Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
CHI PROVIENE DA UNA STORIA DI MILITANZA A DESTRA NON PUO’ AVERE NULLA IN COMUNE CON LA LEGA
C’era una volta la destra…Quella dell’“Identità Nazionale” e non del Nazionalismo. Quella dell’“Europa del popoli” e non della “negazione terraiola”. Quella del confronto, dell’inclusione e non della chiusura. Quella delle visioni ardite e non del compromesso al ribasso…
Ho sempre rispettato il voto e le opinioni di tutti, ma chi “proviene”, direttamente o indirettamente, da una certa storia, chi ha votato, militato e sostenuto l’M.S.I., prima, ed Allenza Nazionale, poi, non potrà mai seriamente votarla, la Lega!
Non potrà mai rinnegare le ragioni del Sud e di una Patria unitariamente competitiva all’interno di un sistema Europa parimenti (ed ampiamente) competitivo e solidale.
Non potrà mai “ritrarre la mano” innanzi a chi ne ha davvero bisogno, Italiano o straniero che sia!
Non potrà mai revocare in dubbio le ragioni del merito, della legalità (che varrà – e che dovrebbe valere – sempre nei confronti di chiunque, “sedicenti nazionalisti” compresi), del mercato e della modernità e non potrà mai rinnegare l’Europa…
“Così adesso io vi dico, la destra o è Europa o non è. L’Europa o va a destra o non si fa!” (Giorgio Almirante)
Perchè la destra non è “rabbia”, “invidia”, “sovranismo”, “populismo”, “paura dello straniero” o negazione del confronto, ma “visionaria tensione” verso la modernità ; “architettura” riformista all’insegna del “mini-Stato”, della libertà (di essere, di pensare e di rappresentare), della competività e della solidarietà .
Quell’idea capace di “esaltare” il singolo e la collettività rifuggendo da qualsivoglia tentazione massificante, sia nelle idee che nello spirito.
Idee incendiarie e “cuore”. Un moderno, rediviso “umanesimo”, “caldo”, liberale e di libertà …
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO HA UCCISO LA LIBERTA'”… INSULTI A DI MAIO E SALVINI “SERVI DELLA LOBBY DEI TAXISTI”
Diverse centinaia di lavoratori Ncc provenienti da tutta Italia protestano in un sit-in a piazza
della Repubblica a Roma contro la normativa, approvata dal Consiglio dei ministri, che disciplina i noleggi con conducente.
Un sit-in che degenera con la scena di un fantoccio che rappresenta il vice premier Luigi Di Maio con il cappio al collo e un cartello: “Di Maio schiavo dei tassisti”.
In piazza molti manifestanti sventolano bandiere tricolore e intonano slogan contro il governo: “Se non ci ascolteranno bloccheremo il Paese”, dicono.
“La libertà assassinata dal governo del cambiamento” si legge sul manifesto funebre affisso su una vera bara, su cui è anche poggiato un tricolore, esposta durante la manifestazione.
Ai piedi della bara ci sono anche una pagina gigante della Costituzione con l’articolo 1 e 4, per rivendicare il diritto al lavoro.
Un manifestante romano di 50 anni, Stefano Belluzzi, ha lanciato della benzina in piazza e ha detto “è un gesto estremo per far capire che siamo decisi ad andare avanti. Se non arrivano risposte entro stasera dal governo mi do fuoco. Toninelli ha tolto la dignità alle persone che lavorano”.
Qualcuno tra gli Ncc ha anche gettato un tricolore nel fuoco, ma la bandiera è stata tolta dalle fiamme dopo pochi secondi da altri manifestanti e si è salvata.
“Tra cinque giorni saremo dei fuorilegge, il decreto imposto dal Governo è, dal nostro punto di vista, incostituzionale” afferma il presidente di Federnoleggio Confesercenti Luigi Pacilli, annunciando la prosecuzione dello stato di mobilitazione dell’associazione. “Oggi siamo nuovamente in piazza per chiedere norme di buon senso. Se entrano in vigore le nuove normative, in barba al principio della concorrenza, si favoriranno solo i tassisti e l’associazione autonoleggiatori Anar, gli unici con cui il governo si è confrontato. Vogliamo continuare a svolgere la nostra attività , salvare il lavoro di migliaia di aziende e dei propri dipendenti. “Auspichiamo – conclude Pacilli – che il presidente della Repubblica Mattarella accolga la nostra istanza e non firmi il decreto”.
Una delegazione di tre autisti ha consegnato un documento al Quirinale. “Non siamo stati ricevuti da nessuno ma è stata protocollata la nostra istanza e ci hanno garantito che nel più breve tempo possibile ci faranno avere una risposta. Di fatto, un nulla di fatto. Quindi continueremo a protestare” ha detto Mauro Ferri, presidente di Anitrav, di ritorno dal Colle dove ha presentato un documento in cui si sottolineano “i punti di incostituzionalità del decreto del 22 dicembre scorso”.
