ESPOSTO ALL’IMPEACHMENT MA MANTIENE AUTONOMIA IN POLITICA ESTERA
Il partito repubblicano nelle elezioni di metà mandato ha perso il controllo della Camera dei
rappresentanti, ma ha mantenuto (anzi rafforzato) il controllo del Senato. Il presidente quindi non potrà più contare sul supporto del Congresso nel suo complesso, una situazione che avrà importanti ripercussioni sulla sua politica interna. E lo trasforma – seppur parzialmente – in “un’anatra zoppa”.
Cosa succederà alla politica estera?
Il presidente manterrà autonomia e ampi poteri, come prevede la Costituzione americana, che assegna alla Casa Bianca le prerogative in politica estera. In quel campo l’influenza del Congresso è più modesta.
Cosa succederà alla politica interna?
Di fatto questo significa entrare in una fase di difficoltà della presidenza perchè le sue proposte si possono arenare di fronte al veto parlamentare. Il sistema politico americano è infatti “meno presidenziale” di quanto appaia. Le leggi più importanti, nuove tasse o nuove spese, non possono passare senza il sì del Congresso.
È importante che Trump abbia mantenuto il Senato?
Sì, anche perchè il Senato ha un potere aggiuntivo rispetto alla Camera, quello di confermare o bocciare le più importanti nomine del presidente: membri dell’esecutivo e giudici. Come si è visto nel caso del giudice della Corte Suprema Kavanaugh. La guerra dei repubblicani si estenderà anche alle nomine, quindi, privando il presidente di uno degli strumenti per cambiare gli equilibri di potere
La Camera può proporre impeachment contro Trump?
Sì, il procedimento di messa sotto accusa del presidente è una prerogativa della House of Representative. Bisognerà capire come la maggioranza democratica vorrà usare questo potere o questa minaccia. Un’ala radicale del partito vorrebbe avviare subito dei procedimenti di impeachment sia contro il presidente sia contro il giudice Kavanaugh. Ma questo potrebbe trasformarsi anche in un autogol per i democratici, trasformando – per il suo elettorato – Trump in una vittima.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
LO CORSA DELLE DONNE: ALEXANDRA OCASIO A NEW YORK E’ DIVENTATA LA PIU’ GIOVANE DEPUTATA MAI ELETTA AL CONGRESSO… ILHAN OMAR, EX RIFUGIATA SOMALA, ALLA CAMERA PER IL MINNESOTA
I democratici conquistano la maggioranza alla Camera, mentre i repubblicani la conservano e la rafforzano al Senato.
Sulla carta, le elezioni midterm americane di ieri possono essere presentate come un pareggio. Se però erano un referendum su Trump, come lui stesso aveva detto, il capo della Casa Bianca non potrà sostenere facilmente di averlo vinto, anche se via Twitter ha commentato così il risultato: «Tremendo successo stasera. Grazie a tutti».
E’ vero infatti che ha evitato il disastro dell’onda blu, aiutando molti candidati senatori e governatori a vincere, e consolidando così la sua presa sul partito in vista delle presidenziali del 2020.
La sconfitta alla Camera però ha proporzioni nazionali, rappresenta una bocciatura della sua linea, e soprattutto creerà problemi pratici significativi per la sua amministrazione.
I democratici dovevano togliere 23 posti ai repubblicani per riconquistare la maggioranza tra i deputati, e sono andati anche oltre le aspettative, prendendo seggi in stati vinti da Trump nel 2016.
Al Senato però il Gop si è rafforzato, sconfiggendo gli incumbent avversari nelle regioni chiave come Indiana, North Dakota, Missouri e Florida. Beto O’Rourke non è risucito a battere Ted Cruz in Texas, ma molti già lo considerano un possibile candidato alla Casa Bianca nel 2020.
I repubblicani hanno conservato le poltrone di governatore in stati importanti per le presidenziali, come Ohio e Florida, ma le hanno perse in Michigan, Illinois, Iowa, Kansas, mentre la Pennsylvania è rimasta democratica.
Le candidate donne hanno ottenuto risultati importanti, da Alexandra Ocasio, che a New York è diventata la più giovane mai eletta al Congresso, a Ilhan Omar, ex rifugiata somala inviata alla Camera dal Minnesota.
La conferma della maggioranza al Senato consentirà ai repubblicani di continuare ad approvare le nomine dei giudici conservatori, alla Corte Suprema e negli altri tribunali; controllare la linea della politica estera; e difendere Trump dalla possibile procedura di impeachement. Il cambiamento della guida alla Camera, però, rappresenta la vera novità , e avrà un forte impatto pratico sulla vita politica di Washington.
Come prima cosa, il presidente non potrà più far passare leggi, senza negoziare compromessi con i democratici. L’amministrazione poi rischierà di essere paralizzata dalle inchieste che l’opposizione potrà avviare nelle varie commissioni, ristabilendo la funzione del Congresso di controllare le attività dell’esecutivo.
Ciò include il progetto di investigare il capo della Casa Bianca, e obbligarlo a pubblicare le sue dichiarazioni dei redditi. Trump infine sarà esposto alla minaccia all’impeachment, la cui procedura comincia nell’aula bassa, e potrebbe scattare a seconda dei risultati dell’indagine del procuratore Mueller sul Russiagate.
In altre parole, ieri sera a Washington è finita un’era politica. Il presidente è ancora al suo posto, anche rafforzato sotto certi aspetti nel suo partito, perchè ha fatto vincere i candidati che ha aiutato ed ha evitato una sconfitta pesante come quelle subite da Clinton e Obama nelle loro prime elezioni midterm.
Trump però non potrà più governare come ha fatto finora, perchè i repubblicani non hanno più il controllo assoluto del governo, e il risultato di ieri dimostra che esiste la possibilità di batterlo nel 2020.
L’interrogativo ora riguarda la linea che sceglieranno i due partiti. I sostenitori di Trump ritengono che il risultato di ieri lo aiuterà , come era successo proprio con Clinton e Obama, entrambi confermati alla Casa Bianca dopo la sconfitta nel voto midterm. Secondo loro infatti i democratici forzeranno la mano, daranno agli americani l’impressione di aver paralizzato il paese, e consentiranno al presidente di impostare la campagna del 2020 contro il loro estremismo, chiedendo agli americani di rieleggerlo e di ridare il controllo del Congresso ai repubblicani per far ripartire il paese.
Esiste però anche il rischio inverso. I democratici potrebbero avanzare proposte ragionevoli, dalla sanità alle infrastrutture, e rovesciare la colpa dello stallo sui repubblicani.
Le inchieste poi potrebbero portare davvero ad imbarazzare l’amministrazione, e certamente Mueller sarà libero di completare la sua indagine come vuole. Dal voto midterm poi è emersa una nuova leadership nel partito di opposizione, che aldilà dell’anziana Speaker Nancy Pelosi, potrebbe indicare una nuova direzione insidiosa per il Gop e per Trump.
(da agenzie)
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