Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
EL DIBBA DESAPARECIDO, JAMAS SERA VENCIDO
«Taciti ed invisibili, partono i sommergibili! Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità ». L’Inno dei sommergibilisti ben si adatta ad Alessandro Di Battista.
Del pasionario pentastellato, ormai da dieci giorni è scomparso dai radar e dai sonar, non si hanno più notizie e il popolo inizia a preoccuparsi.
L’ultimo post sulla sua pagina Facebook risale al 13 febbraio. P
oi cosa è successo? Il M5S ha perso le elezioni in Abruzzo e i senatori pentastellati hanno salvato Salvini dal processo per sequestro di persona. La campagna elettorale per le regionali in Sardegna è agli sgoccioli e il Dibba, che l’ultima volta aveva battuto l’isola in lungo e in largo promettendo qualsiasi cosa non si è visto nemmeno lì.
Di Battista ha perfino smesso di mettere “like tattici” ai post della pagina satirica Logo Comune, cosa che ama fare quando vuole dimostrare di essere dotato di grande autoironia.
Salvo ricomparire nei commenti oggi alle 9:10 scrivendo dal suo profilo personale «dovresti sapere che sono e sarò sempre il fan più attivo. Badge o non badge».
Insomma: Di Battista è vivo, ha ancora accesso ad Internet, se non parla delle cose importanti che riguardano il paese ma si dedica ad una pagina di meme shitposting allora dobbiamo trarne le conseguenze
Annalisa Cuzzocrea raccontava ieri su Repubblica che c’è chi lo chiama “il sommergibile”, per la sua capacità di inabissarsi quando le cose vanno male.
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera riferisce del commento di un anonimo deputato a 5 Stelle: «Lo sa come lo chiamiamo? L’anguilla, per la sua capacità di scivolare via nei momenti difficili».
Ed è così, perchè in questi anni nel Palazzo il Dibba ha perfezionato l’arte della fuga.Che stia preparando le valigie per il prossimo viaggio in Africa o in India o che sia impegnato a sbrigare questioni personali poco importa.
Di Battista è scomparso e nessuno sa perchè. Che siano stati i pochi applausi a DiMartedì? Oppure si è finalmente accorto che fare il battitore libero senza responsabilità di governo è un ruolo troppo di comodo? Poco importa perchè non è la prima volta che il Comandante Dibba entra in silenzio radio.
Quando venne arrestato Raffaele Marra, dirigente capitolino personalmente scelto dalla sindaca Virginia Raggi, Di Battista scomparve per qualche giorno.
Per stanarlo servì un post di Roberto Saviano che lo accusava di omertà e che ricordava come Di Battista fosse stato all’epoca delle elezioni il principale sponsor politico della sindaca di Roma.
Quando il Dibba ritrovò la voce tornò su Facebook con un video dove spiegava che si era ritirato a pensare. E cosa aveva pensato? Che quasi quasi era stata un bene la decisione di nominare Marra perchè in questo modo la verità sul funzionario accusato di corruzione era finalmente venuta alla luce.
A parte quell’episodio di autocritica (assai indulgente, visto che parlava di onestà che va di pari passo con l’ingenuità ) da quando Virginia Raggi è stata eletta sindaca di Roma Di Battista ha accuratamente evitato di occuparsi delle vicende romane.
Eppure non solo è stato tra coloro che hanno sostenuto con forza la candidatura della Raggi in seno al MoVimento 5 Stelle, Di Battista è un fiero cittadino romano.
Che però evidentemente ha lo sguardo puntato solo sull’orizzonte lontano e non riesce a mettere a fuoco quello che ha sotto il naso.
Le buche, la monnezza, il disastro di AMA e di ATAC, il rutilante valzer di assessori, gli scandali giudiziari sul nuovo stadio della Roma a Tor Di Valle che hanno coinvolto Lanzalone. In quasi tre anni di amministrazione a 5 Stelle Di Battista non si è accorto di nulla e soprattutto non ha parlato di nulla.