Secondo il decreto, che riguarda “disposizioni urgenti in materia di autoservizi pubblici non di linea”, gli Ncc potranno operare in ambito provinciale senza dover più tornare in rimessa, ma solo a patto di avere già nel “foglio di servizio” più prenotazioni oltre alla prima. Resta inoltre bloccato il rilascio di nuove autorizzazioni in attesa del nuovo “archivio informatico pubblico nazionale” per la registrazione di tutte le licenze, anche dei taxi.
E c’è chi snocciola numeri che alimentano la rabbia: “A Roma ci sono soltanto 850 licenze di Ncc, contro le 7.800 dei tassisti e l’ultimo bando per allargare il numero delle “auto nere” risale al lontano 1983″. E a Milano? Non cambia di molto. Secondo Claudio Cremonesi, coordinatore Federnoleggio- Confesercenti “sotto il Duomo le auto nere autorizzate sono 237 contro circa 5000 licenze taxi. E l’ultima autorizzazione di un Ncc a Milano fu rilasciata nel lontano 1971”. Altri se la prendono direttamente con i tassisti: “Perchè la loro lobby vince sempre? A noi ci tagliano le gambe, mentre a loro nessun governo nazionale o locale è mai riuscito a imporre il Gps per rintracciarli e, soprattutto, la ricevuta fiscale?”.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
L’ ORGANO TECNICO IN AUDIZIONE ALLA CAMERA METTE IN GUARDIA GLI ITALIANI: “MANOVRA RECESSIVA”
Dopo il maxiemendamento al Senato “la portata espansiva della manovra viene ridimensionata”, con una riduzione degli investimenti rispetto al 2018.
Lo ha evidenziato il presidente dell’Upb, Giuseppe Pisauro, in audizione in commissione bilancio della Camera. Secondo l’Ufficio, le variazioni introdotte nell’iter parlamentare hanno determinato “un’inversione di segno nell’effetto netto complessivo sulla spesa per investimenti e contributi agli investimenti nel 2019: da un aumento di 1,4 miliardi inizialmente previsto si passa a una riduzione di circa un miliardo”.
Secondo l’Upb inoltre con le nuove modifiche la pressione fiscale salirà nel 2019 al 42,5% del Pil dal 42% del 2018. “Negli anni successivi, se non considerate le clausole che valgono un punto e due, un punto e 5 in più, si arriva al 42,8% nel 2020 e al 42,5% nel 2021, ma sono numeri che vanno un pò verificati.
Il messaggio sostanziale e che c’è leggero aumento che poi rimane stabile. Dal punto di vista politico sarà enorme, dal nostro è mezzo punto”, ha detto Pisauro rispondendo alle domande
Secondo l’Upb, la nuova previsione di crescita del governo “è accettabile, anche se vanno segnalati notevoli rischi al ribasso” a partire da quelli legati all’andamento delle esportazioni e del commercio internazionale.
Le stime del governo e quelle dell’Upb sono allineate per il 2018 intorno all’1%, mentre nel 2019 ci sono divergenze sulla crescita reale (+1% per il governo, +0,8% per l’Upb), “ma siamo allineati su Pil nominale”, ha spiegato. Il quadro è quindi accettabile, anche se “anche il nostro 0,8% è suscettibile di rischi al ribasso”.
Sul nuovo quadro finanza pubblica “il dato preoccupante è quello sul 2020 e sul 2021”, con rischi al ribasso superiori rispetto al 2019.
Pisauro ha ribadito che “i rischi maggiori sono collegati soprattutto alla presenza esaltata dell’aumento futuro dell’Iva”.
La manovra è “chiaramente recessiva nel 2020-21, lo dice anche il governo”, ha chiarito Pisauro. Guardando alle stime dell’esecutivo “diventa restrittiva e prociclica, mentre nel 2019 è ancora leggermente anticiclica”, ha precisato. In ogni caso, secondo il presidente dell’Upb, “non vi è dubbio” che nel 2019 l’Italia corra il rischio di una recessione, anche se è presto per cominciare già ora a parlarne come di una realtà : “La possibilità c’è”
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
PER UNA VITA DENUNCIAVANO GLI AFFIDAMENTI DIRETTI “CHE FAVORISCONO LA MAFIA”, ORA LI FANNO LORO: IL LIMITE PORTATO DA 40.000 A 150.000 EURO
Vi ricordate quando Virginia Raggi spiegava in giro che l’amministrazione di Roma aveva
cambiato marcia perchè faceva le gare mentre “gli altri” facevano affidamenti diretti a ditte amiche per chissà quali motivi?
