Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
DOPO SOROS E LE ONG, ORA TOCCA A MACRON E AL FRANCO AFRICANO… PECCATO CHE LE COSE RACCONTATE SIANO UNA BALLA
Forse gli elettori del governo Conte-Di Maio-Salvini ancora non si sono accorti che per i
migranti la pacchia non è finita come invece va dicendo il ministro dell’Interno dal giorno del suo arrivo al Viminale.
Ma non c’è dubbio che dalle parti dell’esecutivo gialloverde, nonostante i tentativi di ostentare sicurezza e tranquillità facendosi selfie con pasta all’uovo fatta in casa, ci sia un certo nervosismo dopo i due naufragi che hanno causato 170 morti.
Non potendo più dare colpa alle ONG e non potendo accusare i partner libici di non essere intervenuti per tempo come invece avrebbero dovuto fare ecco che Lega e MoVimento 5 Stelle riscoprono il sovranismo africano.
«Il posto dei migranti è in Africa, non in fondo al mare», spiegava Luigi Di Maio qualche giorno fa riprendendo un vecchio slogan già utilizzato da Grillo che anni fa sul Blog scriveva che in Europa tutta l’Africa non ci sta.
La colpa non è più dei taxi del mare — altra spregevole iniziativa propagandistica del M5S volta a screditare l’operato delle ONG — ma dei poteri forti.
Questa volta tocca alla Francia, potenza post-coloniale con molteplici interessi in Africa.
In nome del principio di autodeterminazione dei popoli si vorrebbe così negare il diritto degli individui a cercare una condizione di vita migliore altrove, perchè l’importante non è certo affrancare i paesi africani dalla schiavitù imposta dai paesi occidentali ma semplicemente mettere un “tappo” per bloccare le partenze.
Finchè quel tappo è costituito dai centri di detenzione in Libia in pochi nel governo hanno avuto qualche rimostranza da fare. Ma anche la Libia ha detto chiaramente che non vuole essere il campo profughi dell’Europa e quindi il problema viene scaricato più a Sud.
Ma la diga libica non tiene. Il paese con il quale il governo Conte ha stipulato patti e accordi (in diretta continuità con le politiche del governo precedente) non è in grado di trattenere i migranti che tentano la via del mare per entrare in Europa.
E in Europa il governo ha coraggiosamente deciso di schierarsi a fianco dei paesi del gruppo di Visegrad, quelli che alzano muri, reticolati e si rifiutano categoricamente di fare la loro parte per l’accoglienza dei migranti che sbarcano nel nostro Paese.
Nella narrativa sovranista la Francia è — assieme alla Germania — uno dei paesi che di fatto controllano l’UE (si veda ad esempio la recente critica contro la doppia sede del Parlamento europeo a Strasburgo).
Insomma: è un nemico, e questo governo ha più che mai di nemici “esterni” per compattare il consenso dei patridioti.
Il M5S evidentemente ha letto il libro «L’arma invisibile della Franà§afrique: storia del franco CFA» pubblicato dalla giornalista francese Fanny Pigeaud e dall’economista senegalese Ndongo Samba Sylla.
Il Franco CFA (acronimo di Comunità Finanziaria Africana) è la moneta utilizzata in 14 stati africani, per la maggior parte ex colonie francesi, quali Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad.
Ci sono due distinte “regioni” del Franco CFA e in entrambe non è una “moneta francese” ma una valuta agganciata ad un rapporto di cambio fisso con l’Euro (il che non è necessariamente un male).
Essendo un sistema a cambio fisso la Francia è garante di quel tasso e per questo le banche centrali africane (ebbene sì, esistono) hanno depositato del denaro presso quella francese che viene utilizzato per compensare eventuali fluttuazioni del cambio. Per Di Battista — che evidentemente di economia ne capisce meno di quanto ne capisca di geopolitica — questa “imposizione” è un furto.
