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EFFETTO TRUMP: LA GENERAL MOTORS CHIUDE SETTE STABILIMENTI NEGLI USA E TAGLIA DEL 15% LA FORZA LAVORO

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

PESANO I DAZI VOLUTI DAL PRESIDENTE, A SPASSO 14.700 LAVORATORI… L’IMPORTAZIONE DELLE MATERIE PRIME HA COMPORTATO UN AUMENTO DEI COSTI DI UN MILIARDO DI DOLLARI

General Motors ridurrà  la propria forza lavoro in Nord America del 15%, tagliando di fatto14.700 posti. Gm potrebbe anche chiudere cinque impianti in Nord America entro la fine del prossimo anno.
Quattro stabilimenti negli Stati Uniti e uno in Canada potrebbero essere chiusi alla fine del 2019 nel caso in cui non fosse raggiunto un accordo con i sindacati per allocare maggiore lavoro in questi impianti.
La decisione assunta dalla casa automobilistica è una diretta conseguenza della guerra commerciale avviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di Unione Europea e Cina.
Nel complesso, fino ad ora, i dazi hanno portato a un aumento dei costi di circa un miliardo per l’acquisto di materie prime, riporta il Financial Times.
L’azienda ha annunciato di voler interrompere la produzione in tre impianti di assemblaggio e due impianti di produzione di motori negli Stati Uniti e in Canada e due siti a livello internazionale.
L’obiettivo è ridurre i costi di 4,5 miliardi di dollari e ridurre la spesa in conto capitale di 1,5 miliardi di dollari all’anno.
L’elenco degli impianti nordamericani coinvolti comprende quello di Lordstown, Ohio, dove si produce la Chevrolet Cruze; la fabbrica di Detroit-Hamtramck, dove vengono prodotte la Chevrolet Volt, la Buick LaCrosse e la Cadillac CT6; e la fabbrica di Oshawa, in Ontario, dove viene prodotta la Chevrolet Impala. Allo stop saranno interessati anche gli impianti di Baltimora e di Warren, nel Michigan, dove vengono prodotti motori e sistemi di trasmissione.
Il United Auto Workers, il sindacato dei metalmeccanici americano, dichiara guerra a General Motors e alla sua decisione di fermare la produzione in alcuni impianti negli Stati Uniti. “La decisione spietata di Gm di ridurre o fermare le operazioni in impianti americani, aprendo o aumentando quella negli stabilimenti in Messico e in Cina, danneggia profondamente i lavoratori americani” afferma il vice presidente del Uaw, Terry Dittes. “Le decisioni di Gm, alla luce delle concessioni ottenute durante la crisi e il salvataggio con soldi pubblici, mettono i profitti prima della famiglie che lavorano”.

(da agenzie)

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I SACRIFICI LI FACCIANO GLI ALTRI: SALVINI SI RADDOPPIA I FONDI DEL GABINETTO MINISTERIALE

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

NEL 2018 ERANO “SOLO” 16 MILIONI, ORA DIVENTANO 31…SONO SOLDI CHE IL MINISTRO GESTISCE “A SUA DISCREZIONE”, PERFETTAMENTE CONSONA AL PERSONAGGIO

Matteo Salvini raddoppia.
In un emendamento presentato dal Viminale alla legge di bilancio c’è la disposizione di raddoppiare quasi del 100% i fondi a disposizione del ministro dell’Interno.
Soldi a disposizione diretta del leader della Lega per le esigenze del ministero.
La denominazione della norma è infatti la seguente: “Integrazione del Fondo Gabinetto Ministro”. E “incrementa di 15 milioni a decorrere dal 2019 il fondo per provvedere a eventuali sopraggiunte maggiori esigenze di spese per acquisto di beni e servizi”.
Il codicillo del ministero dell’Interno prevede anche la copertura: “Riduzione del fondo attuazione programma di governo”. Che non è altro che la cassaforte che contiene i denari per reddito di cittadinanza e riforma della Fornero.
Una riserva di soldi a disposizione discrezionale del ministro di turno esiste dal 2002. Ma la sua entità  è diminuita nel corso degli anni.
Che per l’anno venturo verranno raddoppiati, potendo essere utilizzati per tutte quelle necessità  (benzina, mezzi, strumentazione) ritenute indifferibili dal vicepremier.