Bene, la sindaca della Capitale e tutti quelli che credono alle balle di propaganda saranno felici di sapere che la legge di bilancio (articolo 1, comma 912) interviene «in deroga al codice degli appalti» sul punto più delicato per il settore: le modalità di scelta dell’appaltatore.
Questo dopo che già il decreto semplificazioni era intervenuto su un aspetto specifico riguardante la qualificazione dei partecipanti alle gare.
Spiega il Sole 24 Ore:
Il comma 912 liberalizza di fatto i criteri di affidamento della fascia compresa fra 40mila e 150mila euro per tutti i contratti di lavori, servizi e forniture, consentendo alle stazioni appaltanti di assegnare le commesse con “affidamento diretto” (quindi senza gara formale e senza obblighi di pubblicità ) e imponendo solo la consultazione di tre operatori economici scelti con discrezionalità assoluta. La norma interviene inoltre con una seconda semplificazione (di minore portata) anche sulla fascia di importo fra 150mila e 350mila euro, prevedendo in questo caso l’obbligo di una procedura negoziata (quindi senza gara formale ma con forme minime di pubblicità ) e una consultazione di almeno dieci operatori economici (e non 15, qui è la semplificazione).
L’intervento sulla fascia fino a 150mila euro è un vulnus in termini di concorrenza.
E soprattutto di trasparenza perchè questa fascia di mercato sarà di fatto inghiottita in un buco nero senza più alcuna informazione, senza controlli sull’operato della stazione appaltante (neanche da parte dell’Autorità anticorruzione), senza più alcun criterio oggettivo nella scelta dell’appaltatore.
Sono le trattative private che in passato hanno consentito di far lievitare clientele e corruzione nei mercati locali degli appalti.
L’impatto reale ed economico e gli allarmi lanciati in questi giorni da più parti (dall’Anac, dall’Ance, dai sindacati, dai media) vanno però pesati sulla base della quota di mercato interessata agli effetti prodotti dalla norma.
Va detto subito che la portata della norma è radicalmente diversa nel mercato delle opere pubbliche a seconda che si parli di lavori o di servizi (progettazione e ingegneria).
Nel primo caso la quota interessata è molto elevata in termini di numero di gare perchè di fatto scomparirebbero circa 10mila bandi di gara annui, il 40% degli appalti sarebbe cioè assegnata senza gara anche informale o bando, stando a stime annue basate sugli ultimi dati di gennaio-novembre 2018 dell’Osservatorio Cresme-Edilizia e territorio sui bandi di gara.
Trattandosi però di importi molto piccoli in un mercato molto grande (circa 25 miliardi di euro annui), la quota di mercato in termini economici sarebbe limitata a circa 600 milioni di euro, pari al 2,5% del mercato.
Comunque non poco.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRO CHE “NESSUN ITALIANO PERDERA’ UN EURO”, DAL 2019 VI FREGANO CENTINAIA DI EURO L’ANNO
Quanto perdono i pensionati italiani che prendono pensioni oltre tre volte il minimo con lo stop alla rivalutazione voluto dal governo Lega-M5S?
Mentre Di Maio e Salvini sostengono in pubblico che nessuno perderà un euro, è scritto nero su bianco che la misura costerà a tutti i pensionati italiani – con l’esclusione di quelli che percepiscono fino a 1.500 euro lordi al mese – 3,6 miliardi al lordo delle tasse nel triennio 2019-2021 e ben 17 miliardi nel decennio 2019-2028.
I numeri sono scritti nella relazione tecnica alla legge di Bilancio vidimata dalla Ragioneria.
Ma il governo, Lega in testa, si ostina a raccontarli in modo diverso. Provando a convincere gli italiani che «nessuno prenderà un euro in meno», come ripete da alcuni giorni il vicepremier Salvini.
Il taglio quindi c’è e colpisce su assegni da 1.800 euro netti in su, con sacrifici medi da mille euro in tre anni.
Nella tabella elaborata dallo SPI-CGIL c’è il computo dell’effetto della deindicizzazione delle pensioni e la differenza nella perequazione tra regime attuale e la nuova ipotesi già votata al Senato e pronta ad essere definitivamente approvata alla Camera.
Spiega oggi Repubblica
Il governo Renzi – dimissionario di lì a poco, dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre – si impegnava a superare le “fasce di Letta” con 5 aliquote e tornare agli “scaglioni di Prodi” con 3 aliquote, dal primo gennaio 2019. Un vantaggio notevole. Prendiamo una pensione da 3 mila euro lordi. Rivalutarla all’inflazione ragionando per fasce significa applicare un taglio su tutti i 3 mila euro. Per scaglioni vuol dire invece avere una rivalutazione piena al 100% sui primi 1.500 euro e una percentuale ridotta al 90% sulla parte eccedente.