Ha parlato invece molto dell’Ilva e del TAP, promettendo che la prima sarebbe stata chiusa e il secondo bloccato. È successo l’esatto opposto.
Allora Dibba se ne è andato in America, prima negli USA poi per una lunga vacanza a fare il “reporter” sui fatti del mondo.
E quando è tornato invece che affrontare le questioni aperte che aveva lasciato in Italia — una su tutte la promessa di lasciare il MoVimento in caso di alleanza con la Lega — ha tirato fuori un altro specchietto per le allodole: la bufala del Franco CFA che ci riempie di immigrati.
Oppure ci ha parlato dei tumori che fanno crescere il PIL. C’è chi potrebbe vedere in questo progressivo distacco dalla politica una sorta di insofferenza per come è cambiato il M5S.
Ma per Di Battista quando le cose si mettono male il distacco, l’allontanamento e la fuga sono una costante. Troppo comodo andare a prendersi gli applausi senza avere la responsabilità decisionale e dover affrontare le critiche, lo ha capito perfino Grillo che per recitare il ruolo di guru serve elevarsi, fare parecchi passi indietro, di lato, despacito bailando.
Qualcuno ci spiegherà che Di Battista è un duro e puro, uno affezionato al MoVimento di lotta. A parte il fatto che questo fa di lui l’Umberto Bossi del M5S (quello che stava con i pugni dentro al governo e con i piedi fuori) non è vero nemmeno questa versione.
Basti vedere la clamorosa giravolta di Dibba sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
NESSUNA VIOLAZIONE, I PATRIOTI EUROPEI ANDRANNO A MARSIGLIA PER ALCUNI LAVORI DI MANUTENZIONE E POI TORNERANNO A SALVARE ESSERI UMANI
La Sea Watch 3 sta per lasciare il porto di Catania alla volta di Marsiglia, dove sarà sottoposta
a lavori di adeguamento alla normativa.
Parte dunque la nave della ong tedesca che il 19 gennaio ha soccorso nel Mediterraneo 47 naufraghi, e ha dovuto attendere 12 giorni prima di ottenere di farli sbarcare a Catania.
La Guardia costiera, il 31 gennaio e il 1° febbraio, aveva inviato a bordo militari specializzati in sicurezza della navigazione per una verifica tecnica sulle condizioni della nave.
L’ispezione aveva consentito di rilevare “una serie di non conformità relative sia alla sicurezza della navigazione che al rispetto della normativa in materia di tutela dell’ambiente marino” (32 le anomalie rilevate) col risultato di bloccare la nave in porto.
Ora il via libera, dopo aver verificato che tutto fosse in regola, ha permesso la partenza verso Marsiglia, dove la nave “sarà sottoposta ad ulteriori lavori per il completamento del processo di adeguamento alla normativa”
La Sea Watch 3, nave di una ong tedesca, ma battente bandiera olandese, al suo ultimo soccorso di naufraghi nel Mediterraneo, poco più di un mese fa, era balzata alla ribalta dela pollemica politica: i 47 migranti presi a bordo avevano dovuto attendere quasi due settimane prima di poter mettere piede a terra.
Fin dall’alba di venerdì 25 gennaio infatti, quando la nave è entrata ufficialmente in acque italiane, i ministri Matteo Salvini prima, Danilo Toninelli poi, hanno gettato ombre sull’operato della ong, sostenendo che ci fossero “elementi concreti” per sostenere che l’imbarcazione, dirigendosi verso l’Italia, avesse disubbidito a indicazioni precise mettendo a rischio la vita delle persone. Anche Luigi Di Maio aveva auspicato il sequestro della nave.
Il pm di Catania Carmelo Zuccaro ha poi aperto un’inchiesta ma chiarito che il comandante aveva agito nell’interesse dei passeggeri e che nella sua condotta non c’era nessuna rilevanza penale.