(da agenzie)

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COME SALVINI MANTIENE LE PROMESSE: LA RIDUZIONE DELLE ACCISE NON C’E’ PIU’

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

IN COMMISSIONE BILANCIO DELLA CAMERA LA RELATRICE LEGHISTA SILVANA COMAROLI HA ESPRESSO IL NO DEL GOVERNO ALLA RIDUZIONE….COMPLIMENTI A CHI SI E’ FATTO PRENDERE PER IL CULO

Manca poco alla fatidica data del “31 novembre” giorno in cui secondo una nota bufala il governo e la maggioranza manterranno la promessa di ridurre il costo della benzina tagliando le accise.
Come tutti sanno il 1 marzo del 2018 Matteo Salvini prese un solenne impegno con gli italiani: «nel primo Consiglio dei Ministri del Governo Salvini cancelleremo 7 ACCISE sulla benzina, e finalmente in Italia non pagheremo più il carburante più caro d’Europa!».
Di consigli dei ministri ne sono stati fatti ventotto ma l’abolizione delle accise tarda a venire.
Salvini è in buona compagnia, il suo collega vicepremier Di Maio aveva promesso che al primo consiglio dei ministri avrebbe dimezzato lo stipendio ai parlamentari della Repubblica e tagliato trenta miliardi di sprechi e privilegi da redistribuire a famiglie e pensionati. Anche quelli non si sono visti.
Oggi però in Commissione Bilancio alla Camera, dove si sta discutendo la Manovra del Popolo del governo Conte si è parlato della possibilità  di inserire nella legge di Bilancio la riduzione le accise.
La relatrice leghista, l’onorevole Silvana Comaroli — ha espresso parere contrario alla riduzione delle accise perchè «ci sono cinque anni di tempo».
Di conseguenza la Commissione ha bocciato la proposta di riduzione delle accise sulla benzina e anche quella del numero di auto blu (che invece era una promessa del MoVimento 5 Stelle).
Eppure nella Manovra del Popolo era previsto un primo taglio al costo del carburante alla pompa. Che però in realtà  è una “sterilizzazione” dell’aumento delle accise sui carburanti.
Insomma Salvini aveva promesso di tagliare il costo della benzina eliminando le accise ma la Legge di Bilancio mira in realtà  ad evitarne l’aumento.
E in Commissione la Lega ha detto che c’è tempo per farlo.
La ragione è evidente: i proventi delle “assurde tasse” per il finanziamento della Guerra d’Etiopia per quello della Crisi di Suez quelle per la ricostruzione dopo il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il terremoto nel Belice, il terremoto in Friuli e il terremoto in Irpinia servono per il bilancio dello Stato.
Nel Contratto di governo — che Lega e M5S stanno seguendo “riga per riga” come ha detto qualche giorno fa la viceministra Castelli — è scritto che l’obiettivo è quello di «eliminare le componenti anacronistiche delle accise» sulla benzina.
Sarà  colpa dell’Europa anche questo?

(da “NextQuotidiano”)

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LAVORO NERO PADRE DI MAIO, PIZZO: “LUIGI NON POTEVA NON SAPERE”