Cosa fa ora il governo Conte?
Ricopia il “metodo Letta” portando le fasce da 5 a 7. Con un piccolo vantaggio quasi per tutti (non per gli assegni sopra i 4 mila euro lordi). Dunque è vero che nessuno ci perderà . Ma solo sul 2018. Poi la musica cambia, come da prospetto.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
L’OFFERTA DI LAVORO ANCHE OLTRE 250 KM DA CASA NON PUO’ ESSERE RIFIUTATA O SI PERDE IL REDDITO DI CITTADINANZA
Spunta l’obbligo di trasferimento per il reddito di cittadinanza. Le ultime modifiche a un decreto
che doveva essere varato entro fine dicembre, ma che è stato già posticipato a inizio gennaio, ovvero quello sul reddito di cittadinanza e quota 100, le due riforme “forti” della Manovra del Popolo, portano novità che rendono più restrittiva la norma e riguardano le proposte di lavoro che in teoria chi percepisce il reddito di cittadinanza dovrebbe ricevere.
Nel disegno di legge del M5S era prevista un’«offerta congrua» che doveva quindi essere «attinente alle competenze segnalate dal beneficiario», con «retribuzione oraria uguale o superiore all’80 per cento rispetto alle mansioni di provenienza» e soprattutto in un «luogo di lavoro situato nel raggio di 50 chilometri» da quello di residenza.
Ora, fa sapere Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, le cose cambiano:
Nulla di tutto questo rimane. Nè l’offerta congrua, che non sarà inserita nel decreto. Nè la vicinanza alla propria casa. Alla prima offerta il raggio è infatti di 100 chilometri, alla seconda di 250, alla terza chi non ha figli dovrà essere disponibile a spostarsi in tutt’Italia. O perderà il sussidio.
E succederà anche a chi è padre, se avrà concluso un ciclo di reddito (18 mesi, dopo i quali bisognerà ripresentare la domanda). Ci si è posti il problema dei luoghi in cui trovare un certo tipo di impiego è più difficile: un laureato in filosofia non può pretendere di fare solo il filosofo, è l’esempio fatto da chi lavora al decreto, così gli si potrà chiedere anche di fare il correttore di bozze. E di farlo lontano da casa.
Poi c’è la questione della distribuzione territoriale:
Le tabelle del governo che simulano la misura parlano di 500 euro più 280 per un single in affitto, 500 euro più 150 per una persona sola con un mutuo e 500 euro per chi ha casa di proprietà .
Con i coefficienti familiari si sale a 980 euro per due adulti in affitto, a 1180 per due adulti e due bambini, fino a 1330 per una famiglia con tre adulti e due bambini.
In contanti però si potranno ritirare solo 100 euro al mese.
Il resto andrà speso con la carta che stamperà Poste (sarà come un normale bancomat, non dovrà essere riconoscibile).
E dagli acquisti saranno per ora esclusi quelli on line e il gioco d’azzardo.
La somma, è confermato. non sarà accreditata tutta all’inizio del mese e si perde se non si spende.
Dagli studi fatti da Palazzo Chigi, le regioni maggiormente interessate saranno nell’ordine Campania, Sicilia, Lazio, Lombardia, Puglia e Piemonte.
Con un’incidenza del 53% al Sud e nelle isole e del 47% al centro nord.
Per il 27% ne beneficerebbero single, per il 18% famiglie di tre persone, per il 23% nuclei di tre, per il 21% coppie con due figli, per il 16% famiglie con tre minori.
A questo proposito, va ricordato che in campagna elettorale Di Maio in un’intervista rilasciata al Mattino aveva parlato di reddito di cittadinanza e della possibilità di trovare un lavoro “anche su scala nazionale”, “deportato”, direbbero i grillini se si trattasse di una maestra assunta con la Buona Scuola di Renzi.
Successivamente, Di Maio pubblicò sul blog di Beppe Grillo un’intervista sul tema in cui rettificava la precedente affermazione:
Fingendo di “ribadire”, Di Maio diceva che «Per ciò che riguarda la nostra proposta sul reddito di cittadinanza, ribadiamo che la persona che beneficia del reddito si deve rendere disponibile a lavorare presso un Centro per l’Impiego del suo territorio e, se vuole, anche su base nazionale. Spostarsi per cercare lavoro deve essere una libera scelta e non un obbligo».
