Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
NELLE CARTE DEL GIP LE CONVERSAZIONI TRA I DUE ARRESTATI: “DOBBIAMO SFRUTTARE QUESTA CONGIUNZIONE ASTRALE, CI RIMANGONO DUE ANNI”
“Questa congiunzione astrale … è tipo l’allineamento della cometa di Halley, hai capito? Cioè è
difficile secondo me che si riverifichi così …. e allora noi, Marce’, dobbiamo sfruttarla sta cosa, secondo me, cioè guarda…ci rimangono due anni”. Questa intercettazione tra Camillo Mezzacapo e Marcello De Vito risalente al 4 febbraio scorso è la dimostrazione del “valore commerciale” che l’incarico pubblico di De Vito “ha assunto in relazione – scrive il gip Maria Paola Tomaselli – alle responsabilità di governo che il M5S ha sia a livello comunale che nazionale”. Mezzacapo, secondo gli investigatori, è l’avvocato che percepisce le tangenti (che poi spartisce con De Vito) sotto forma di consulenze fittizie da parte degli imprenditori. Mentre De Vito in Campidoglio si adopera per sbloccare gli iter amministrativi.
In particolare – prosegue il gip – “il suo potere (De Vito, ndr) di influenza e di intervento è stato notevolmente amplificato per il fatto che il Movimento risulta essere non più solo al governo di Roma ma al governo del Paese”. Per questo, la congiuntura astrale favorevole di cui parla Mezzacapo, nell’intercettazione viene paragonata alla cometa di Halley: “presentando – si legge nell’ordinanza- una serie di eventi difficilmente riproponibile e quindi un’occasione da non perdere”.
Nella stessa conversazione viene spiegato come il prezzo delle corruzioni sia dai due (De Vito – Mezzacapo) custodito per poi essere diviso. De Vito “vorrebbe incassare immediatamente la quota del denaro a lui spettante” proveniente dalle erogazioni del gruppo Toti e dall’immobiliarista Statuto, soldi che finivano nella società Mdl, di cui De Vito era titolare di fatto con l’avvocato Camillo Mezzacapo.
“Va beh, ma distribuiamoceli questi”, si legge in un’intercettazione di De Vito con Mezzacapo, il quale però, come emerge ancora dalle parole del gip, “lo convince ad aspettare fino al termine del suo mandato elettorale”. “Cioè la chiudiamo – risponde Mezzacapo a De Vito- distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà … Non c’è più niente e allora però questo lo devi fà quando hai finito quella cosa”.
Per il gip, questa conversazione è “illuminante” perchè chiarisce “in modo inequivocabile il patto scellerato che lega i due dando chiara dimostrazione di come le somme confluite nella società mdl, formalmente riconducibili solo al secondo, siano invece anche del pubblico ufficiale che appare, peraltro, impaziente di entrarne in possesso”.
De Vito – per i pm – sarebbe stato corrotto “per intervenire nell’iter amministrativo relativo alla progetto Stadio della Roma, per favorire l’approvazione di una delibera in consiglio comunale per la realizzazione nella zona della ex Fiera di Roma di un campo da basket e di un polo per la musica, superando le limitazioni poste alla delibera Berdini che aveva limitato la realizzazione delle cubature in quella zona a 44mila metri cubi. In genere per l’asservimento della funzione esercitata agli interessi del Parnasi e del gruppo imprenditoriale a lui riconducibile” attraverso “molteplici utilità e tra queste l’affidamento e la promessa di lucrosi incarichi in favore dello studio legale Mezzacapo (avvocato vicino a De Vito, ndr)”.
Questi gli incarichi che Mezzacapo avrebbe ricevuto da Parnasi: “curare una transazione tra Acea e Ecogena per il quale il costruttore ha corrisposto 95 mila euro”. E ancora Parnasi avrebbe offerto a Mezzacapo di curare un altro accordo transattivo tra Parsitalia e il Comune di Roma del valore di 10 milioni di euro.
La promessa di un incarico per curare il contenzioso tra Parsitalia e la banca delle Marche. Inoltre Parnasi avrebbe chiesto sempre al legale di curare il progetto per lo spostamento il business park del nuovo stadio della Roma e infine la promessa di incarichi relativi alla realizzazione pressola ex Fiera di Roma di un polo di intrattenimento”.
