Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
AFD SOTTO INCHIESTA, INDAGINI DELLE AUTORITA’ PER IL SUO POSSIBILE SCIOGLIMENTO
Il suo addio aveva stupito tutto il partito e il resto della politica tedesca perchè avvenuto proprio in concomitanza con la sua storica elezione al Bundestag, nel 2017. Ma dopo l’annuncio dell’avvio di indagini da parte dell’Ufficio per la difesa della Costituzione sull’operato di Alternative fà¼r Deutschland (Afd) per verificare se esistano le basi per l’avvio di una procedura di incostituzionalità , Frauke Petry, ex leader della formazione di estrema destra tedesca e fondatrice di Die Blaue Partei, racconta a Ilfattoquotidiano.it di vedere confermati i propri timori: il partito “liberale e conservatore” che aveva sognato si è trasformato in un movimento “nazionalista e autoritario”.
E’ sorpresa per le indagini dell’Ufficio per la Difesa della Costituzione sull’operato di Afd?
“Sorpresa? Niente affatto. Anzi, penso che queste indagini siano state avviate in ritardo. Fino al 2017 ho guidato Alternative fà¼r Deutschland e dal 2016 fino al mio addio, a settembre, ho potuto vivere in prima persona il processo di radicalizzazione all’interno del partito. Mi chiedevo: ‘Se lo vedo io, come possono non accorgersene le autorità ?’”
Lei ha lasciato il partito in un momento estremamente positivo. Tra l’altro, era appena stata eletta al Bundestag. Cosa l’ha portata al passo indietro?
“Voglio fare una premessa: non credo, come molti hanno scritto, di aver lasciato il partito nel suo momento migliore. Voglio ricordare che nel 2016, nella prima parte del mio mandato, eravamo tra il 17 e il 20% di consensi. Nel 2017 abbiamo preso ‘solo’ il 13,6%. In quel momento, mentre tutti festeggiavano, io ho visto la decadenza del partito. Non avevamo vinto, stavamo perdendo terreno. E le cause vanno ricercate, a mio parere, in ciò che è stato deciso nel Congresso del 2017: lì, la maggioranza di Afd decise che non voleva diventare la nuova destra tedesca, un partito liberale e conservatore, ma prevalsero le istanze di protesta, l’estremismo e le aspirazioni distruttive più che costruttive. A quel punto capii che non c’era più spazio per me nel partito”.
Le indagini dei servizi si stanno concentrando soprattutto su Junge Alternative, l’organizzazione giovanile, e su Bjà¶rn Hà¶cke, esponente dell’ala più estremista. Lei tentò di estrometterlo quando definì il Memoriale sull’Olocausto “un monumento della vergogna”. Aveva visto il pericolo di una svolta verso l’estremismo di destra?
“L’ala più radicale del partito, Der Flà¼gel (L’Ala, ndr), è stata fondata nel 2015 proprio da personaggi come Bjà¶rn Hà¶cke con l’intento di imprimere una svolta nazionalista ed estremista. Quella che inizialmente era una minoranza ha guadagnato terreno piano piano, fino a rappresentare la maggioranza dei membri nel 2017. Questo gruppo è appoggiato da personaggi importanti come il leader di Afd nel Bundestag, Alexander Gauland, oltre che da politici che prima avevano una visione più moderata e che sono stati anche miei collaboratori, come Alice Weidel e Beatrix von Storch (quest’ultima nipote del ministro delle Finanze di Hitler più volte finita sotto accusa per esternazioni razziste, ndr). Questo perchè nel partito si è instaurata una corsa alla scalata, alla popolarità , al potere. La maggioranza ha inseguito il successo politico a spese dei principi che ci avevano unito e lo hanno fatto pensando che appoggiare Hà¶cke fosse la strada vincente. Il partito oggi è questo: se si cancella Der Flà¼gel, si cancella il partito”.
Con lei la linea da seguire era: mai fare alleanze o avvicinarsi agli estremisti. Nel 2018, a Chemnitz abbiamo visto sfilare i leader di Afd al fianco dei vertici di Pegida. In quell’occasione, Lutz Bachmann, leader storico del movimento anti-Islam, disse: “Ecco la vera natura dell’Afd”. È d’accordo?