Adesso si scopre che era tutta una palla da campagna elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI REDDITO UN LIBERO PROFESSIONISTA CHE DICHIARA 64.000 EURO LORDI PAGHERA’ AL FISCO 10.200 EURO IN MENO RISPETTO A UN LAVORATORE DIPENDENTE… E’ LA (IN)GIUSTIZIA SOCIALE DEI SOVRANISTI
Un professionista con compensi annui di circa 64mila euro pagherà 10.200 euro di imposte in meno rispetto a un lavoratore dipendente con un reddito analogo e due figli a carico. Una differenza di 850 euro al mese.
E il risparmio è netto anche in rapporto a un titolare di partita Iva in tassazione ordinaria: 5.300 euro in meno, cioè 440 euro al mese.
Il Sole 24 Ore pubblica oggi un’infografica di Andrea Dili, Coordinatore dell’Assemblea dei presidenti delle Delegazioni regionali di Confprofessioni che spiega come cambia la forbice su tassazione e reddito disponibile:
Per un lavoratore single che guadagna 30mila euro l’anno, il tax rate (tra Irpef e addizionali) è di 4.260 euro più alto rispetto a un professionista nel forfettario con un reddito analogo, cui corrispondono compensi di poco più di 38mila euro.
Anche se il dipendente ha due figli a carico, il divario scende solo a 2.880 euro.
È una differenza ampia e, per alcuni osservatori, non del tutto giustificata neppure considerando l’esclusione del rischio d’impresa.
Di fatto, al nostro dipendente servono altri bonus, ad esempio legati ai lavori in casa: in particolare, per raggiungere la parità di prelievo, dovrebbe aver investito 57mila euro per ristrutturazioni.
Nel caso degli autonomi e degli imprenditori, la possibilità di arrivare a un tax rate inferiore di quello previsto dal forfettario dipende — oltre che da deduzioni e detrazioni personali dalle spese legate alla propria attività (che sono deducibili in via analitica al di fuori del forfait).
Ma, specialmente per i professionisti, è facile che i costi effettivi siano inferiori al 22% dei compensi già riconosciuto dal forfait.
Si spiega anche così il fatto che nei primi nove mesi di quest’anno abbiano scelto il regime forfettario quattro nuove partite Iva su dieci (il 39,7%, cioè 160.851 contribuenti).
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL DRAMMA DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA IN ITALIA, 78 ESILIATI DI STATO… PIERA AIELLO: “PRONTA A LASCIARE IL M5S SE BLOCCANO LE MIE PROPOSTE”
Bersagli viventi, morti che camminano, vite ridotte a matricole, esiliati di Stato. 
Si definiscono così e non ce n’è uno che non ti spieghi, mettendo in fila fatti e circostanze, quanto la decisione di denunciare la criminalità gli abbia stravolto l’esistenza.
Sono i testimoni di giustizia, coloro che hanno segnalato le infiltrazioni mafiose, camorristiche, ‘ndranghetiste, nelle proprie aziende, o cittadini che hanno deciso di accusare pubblicamente i clan, puntando l’indice contro boss e affiliati nelle aule di tribunale.
Settantotto nel nostro Paese, secondo i dati forniti ad Huffpost dal Ministero dell’Interno, protetti insieme a 255 familiari.
Con i parenti stretti e i conviventi dividono una vita che, dai racconti che ne fanno, per molti di loro è ormai ridotta a una fila di giorni da scontare come una pena, segnati da paura, rinunce, disguidi quotidiani.
E la rabbia, che sale ogni volta che vengono accostati ai collaboratori di giustizia, – in Italia protetti in 1277 con 4915 familiari – “che hanno denunciato la criminalità , ma dopo averne fatto parte, averla pagata o averci fatto affari. Noi siamo testimoni, non pentiti. Due figure ben diverse, eppure ancora confuse”, è la premessa da cui partono tutti.
L’ultima legge, in vigore dal 21 febbraio scorso, distingue nettamente i collaboratori dai testimoni e assicura tutela, sostegno economico, reinserimento sociale e lavorativo, procedure adeguate alla situazione di ciascun testimone.
Garanzie che, a ripercorrere le storie di molti, per ora sembrano rimaste sulla carta.
La quotidianità è costellata di intoppi e ostacoli: assistere al fallimento delle proprie aziende, essere lasciati da partner che non ce la fanno a sopportare le conseguenze della denuncia, ottenere contributi irrisori e aspettare rimborsi sanitari per anni, vedere i propri beni ipotecati, non poter salutare per l’ultima volta un parente morto o far visita a un figlio in ospedale.
Mentre l’attualità racconta dell’uccisione a Pesaro del fratello di un pentito di ‘ndrangheta, che viveva sotto protezione e in un domicilio segreto, del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che preconizza la sconfitta delle mafie di qui a qualche anno, della revoca “per cessato pericolo” e attraverso comunicazione solo verbale, della scorta all’imprenditore siciliano e testimone di giustizia, Vincenzo Conticello, che continua a chiedere un documento scritto.