Inoltre De Vito e Mezzacapo sono indagati per traffico di influenze illecite perchè avrebbero sfruttato le realzioni che avevano con soggetti chiamati a intervenire nell’iter amministrativo per il rilascio del permesso di costruire di un edificio in viale Trastevere nell’area dell’ex stazione di interesse della Ippolito Nievo srl società del gruppo Statuto.
In cambio si facevano promettere, De Vito e Mezzacapo, dall’architetto Fortunato Pititto, del gruppo Statuto 20 mila euro e l’ulteriore somma di 100 mila euro in caso di conseguimento del risultato. Soldi da corrispondere attraverso il conferimento di un incarico professionale allo studio legale di Mezzacapo.
Tra gli indagati – traffico di influenze illecite – figurano anche Claudio Toti, attuale presidente della squadra di basket Virtus Roma e Pierluigi Toti. Secondo la procura De Vito sfruttando le relazioni che aveva in Campidoglio si era fatto promettere dai due imprenditori 110mila euro in cambio del suo interessamento con il pubblico ufficiale incaricato di approvare il progetto di riqualificazione degli ex mercati generali di Ostiense. De Vito e l’avvocato Camillo Mezzacapo (anche lui finito in carcere), persona vicina al presidente dall’assemblea capitolina, hanno percepito dalla società Silvano Toti Holding spa 48mila euro.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
IN MANETTE IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA CAPITOLINA, AVREBBE FAVORITO IL COSTRUTTORE PARNASI
Terremoto giudiziario nel Movimento 5 Stelle romano. Marcello De Vito, presidente dell’assemblea capitolina è stato arrestato all’alba con l’accusa di corruzione: è in carcere.
I carabinieri di Via In Selci hanno perquisito il suo appartamento e alcuni uffici in Campidoglio. Perquisizioni anche all’Acea.
Al suo posto subentra Enrico de Stefano, attuale presidente della commissione Mobilità del comune.
L’esponente grillino avrebbe incassato direttamente o indirettamente delle elargizioni, questa l’ipotesi dei pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli, dal costruttore Luca Parnasi. De Vito, in cambio, avrebbe promesso – all’interno dell’amministrazione pentastellata guidata dalla sindaca Virginia Raggi – di favorire il progetto collegato allo stadio della Roma.
La misura cautelare emessa dal dip del tribunale di Roma riguarda in tutto 4 persone (per 2 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per gli altri i domiciliari). Una misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale riguarda invece due imprenditori.
L’indagine “Congiunzione astrale” si concentra sulle condotte corruttive e il traffico di influenze illecite nell’iter per la realizzazione del nuovo stadio della Roma, la costruzione di un albergo presso la ex stazione ferroviaria di Roma Trastevere e la riqualificazione dell’area degli ex Mercati generali di Roma Ostiense.
L’inchiesta ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che secondo l’accusa avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari.
Nello specifico De Vito e Mezzacapo si fecero promettere oltre 110mila euro dagli imprenditori Claudio e Pierluigi Toti e ne avevano incassati già 48mila in cambio dell’interessamento per un progetto di riqualificazione degli ex mercati generali di Ostiense.
Il dettaglio emerge dall’ordinanza che ha portato in carcere per corruzione il presidente dell’assemblea capitolina e lo stesso avvocato.
“In concorso tra loro Mezzacapo e De Vito, sfruttando le relazioni di quest’ultimo con soggetti chiamati ad intervenire nell’iter amministrativo relativo all’approvazione del Progetto di riqualificazione degli Ex Mercati Generali di Roma Ostiense di interesse della Lamaro Appalti, società del gruppo Toti, si facevano indebitamente promettere e quindi dare da Pierluigi e Claudio Toti della mediazione illecita finalizzata a ottenere un’interlocuzione diretta con il pubblico ufficiale nell’ambito del progetto immobiliare suindicato la somma di denaro di 110.620 euro corrisposta sotto forma di corrispettivo di incarico professionale conferito dalla società Silvano Toti Holding Spa allo studio legale di Mezzacapo e da quest’ultimo trasferito per l’importo complessivo di 48.800 euro su un conto intestato alla società MDL Srl di fatto riconducibile a Mezzacapo e De Vito”
Tra gli indagati – traffico di influenze illecite – figurano anche Claudio Toti, attuale presidente della squadra di basket Virtus Roma e Pierluigi Toti. Secondo la procura De Vito sfruttando le relazioni che aveva in Campidoglio si era fatto promettere dai due imprenditori 110mila euro in cambio del suo interessamento con il pubblico ufficiale incaricato di approvare il progetto di riqualificazione degli ex mercati generali di Ostiense.