“Sì, l’Afd di oggi è proprio questo, ha ragione Bachmann, un partito che strizza l’occhio all’estremismo di destra. Basta vedere come è organizzato oggi: Der Flà¼gel ha imposto alla formazione una struttura totalitaria e verticistica che fa capo a Hà¶cke, Gauland e pochi altri. Ma queste strutture sono quasi impenetrabili, invisibili, ben nascoste. È difficile che un esterno possa accorgersi di questa organizzazione di tipo autoritario”.
Vista la sua conoscenza del partito, crede che un suo scioglimento per incostituzionalità sia possibile e giustificato?
“Non lo so, sinceramente. Le indagini sono appena state avviate, non sono ancora saltate fuori delle prove che facciano pensare a uno scioglimento. Ci vorranno anni per vedere i risultati del lavoro investigativo. So solo due cose. La prima, che in Germania esistono movimenti ancora più estremisti di Alternative fà¼r Deutschland che non sono stati sciogliti, ad esempio la Npd (Partito Nazionaldemocratico di Germania, ndr). La seconda, è difficile che l’Ufficio per la Difesa della Costituzione trovi prove così schiaccianti da giustificare la messa al bando di un partito che ha il 14-15% dei consensi. Non si tratta di cancellare un partitino, ma una delle principali forze politiche del Paese”.
Vede delle somiglianze con altre formazioni sovraniste europee? Ad esempio con la Lega di Salvini in Italia.
“Credo sia difficile fare dei paralleli con Afd e altre formazioni europee. Tralasciando il fatto che il sistema politico tedesco è decisamente diverso da quello italiano, noto una differenza sostanziale tra Alternative fà¼r Deutschland e partiti come Lega, Front National, Fpà¶ o Diritto e Giustizia: la formazione tedesca è l’unica che non cerca e non vuole alleanze. Quando sono diventata leader del partito, nessuno all’interno si era mai occupato di intessere rapporti con altre formazioni tedesche o europee. Lo abbiamo fatto io e mio marito, Markus Pretzell. Da quando sono uscita, la tendenza isolazionista è tornata. A differenza di Salvini, che sta cercando di fare alleanze con diversi movimenti, Afd è isolata in campo europeo. Ad esempio, non ci sono contatti personali fra i leader di Afd e Salvini. Inoltre, la Lega governa in Italia in coalizione con il Movimento 5 Stelle, Fpà¶ fa lo stesso in Austria, mentre Afd rifiuta qualsiasi coalizione anche interna alla Germania. È un partito di protesta e di rottura. Non vuole il potere nelle proprie mani, se non con una maggioranza assoluta in Parlamento”.
Adesso lei ha fondato un nuovo partito, Die Blaue Partei (#TeamPetry). Cosa ha portato via dalla sua Afd e cosa invece ha deciso di abbandonare?
“Ho lasciato una retorica fatta di richiami alla Seconda Guerra Mondiale, che vorrei ricordare è finita 70 anni fa, ho lasciato una politica economica non più liberale ma di sinistra, che difende il salario minimo (con il 40% di contributi sociali), un principio ancora giovane in Germania e che noi non condividiamo. Ho lasciato un partito patriottico non nel senso della ricerca di una convivenza culturale anche europea, come facciamo noi, ma basato sulle distinzioni di tipo etnico e razziale. Ho invece preso il pensiero conservatore e liberale che caratterizzava il partito durante il mio mandato, fondato su alcuni pilastri fondamentali: famiglia, sicurezza garantita dallo Stato, controllo dei confini, uno Stato responsabile dell’educazione e dello sviluppo infrastrutturale ma mai interventista in campo economico, il sostegno alle piccole e medie imprese”.
E dell’Europa che visione avete?