Subito dopo aver saputo che di lì a poco sarebbe rimasto privo di protezione, Conticello, che denunciò i suoi estorsori e riconobbe alla sbarra i mafiosi che lo avevano minacciato di morte – arrestati nel 2006 – , aveva dato appuntamento per il 27 dicembre in piazza a Palermo, davanti all’antica focacceria “San Francesco” che un tempo era la sua attività , con l’invito, provocatorio, “a festeggiare la sconfitta della mafia”.
Poi ci ha ripensato, ha lasciato la città . “Non ci sarà nessuna festa, ho paura – spiega ad HuffPost – non vorrei che qualcuno approfittasse della confusione per farmi qualcosa e non vorrei offrire palcoscenici per passerelle ad autorità o politici. Mi hanno detto che il pericolo è cessato, per me e i miei familiari, ma il contesto non è cambiato rispetto a quando ho denunciato, anzi. Ho pensato di ricorrere al Tar come ha fatto Ultimo”.
Di recente, proprio il Tar ha restituito la scorta al colonnello Sergio De Caprio, il capitano Ultimo che arrestò Totò Riina, “ma senza un documento è impossibile avviare l’iter”, sospira Conticello, l’indice puntato contro “il sistema dei comitati di sicurezza. I testimoni non ricevono informazioni aggiornate, io ho saputo da miei ex dipendenti che persone arrestate grazie alla mia testimonianza erano a piede libero. Devono mettermi per iscritto il motivo per cui mi hanno revocato la scorta”.
Un concetto sul quale, parlando con HuffPost, hanno insistito anche altri testimoni di giustizia storici.
Come Pino Masciari, Piera Aiello. Il primo, ex imprenditore calabrese – “Dopo aver denunciato le pressioni ‘ndranghetiste, ho perso la mia azienda e la mia libertà “, spiega – sottolinea come “gli imprenditori che denunciano non possono essere visti come un costo, vanno tutelati e sostenuti in vita, non solo ricordati dopo morti”.
Piera Aiello, cognata di Rita Atria, la testimone di giustizia che si uccise a 17 anni poco dopo la morte del giudice Paolo Borsellino, ha denunciato gli assassini del marito, figlio del mafioso Vito Atria.
Oggi è deputata del Movimento Cinque Stelle, prima parlamentare con lo status di testimone di giustizia. “È necessario che qualunque cosa debbano dirci sia scritta – spiega – Purtroppo al novanta per cento le comunicazioni avvengono solo verbalmente, io chiedo che tutto ciò che riguarda me venga sempre messo nero su bianco. Ho l’impressione – scandisce – che vogliano murarci, come se volessero farci scomparire”.
Ha annunciato che presenterà la proposta per una nuova legge, “che tuteli i testimoni di giustizia, i loro diritti violati e i loro familiari, spesso dimenticati e non sia, come accade a quella attuale, interpretata troppo spesso a favore dello Stato – puntualizza – Si sono accorti che mia figlia doveva essere iscritta alle elementari quando frequentava la terza. Se non ci avessi pensato io a suo tempo, sarebbe rimasta fuori”. La deputata grillina che ha fatto della difesa “dei compagni di viaggio” – li definisce così – il senso del suo mandato, ha dichiarato di “non essere ancora riuscita a fare nulla, ho trovato un muro di gomma”, ad HuffPost dice di essere “pronta a lasciare il Movimento Cinque Stelle, che non mi ha mai ostacolato, qualora dovesse arrivare un veto”.
Che vuol dire “muro di gomma”?
“Gli uffici del Servizio centrale di protezione sono blindati – risponde la deputata – diversi testimoni mi hanno raccontato di aver chiesto, invano, di parlare con i responsabili. Ho incontrato il sottosegretario Luigi Gaetti (presidente della Commissione centrale per la definizione e l’applicazione delle misure di protezione, ndr), mi è parso motivato e disponibile, ma è circondato da una Commissione vecchia, che non mi sembra voglia affrontare davvero la questione, direttamente collegata alla lotta alle mafie”.
Ma in un Paese in cui il ministro dell’Interno dichiara che la criminalità organizzata sarà cancellata, ha ancora senso il testimone di giustizia?
“Mi auguro che quanto previsto da Salvini accada, ma è pura fantasia – sbuffa Piera Aiello – contro mafia, camorra e ‘ndrangheta servono strumenti precisi. Come si fa a vincere se si scoraggia la testimonianza, se i testimoni di giustizia e i loro parenti non vengono tutelati?”.