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

A POMIGLIANO TUTTI PARLANO DI ALTRI EX DIPENDENTI IRREGOLARI DEL PADRE DEL CAPO DEL M5S… UNO SAREBBE ANCORA IN CAUSA

I casi risalgono agli anni tra il 2008 e il 2010, più o meno gli stessi della vicenda dell’ex operaio Salvatore Pizzo, sollevata dalle Iene.
Nell’azienda edile di Pomigliano d’Arco (Napoli) intestata all’epoca ad Antonio Di Maio, il papà  del futuro vicepremier e ministro del Lavoro M5S, Luigi Di Maio, ci sarebbero stati almeno altri tre lavoratori in nero. Uno sarebbe tuttora in causa.
Le Iene sono riuscite a rintracciarli. L’esito delle loro investigazioni andrà  in onda stasera su Italia Uno.
Quello di Pizzo non sarebbe quindi un caso isolato, come invece avrebbe spiegato il padre al vicepremier.
E a Pomigliano, i nomi — che potrebbero essere più di tre, ma il condizionale è d’obbligo — già  circolano con gli identikit: uno è quello in giudizio, un altro lavorerebbe in un supermercato, uno non è molto alto di statura.
Le informazioni provengono dagli amici di Salvatore Pizzo, che si è trincerato in un silenzio impostogli, dicono dalla sua famiglia, dalla produzione tv.
“Mercoledì potrò parlare”, ha detto al cronista del Fatto che lo ha aspettato sotto casa. Ma chi lo conosce, riferisce che Pizzo è molto irritato per alcune contro-ricostruzioni della vicenda.
A cominciare da quella frase buttata lì su Facebook da Di Maio, su di lui che avrebbe votato M5S e aderito alla campagna di maggio, “il mio voto conta”, con tanto di selfie con i figli. “Io non ho fatto campagna per loro”, avrebbe spiegato Pizzo agli amici.
La moglie, la signora Antonella, ha risposto al telefono a qualche domanda sul perchè il marito abbia aspettato sette anni per uscire allo scoperto: “Mio marito era scocciato da certe cose dette da Di Maio sull’onestà  di suo padre. La realtà  la sappiamo solo noi. Mio marito dice la verità ”.
Pizzo ha fatto sapere in giro “di essere stanco di fare il venditore ambulante di accendini da sette anni a causa di Antonio Di Maio”.
Secondo le nostre fonti, Pizzo si sarebbe sfogato così con le persone più vicine: “Avrei voluto dimenticare, ma mi si è accesa una fiamma quando ho letto che Luigi Di Maio ha ribadito che viene da una famiglia onesta (si riferisce alle dichiarazioni del vicepremier sulla vicenda della casa abusiva e condonata, ndr). Io non accuso Luigi Di Maio e non lo accuserò mai, non ho avuto modo di conoscerlo. Lui stava ancora all’università . Però se all’epoca dei miei fatti, del mio infortunio sul lavoro, quando il padre mi ha detto di mentire, di dire che mi ero fatto male a casa, tu avevi circa 25 anni e dici di essere all’oscuro di cosa faceva tuo padre, non ci credo fino in fondo… non stai più nel carrozzino…”.
Nel 2012 Di Maio rileverà  il 50% dell’azienda, l’altro 50% lo rileva la sorella. In paese molti difendono Di Maio senior: “Una brava persona — afferma Francesco, 80 anni — non si è montato la testa. Un operaio al nero? E quanti lo fanno? Non è stato l’unico. Ma non credo che il figlio sapesse. Altrimenti gli avrebbe chiesto di stargli lontano prima che uscisse questa storia”.
In Cgil c’è traccia della transazione tra Pizzo e l’impresa dei Di Maio. Lo riferisce Giovanni Passaro, all’epoca segretario degli edili del comprensorio, oggi segretario generale Fillea-Cgil di Napoli: “Pizzo si rivolse a me — dice Passaro al sito ilmediano.it — non voleva denunciare ma continuare a lavorare. Riuscii a fargli prendere il posto di lavoro contrattualizzato grazie a un certificato medico dell’infortunio che disse di aver subito mentre lavorava per Antonio Di Maio. L’operaio optò per un accordo: un bonus di 500 euro e la regolarizzazione del posto di lavoro. Poi da me non è venuto più”. E ha perso il lavoro.
“Non ricordo se si trattasse di un contratto a tempo determinato. Ma quando nell’edilizia si chiude un cantiere, la cessazione è automatica”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BERLUSCONI RITIRA IL RICORSO, LA CORTE DI STRASBURGO CHIUDE LA PRATICA SENZA SENTENZA