“Vogliamo un’Europa più tollerante riguardo all’autonomia dello Stato e alle decisioni interne. Crediamo nella diversità culturale europea e ci piace che l’Ue sfrutti questa situazione. Accettiamo le differenze ma vogliamo sfruttare anche gli aspetti che ci tengono uniti, come la libertà di movimento o il mercato unico europeo. Siamo contro un sistema fiscale europeo e, in fondo, anche alla moneta unica che ha danneggiato alcuni Paesi europei, non solo l’Italia ma anche la Germania. Siamo favorevoli a una difesa comune e a una collaborazione europea nel controllo dei confini esterni. Non crediamo, però, nel principio di delega a prescindere nei confronti dell’Ue: è inutile chiedere a Bruxelles di occuparsi di certe tematiche se le strutture non funzionano. A quel punto, meglio che ogni Stato le gestisca autonomamente. Infine, vogliamo un’Unione più trasparente, che permetta ai cittadini di sapere chi si occupa di certe questioni e come lo fa. Vogliamo riformare la struttura e i poteri di Commissione e Parlamento europeo proprio per favorirne la trasparenza”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Europa | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
“E’ UN PAESE CHE VA INCONTRO ALLA MORTE, NON VEDO IL MOTIVO DI STARCI”… QUANDO SALVINI E DI MAIO FACEVANO IL TIFO PER LA BREXIT CHE AVREBBE DANNEGGIATO 600.000 ITALIANI RESIDENTI IN GRAN BRETAGNA E POI DICONO “PRIMA GLI ITALIANI”
Theresa May è in cerca di un piano B per scongiurare un’uscita del Regno Unito dall’Europa
senza accordo. Ma per molti dei circa seicentomila italiani residenti in Gran Bretagna anche la prospettiva di un’uscita concordato di Londra dal club dei Ventisette non offre molti motivi di sollievo: c’è la sensazione di essere in un limbo, preoccupati per il proprio futuro e abbandonati da un Paese che consideravano casa.
E in molti comincia a prendere corpo un’idea nuova, quella del “Brexodus”, ovvero lasciare il Paese che magari per decenni li ha ospitati e in cui sono integrati perfettamente.
«Siamo molto arrabbiati e dispiaciuti, anche perchè tutto questo è successo sopra le nostre teste. Non abbiamo potuto votare al referendum del 2016», dice Andrea Moro in Gran Bretagna da undici anni, docente di finanza all’università di Cranfield, nord di Londra.
In estate si trasferirà in Svezia con la famiglia, per evitare di trovarsi disoccupato a seguito dello stop dei finanziamenti europei alla sua università .
Università e sistema sanitario sono due dei settori che beneficiano più di tutti del rapporto del Regno Unito con la Ue non solo da un punto di vista finanziario ma anche come forza-lavoro.
L’effetto della Brexit sul sistema sanitario nazionale si sta già sentendo, dice Caterina Cattel, medico primario che sei anni fa ha lasciato Roma per lavorare all’ospedale di Nottingham, tant’è che molti infermieri europei e italiani se ne sono già andati.
In caso di “no deal”, poi, la possibile scarsità di farmaci renderà il lavoro più difficile. Per quanto speri che il governo decida di revocare Brexit, Cattel ha preso la sua decisione in caso di no deal: “Se questo è un paese che va incontro alla morte non vedo il motivo di starci”.
«Il Brexodus non è una bufala, ci sono già tanti italiani che se sono andati», dice Dimitri Scarlato, rappresentante di The Three Million, la più grande organizzazione che si batte per i diritti dei circa tre milioni di cittadini europei nel Regno Unito.
Deal o no deal, gli europei che intendono rimanere in Gran Bretagna dopo il 29 marzo dovranno provare il proprio stato di legalità richiedendo il “settled status” se sono già nel paese da cinque anni, o il “pre-settled status” se sono lì da meno.
E per quanto Londra continui a rassicurare che non ci saranno problemi, molti sono preoccupati. Preoccupati del fatto che il settled status non è un diritto acquisito in automatico, e che il pre-settled status non consente di rimanere nel paese indefinitamente ma solo per cinque anni.
«Il Settled Status è una domanda, non una registrazione, quindi non automatica», spiega Elena Remigi, autrice di due libri chiamati In Limbo che raccolgono le testimonianze degli europei e dei britannici impattati dalla Brexit.
Gli italiani che invece potranno rimanere nel paese senza condizioni, oltre a chi ha già la cittadinanza, sono quelli che arrivarono con permessi di soggiorno speciali nel dopoguerra per lavorare nelle fabbriche britanniche.