Per Nadia Furnari, cofondatrice dell’Associazione antimafie “Rita Atria”, una nuova legge per i testimoni di giustizia non serve, “basterebbe applicare quelle che già esistono”.
Quanto a Salvini, “a mio avviso non sa di cosa parla. Di mafia si discute seriamente troppo poco e ancora meno si analizza il fenomeno. Penso che bisogna chiedersi, e cercare le risposte che i cittadini hanno diritto ad avere: dove si lavano i soldi, come si assegnano gli appalti? La figura del testimone di giustizia è fondamentale per combattere la criminalità , ma purtroppo lo Stato tratta la questione con grande sciatteria. Abbiamo chiesto al Campidoglio la cittadinanza onoraria per Rita Atria, morta a Roma sola come un cane, ci hanno ignorato”.
A Ignazio Cutrò i fatti di Pesaro hanno riportato subito in mente quel che potrebbe succedere alla sua famiglia.
In un post su Facebook, l’ex imprenditore siciliano, testimone di giustizia dal 2006 dopo aver denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori e presidente dell’Associazione nazionale Testimoni di giustizia, ha scritto: “Sui familiari, lo denunciamo da anni, le mafie vogliono abbattere la loro violenza per vendicarsi dell’affronto subito dopo che li abbiamo fatti condannare. Come non pensare alla mia famiglia lasciata priva di qualsiasi protezione?”.
Anche lui da aprile è senza scorta. “Quando l’hanno tolta a mia moglie, ai miei figli, non l’ho voluta più neanche io – dice ad HuffPost – e ora vivo con addosso la paura che accada qualcosa, soprattutto a loro. In un’intercettazione emersa durante un’operazione che ha portato all’arresto di diversi mafiosi agrigentini, si sente distintamente uno di loro che dice: “Appena lo Stato si stanca che gli toglie la scorta poi vedi che poi…. È o non è una minaccia?”.
Ogni mattina, racconta, teme che allo scatto del cancello che si richiude alle loro spalle si accompagni una raffica di colpi di arma da fuoco, ogni sera che qualcuno gli si introduca in casa “perchè le mafie non dimenticano coloro che denunciano”.
Cutrò non ha mai voluto lasciare la sua terra, Bivona, provincia di Agrigento, ma ha dovuto rinunciare alla sua azienda. Dall’ottobre 2015, usufruendo di un decreto legge che permette ai testimoni di giustizia di essere assunti nella pubblica amministrazione, è dipendente della Regione Sicilia e lavora nel Centro per l’impiego del paese.
Da presidente dell’associazione nazionale, negli anni ha assistito a quella che definisce “una rivalutazione” delle scorte assegnate.
Molte sono state tolte, altre potrebbero essere revocate: HuffPost ha chiesto anche questi dati, il Ministero dell’interno si è riservato di comunicarli.
Nel frattempo, dal Viminale è arrivato l’ottimismo di Salvini. “Si dirà che quella del ministro è una dichiarazione “di troppo” – ha scritto Cutrò – Penso, invece, che siamo di fronte a un percorso, sul piano politico e culturale, che le mafie potrebbero leggere come una resa dello Stato. Di mafia si muore, io rifarei quello che ho fatto perchè lo Stato siamo noi non le mafie, ma le istituzioni non riescono o non vogliono giungere alla verità , lasciando soli uomini che hanno avuto il coraggio civile di testimoniare nei processi”.
Anche Gennaro Ciliberto, napoletano, ha affidato a Facebook le sue considerazioni sull’assassinio di Pesaro rivolgendosi direttamente a Salvini per invitarlo a informarsi “su come vivono i testimoni di giustizia, i loro familiari e tutti quelli che hanno denunciato le mafie. Rinunci alla scorta e vedrà cosa significa vivere con il terrore”. Dal 2010 quando, da responsabile della sicurezza nei cantieri di una ditta che lavorava in subappalto per Autostrade per l’Italia spa, denunciò infiltrazioni camorristiche e corruzione negli appalti e anomalie nella costruzione di varie opere autostradali, vive in una località segreta, sotto il controllo del Servizio centrale di protezione del ministero dell’Interno.
Ciliberto sperava che con il governo giallo-verde le cose per i testimoni di giustizia volgessero al meglio. Ricorda “quando i Cinquestelle Di Maio, Fico, Sarti, non ancora al potere, protestavano contro le mafie, ora dei testimoni non si ricordano più”, ma credeva soprattutto in Salvini. “Ho sbagliato a fidarmi delle sue idee, mi ha deluso”, dice ad HuffPost
Sulla base della sua esperienza – “otto anni che nessuno mi ridarà indietro vissuti come un uomo invisibile, con un altro nome, attento a non creare legami stretti, a non lasciare tracce, anche se questo ha significato andare a comprare un medicinale in un’altra regione, iscrivere i figli a mie spese in una scuola privata sganciata dall’anagrafe scolastica nazionale – aggiunge in un fiato – chi vuole denunciare deve sapere bene a cosa va incontro, io col senno di poi ci penserei cento volte”.