Secondo Di Maio «Se oggi la gente parte dall’Africa è perchè alcuni paesi europei con in testa la Francia non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani» mentre per Alessandro Di Battista il Franco CFA è una “manetta” che impedisce ai paesi che lo utilizzano di raggiungere la piena sovranità monetaria.
Insomma è un po’ come i pentastellati descrivevano l’euro all’epoca in cui volevano un referendum per far uscire l’Italia dalla moneta unica europea per poter fare un po’ più di debito pubblico.
Pare infatti che alla fine il leader africano Matteoh Samba Sillay Salvainy ha dichiarato che resterà nel franco CFA per cambiarlo da dentro, ma pare che il suo esperto di temi economici e Claudio Borgaugaudau non abbia preso bene questo dietrofront. Senza il Franco CFA quei quattordici stati africani sarebbero paesi ricchissimi, o quanto meno sufficientemente ricchi da tenersi in casa tutti gli africani che non vogliamo in Europa.
Ecco quindi l’idea geniale del M5S: insegnare agli elettori che ora non devono più prendersela con i buonisti delle ONG e con Soros ma con i neocolonialisti francesi.
Le menzogne di Di Battista — quello con un master in diritti umani e un passato da cooperante — vengono presto allo scoperto.
Se si guardano infatti i dati delle provenienze dei migranti sbarcati — compresi quindi anche i richiedenti asilo — nel corso del 2018 si scopre che la maggior parte proviene da nazioni dove non viene utilizzato il Franco CFA.
Lo stesso dato emerge anche se si osservano i dati sulle nazionalità dichiarate dai migranti sbarcati nel corso del 2017.
Certo, ci sono anche persone che provengono, ad esempio dalla Costa d’Avorio, ma non sono la componente preponderante dei flussi migratori verso l’Italia. Il che significa che il Franco CFA non è il problema principale, perchè chi emigra lo fa anche da altri paesi africani, alcuni, come ad esempio Eritrea e Etiopia (ma anche Libia) sono ex colonie italiane.
Inoltre i nostri prodi sostenitori dell’emancipazione dei popoli africani “dimenticano” di menzionare che proprio Macron durante un vertice in Mali disse che «Se non si è felici nella zona franco, la si lascia e si crea la propria moneta come hanno fatto la Mauritania e il Madagascar».
Lasciare il Franco CFA è quindi possibile ma bisogna volerlo, e c’è chi, come il presidente del Gabon Casimir Oye Mba (già direttore della Bank of the Central African States) ritiene che i paesi africani abbiano maggiori vantaggi a stare all’interno della zona franco che fuori.
Inutile poi ricordare che un’eventuale fine del Franco CFA non comporterebbe l’uscita delle aziende francesi che operano nelle ex colonie, così come aziende italiane (come ENI) non hanno alcuna difficoltà ad operare in Africa in mancanza di una moneta “italiana”.
Forse prima o poi anche l’esperto di diritti umani Di Battista si accorgerà che semplificare e banalizzare la questione migratoria è solo un altro modo per dire “aiutiamoli a casa loro”, nell’accezione usata dalla Lega Nord che la usava come scusa per giustificare la xenofobia nei confronti di negri, terroni e immigrati vari.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
DIBBA DIMENTICA DI DIRE CHE TONINELLI NON HA ANNUILLATO HGLI AUMENTI DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, LIHA SOLO RINVIATI DI SEI MESI… E CHE SONO SCATTATI SU 660 KM DI STRADE A PAGAMENTO, ALTRO CHE LE BALLE DEL MINISTRO
Alessandro Di Battista a Che tempo che fa con Fabio Fazio ha difeso a spada tratta il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli dagli attacchi ricevuti in questi mesi sostenendo che sì, ha fatto delle gaffe, ma grazie a lui oggi il 90% degli automobilisti non paga gli aumenti al casello autostradale: «Ogni tanto facciamo qualche gaffe comunicativa, penso a Danilo massacrato per aver sbagliato una foto o una consecutio temporum, e poche settimane fa ha bloccato l’aumento dei pedaggi al 90% delle reti autostradali. Danilo è stato massacrato dal sistema mediatico e secondo me — non ho le prove — ci sta la mano dei Benetton dietro, ma questa è la mia opinione e me ne assumo le responsabilità . Deve andare avanti perchè è il miglior ministro che abbiamo insieme a Luigi Di Maio». §
Riguardo i pedaggi va segnalato che gli aumenti non sono annullati ma bensì rimandati di sei mesi fino al 30 giugno 2019, quando i concessionari potranno incrementare i prezzi e anche rivalersi degli incassi non arrivati da gennaio.