Senza condizioni, sì, ma non senza burocrazia. E molti di questi cittadini, perlopiù anziani, faticano a trovare i documenti relativi al loro arrivo che pensavano di non dover mai più mostrare, o semplicemente non si capacitano di doverlo fare.
«Tante di queste persone non capiscono perchè devono fare domanda, o non hanno nessuno che li aiuta», spiega Maria Philburn, che racconta di averci messo settimane per recuperare i documenti di arrivo della madre 91enne che arrivò da Caserta nel 1961.
E se il Regno Unito è stato la terra de sogni per gli italiani ben oltre gli anni Sessanta, chi il “Brexodus” l’ha già fatto pensa anche a quel sogno europeo che non potrà più vivere oltremanica.
«Per me trasferirmi da un paese all’altro all’interno dell’Unione Europea è sempre stato come trasferirmi per esempio da Milano a Torino. Considero l’Europa la mia unica e vera patria», dice Luciano Santoro, informatico italiano che ha appena lasciato Londra per Francoforte.
«Ricominciare a 40 anni non è affatto facile, ma mi rifiuto categoricamente di rinunciare ai miei diritti come cittadino europeo in Europa».
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
“QUESTI PAESI SONO INDIPENDENTI E SONO LIBERI DI FARE LE LORO SCELTE”… I DATI DEL VIMINALE SMENTISCONO DI MAIO: DA COSTA D’AVORIO E MALI ARRIVANO POCHI PROFUGHI, IL GRILLINO NON SA NEANCHE DI COSA PARLA
“Quando si denuncia il colonialismo francese si insultano i paesi africani perchè non si riconosce la loro indipendenza e la loro capacità nel difendere la sovranità “.
Pierre Jacquemot, ricercatore esperto di questioni africane all’Istituto delle relazioni internazionali e strategiche (Iris) di Parigi ed ex ambasciatore, bolla così le recenti dichiarazioni del ministro per lo Sviluppo Luigi Di Maio, che in queste ultime ore ha aperto una nuova crisi con la Francia.
Commentando i flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana, Di Maio ha puntato il dito contro i cugini d’oltralpe, colpevoli di continuare a sfruttare le ex colonie africane attraverso il franco CFA, la moneta creata nel 1945 e ad oggi adottata in 14 paesi dell’Africa occidentale e centrale.
Uno strumento di instabilità per il ministro, utilizzato da Parigi per sfruttare gli stati che fino agli inizi degli anni sessanta erano sotto il suo dominio coloniale.
Parole che hanno suscitato l’irritazione del ministero degli Esteri francese, che questo pomeriggio ha convocato d’urgenza l’ambasciatrice, Teresa Castaldo, definendo le dichiarazioni di Di Maio “ostili e senza motivo”.
Un discorso polemico”, secondo Jacquemot, che ricorda come “non tutti i paesi che hanno il franco CFA sono delle ex colonie francesi”.
Il franco CFA è attualmente utilizzato in due unioni monetarie: la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC) e l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa).
“Ci sono due banche centrali che sono totalmente africane e la Francia è presente nei rispettivi consigli di amministrazione” spiega il ricercatore.
Da anni al centro di forti polemiche, questa moneta è considerata da molti osservatori come un retaggio dell’epoca coloniale francese e un freno allo sviluppo dei paesi che la utilizzano.
Ma per Jacquemot, la moneta è prima di tutto sinonimo di “stabilità ” visto che nei paesi dove viene utilizzata il tasso di inflazione resta basso.
Un dibattito inutile quindi, soprattutto perchè ormai “la Francia non ha più la sua moneta ed oggi il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro”.
“Ci sono molte false idee sulla ‘zona franco’ — continua Jacquemot – e mi sembra importante insistere sul fatto che questi paesi sono indipendenti e sono liberi di fare le loro scelte economiche e politiche”.
Tuttavia, Parigi mantiene dei legami molto stretti con il franco CFA: gli stati africani devono versare ogni anno al ministero delle Finanze francese il 50% delle loro riserve di cambio, per ricevere in seguito gli interessi da parte della Banca di Francia.