Anzi è emerso che la decisione iniziale di far rotta verso Lampedusa era nata da una convocazione della procura di Siracusa nell’ambito delle indagini sul primo naufragio del 2019, nel quale hanno perso la vita 117 migranti.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
LA FAVOLETTA DELL’AUMENTO DEI POSTI DI LAVORO A TEMPO INDETERMINATO GRAZIE AL GOVERNO SMENTITO DAI DATI REALI: SI RIFERISCONO AL PRIMO SEMESTRE, NON AL SECONDO
I dati sulle attivazioni e sulle cessazioni dei rapporti di lavoro diffusi ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’INPS sono stati accolti con grande soddisfazione dal ministro del lavoro Di Maio che in un lungo post su Facebook ha rivendicato gli effetti positivi del Decreto Dignità .
Secondo il ministro, come dargli torto, “i numeri hanno un grande pregio: sono asettici, chiari e incontrovertibili”.
Premesso che i dati INPS, diversamente dai dati ISTAT, fanno riferimento ai flussi, ovvero ai movimenti dei rapporti di lavoro nel periodo osservato e che, quindi, il medesimo lavoratore può essere oggetto di più movimenti, i risultati del 2018 appaiono effettivamente soddisfacenti.
Come rivendica lo stesso ministro, infatti, il saldo tra assunzioni e cessazioni è positivo: nel 2018 i rapporti di lavoro hanno fatto registrare una crescita complessiva di 431.246 unità (in leggero calo rispetto al 2017), dovuta a un incremento di ben 200.450 unità a tempo indeterminato (questo dato in controtendenza con il 2017).
Merito, quindi, del Decreto Dignità come afferma il ministro Di Maio, o no?
Posto che i dati sui flussi, per quanto indicato sopra, non possono fornire una informazione puntuale ed esaustiva sulle dinamiche del mercato del lavoro e che in effetti il Decreto Dignità è entrato in vigore il 14 luglio 2018, dispiegando pienamente i propri effetti soltanto dal mese di novembre, se volessimo utilizzare il metodo di valutazione proposto dal Ministro dovremmo concludere che il Decreto Dignità sta producendo effetti disastrosi.
Per appurarlo basta suddividere il periodo di tempo analizzato dall’Osservatorio sul precariato dell’INPS in due sottoperiodi: prima del decreto dignità (gennaio/giugno) e dopo il decreto dignità (luglio/settembre).
La suddivisione per semestre, infatti, mostra che:
– la variazione netta totale dei rapporti di lavoro nel primo semestre 2018 ha raggiunto un valore positivo di 933.858 unità , mentre nel secondo semestre si è registrato un valore negativo di ben 502.612 unità
– per quanto riguarda i soli rapporti di lavoro a tempo indeterminato la variazione netta nel primo semestre 2018 ha toccato un valore positivo di 145.516 unità , mentre nel secondo semestre si è rilevato un valore positivo di 54.934 unità (meno del 40% rispetto al primo semestre).
Peccato che i toni trionfalistici usati da molti commentatori sugli effetti del Decreto Dignità , puntualmente rimbalzati da alcuni media, non tengano conto proprio dei numeri che, al contrario delle opinioni e per dirla alla Di Maio, “hanno un grande pregio: sono asettici, chiari e incontrovertibili”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IN ITALIA LA SEDICENTE DESTRA IGNORANTE E COLLUSA STA SEMPRE DALLA PARTE SBAGLIATA, I GIOVANI EUROPEI GUARDANO AL FUTURO
Per la settima settimana di seguito, migliaia di studenti belgi sono scesi in piazza a Bruxelles
per quello che è stato ribattezzato “lo sciopero della scuola”, una giornata di protesta settimanale contro l’inazione dei governi europei e internazionali di fronte al problema del cambiamento climatico e del surriscaldamento globale.