Di Battista però dimentica di segnalare che gli aumenti però interesseranno i restanti 660 chilometri di strade a pagamento.
Il conto più salato lo pagheranno gli utenti della Sitaf (Torino-Bardonecchia e traforo del Frejus) le cui tariffe da ieri sono salite del 6,71%. Aumento del 6,32% per la Aosta-Monte Bianco, ma pendolari e residenti dotati di Telepass verranno graziati. E ancora: +2,22% per la Torino-Savona, +2,06% per la tangenziale di Mestre, +1,86% per l’Autocisa, +1,82% per la tangenziale di Napoli, +0,71 per il tronco A10 Autofiori e +0,1% per la Piacenza-Brescia.
Aumenti significativi anche per la Brebemi e le tangenziali milanesi, rispettivamente del 4,19 e 2,2%, ma resteranno sospesi sino al 31 gennaio.
Riguardo la teoria del complotto che vuole i Benetton dietro ogni attività maligna dello scibile umano dai tempi del Serpente di Adamo ed Eva, invece, ha detto lo stesso Dibba che se ne assume le responsabilità .
Così come si assume la responsabilità di farci pensare che è tutto lì il dramma quando dice che Toninelli è il miglior ministro che abbiamo: figuriamoci gli altri, allora.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
ATTUALMENTE SU 2,5 MILIONI DI PERSONE CHE SI RIVOLGONO AI 500 CENTRI PER L’IMPIEGO SOLO L’1% TROVA LAVORO… E SOLO L’1,5% DELLE AZIENDE SI RIVOLGE AI CENTRI
Ogni anno oltre 2 milioni e mezzo di persone (disoccupati e inattivi disposti a lavorare) si
mettono pazientemente in fila nelle sedi degli oltre 500 Centri per l’impiego italiani.
Vanno a firmare la Did, la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, senza la quale non scatta l’indennità di disoccupazione e non si può accedere a riduzioni sui ticket, sconti sui bus, punti in più nella graduatoria delle case popolari.
Attualmente poco più dell’1% di quanti si rivolgono ai Centri, secondo l’Istat, riesce alla fine a trovare lavoro.
E se questa è la situazione di partenza, scrive oggi Repubblica in un articolo di Marco Ruffolo, cosa potrà accadere quando in primavera ciascuno dei circa 8 mila dipendenti dei servizi per l’impiego, invece di prendersi carico, come oggi, di 312 persone a testa, dovrà gestirne 620, da accompagnare per lo più fino al raggiungimento di un impiego
Diversamente che in Francia, Germania e in molti altri Paesi europei, da noi i Centri per l’impiego non dialogano tra loro per via di gelosie regionali, impedendo così l’incrocio tra offerta e domanda di lavoro, soprattutto tra Nord e Sud.
E non dialogano neppure con l’Inps, per cui l’istituto di previdenza, che è tenuto a distribuire il reddito di cittadinanza, potrebbe non venire a sapere che il beneficiario ha nel frattempo trovato lavoro o lo ha rifiutato per tre volte di seguito e non ha più diritto al sussidio.
Consapevoli dell’inefficienza dei Centri, le imprese, dal canto loro, hanno già da tempo rinunciato a comunicare loro i propri fabbisogni di personale.
Secondo Unioncamere, solo l’1,5% delle aziende (quasi tutte al Nord) si affida (e non esclusivamente) ai servizi per l’impiego.