Una sorta di “conto in banca” per Jacquemot, che rappresenta un “vantaggio” visto che in questo modo “i paesi membri possono ottenere la valuta necessaria per garantire le importazioni di beni di prima necessità “.
Ma “i paesi possono scegliere di abbandonare il franco CFA” quando vogliono, sottolinea lo specialista, ricordando l’esempio della Mauritania e del Madagascar.
Una scelta, però, che rischia di portare a “un’importante inflazione” che farebbe aumentare il prezzo delle importazioni di prima necessità , come ad esempio quelle di generi alimentari
Del resto, anche il presidente Emmanuel Macron in occasione della sua ultima visita in Africa a fine novembre ha ribadito la piena libertà dei paesi africani nel decidere se continuare o meno ad adottare la valuta.
“L’uscita può avvenire progressivamente” spiega poi Jacquemot, ricordando però che “c’è un’altra opzione che potrebbe essere più interessante e consisterebbe nel creare una zona monetaria totalmente africana su base regionale”.
In ogni caso, “è un scelta che devono prendere gli africani e non la Francia”. “Ormai — continua Jacquemot — la Francia con le sue ex colonie non ha più quella relazione privilegiata che poteva esserci trenta o quaranta anni fa”.
Le uniche “vestigia” di un colonialismo ormai passato vengono testimoniate dalla lingua francese ancora parlata nelle ex colonie.
Del resto, a confermare il fatto che il franco CFA non è la causa principale dei flussi migratori ci sono anche i dati forniti dal Ministero degli Interni italiano sul suo sito. Le prime cinque nazioni tra il 1997 e il 2017 per numero di richiedenti asilo sono state Nigeria, Pakistan, Ex Jugoslavia, Iraq e Bangladesh. Paesi che non dispongono del franco CFA come moneta corrente.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
TERESA CASTALDO CHIAMATA AL QUAY D’ORSEY: “DICHIARAZIONI OSTILI SENZA MOTIVO”
L’ambasciatrice italiana in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata dal ministero degli
Esteri d’Oltralpe. Il motivo? Le parole di Luigi Di Maio sulla “moneta coloniale”. Nel corso di una delle tappe del tour elettorale, ad Avezzano, il ministro dello Sviluppo economico, aveva detto: “Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Macron prima ci fa la morale e poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta i paesi africani”.
In una nota del ministro degli Esteri francese si legge che l’ambasciatrice è stata convocata “in seguito alle frasi ostili e senza motivo visto il partenariato della Francia e l’Italia in seno all’Unione europea. Vanno lette in un cotesto di politica interna italiana”.
È una polemica antica quella sulla presunta tassa “coloniale” fatta pagare dalla Francia ai paesi africani. L’espressione utilizzata da Luigi Di Maio ha cominciato a girare sui social dal 2014 con le tesi di Mawuna Koutonin, autore di diversi articoli poi ripresi anche in un popolare video diffuso nel 2016 dal canale VoxAfrica.
Sul tema c’è una certa confusione che deriva dal sistema del franco Cfa (Franc de la Comunautè franà§ais d’Afrique) creato da De Gaulle nel dopoguerra per quattordici paesi africani a cui si aggiunge il franco delle isole Comore.
Si tratta di una moneta che la Francia ha messo a disposizione di alcune nazioni emergenti per garantire una stabilità finanziaria e la gratuità dei trasferimenti finanziari all’interno del sistema di un unico sistema cambio.
Non è dunque una “tassa coloniale” ma una moneta
La polemica sorge dal fatto che in cambio della parità fissa (prima con il franco e ora con l’euro: un Fca vale circa 0,0015 euro) la Francia chiede un deposito pari al 50% delle riserve di cambio di queste nazioni presso la sua Banca centrale. Queste somme depositate a Parigi (stimate a circa 10 miliardi di euro) non vengono utilizzate dalla Banque de France, ma secondo i detrattori del sistema Fca sarebbe meglio investire questo denaro nello sviluppo dei paesi africani.
Se è vero che non tutti i dirigenti africani sono ormai convinti della bontà del Fca è bene precisare che si tratta di un sistema su base volontaria.