De Vito e l’avvocato Camillo Mezzacapo (anche lui finito in carcere), persona vicina al presidente dall’assemblea capitolina, hanno percepito dalla società Silvano Toti Holding spa 48mila euro.
Oltre a Mezzacapo e De Vito sono stati arrestati (in questo caso ai domiciliari) l’architetto Fortunato Pititto e Gianluca Bardelli.
Mentre risultano indagati a piede libero gli imprenditori Toti, l’avvocato Virginia Vecchiarelli, Sara Scarpari amministratore della società Mdl srl (riconducibile a De Vito e Mezzacapo) e l’immobiliarista Giuseppe Statuto a capo dell’omonimo gruppo imprenditoriale. In questa nuova tranche dell’inchiesta sullo stadio è sempre presente Luca Parnasi.
Gli undici indagati sono accusati a vario titolo di corruzione, traffico di influenze illecite, evasioni di imposte e false fatturazioni.
Il nome di De Vito compariva spesso nell’ordinanza che aveva portato all’arresto di Parnasi e di Luca Lanzalone ex presidente di Acea lo scorso giugno. Da quella inchiesta sono finite a processo 18 persone, accusate di aver messo in piedi un sistema corruttivo per la costruzione dell’impianto del club giallorosso, progetto che dovrebbe sorgere a Tor di Valle. I pm avevano messo nel mirino nomi di spicco dell’imprenditoria e politica romana come il costruttore Parnasi e gli esponenti di Pd e Fi, Pier Michele Civita, Adriano Palozzi e Davide Bordoni.
Il 10 dicembre, in un altro filone della stessa inchiesta, erano finiti alla sbarra altri personaggi di rilievo – sempre coinvolti nell’affaire del tempio giallorosso – tra cui l’avvocato genovese Luca Lanzalone, voluto al vertice di Acea dalla nomenclatura pentastellata. Associazione a delinquere, finanziamento illecito e corruzione i reati contestati a seconda delle posizioni. Gli avvisi di garanzia erano stati notificati all’imprenditore Parnasi ritenuto dagli inquirenti “il capo e organizzatore” dell’associazione a delinquere che ha cercato di pilotare le procedure amministrative legate al masterplan, approvato, nell’ambito della conferenza dei servizi, nel febbraio del 2018.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
TUTTO COME PREVISTO, DA OGGI LA GIUSTIZIA IN ITALIA NON C’E’ PIU’, SI VA VERSO LA GUERRA CIVILE DOVE OGNUNO SI SENTIRA’ LEGITTIMATO A FARSI GIUSTIZIA DA SOLO
L’aula di Palazzo Madama ha respinto a maggioranza assoluta l’autorizzazione a procedere nei
confronti di Matteo Salvini.
Il dato è desumibile dal tabellone elettronico del Senato. La conferma arriva dal presidente del gruppo Pd Andrea Marcucci. “Cinque stelle e Forza Italia sono paladini di Salvini”, commenta.
Il risultato verrà proclamato però solo alla fine delle operazioni di voto, possibili fino alle 19.
“Si sono espressi 232 senatori. Visivamente si deduce che la mia proposta contro l’autorizzazione a procedere è stata accolta. Le lucette verdi erano largamente di più”, aggiunge il presidente della giunta per le immunità Maurizio Gasparri.
Tra le dissidenti nel Movimento 5 stelle, le senatrici Paola Nugnes ed Elena Fattori che hanno annunciato in Aula il proprio voto favorevole all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Diciotti.
“I diritti dei umani – ha detto Nugnes – sono stati compresi e non c’è visione politica che possa fare leva sul diritto di terzi”.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
COSTANTINO SAPORITO DELL’USB: “NON CI HANNO CHIAMATO AL TAVOLO PER IL NUOVO CONTRATTO, FAREMO LO SCIOPERO DELLA FAME”
Aveva denunciato il ministro Salvini che indossava in ogni occasione divise dei pompieri, tra le altre, senza essere veramente un vigile del fuoco.
Ieri Costantino Saporito, coordinatore nazionale Usb dei pompieri, si è ritrovato come dice lui “arrestato” al Viminale.
Per protestare contro la mancava convocazione dell’Unione sindacale di Base (Usb) al tavolo di trattattiva per il nuovo contratto, ha infatti occupato il Viminale ritrovandosi denunciato, seduto in mezzo a poliziotti per ore e deciso a restare lì ad oltranza facendo lo sciopero della fame a rotazione con altri colleghi.