A perfezionare il quadro delle inefficienze — che sul piano tecnico annoverano anche dotazioni informatiche scarse per metà dei Centri (il 72% al Sud) — interviene l’organico, che, secondo l’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, non è solo sottodimensionato ma qualitativamente inadeguato.
Mancano orientatori e psicologi (in testa con il 40% delle richieste di personale), ma anche consulenti aziendali, informatici, mediatori culturali. E ovviamente “amministrativi”.
Ma ad aprile sarà tutto pronto. Parola di Di Maio.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
CELESTE D’ARRANDO PIZZICATA DALLA AGENZIE DELLE ENTRATE DI TORINO: HA OMESSO DI INFORMARE DELLA SUA MUTATA SITUAZIONE REDDITUALE DAL 2016.. ORA LA CASA POPOLARE E’ A RISCHIO
In campagna elettorale aveva dichiarato di volersi battere per il diritto a una casa per tutti. Ma a quanto pare Celeste D’Arrando, ripescata da Luigi Di Maio che “sceglie solo i migliori” e poi eletta alla Camera dei Deputati dopo aver vinto il collegio uninominale di Collegno, è stata pizzicata dall’Agenzia della casa di Torino ad aver omesso negli anni 2016 e 2017 di informare una “mutata situazione reddituale”.
Una situazione non sanata nell’anno successivo e nemmeno nel 2018.
In una storia che somiglia tantissimo a quella di Paola Taverna e oggi rivelata da Lo Spiffero in un articolo a firma di Oscar Serra, si scopre che a rimetterci è stata la mamma dell’onorevole grillina, inquilina di un alloggio a Collegno, nel quale vive assieme alla figlia con cui costituisce un nucleo familiare.
La signora, nei giorni scorsi, si è vista recapitare a casa una diffida dell’ATC nella quale si annuncia l’incremento del canone di locazione da 155 a 180 euro e la richiesta degli arretrati per i due anni precedenti, che ammontano a oltre mille euro.
Celeste D’Arrando, che viene dallo stesso collegio di Laura Castelli di cui è amica, è assurta agli onori della cronaca in questi mesi per la lista degli scienziati dell’ISS con le loro preferenze politiche.
Era lei l’autrice degli appuntini che segnalavano le preferenze politiche e le collaborazioni giornalistiche di alcuni degli scienziati.
Eletta nel collegio uninominale di Collegno, in Piemonte, la D’Arrando ha un diploma all’Istituto tecnico e una qualifica come operatrice socio sanitaria.
Nessuna esperienza lavorativa in strutture mediche di eccellenza. Per tre anni, dal 2012 al 2015, è stata una badante.
La castigatrice degli scienziati si è occupata anche di formazione in call center. Tra il 2001 e il 2007 è stata commessa in un negozio di abbigliamento.
Lo Spiffero racconta che il regolamento dei canoni di locazione stabilisce che l’assegnatario è tenuto a comunicare tempestivamente all’ente gestore ogni variazione della propria situazione economica così da consentire l’adeguamento del canone di locazione.
Per il momento i rilievi fatti dall’Agenzia si riferiscono ai redditi del 2016 e del 2017 (emersi dalle dichiarazioni del 2017 e del 2018) e ancora non tengono conto di quelli dello scorso anno, anche se negli uffici di Atc è saltato all’occhio come in quasi un anno di mandato parlamentare, D’Arrando non abbia ancora comunicato un’ulteriore (presumibile) scatto reddituale.
‘ noto, infatti, che i deputati hanno un’indennità lorda superiore agli 11mila euro al mese, senza contare i vari rimborsi e al netto di eventuali restituzioni come sancito dal regolamento interno del Movimento 5 stelle.
Di tutto ciò, però, non v’è traccia nelle comunicazioni che la D’Arrando avrebbe dovuto fare all’Atc. E non è escluso che con un reddito tanto alto nei prossimi mesi la mamma della parlamentare rischi addirittura di perdere i requisiti per l’alloggio popolare.