La manifestazione di questa settimana era particolarmente attesa per la presenza tra gli altri di Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese che da sola per prima ha iniziato ad agosto scorso a saltare una volta ogni sette giorni la scuola per andare sotto il parlamento di Stoccolma e chiedere interventi immediati sul clima.
Il suo esempio è diventato un modello per ragazzi di tutto il mondo, dando vita a un movimento globale che ha preso il nome di “Giovani per il Clima”.
Inutile dire che la battaglia ambientale dovrebbe vedere schierata in prima fila una destra moderna, capace di fare sintesi tra sviluppo e rispetto ambientale, sulla scia di quei movimenti di area che a cavallo degli anni ’80 furono un fiore all’occhiello della destra sociale, denunciando abusi e inquinatori, speculazioni edilizie e un modello di sviluppo che ha portato oggi a conseguenze drammatiche per il nostro pianeta.
Nulla a che vedere con la attuale sedicente destra italiana prona agli interessi della finanza internazionale e dei poteri forti.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
DICE DI VOLER ANDARE AL PROCESSO DEL PADRE MULTATO A RIGOPIANO PER AVER VIOLATO I SIGILLI ALLO SCOPO DI DEPORRE FIORI IN RICORDO DEL FIGLIO… MA FENIELLO LO GELA: “HO SEMPRE DETTO CHE AVREI AFFRONTATO IL PROCESSO, NON MI TIRO INDIETRO, NON FACCIO COME CERTI POLITICI”
“È pazzesco e andrò al processo con lui”: l’Adn Kronos riporta questa interessante presa di posizione di Matteo Salvini a proposito della vicenda di Alessio Feniello, padre di Stefano morto nella tragedia dell’hotel di Rigopiano, che violò i sigilli per portare dei fiori dopo perse la vita il figlio.
Non è la prima volta che Salvini parla di Feniello e di Rigopiano: il 18 gennaio scorso gli aveva consigliato di non pagare la multa di 4550 euro comminatagli con decreto penale di condanna dal Gip del tribunale di Pescara per avere violato, il 21 maggio scorso, i sigilli giudiziari apposti per delimitare l’area nella quale si verificò la tragedia.
Quel consiglio di Salvini avrebbe messo nei guai Feniello, perchè in caso di decreto penale di condanna l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria possono presentare opposizione nel termine di 15 giorni dalla notifica del decreto stesso: a quel punto il decreto viene annullato e comincia il processo, nel quale anche la difesa dell’imputato potrà far valere le sue ragioni.
Salvini, consigliando a Feniello di non pagare e basta, lo avrebbe messo nelle condizioni di dover pagare successivamente una cifra molto più alta perchè l’atto sarebbe diventato esecutivo: nessun cambio di legge lo avrebbe salvato, se non uno ad personam.
Per evitare di pagare la multa bisogna fare opposizione, cosa che Feniello del resto sta già facendo visto che ha nominato un avvocato.
Cosa pensa Feniello di Salvini?
Adesso Salvini cambia disco e dice che accompagnerà Feniello al processo, mentre all’epoca aveva promesso che avrebbe cambiato la legge.
Bene che il ministro voglia finalmente presentarsi in un’aula del tribunale. Peccato che non abbia avuto il coraggio di fare lo stesso sulla Diciotti quando rischiava una condanna in prima persona…
Intanto oggi è iniziato il processo di Feniello dopo l’opposizione al decreto penale di condanna. “Ho sempre sostenuto che avrei affrontato il processo — ha detto oggi — e io non mi tiro indietro come fanno molti politici”. Chissà con chi ce l’ha.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I GENITORI DELLA VITTIMA QUERELANO SALVINI PER LE FRASI OFFENSIVE PRONUNCIATE
Una querela contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini. 
Onofrio Buonamico e Antonia Valerio sono i genitori di Giacomo, 23 anni, ucciso durante un tentativo di rapina alla stazione di servizio Tamoil di Palo del Colle. “Non c’è alcun rispetto nei confronti dei nostri sentimenti di pietà e dolore”.