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER SI ERA RIVOLTO ALLA CORTE EUROPEA PERCHE’ LA LEGGE SEVERINO GLI AVEVA IMPEDITO DI CANDIDARSI ALLE POLITICHE, ORA LA MARCIA INDIETRO

Il caso è chiuso, senza sentenza.
La corte di Strasburgo ha accolto la richiesta di Silvio Berlusconi di non emettere il giudizio, chiudendo in questo modo il ricorso contro l’applicazione della legge Severino che era costata all’ex premier l’impossibilità  di candidarsi alle elezioni politiche.
Non si saprà  mai, dunque, se se obbligando Silvio Berlusconi a lasciare il suo seggio in Senato nel 2013 e impedendogli di candidarsi alle elezioni l’Italia abbia violato o no i suoi diritti.
La Corte ha stabilito che tenendo conto della riabilitazione dell’ex presidente del Consiglio, avvenuta l’11 maggio del 2018 e a seguito della decisione del “richiedente di ritirare la sua denuncia, circostanze particolari relative al rispetto dei diritti umani non richiedono la prosecuzione dell’esame del caso”.
L’ex presidente del Consiglio, infatti, a settembre aveva deciso di ritirare il suo ricorso.
I legali di Berlusconi sono convinti che se la Corte si fosse pronunciata, la decisione sarebbe stata a lui favorevole: “Il Presidente Berlusconi a seguito di una ingiusta sentenza di condanna era stato privato, con indebita applicazione retroattiva dalla cosiddetta legge Severino, dei suoi diritti politici con conseguente decadenza dal Senato. Nell’aprile di quest’anno l’intervenuta riabilitazione ha anticipatamente cancellato gli effetti della predetta legge. Non vi era dunque più alcun interesse di ottenere una decisione che riteniamo sarebbe stata favorevole”, si legge in una nota.

(da “Huffingtonpost“)

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IL GOVERNO VUOLE IL PIZZO DAI POVERI: ARRIVA LA TASSA SUL MONEY TRANSFER

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

INVECE DI COLPIRE GLI EVASORI FISCALI, IL GOVERNO VUOLE TASSARE DELL’1,5% LE PICCOLE SOMME CHE GLI IMMIGRATI MANDANO ALLE LORO FAMIGLIE