Se si guardano poi i dati delle provenienze dei migranti sbarcati — compresi quindi anche i richiedenti asilo — nel corso del 2018 si scopre che la maggior parte proviene da nazioni dove non viene utilizzato il Franco CFA.
Il che significa che il Franco CFA non è il problema principale, perchè chi emigra lo fa anche da altri paesi africani, alcuni, come ad esempio Eritrea e Etiopia (ma anche Libia) sono ex colonie italiane.
Inoltre i nostri prodi sostenitori dell’emancipazione dei popoli africani “dimenticano” di menzionare che proprio Macron durante un vertice in Mali disse che «Se non si è felici nella zona franco, la si lascia e si crea la propria moneta come hanno fatto la Mauritania e il Madagascar».
Lasciare il Franco CFA è quindi possibile ma bisogna volerlo, e c’è chi, come il presidente del Gabon Casimir Oye Mba (già direttore della Bank of the Central African States) ritiene che i paesi africani abbiano maggiori vantaggi a stare all’interno della zona franco che fuori.
Inutile poi ricordare che un’eventuale fine del Franco CFA non comporterebbe l’uscita delle aziende francesi che operano nelle ex colonie, così come aziende italiane (come ENI) non hanno alcuna difficoltà ad operare in Africa in mancanza di una moneta “italiana”.
Forse prima o poi anche l’esperto di diritti umani Di Battista si accorgerà che semplificare e banalizzare la questione migratoria è solo un altro modo per dire “aiutiamoli a casa loro”, nell’accezione usata dalla Lega Nord che la usava come scusa per giustificare la xenofobia nei confronti di negri, terroni e immigrati vari.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
DOPO L’ESITO DISASTROSO DELLE ELEZIONI A CAGLIARI, UN’ALTRA FIGURA DI MERDA DELL’ESIBIZIONISTA… LA GENTE SI STA ROMPENDO I COGLIONI: SOLO LA MAGISTRATURA DORME
Dopo i vigili del fuoco anche i barracelli sardi bacchettano il ministro dell’Interno per l’uso improprio della loro divisa.
Lo scorso 16 gennaio il leader della Lega è stato in Sardegna per dare manforte alla campagna elettorale delle suppletive finite tragicamente per il centrodestra (solo terzi con un calo del 4%) e per la vicina scadenza delle elezioni regionali.
Le foto lo immortalano ad Alghero, in provincia di Sassari, con l’ennesima divisa, quella della compagnia dei barracelli.
La giacca del corpo tipico della Regione autonoma era stata regalata a Salvini da Michele Pais, rappresentante del sindacato autonomo dei barracelli e candidato leghista al Consiglio regionale.
Secondo La Nuova Sardegna Pais, nel consegnare la divisa a Salvini ha detto: “Matteo, questa è la divisa del più longevo corpo di polizia d’Italia, e la tua personalizzata non poteva che avere i gradi da comandante”.
L’iniziativa del candidato però non è piaciuta al comando dei barracelli, che ieri ha preso le distanze da Pais.
Riccardo Paddeu, comandante della compagnia barracellare di Alghero, ha infatti scritto a Mario Bruno, sindaco della città dal quale la compagnia locale dipende. “Gentile signor sindaco, ho avuto modo di apprendere dagli organi di stampa che al ministro dell’Interno Salvini è stato consegnato un giubbotto dei barracelli – scrive Paddeu – Mi preme fin da subito chiarire, giusto per evitare equivoci di qualsiasi tipo, che nessun capo di vestiario è stato consegnato dalla compagnia barracellare di Alghero”.
Secondo la Nuova non è chiaro se Paddeu abbia dovuto puntualizzare in seguito a una specifica richiesta di chiarimenti o abbia agito per motivazioni personali.
Paddeu chiarisce al sindaco Bruco che ha “notizia che il giubbotto sia stato regalato dai rappresentanti del Sab” e che per sua parte si tratta di “un gesto dal quale mi dissocio fermamente. Mi premeva farle presente quanto sopra perchè il sottoscritto e gli altri colleghi non utilizzano la divisa e il ruolo istituzionale per fare politica”.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
STRAGE DI LEGHISTI ALLA SAGRA: TUTTI AL CESSO… LE ONG, SOROS E I BUONISTI AVRANNO UN ALIBI? SALVINI MANDERA’ LA SCIENTIFICA O IL REPARTO MOBILE ANTI-DISSENTERIA?