Il riferimento è alle espressioni usate da Salvini durante il comizio a Bari.
Al fianco di Salvini a Bari c’era il segretario provinciale della Lega Enrico Balducci, processato e condannato in via definitiva per aver ucciso Giacomo Buonamico che, il 5 giugno del 2010, con il pregiudicato Donato Cassano tentò un colpò alla stazione di servizio Tamoil di Palo del Colle.
“Il rapinatore nella prossima vita deve cambiare mestiere”. E ancora: “In questa legge è previsto per i parenti del povero rapinatore rimborso zero”. Sono queste alcune delle frasi pronunciate sul palco dal numero uno della Lega, frasi che i genitori di Giacomo credono siano rivolte al figlio e che non accettano.
“Siamo persone oneste. Giacomo non aveva precedenti, non era un pregiudicato. Non possiamo più accettare che si continui a parlare ignobilmente di nostro figlio ” dicono Onofrio e Antonia che hanno dato mandato agli avvocati Saverio Fragassi e Danilo Penna di presentare un esposto in sede penale e di avviare una richiesta di risarcimento in sede civile nei confronti del ministro.
“Nei prossimi giorni valuteremo esattamente quali azioni intraprendere” spiegano i due legali.
Balducci, ex consigliere regionale, nel frattempo diventato prima attivista e poi segretario provinciale della Lega, è stato condannato a tre anni e otto mesi dalla Suprema Corte che ha confermato la pronuncia di secondo grado.
Per i giudici della Corte d’Appello non vi era alcun dubbio che l’imprenditore agì “in stato d’ira per l’azione predatoria”. Un verdetto che aveva ribaltato la sentenza di primo grado con la quale il gup, contestando l’omicidio volontario, aveva inferto una pena di 10 anni.
Ai familiari di Giacomo Buonamico, i giudici avevano riconosciuto una provvisionale di 90mila euro.
Donato Cassano che era sul sedile posteriore della moto, condotta dalla vittima e che per sua stessa ammissione impugnava una pistola giocattolo, fu condannato a cinque anni, riconosciuto colpevole di un’altra rapina, commessa poco prima al supermercato Eurospin. Ora è in carcere perchè ritenuto responsabile dell’omicidio del boss Giacomo Caracciolese, commesso nell’aprile del 2013.
Alla sentenza di condanna da parte della Cassazione sono seguiti altri procedimenti giudiziari. Uno è quello avviato in sede civile dai genitori di Giacomo Buonamico che a Balducci hanno chiesto un risarcimento da un milione di euro per il cosiddetto “danno da perdita parentale ” subito con la morte del figlio.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO GOVERNATORE DELLA LEGA IN SARDEGNA E I DIECI ESAMI RICONOSCIUTI A DIECI ANNI DI DISTANZA
C’è una laurea curiosa nella biografia del Trota Sardo, ovvero Christian Solinas attualmente candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Sardegna, e questo si sapeva. Ma anche la laurea in giurisprudenza conseguita all’Università di Sassari non è esente da curiosità .
La prima laurea è quella in sociologia conseguita alla fantomatica università di Santa Fè nel New Mexico (USA) e precisamente nel Leibniz Business Institute che il ministero dell’Istruzione italiano non riconosce: una storia che risale al 2014 e che gli ha fatto guadagnare proprio quel soprannome di Trota Sardo, in omaggio a Renzo Bossi e al suo titolo di studio conseguito in Albania.
Ma, racconta oggi Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano, nel più recente curriculum vitae di Solinas c’è anche una laurea in Giurisprudenza “vecchio ordinamento”, conseguita il 12 dicembre 2018 a Sassari.
La sua carriera — come si apprende grazie ai documenti visionati dal Fatto Quotidiano — si era arenata nel 2008, l’anno accademico in cui Solinas si è trasferito dall’ateneo di Cagliari a quello di Sassari. In quel passaggio gli sono stati riconosciuti 13 esami già effettuati nella prima parte della sua esperienza universitaria.