Il presidente dell’Agenzia torinese Marcello Mazzù ha confermato l’esistenza di una pratica sull’onorevole grillina.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
SANITA’ E ISTRUZIONE DIVENTANO PRIVILEGI… RICCHI SEMPRE PIU’ RICCHI (AUMENTANO DELL’1,2% LE LORO RICCHEZZE), POVERI SEMPRE PIU’ POVERI
Non ci siamo. Le diseguaglianze, cioè la concentrazione della ricchezza tra pochi e il
dilagare della povertà tra i molti, non solo crescono, ma stanno diventano strutturali. Non si va avanti ma si indietreggia e a rendere la lotta alla povertà sempre più difficile, sono anche i sistemi fiscali.
Accade nei Paesi in via di sviluppo come nelle economie più avanzate, Italia compresa.
Sistemi e politiche fiscali, che non solo permettono alle grandi aziende di eludere il fisco come di spostare capitali, ma che sono sempre meno basati sul meccanismo della progressività e cioè sul principio che chi più ha, più deve contribuire. Non solo.
Le politiche fiscali si concentrano sempre più su redditi e consumi e sempre meno sul patrimonio, cioè sulla ricchezza.
Il risultato? Se a livello globale negli ultimi anni la povertà è diminuita, ora il meccanismo sembra essersi inceppato. O almeno è rallentato.
Perchè il ritmo con cui le persone si riscattano dall’indigenza è inferiore al 40% rispetto allo scorso anno. I poveri insomma sono sempre più fermi alla loro condizione di ultimi.
Sono i risultati cui arriva il Rapporto Oxfam del 2018 “Bene pubblico o ricchezza privata?”. Dati e cifre che mettono a nudo l’enorme disparità di ricchezza che divide gli uomini, con in cima alla piramide i grandi Paperoni. Disparità in crescita e sempre più strutturale.
Come dire che ci si sta abituando alle diseguaglianze in un mondo sempre più diviso tra inferno e paradiso dove i diritti fondamentali dei singoli non trovano più cittadinanza. Istruzione e sanità non sono più considerati diritti universali (se mai lo sono stati) e diventano sempre più privilegi per pochi. E ciò accade nei Paesi più sviluppati come in quelli più poveri. E l’Italia l’asscensore non fa eccezione.
Ma guardiamo i numeri di cui il Rapporto è zeppo.
La ricchezza dei 1.900 miliardari della lista Forbes del 2017 è cresciuta di oltre 900 miliardi di dollari (+1,2%). Al contrario la ricchezza netta della popolazione più povera del mondo (3,8 miliardi di persone) è diminuita dell’11%. E oggi sono 26 i multimiliardari che posseggono la ricchezza della metà più povera del globo.
Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, a metà marzo aveva un patrimonio di 112 miliardi di dollari. Con l’1% di questa somma l’Etiopia (105 milioni di persone), paga il servizio sanitario.
E non è andata meglio in Italia. A metà 2018 il 20% dei più facoltosi possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E il 5% addirittura aveva tra le mani della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. E’ dal 2000 che il meccanismo s’è inceppato.
Da allora in Italia, mentre il 50% dei più poveri ha continuato a veder scendere la propria ricchezza, il 10% più ricco a cominciare dal 2007 (anno della primia crisi) l’ha sempre vista aumentare, a parte alcuni anni di calo. E’ quel ceto medio in forte difficoltà .
Le tasse. Sono scese, ma non per il comune cittadino: la contribusione fiscale delle grandi aziende e dei super ricchi è drasticamente diminuita.
Nei paesi ricchi in media l’aliquota massima dell’imposta sui redditi è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013.
Nei Paesi in via di sviluppo è in media al 28%. Ma ciò che colpisce è la drastica riduzione dell’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa che per le 90 più grandi corporation è scesa dal 34% del 2000 al 24%. Senza contare i movimenti di denaro illecito, che si aggiungono a evasione e elusione fiscale e vengono così sottratti al finanziamento del welfare.