La chiamano “tassa sui migranti regolari”. È il nuovo “pizzo” dell’1,5% sulle rimesse: per far cassa, infatti, il governo si prepara a pescare in quel fiume di denaro che scorre dall’Italia verso i Paesi d’origine degli immigrati.
Un prelievo che porterà  allo Stato poco più di 60 milioni di euro e che peserà  soprattutto sulle tasche dei lavoratori bangladesi, filippini, senegalesi e indiani.
Non solo.
La nuova tassa sui money transfer si aggiunge alle spese di commissione già  pagate dai migranti, cozza contro tutti gli impegni assunti a livello internazionale e rischia di ingrossare i canali informali (talvolta illegali) di trasferimento del denaro.
La tassa sui migranti: 62 mln l’anno.
L’intenzione del governo è dunque quella di introdurre nel decreto fiscale (tramite un emendamento targato Lega) un prelievo dell’1,5% su tutti i trasferimenti di denaro diretti verso Paesi extraeuropei.
A pesarne le conseguenze è uno studio della Fondazione Leone Moressa, che parte dalla crescita degli ultimi mesi.
Nel primo semestre del 2018, per la prima volta dal 2013, si registra infatti un segnale di ripresa: 2,71 i miliardi di euro spediti all’estero, con un aumento dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2017.
Mantenendo la tendenza dei primi sei mesi, a fine 2018 si sfiorerebbero i 5,5 miliardi. Lo scorso anno le rimesse complessive dal nostro Paese si sono invece fermate a quota 5 miliardi.
Di questi, circa l’80% è destinato a Paesi extra Ue (4,13 miliardi). «Applicando la nuova ipotetica tassa dell’1,5% — scrivono i ricercatori della Moressa — entrerebbero dunque nelle casse dello Stato 62 milioni di euro».
Bangladesi e filippini i più colpiti.
Chi pagherebbe la nuova tassa? Se si guarda alla classifica di chi spedisce più soldi a casa, dopo i romeni (che non sarebbero tassati in quanto comunitari), da tempo si segnala il record dei bangladesi.
E infatti, «il contributo più consistente imposto dalla tassa sarebbe dato dai cittadini del Bangladesh, con ben 8 milioni di euro». E visto che i bangladesi in Italia sono circa 130mila, sarebbe come chiedere a ciascuno di loro, inclusi bambini e anziani, un contributo annuale di circa 60 euro.
Seguono i migranti delle Filippine (che verserebbero 4,9 milioni complessivi di tasse), Senegal (4,6 milioni), India (4,4 milioni), Sri Lanka (4,2) e Marocco (4,2).
Contro gli impegni internazionali.
Non è tutto. Sulle rimesse già  incidono le commissioni pagate al servizio di money transfer: considerando che la media italiana è del 6,20%, si calcola che i migranti abbiano pagato oltre 335 milioni di euro in commissioni lo scorso anno.
Numerosi accordi internazionali sono volti a ridurre il costo di queste transazioni finanziarie verso l’estero effettuate da persone fisiche.
Durante il G8 del 2009 a L’Aquila fu stabilito l’obiettivo di portarlo al 5%. Lo stesso obiettivo fu ribadito ai G20 di Cannes (2011) e Brisbane (2014). Inoltre, all’interno degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è fissato l’impegno di ridurre i costi al 3% entro il 2030.
E l’Italia? Con la nuova “tassa sui migranti regolari” il nostro Paese prende invece tutt’altra direzione: portando di fatto oltre il 7% (tra commissione e balzello) il costo delle rimesse.

(da agenzie)

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ALTRI TRE OPERAI IN NERO HANNO LAVORATO NELL’AZIENDA DEL PADRE DI DI MAIO