Qui però, spiega il quotidiano, iniziano le anomalie:
Sul suo libretto sassarese risultano ben 4 esami sostenuti nel lontano 2008 che vengono verbalizzati (in blocco) addirittura 10 anni più tardi.
Si tratta di Diritto penale, Diritto romano, Diritto amministrativo e Diritto civile: Solinas li ha superati il 2 aprile 2008, ma la data di verbalizzazione è il 30 novembre 2018. Non si tratta solo di una stranezza, ma di una chiara irregolarità .
Basta leggere quanto previsto dal regolamento dell’Università di Sassari: “La firma del verbale deve avvenire contestualmente o immediatamente dopo l’inserimento degli esiti degli studenti iscritti all’appello, e comunque entro quindici giorni dalla data di fine appello”. Tutti gli esami registrati il 30 novembre 2018 sono quindi formalmente irregolari.
Nella vicenda ci sono anche altri due esami che riportano la solita data di verbalizzazione: il 30 novembre 2018. Queste due ulteriori prove però sono state sostenute il 27 febbraio 2017 (Diritto Penale II) e il 10 aprile 2017 (Diritto Civile II).
E qui, spiega il Fatto, c’è anche altro:
C’è una doppia irregolarità : non solo gli esami vengono verbalizzati a mesi di distanza dalla discussione, ma quando li ha sostenuti Solinas non poteva nemmeno essere iscritto all’ateneo.
Il senatore infatti ha pagato le tasse universitarie per il triennio 2015-2018 in un’unica soluzione solo nell’ottobre 2018: nel febbraio e nell’aprile dell ‘anno precedente quindi non era in regola e non avrebbe potuto dare esami.
Il senso comune peraltro induce a un ulteriore ragionamento: dopo 10 anni di inattività universitaria quasi completa (a parte tre esami superati nel biennio 2013-2014), il segretario del Psd’az decide di tornare sui libri proprio pochi mesi dopo essere stato eletto al Senato (il 4 marzo 2018).
Solinas a quel punto si fa verbalizzare altri esami risalenti al 2008 e al 2017 e ne supera altri due: Procedura Penale e Diritto Commerciale (non due esami qualsiasi per gli studenti di giurisprudenza).
Scrive la tesi e finalmente si laurea il 12 dicembre 2018. Il tutto mentre è parlamentare della Repubblica eletto in Senato grazie alla Lega. Oggi è in corsa per la presidenza della Regione Sardegna.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO FONDATO DAL GIORNALISTA STEPHEN OGONGO, ORIGINARIO DEL KENIA, HA GIA’ SEIMILA ADESIONI: OBIETTIVO RIFORMA DELLA CITTADINANZA E DIRITTO DI VOTO
“Ho scelto di essere contro chi promuove il razzismo. Ho scelto di essere contro chi si diverte
a vedere i naufraghi soffrire. Ho scelto di essere contro chi ordina lo sgombero dei centri che ospitano persone disperate. Ho scelto di essere contro chi non rispetta la dignità umana”.
Stephen Ogongo è un giornalista 44enne, originario del Kenya.
È arrivato in Italia per motivi di studio 25 anni fa, ha insegnato all’università Gregoriana, ha due figlie, è caporedattore di 10 testate del gruppo “Stranieri in Italia”.
Con la sua redazione, di fronte all’escalation razzista degli ultimi mesi, ha lanciato un nuovo movimento: “Cara Italia”. In poche settimane ha incassato seimila adesioni.
A breve varerà uno statuto e si darà una forma politica per partecipare alle prossime elezioni nazionali e amministrative (a partire da quelle di Roma).
Insomma, un vero e proprio partito per “per dare voce a chi non ce l’ha, ai tanti delusi della mancata riforma della Bossi-Fini, dello Ius soli e delle politiche razziste dell’attuale maggioranza”.