La povertà è donna. Secondo il Rapporto Oxfam esiste una forte correlazione tra diseguaglianza economica e di genere. Il lavoro di cura non retribuito secondo l’Oxfam, è in realtà un enorme sussidio nascosto dell’economia, non contabilizzato nelle statistiche ufficiali.
Eppure amplifica le diseguaglianze perchè interessa le fasce più povere della popolazione, che si trovano così con meno tempo per guadagnarsi da vivere e accumulare ricchezza. Se fosse retribuito a livello globale e affidato a una grande azienda privata il suo fatturato ammonterebbe a 10 mila miliardi di dollari, 43 volte quello di Apple. “Dai dati emerge che per finanziare il welfare – sostiene Elisa Baciotti, direttrice italiana delle campagne Oxfam – è necessario agire sulla leva fiscale. E per citare un dato significativo basta dire che nel 2015 a livello globale solo 4 centesimi di dollaro proveniva dall’imposizione fiscale sul patrimonio”. Il resto, quando arriva, proviene dunque da imposte sul reddito e sui consumi.
Istruzione e sanità antidodi contro le diseguaglianze.
Una ricerca recente condotta su 13 economie in via di sviluppo ha dimostrato come gli investimenti in sanità e istruzione abbiano contribuito a ridurre del 69% le diseguaglianze economiche.
“Perchè non dovrebbe essere il conto in banca – ha dichiarato Winnie Byanyima, direttrice Oxfam International – a decidere per quanto tempo si andrà a scuola o quanto a lungo si vivrà . Eppure in gran parte del mondo è così”. E lo stesso vale per l’accesso alla sanità , qualcosa che si sta iniziando a vedere anche in Italia, dove migliaia di persone, ricorda il Censis, non si curano più.
“Solo attraverso una politica fiscale comune, ancor più a livello europeo – sostiene Elisa Baciotti – che si possono finanziare istruzione e sanità senza le quali le diseguaglianze continueranno a crescere”. Istruzione, sanità e un fisco che intervenga in modo progressivo sulla ricchezza.
Queste le ricette di Oxfam. E le richieste che verranno avanzate al prossimo World Economic Forum, in programma nei prossimi giorni.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
RIGUARDA 800 DEI 3740 FARMACI DI QUELLA FASCIA… IL PREZZO MEDIO A CONFEZIONE PASSERA’ DA 15,58 A 16,47 EURO
Quasi 800 dei 3.740 farmaci che rientrano nella cosiddetta classe c subiranno aumenti significativi come previsto dal decreto 87/2005 noto anche come “decreto Storace” dal nome dell’allora ministro della Salute.
L’aumento è a discrezione delle case farmaceutiche che possono decidere di applicarlo ogni due anni.
In pratica il prezzo al pubblico dei medicinali senza obbligo di ricetta è liberamente fissato da ciascuna farmacia o parafarmacia mentre quello dei farmaci di classe C è deciso dai produttori.
Il Secolo XIX pubblica oggi un’infografica in cui riepiloga alcuni dei farmaci il cui prezzo è aumentato o aumenterà entro la fine di febbraio.
Il rincaro medio previsto è del 5,7% e riguarda nello specifico 770 farmaci.
Si tratta comunque di prodotti molto utilizzati dai cittadini che proprio in questi giorni sono alle prese con i tradizionali malanni invernali. L’aumento medio per le tasche degli acquirenti si tradurrà in quasi un euro in più a confezione.
I farmaci di fascia C, soggetti a prescrizione medica ma non rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale, vengono utilizzati per patologie non gravi e ogni anno gli italiani per acquistarli spendono mediamente una cifra superiore ai 3 miliardi di euro.
Si tratta, tra gli altri, di mucolitici contro il catarro, “pillole dell’amore”, colliri e pomate a base di antibiotici per curare le congiuntiviti, ansiolitici e sonniferi, antidolorifici contro il mal di testa, antinfiammatori per i dolori muscolari, antistaminici contro asma e riniti allergiche.