“Mentre a livello nazionale USB viene convocata dal governo ai tavoli confederali, i singoli ministeri — Viminale compreso – escludono dunque quotidianamente il nostro sindacato dai tavoli di trattativa, a causa della mancata firma del contratto nazionale. I vigili del fuoco sono una categoria da anni strapagata con splendide parole, ma nei fatti vilipesa e offesa con trattamenti economici, normativi e previdenziali da ultimo mondo”. Questa la motivazione dell’occupazione, della protesta finita in denuncia.
Costantino Saporito che con l’Usb, nei giorni scorsi, ha anche segnalato la presenza di amianto nel ponte Morandi, era stato protagonista della vicenda delle divise indossate a rotazione dal vicepremier leghista Matteo Salvini.
Codice penale alla mano, il sindacalista aveva infatti scritto una lettera di denuncia indirizzata al ministro, al prefetto Bruno Frattasi, capo del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, e al responsabile dell’ufficio Garanzia dei diritti sindacali.
La denuncia dell’Usb era legata all’articolo 498 del codice penale, secondo cui “chiunque abusivamente porta in pubblico la divisa o i segni distintivi di un ufficio o impiego pubblico, o di un corpo politico, amministrativo o giudiziario, ovvero di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato” va punito con una multa che varia da 154 euro a 929 euro.
Come dire: chi non è veramente un poliziotto o un pompiere non può indossare in pubblico divise complete di gradi e mostrine, perchè provocherebbe confusione nei cittadini. Scriveva Saporito nella lettera: “Onde evitare che si proseguano atteggiamenti lesivi all’immagine del ministero, bloccate immediatamente questo uso improprio che sta generando azioni estemporanee da parte di chi crede che tutto vale e che la legge non vada rispettata”.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
“HA TRASFORMATO IL VIMINALE IN UN’AGENZIA DI PUBBLICITA’ E VIOLA I PRINCIPI DELLA COSTITUZIONE”
«Arrestate lui». Il titolo secco dell’editoriale di Michele Santoro non lascia spazio a
fraintendimenti.
Il giornalista interviene sul caso della nave Mare Jonio, posta sotto sequestro probatorio dalla guardia di Finanza, scagliandosi in particolare il giornalista contro le richieste di arresto avanzate da Matteo Salvini: «È il ministro della guerra civile».
Michele Santoro scrive sul suo sito che «di fronte al mondo civile mi vergogno di essere italiano, mi vergogno di avere un Ministro dell’Interno che si chiama Matteo Salvini».
Il giornalista ha pubblicato un editoriale breve ma molto preciso, in cui accusa il vicepremier di aver trasformato il Viminale «che dovrebbe essere la casa sicura di tutti, in un’agenzia di pubblicità al servizio di un partito».
Altro che ministro dell’Interno: il leader del Carroccio viene descritto da Santoro come«il ministro della guerra civile», che «trattiene impunemente gente inerme in ostaggio, si sostituisce ai magistrati nell’indicare reati, celebra processi sommari pronunciando a mezzo stampa sentenze che prevedono il carcere per chi non condivide la sua disumanità ».
Azioni che lo rendono «un pericolo per la nostra democrazia», e che Santoro non è più disposto a sopportare o sottovalutare.
Michele Santoro accusa Matteo Salvini di star violando i principi della Costituzione, la stessa che ha solennemente giurato di rispettare. «Se c’è uno che va processato è lui. Se c’è uno che ha invaso la nostra vita è lui. Se c’è uno che va arrestato è lui.»
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
“LE ONDE SONO ALTE TRE METRI QUANDO ARRIVA LA COMUNICAZIONE DELLA GUARDIA DI FINANZA DI FERMARE I MOTORI”
Ho visto persone strette in un gommoncino bianco e la paura che arriva in un attimo all’avanzare di una motovedetta libica. Ho ripreso giovani soccorritori tendere la mano ai migranti e portarli in salvo. Ho registrato un comandante testardo disubbidire un ordine di fermarsi in un mare in tempesta.
Lunedì mattina lo specchio d’acqua davanti alla Libia era calmo. Un leggero venticello spingeva da sud. La nave Mare Jonio apriva la strada, seguita dalla barca a vela di supporto Raj su cui ero io e parte del team di salvataggio, prima dell’intervento. Con i binocoli si scrutava l’orizzonte, senza successo.