Due anni fa ha fatto ricorso al Tar per il cambio totale di nominativo, lo status economico e il livello di scorta. L’udienza è fissata il 19 novembre 2019.
Un altro anno, Ciliberto è sfiduciato. “Chissà che per me o per qualche altro testimone non arrivi prima la vendetta della criminalità – considera – Tanto per lo Stato siamo solo matricole, ci hanno abbandonato rendendoci bersagli a vita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 27th, 2018 Riccardo Fucile
CAPACE SOLO DI PERSEGUITARE I POVERI, IL MINISTRO DELLA NUTELLA NON SA GESTIRE UNA PARTITA DI CALCIO… IL MORTO ERA UN ESPONENTE PREGIUDICATO ULTRA’ NEONAZISTA
E’ morto per le ferite riportate un tifoso di 35 anni, investito ieri sera prima della partita Inter-Napoli a San Siro.
Un episodio che aveva già un grave bilancio, con quattro tifosi napoletani accoltellati durante gli scontri.
L’uomo si chiamava Daniele Belardinelli, era un ultrà di Varese con già un Daspo alle spalle e – stando alle prime informazioni – faceva parte del ‘commando’ di un centinaio di tifosi interisti che hanno teso un agguato ai napoletani prima dell’arrivo allo stadio. Il questore Marcello Cardona, parlando di “azione squadrista” ha detto che chiederà di vietare “le trasferte dell’Inter fino alla fine del campionato e la chiusura della curva dell’Inter fino a marzo 2019, per 5 partite.
Ma quando è successo l’agguato e quando a San Siro avrebbe dovuto sospendere la partita, come mai non ha fatto valere la legalità ?
La dinamica.
In queste ore si sta ricostruendo quanto accaduto in via Sant’Elena, una traversa di via Novara, a un paio di chilometri dallo stadio.
Secondo le prime ricostruzioni una carovana di una decina di minivan con a bordo tifosi del Napoli stava arrivando a San Siro e una volante che li aveva notati all’uscita della tangenziale aveva iniziato a seguirli.
Arrivati in via Sant’Elena, sono stati circondati da un centinaio di persone – ultrà interisti, di Varese e di Nizza, squadre gemellate con i nerazzurri – che si erano nascosti per tendere un agguato e che hanno iniziato a colpire i mezzi con spranghe e bastoni. I napoletani, a quel punto, sarebbero scesi dai mezzi, scontrandosi con gli avversari, tra bastoni e fumogeni.
Gli scontri hanno provocato quattro persone accoltellate: tutti tifosi napoletani, uno di loro è in condizioni serie.
Mentre arrivavano i rinforzi della polizia, tutti i tifosi hanno cercato di scappare lasciando a terra le armi – è stata trovata anche una roncola, oltre a bastoni e spranghe – e sarebbe stato allora che due tifosi sono stati investiti, anche se dalle immagini di sorveglianza sembra che a travolgere Belardinelli sia stato un suv scuro che arrivava sulla corsia opposta e che potrebbe non essersi accorto di quanto è avvenuto.
“I primi ad attirare l’attenzione sul 35enne sono stati i tifosi del Napoli, poi quelli dell’Inter lo hanno portato in macchina in ospedale”, ha spiegato il questore. Il 35enne è stato portato subito all’ospedale San Carlo e operato, ma questa mattina è morto.
La vittima. Daniele Belardinelli, classe 1983 di Varese, è un tifoso del Varese. Nel 2012 aveva già ricevuto un Daspo di cinque anni per gli scontri durante la partita Como-Inter. Apparterebbe al gruppo neonazista Blood and Honour.
Sala contro i cori razzisti dentro lo stadio.
Ma la giornata calcistica milanese è da dimenticare non solo per ciò che è accaduto fuori dallo stadio. Anche dentro San Siro, infatti, durante la partita si sono registrati dagli spalti nerazzurri cori razzisti e ululati contro Kalidou Koulibaly, giocatore senegalese del Napoli. E per questo il sindaco di Milano Beppe Sala ha deciso di prendere posizione, chiedendo scusa al giocatore e dicendo: “La prossima volta ai primi buù farò un piccolo gesto, mi alzerò e me ne andrò”. Sala ha anche detto che gli piacerebbe che a Empoli la fascia da capitano la portasse Asamoa.
(da agenzie)
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