Il prezzo medio a confezione (sui prodotti interessati dagli incrementi) andrà quindi da 15,58 a 16,47 euro. Ne consegue una differenza di 0,89 euro, che equivale a un aumento medio del 5,7% sui prezzi di due anni fa.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
LA SCUOLA DI FORMAZIONE POLITICA A PAGAMENTO DELLA LEGA SBARCA AL SUD… PORTE CHIUSE E DISPENSE SU COME “COMUNICARE”… L’IDEATORE E’ SIRI, IL SOTTOSEGRETARIO CONDANNATO PER BANCAROTTA
Una classe di 60 alunni per la scuola di formazione politica della Lega che si svolge a Napoli
(o tempora! o mores!), che è il secondo capoluogo, solo dopo Milano, dove è partita la scuola di formazione che, a breve, sbarcherà anche a Roma e in Calabria.
La storia la racconta Il Mattino in un articolo a firma di Adolfo Pappalardo:
A introdurre la mattinata di lezioni in «comunicazione politica e principi di militanza» è Gianluca Cantalamessa, deputato e coordinatore regionale del partito di Salvini, mentre dietro la cattedra c’è il senatore toscano Manuel Vescovi.
Porte rigorosamente chiuse e dispense spedite al singolo discente solo tra qualche giorno.
«No scusate, ma il corso è a pagamento e in sala rimangono solo gli allievi altrimenti non sarebbe giusto», avverte Fabiana Gardini, ferrea coordinatrice dei corsi che si terranno da qui a marzo con la chiusura affidata ad Armando Siri, il sottosegretario che con Salvini ha ideato il progetto.
In totale 8 lezioni al costo di 250 euro totali.
La prima giornata di formazione verte su comunicazione politica e nuovi media.
E Vescovi, in 4 ore di percorso formativo, si dilunga in osservazioni su come parlare in pubblico sino a dettagli minimi come la gestualità . Mettendo in risalto, è ovvio, il modello Salvini che privilegia i social rispetto ai media tradizionali.
E sull’esaltazione delle felpe o dei pranzi fatti in casa da Salvini e postati sui social sentenzia: «È un modello per distinguersi dagli altri politici».
Incita a tenersi pronti perchè dopo le Europee tutto potrebbe cambiare e lo scenario di elezioni anticipate non è fantapolitica. Ma ci tiene a mettere in guardia dai giornalisti. «Se ci sono fratture — avverte — all’interno del partito, del gruppo, mai parlare con loro». Avvertenze alla futura classe dirigente leghista.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
“UNA CLASSE DIRIGENTE CHE DOVREBBE ESSERE PROCESSATA DALLA CORTE INTERNAZIONALE DELL’AJA PER CRIMINI CONTRO L’UMANITA'”
Il M5S sulla linea di Salvini “è un segnale terribile. Quando alla fine si è governati da una banda dove una metà sono razzisti e l’altra metà sono coglioni non c’è una grande prospettiva per il Paese”.
Lo dice Gino Strada, fondatore di Emergency, a Circo Massimo con Massimo Giannini su Radio Capital.
“Io sono assolutamente disgustato — ha detto Strada — Oltre alla tristezza c’è proprio la rabbia per questa indifferenza alla vita umana che ormai viene detta chiaramente, senza mezzi termini. Siamo in una situazione drammatica, non solo in Italia ma in Europa” dove “abbiamo una classe dirigente che per la maggior parte dovrebbe andare di fronte alla corte internazionale dell’Aia ed essere processata per crimini contro l’umanità . Queste persone stanno condannando a morte decine di migliaia di esseri umani”.
Per Strada “non esiste porto chiuso o porto aperto, semi chiuso o semi aperto: qui stiamo ammazzando persone e le responsabilita’ sono dei governanti che impediscono il diritto di questi esseri umani a spostarsi e a cercarsi un futuro migliore”.
“Siamo di fronte a un governo razzista che non ha nessun problema a lasciar morire persone. Non è una grande novità perchè questo terreno è stato preparato dal governo precedente e dal ministro degli interni precedente”, ha aggiunto il fondatore di Emergency.