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

NUOVA INCHIESTA DELLE IENE… E ARRIVANO I VIGILI NEL TERRENO FANTASMA DI DI MAIO

Altri due o tre operai in nero nella ARDIMA SRL movimenteranno la giornata di Luigi Di Maio. Stasera a Le Iene un nuovo servizio sulla vicenda di Salvatore Pizzo che approfondisce la questione degli assunti in nero nel periodo 2009-2010, ovvero quando il muratore ha prestato servizio nella ditta che oggi è del ministro e della sorella al 50% e nel 2016 fatturava 150 mila euro pagando salari per 76 mila euro mentre nel 2014 fatturava 190 mila euro e pagava stipendi per 33 mila euro.
La vicenda va intanto ad incrociarsi con quella raccontata qualche giorno fa da Pasquale Napolitano sul Giornale e che riguarda un manufatto che si trova su un terreno di proprietà  del padre nel comune di Mariglianella.
Accanto al rudere di una vecchia masseria si vedono altre strutture (dovrebbe trattarsi di un capanno degli attrezzi) e la polizia municipale del comune guidato dal sindaco Felice Di Maiolo ha avviato accertamenti effettuando un sopralluogo e convocando per giovedì mattina il papà  di Luigi Di Maio e una zia, Giovanna, che risiede a Reggio Emilia, per effettuare il «controllo edile presso la proprietà ».
Spiega a Repubblica il sindaco Felice Di Maiolo, eletto con Forza Italia: «Il nostro obiettivo è fare giustizia. Ci siamo attivati per far luce su questa vicenda dopo averlo appreso dalla stampa (un articolo pubblicato sul Giornale, ndr) c’è il dubbio che quei manufatti siano abusivi. Se emergeranno conferme, ci regoleremo di conseguenza. Ma questo, voglio chiarirlo, al di là  di chi sia il proprietario. Questo a noi non interessa. Con soli quattro vigili ogni mattina cerchiamo di individuare eventuali abusi edilizi».
Il sindaco ha avuto modo in passato di incontrare il geometra Di Maio: «È una persona perbene, una persona seria. È venuto anche qualche volta qui in Comune perchè è un tecnico».
Qualora la polizia municipale dovesse ravvisare gli estremi, l’incartamento potrebbe anche finire in Procura.
Vincenzo Iurillo, inviato del Fatto a Pomigliano D’Arco, fa sapere che nel paese i nomi — che potrebbero essere più di tre, ma il condizionale è d’obbligo — già  circolano con gli identikit: uno è quello in giudizio, un altro lavorerebbe in un supermercato, uno non è molto alto di statura.
Le informazioni provengono dagli amici di Salvatore Pizzo, che si è trincerato in un silenzio impostogli, dicono dalla sua famiglia, dalla produzione tv.
La moglie di Salvatore, Antonella, ha parlato con Repubblica e il Fatto della decisione del marito di parlare adesso, dopo otto anni: a quanto pare il marito si è arrabbiato per il riferimento di Di Maio Junior alla sua militanza a 5 Stelle:
È vero che Salvatore è stato un attivista del Movimento 5 Stelle? Di Maio ha detto che ha aderito alla campagna di maggio “Il mio voto conta”.
«Ma no, quando mai, non ha fatto alcuna campagna elettorale con i Cinque Stelle. Può darsi che all’inizio gli piacesse perchè ne parlavano come di un partito onesto, anche se non l’ ho mai sentito elogiare questo movimento. Soprattutto perchè sapeva che Luigi Di Maio era figlio di Antonio. Anzi, una volta si chiese proprio questo».
Che cosa?
«Adesso che il figlio è entrato in politica, non avrà  problemi per le persone che hanno lavorato in nero con il padre? Come farà  con tutte queste magagne?»
Di Maio non sa nulla di una causa di lavoro in corso?
Il colpo di scena però è dietro l’angolo. Racconta il Corriere che nel servizio trasmesso domenica era anche stato intervistato Luigi Di Maio, dal quale Le Iene sono tornate per chiedergli se quello riportato fosse, a suo parere, un caso isolato.
Il vicepremier ha risposto di esserne sicuro perchè «così mi ha detto mio padre», ma l’intervistatore gli ha replicato illustrandogli le nuove testimonianze raccolte («Le diamo una brutta notizia») e incalzandolo anche sulla questione della vertenza aperta da uno degli ex dipendenti: «Come fa, lei che è socio al 50 per cento dell’azienda, a non sapere che c’è una causa in corso?».
Marco Lillo sul Fatto intanto scrive che il legame aziendale tra l’impresa dei genitori e la Srl dei figli dovrebbe suggerire a Di Maio di chiudere la sua esperienza in un’impresa edile di Pomigliano.
Perchè altrimenti le Iene o altri potranno sempre tirar fuori nuovi casi del genere sui quali lui dovrà  piegare la testa:
Dirà  che lui, nonostante sia socio al 50 per cento, non segue gli affari della Ardima Srl e che comunque quella era un’altra impresa e di queste storie non ha mai saputo niente. Però ci sarà  sempre qualcuno pronto a far notare che nell’ultimo bilancio depositato, per il 2016, Ardima fattura 150 mila euro pagando salari per 76 mila euro mentre nel 2014 fatturava 190 mila euro e pagava stipendi per 33 mila euro.
Luigi Di Maio nell’assemblea di approvazione del bilancio 2016 si è fatto rappresentare dal padre Antonio. L’utile della Ardima Srl è stato di 10 mila euro, 5mila a testa per i due fratelli. Non distribuiti. Un vicepremier votato da 11 milioni di italiani può farne tranquillamente a meno.
Il secondo operaio che alle Iene ha raccontato di aver lavorato senza contratto è un disoccupato di Pomigliano. Nel racconto fornito a Filippo Roma, che andrà  in onda questasera, l’ex operaio della ditta Di Maio racconta di aver svolto mansioni di manovale edile per 8 mesi.
Il terzo caso è il più delicato. Si tratta di un lavoratore reclutato part-time (ovviamente senza copertura contrattuale): l’operaio racconta di aver lavorato con Di Maio senior come manovale solo per metà  giornata. Veniva, insomma, impiegato nei cantieri solo nel pomeriggio. Motivo? Il lavoratore era già  occupato con regolare contratto in un istituto scolastico della zona. E dunque non avrebbe potuto lavorare nella ditta Di Maio. Avrebbe rischiato seri guai giudiziari. Una versione che sembrerebbe confermata anche dagli altri due operai.