Una serata tra leghisti si conclude in bagno (letteralmente). 
Come racconta su Ilgazzettino.it Mauro Favaro: “venerdì c’è stata la cena di sezione organizzata dal Carroccio di Zero Branco nello stand della Festa del radicchio. Oltre ai militanti locali, ai tavoli si sono seduti anche esponenti della Lega con incarichi a livello provinciale e regionale, tra cui l’assessore Roberto Marcato, il Presidente della provincia di Treviso Stefano Marcon, i consiglieri regionali Silvia Rizzotto, Nazzareno Gerolimetto e Riccardo Barbisan e gli ex deputati Luciano Dussin e Gianpaolo Dozzo.
In tutto sessanta persone. Doveva essere un momento di festa. E così è stato.
Almeno fino al giorno seguente, quando una cinquantina tra quelli che avevano partecipato alla cena hanno avuto grossi problemi intestinali e sono stati costretti a passare il sabato senza mai perdere di vista il bagno.
Un caso? Tra le altre centinaia di persone che venerdì hanno cenato sotto il capannone con risotto salsiccia radicchio e spezzatino, nessuna ha segnalato problemi simili.
Così tra i militanti e i simpatizzanti della Lega si è fatta largo l’ipotesi che qualcuno possa aver versato dei lassativi nei loro piatti.
Un’idea, va detto subito, che la Pro Loco di Zero Branco, gruppo che organizza la manifestazione, respinge nel modo più netto e categorico”.
(da Globalist)
argomento: Costume | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
“AIUTARE I NAUFRAGHI E’ LEGGE SUPREMA DELL’UMANITA'”
“Chi sbaglia deve pagare e si devono eseguire le sentenze”. Lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico, rispondendo alla domanda di un giornalista, a margine di una visita al parco di Capodimonte, a Napoli, che gli ha chiesto di commentare la dichiarazione di Alessandro Di Battista.
Secondo l’esponente del M5s la Lega deve restituire i 49 milioni: “Vanno restituiti perchè sono soldi della collettività “, aveva detto nel corso della trasmissione Che Tempo Che Fa.
Un riferimento poi all’attacco contro Roberto Saviano fatto da alcuni sostenitori di Salvini ad Afragola: “Sono state dette frasi intollerabili” da persone che sono in un momento di foga e che si esprimono in modo sbagliato”.
Il presidente della Camera non risparmia un commento sul baciamano fatto al ministro dell’Interno da uno dei simpatizzanti che lo acclamavano ad Afragola: Una brutta immagine che le persone non devono dare e a cui nessun politico, a partire da me stesso, deve mai strizzare l’occhio”.
Sull’ultima tragedia avvenuta nel Mediterraneo dice: “Per me il giorno dei 117 morti, con bambini di 3 mesi, è un giorno di lutto per il nostro stato”.
E chiama in causa l’Unione europea: “Ogni volta che muore una persona nel mediterraneo ci dobbiamo sentire tutti coinvolti. Se siamo nell’Unione europea, la responsabilità deve essere per forza comune”.
All’Ue il presidente della Camera chiede: “Un nuovo progetto per il Mediterraneo. Va bene anche un piano di investimenti, che sia chiaro e trasparente, per l’Africa. Ma, nel frattempo, dobbiamo comprendere che ci sono persone in difficoltà che vanno salvate. L’Europa o decide di fare una politica estera comune, una politica nel mediterraneo comune, oppure è destinata a fallire”.
“L’accoglienza è un valore sempre. È scritto nella nostra Costituzione. La legge suprema dell’umanità ti chiede di aiutare le persone in sofferenza o in naufragio: una regola che va oltre le norme scritte, i governi, i Parlamenti”.
(da agenzie)
argomento: Razzismo | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO SU FB: “NON CI SCORAGGIAMO”
Ha riaperto con una festa di popolo la pizzeria Sorbillo in via Tribunali dopo la bomba fatta
esplodere la scorsa settimana.