E ancora: “Gli esseri umani non sono sacchi di patate, che vengono dirottati, tu ne prendi 10, io 15. Ma dico siamo impazziti? Questo è un mondo di barbari. Qui stiamo tornando con le stesse logiche di tempi che speravamo non dovessero più ripresentarsi. Questa idea di un Europa che si chiude con muri è un’idea che ha un nome molto chiaro: l’idea della fortezza Europa è un’idea hitleriana”.
Strada ha parlato anche delle divise di Salvini: “Mi stupisce la completa disumanità di questo signore. E’ un atteggiamento che non è soltanto non solidale o indifferente, ma e’ gretto, ignorante. E’ un atteggiamento criminale, questi sono dei criminali, dobbiamo svegliarci ci stanno ammazzando la gente sotto i nostri occhi e li sta ammazzando un governo che, purtroppo, molti italiani hanno anche assecondato e votato”, dice il fondatore di Emergency, a ‘Circo Massimo’ su Radio Capital.
Per Strada “Salvini, che indossa tutte le divise possibili eccetto quella dei carcerati, non ha preso il 90 per cento dei voti”.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2019 Riccardo Fucile
IL SEGGIO VACANTE AD ANDREA FRAILIS CON IL 40,4%… IL M5S SCENDE DAL 42% AL 28%, CENTRODESTRA DAL 32% AL 27,8%… UNO SCHIAFFONE A DI MAIO E SALVINI
La discesa in campo in Sardegna dei big nazionali come Di Maio e Toninelli non è servita al
Movimento Cinquestelle a riconquistare il seggio di Cagliari alla Camera. Che passa dalla maggioranza del governo gialloverde all’opposizione di centrosinistra. Il primo test nazionale, nonostante votassero solo 251mila elettori sardi, ha dato un esito tutt’altro che scontato, visto che i pentastellati, nelle scorse politiche del 4 marzo 2018, avevano fatto un vero e proprio exploit nell’Isola, arrivando al 42%.
Il vincitore è il giornalista, storico anchorman della tv del Gruppo Unione Sarda, Andrea Frailis, 62 anni.
In una tornata caratterizzata da un’astensione record che ha fatto crollare di quasi 52 punti la percentuale dei votanti sino a toccare il 15% alle 23, il candidato sostenuto dal Pd e dalle altre liste del centrosinistra ha ottenuto il 40,4% delle preferenze, recuperando sul 19% ottenuto dal centrosinistra senza Leu alle politiche del 2018. Prende il posto del velista Andrea Mura, espulso dal Movimento Cinquestelle e dimessosi da Montecitorio dopo un’aspra polemica sulle assenze alla Camera.
Era una delle personalità scelte da M5s tra la società civile e a marzo aveva ottenuto, in questo stesso collegio, il 38,4% dei consensi.
Stavolta il Movimento, invece, ha puntato su un “politico”: il 46enne ingegnere ambientale Luca Caschili, già assessore comunale a Carbonia. Per lui le preferenze si sono fermate al 28,9%.
E’ stato il primo a complimentarsi con Frailis, riconoscendo il suo trionfo quando lo scrutinio era oltre metà strada.
La rinnovata alleanza Lega-Forza Italia e l’arrivo nell’Isola, in due momenti differenti, di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi – che proprio dalla Sardegna ha mandato a tutti il messaggio della sua nuova discesa nell’agone politico a partire dalle europee di maggio – non hanno sortito gli effetti sperati dal centrodestra unito.
L’unica donna in questa competizione, Daniela Noli, 42 anni, si è fermata al terzo posto con il 27,8% delle preferenze, al di sotto del 32% ottenuto dal centrodestra lo scorso 4 marzo.
Al quarto ed ultimo posto, l’esponente di CasaPound, Enrico Balletto. Il 45enne, allenatore di pallavolo e già candidato nell’uninominale al Senato in occasione delle ultime politiche, è arrivato sotto il 3%.
(da agenzie)
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