(da “NextQuotidiano”)

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I PALLONI GONFIATI SGONFIANO REDDITO E QUOTA 100

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

SLITTANO LE MISURE CARE A SALVINI E DI MAIO… OBIETTIVO RISPARMIARE 3-4 MILIARDI SPERANDO CHE L’EUROPA NON PROCEDA CONTRO L’ITALIA

“La dobbiamo smettere tutti con i numerini, cambiamo registro”. Giuseppe Conte entra nella sala riunioni dove lo aspettano Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Con loro anche Giovanni Tria, Riccardo Fraccaro, Giancarlo Giorgetti, Laura Castelli e Massimo Garavaglia. Affrontano brevemente gli emendamenti di maggioranza alla manovra, e quelli del governo.
La decisione su quelli che avranno disco verde è facile e rapida. Non intaccano il cuore della manovra. Non quelli almeno. Poi il discorso vira sulla cena del premier con Jean Claude Juncker. E si inizia a fare sul serio.
“Dobbiamo abbassare i toni – spiega il premier – e mandare un segnale a Bruxelles. Non diamo alibi a Bruxelles”. A Palazzo Chigi non se ne fa una questione di mera contabilità . La trattativa è sì sui numeri, ma ha anche una profonda sostanza politica. Un segno di buona volontà , unito a un discorso pubblico che silenzi le staffilate quotidiane, sono visti come prodromi per riallacciare il filo della trattativa.
Segnale che, denari alla mano, equivale a tagliare circa quattro miliardi dal fondo per l’attuazione del programma di governo.
Quello che serve a finanziare reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni. E sommarli ai 5 già  stanziati per gli investimenti.
Capitoli di spesa “sviluppisti”, molto più graditi alla Commissione rispetto a quelli assistenzialisti chiave di Lega e Movimento 5 stelle.
E l’esecutivo spera che, dirottandone una buona parte sul dissesto idrogeologico, quest’ultima mossa porti la parte dedicata del tesoretto ad essere scorporata dal computo del deficit.
Se basterà  o meno a Bruxelles è una grande incognita. “Certo, se ci dicessero scendete al 2,2% del rapporto deficit/Pil e blocchiamo la procedura d’infrazione saremmo disposti a farlo”, si ragiona a Palazzo Chigi, ben sapendo che la situazione è assai più ingarbugliata. Ma la sfida è spostare soldi da una parte all’altra della legge di bilancio, abbassando l’asticella alla prova dei fatti ma lasciandola al momento nominalmente invariata.
La road map della metamorfosi del governo gialloverde sulla manovra prevede due livelli, di fatto due tentativi.
Il primo è quello dello snellimento di quota 100 e del reddito di cittadinanza: meno risorse, per il 2019, rispetto a quelle messe nero su bianco nella manovra. Si farà  affidamento a una cifra inferiore ai 6,7 miliardi previsti per i pensionamenti anticipati e ai 9 miliardi per la misura cara ai pentastellati: in totale circa 3-4 miliardi in meno. Gli importi esatti si conosceranno tra qualche giorno e toccherà  a Tria fare i conti.
Il mandato di Di Maio e Salvini è quanto mai puntuale: ridurre il costo delle due misure, facendole slittare, ma entro un limite massimo e cioè maggio.
Ci sono le elezioni europee e il rischio che i due azionisti di governo vogliono assolutamente evitare è una campagna elettorale con il reddito e la quota 100 ancora sulla carta.
Il risparmio, come si diceva, arriverà  dallo slittamento dell’entrata in vigore delle due misure. Non dovrebbe cambiare, invece, la struttura stessa del reddito e della quota 100.
Per sgonfiare i costi di quest’ultima, il Carroccio sta pensando di diluire il timing delle finestre previste per permettere di andare in pensione con 62 anni di età  e 38 anni di contributi. Si dovrebbe partire a maggio e l’ultima finestra verrebbe posticipata al 2020: un’ulteriore stretta all’esborso chiesto allo Stato per far fronte al pagamento anticipato degli assegni pensionistici.
Anche i 5 Stelle puntano tutto sul fattore slittamento per portare la loro quota di risparmio a Bruxelles.
L’obiettivo è quello di confermare l’importo mensile di 780 euro e di non restringere perciò la platea dei beneficiari, circa 4,5 milioni di cittadini. In questo ragionamento rientra anche la conferma di tenere l’asticella dell’Isee (l’indicatore che misura la condizione economica ndr) a 9.360 euro. Non tutto il reddito andrà  nelle tasche dei cittadini. Nello schema, infatti, rientra anche uno sgravio contributivo per le imprese che assumono: sarà  pari a tre mensilità  di reddito (sei mensilità  per i lavoratori “vulnerabili” come le donne) che, con l’assunzione di che ne beneficia, saranno trasferiti appunto all’azienda.
In attesa dei conti che faranno i tecnici del Tesoro si pensa già  al piano b, quello che sarà  necessario mettere in campo se da Bruxelles arriverà  il no all’idea di trasferire parte dell’extra deficit da reddito e quota 100 agli investimenti.
In quel caso bisognerà  cambiare il valore numerico del deficit, portandolo dal 2,4% al 2,2 per cento. Al termine del vertice il balcone di palazzo Chigi resta chiuso.
La notte dei festeggiamenti pentastellati per l’autoproclamazione del 2,4% (e per tre anni) è già  preistoria.