E per festeggiare sono state offerte pizze gratis a quanti si erano dati qui appuntamento e ai turisti di passaggio che non hanno rinunciato a un trancio.
Decine e decine sono le pizze marinare che sono state sfornate e offerte in strada.
“Noi non ci scoraggiamo – ha detto Gino Sorbillo – e oggi festeggiamo con una semplice marinara per i napoletani che tanto amo, che amano fare rete, che amano la normalità e la legalità , che amano le proprie strade in cui si sentono sicuri fatta eccezione per qualche episodio”.
“I napoletani – ha aggiunto – non hanno difficoltà a denunciare perchè solo attraverso la denuncia Napoli si può risollevare e attraverso la bonifica dei vicoletti con luci e telecamere, perchè non devono esistere strade di serie A e B. La rete, denuncia e legalità faranno risollevare Napoli”.
(da agenzie)
argomento: Napoli | Commenta »
Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE PREVEDE UNA CRESCITA DI APPENA LO 0,6% NEL 2019… IL DELIRIO DI SALVINI: “SONO LORO UNA MINACCIA”, CHIAMATE IL 118 E FATEGLI UN TSO
In perfetta sintonia con quella Banca d’Italia che secondo Luigi Di Maio “sbaglia sempre”, anche il Fondo monetario internazionale taglia le stime di crescita dell’Italia allo 0,6 per cento per l’anno in corso.
Una revisione di quattro decimali rispetto a tre mesi fa e un numero che potrebbe anche peggiorare, se lo spread dovesse rimanere alto. Il “boom economico”, per ora, sembra inghiottito da un orizzonte dove si stanno addensando molte nubi scure.
Oltretutto, la zavorra non viene dall’estero; la zavorra siamo noi.
Ed è la nuova capoeconomista del Fondo, Gita Gopinath, a dirlo a chiare lettere, nella conferenza stampa di presentazione dell’aggiornamento delle stime sull’economia globale: “Il costoso intreccio tra rischi sovrani e rischi finanziari in Italia rimane una minaccia”.
Mentre a ottobre era stato il braccio di ferro commerciale tra Stati Uniti e Cina a imbrigliare l’economia globale, da allora l’ulteriore freno al Pil è “in parte” imputabile alla Germania e all’Italia, si legge nel documento.
Nel caso del nostro Paese “le preoccupazioni sui rischi sovrani e finanziari” – tradotto, lo spread alle stelle dei mesi scorsi – “ha schiacciato la domanda interna”.
Argomentazioni che scatenano immediata la risposta del vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini: “Piuttosto è il Fmi che è una minaccia per l’economia mondiale”
Stando alle previsioni del Fondo, il Pil globale rallenta quest’anno di due decimali al 3,5 per cento, l’area euro dello 0,3 per cento a quota 1,6. La recessione, ha sottolineato il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, “non è ancora dietro l’angolo”, ma i rischi di “un calo repentino” della crescita globale sono aumentati.
Nell’aggiornamento presentato al Forum economico mondiale di Davos del tradizionale ‘outlook’ autunnale, il Fmi rileva inoltre che lo spread italiano è sceso rispetto al periodo più nero dello scontro sulla manovra, ma “che resta alto”.
E aggiunge che “un prolungato periodo di differenziale alto potrebbe mettere sotto pressione le banche italiane, pesare sull’economia e peggiorare la dinamica del debito”.
Pesante anche la revisione per la Germania, che secondo gli economisti di Washington crescerà solo dell’1,3% ne 2019, dunque sei decimali in meno rispetto alle stime d’autunno.
Interessante anche la Francia, meno colpita dalla correzione delle stime (1,5 per cento invece di 1,6) ma dove si può già riconoscere un riflesso negativo “delle proteste di piazza”, insomma un effetto-gilet-jaune.
L’Italia è afflitta invece “dalla debolezza della domanda interna, dagli oneri più alti sul credito dovuti alle pressione ancora alte sui rendimenti dei titoli governativi”, mentre la Germania ha sofferto sia per i consumi e gli investimenti al palo sia per la nota revisione di alcune norme per le emissioni delle auto che hanno messo il freno all’industria trainante.
(da agenzie)
argomento: economia | Commenta »