La storia di Stephen comincia 25 anni fa, quando atterra a Roma dal Kenya. “Sono arrivato da solo per motivi di studio. Mi sono iscritto alla facoltà di scienze sociali all’università Gregoriana. Dopo un dottorato di ricerca, ho insegnato giornalismo presso la stessa università per quattro anni. Oggi sono caporedattore di ‘Stranieri in Italia’ e delle varie testate pubblicate nelle lingue delle principali comunità di migranti del nostro Paese”. Ogongo è sposato con una donna di origine congolese e ha due figlie, di 16 e 11 anni, senza cittadinanza italiana.
A ottobre scorso l’idea: aprire con i colleghi della redazione un sito e una pagina Facebook per lanciare il movimento Cara Italia (caraitalia.org), che “ha come protagonisti gli immigrati e gli italiani che lavorano insieme contro il razzismo e tutte le altre forme discriminazioni. Una casa comune per cercare di mettere insieme associazioni, organizzazioni, gruppi che si occupano dei diritti dei nuovi italiani. Con l’ambizione di diventare un soggetto politico, di entrare nelle istituzioni, per una società davvero interculturale. Come dice un proverbio africano: se si sogna da soli, è solo un sogno; se si sogna insieme, è la realtà che comincia”.
La forza del nuovo movimento è il sostegno “dei nostri giornali e siti di ‘Stranieri in Italia’, grazie ai quali raggiungiamo ogni mese un milione e mezzo di immigrati e nuovi cittadini, insieme agli italiani”.
In agenda la lotta per “una legge di cittadinanza coerente con la realtà del Paese e per il diritto di voto attivo e passivo per gli immigrati residenti in Italia”.
“Questo è il momento giusto per mettersi in gioco – sostiene Ogongo – da una parte c’è delusione dopo il tradimento per la mancata riforma dello ius soli e della Bossi-Fini sempre criticata e mai modificata dai partiti di sinistra. Dall’altro, c’è una società che sta cambiando anche dal punto di vista demografico, con sempre più figli di immigrati che stanno diventando italiani. È il momento di dare voce a chi non ce l’ha. Inoltre viviamo tempo di odio. Il razzismo è diventato qualcosa di normale, accettato, di cui non vergognarsi. Tocca reagire”.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
I GOVERNI UTILIZZANO NORME REPRESSIVE PER IMPEDIRE ALLE ONG DI SVOLGERE ATTIVITA’ UMANITARIA
“In ogni parte del mondo i governi stanno intensificando gli attacchi contro le Organizzazioni non governative mediante l’adozione di leggi che tengono sotto sorveglianza i loro uffici e il loro personale, adempienze burocratiche da incubo e la sempre costante minaccia di finire in prigione”.
E’ la denuncia di Amnesty International, la quale in un rapporto diffuso oggi dal titolo “Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile” rivela che ad oggi sono 50 gli stati che utilizzano norme repressive per impedire alle Ong di svolgere attivita’ di vitale importanza.
“Un crescente numero di governi sta ponendo irragionevoli ostacoli e limitazioni alle Ong, impedendo loro di portare avanti un lavoro fondamentale”, ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.
In molti stati le organizzazioni che osano parlare di diritti umani vengono ridotte al silenzio e per le persone che si riuniscono per difendere e chiedere diritti e’ sempre piu’ difficile farlo in condizioni di libertà e sicurezza.
Ridurle al silenzio e impedire loro di lavorare ha conseguenze per tutti” – ha aggiunto Naidoo.Solo nelle ultime due leggi sono entrate in vigore o sono state proposte quasi 40 legislazioni che interferiscono col diritto di associazione e hanno l’obiettivo di pregiudicare l’operato delle organizzazioni della società civile.
Un problema globale.