(da “Huffingtonpost”)

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L’EX TESORIERE DELLA LEGA STEFANI: “I 49 MILIONI SPESI SCIENTEMENTE, MARONI E SALVINI ERANO D’ACCORDO”

Novembre 27th, 2018 Riccardo Fucile

“NESSUNO, ALL’INTERNO DEL CONSIGLIO FEDERALE, SI OPPOSE”

“I 49 milioni? Li abbiamo spesi scientemente. Maroni e Salvini erano d’accordo”. Ad affermarlo, in un’intervista esclusiva pubblicata su The Post Internazionale, è l’ex tesoriere della Lega Stefano Stefani.
Feci presente più volte a Maroni e Salvini, sia in pubblico che in privato, che si stava spendendo troppo e troppo in fretta. Mi fu detto che non potevamo fare altrimenti, perchè in quel momento eravamo sotto schiaffo. Nessuno, all’interno del Consiglio Federale, si oppose a questa politica. Tantomeno Salvini, che all’epoca aspettava solo di diventare segretario.
Dichiarazioni per tirano pesantemente in ballo i due ultimi segretari politici della Lega, compreso Matteo Salvini che finora ha sostenuto la tesi di essere all’oscuro della vicenda.
Ricordiamo che il reato contestato dalla Procura di Genova è quello di aver incassato fondi pubblici con bilanci falsi, cosa che è vietato per legge. Altra cosa l’appropriazione indebita per cui risponde personalmente chi l’ha commessa.
E i fondi pubblici sono stati riscossi sia da Maroni che da Salvini.

(da agenzie)

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