Amnesty ha preso in esame varie situazioni. “Nell’ottobre 2019 il ministero dell’Interno del Pakistan ha respinto 18 domande di registrazione e i relativi ricorsi da parte di 18 Ong internazionali senza fornire spiegazioni.In Bielorussia le Ong sono sottoposte a una rigorosa supervisione dello stato.
Lavorare per le Ong la cui domanda di registrazione è stata – spesso arbitrariamente – respinta è un reato penale. In Arabia Saudita il governo può negare la registrazione alle nuove Ong o smantellarle se sono ritenute “dannose per l’unità nazionale”.
Ciò ha avuto conseguenze per i gruppi per i diritti umani, compresi quelli per i diritti delle donne, che non sono in grado di registrarsi e operare liberamente all’interno del paese.In Egitto le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero devono rispettare regolamenti stringenti e arbitrari.
Molti difensori dei diritti umani sono stati raggiunti da divieti di viaggio, hanno subito il congelamento dei conti bancari o sono stati portati a processo, col rischio di trascorrere fino a 25 anni in carcere solo per aver ricevuto finanziamenti stranieri.
“Anche gli uffici di Amnesty International sono finiti sotto attacco: dall’India all’Ungheria, nell’ambito di un giro di vite sulle organizzazioni locali, le autorita’ se la sono presa con le nostre strutture, congelando beni patrimoniali e compiendo raid negli uffici”.
Ong chiuse per mancato rispetto delle procedure. Dal rapporto emerge anche che molti stati, tra i quali Azerbaigian, Cina e Russia, hanno introdotto nuove norme in materia di registrazione e reportistica. Il loro mancato rispetto comporta il carcere, una sanzione che il difensore dei diritti umani dell’Azerbaigian Rasul Jafarov, rilasciato nel 2016 dopo oltre un anno di prigionia, conosce fin troppo bene: “Mi hanno arrestato a causa del mio attivismo e delle manifestazioni svolte col mio Club dei diritti umani. C’è un’atmosfera orribile. Quelli che non sono stati arrestati o posti sotto inchiesta hanno dovuto chiudere le loro organizzazioni o rinunciare a dei progetti. Molti hanno lasciato l’Azerbaigian per lavorare all’estero”.
Effetto a catena.
Le politiche repressive della Russia sono state imitate da altri stati. In Ungheria diverse Ong sono state costrette a definirsi “finanziate dall’estero” e il governo cerca di screditare il loro lavoro e scatenare l’opinione pubblica contro di loro.
Le organizzazioni che non rispettano questa disposizione rischiano multe elevate e anche la sospensione delle attività . Quelle che si occupano di migranti e rifugiati, così come i loro membri, sono state intenzionalmente prese di mira a seguito dell’entrata in vigore di una legge, nel giugno 2018.
“Non sappiamo cosa accadrà a noi e alle altre organizzazioni nè quale sarà la prossima legge”, ha dichiarato Aron Demeter di Amnesty International Ungheria
“Diversi nostri impiegati sono stati attaccati da troll online e minacciati di violenza. Alcuni locali rifiutano di ospitare nostri eventi e ci sono scuole che rifiutano di accogliere attività di educazione ai diritti umani per timore di ripercussioni”.
In alcuni paesi gli attacchi alle Ong riguardano specificamente i gruppi che si occupano di diritti delle comunità marginalizzate. Quelli che promuovono i diritti delle donne, soprattutto quelli alla salute sessuale e riproduttiva, i diritti delle persone Lgbt e quelli dei migranti e dei rifugiati, così come le associazioni ambientaliste risultano tra i più colpiti.
“Nessuno dovrebbe subire conseguenze penali per aver difeso i diritti umani. I leader del mondo dovrebbero garantire l’uguaglianza e assicurare migliori condizioni di lavoro, cure mediche appropriate, alloggi adeguati e accesso all’istruzione anziche’ accanirsi contro coloro che lottano per questi obiettivi”, ha concluso Naidoo.
(da Globalist)
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