La Mare Jonio riceve una segnalazione, probabilmente dall’areo di Sea Watch Moonbird, di un gruppo di migranti in difficoltà . Dopo le 12 arriva un segnale che molti a bordo interpretano come una conferma: un veivolo della missione Sophia ci passa sopra la testa e va a Sud.
Siamo in acque internazionali, in zona Sar libica. Sulla Raj seguiamo la nave del progetto Mediterranea. Alle 15 e 20, via radio, dall’imbarcazione principale, il capo missione Luca Casarini dice che la guardia costiera libica ha comunicato che si sta occupando di una barca in difficoltà e che la Jonio prosegue la rotta verso est senza raggiungere quell’imbarcazione. Intanto Moonbird passa sopra le nostre teste.
Siamo tra Zuara e Tripoli, 40 miglia circa dalla Libia. Alle 16 e 20 arriva il segnale di prepararsi: ci sono migranti in difficoltà a poca distanza. Indossiamo giubbotti di salvataggio e caschetti, sale l’adrenalina.
Intorno alle 17, dalla Jonio partono due gommoni verso la barca a vela: nel primo ci salgono 4 persone dalla Raj e si dirigono subito verso il gommone con i 49 migranti a bordo. Poco dopo arriva un altro gommone e ci salgo assieme ad altri membri di Mediterranea: andiamo sulla Jonio.
Dalla nave vedo bene l’imbarcazione dei migranti: sono molti in poco spazio, adesso indossano tutti i giubbetti di salvataggio. I gommoncini dei soccorritori fanno la spola e portano i migranti a bordo. Casarini comunica l’intervento e la posizione al centro di coordinamento di Roma, alle 17 e 23. Subito dopo chiama il centro di coordinamento libico: la prima chiamata va a vuoto, alla seconda qualcuno risponde e dice di mandare una mail.
Quando sono tutti in salvo si avvicina una motovedetta libica. Sale la tensione tra l’equipaggio, i volti dei migranti si tramutano: hanno paura, un ragazzo trema.
Ma non succede nulla: i militari non danno nessun ordine, si dirigono verso l’imbarcazione dei naufraghi ormai vuota, prendono il motore e gli danno fuoco. Si tira un sospiro di sollievo e si fa rotta verso nord per tentare di scappare a una perturbazione che arriva da ovest. Io resto sulla mare Jonio: l’equipaggio conta i migranti, dà le prime cure, distribuisce vestiti e coperte. È tutto tranquillo, ma ancora per poco.
La nave continua la sua rotta verso l’Europa. Il mare, ogni ora che passa, si increspa sempre di più: dormire è impossibile. Molti hanno nausea. La prua è puntata verso Lampedusa.
Le onde sono alte tre metri e il sole comincia a sorgere quando arriva una comunicazione radio del pattugliatore Paolini della Guardia di finanza: “Fermate i motori”. Il comandante non esita un minuto: “Non possiamo farlo, rischiamo la vita”. E prosegue per cercare riparo vicino Lampedusa. Subito dopo Casarini chiama la guardia costiera e gli comunica che la situazione è delicata: “Abbiamo una persona che sta molto male e 12 minori”.
Non si riesce a stare in piedi, i marinai imprecano e rimangono sbalorditi per l’ordine arrivato dalla finanza. Dopo poco arriva l’ok della guardia costiera a ripararsi in fonda a Lampedusa, ma le fiamme gialle fanno sapere che le loro disposizioni rimangono invariate. Tiro, assieme ai migranti e ai soccorritori, un sospiro di sollievo. L’isola è lì a due passi: ci si prepara al braccio di ferro col Governo.
Lo stallo c’è, ma per fortuna, dura poco: per due volte arriva la Finanza a bordo, controllano i documenti e firmano un verbale in cui non fanno nessun rilievo. Di sera arriva la notizia: si entra in porto. Negli occhi dei 50 migranti, rannicchiati a poppa, vedo la felicità di chi si è lasciato l’inferno alle spalle. In quelle dell’equipaggio, invece, c’è preoccupazione: non sanno cosa gli succederà . E non lo sanno neanche adesso, quando la mare Jonio ha gettato le cime al porto di Lampedusa.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 20th, 2019 Riccardo Fucile
INIZIANO GLI INTERROGATORI A CURA DELLA PROCURA DI AGRIGENTO, IL FASCICOLO E’ CONTRO IGNOTI
Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, e l’aggiunto Salvatore Vella hanno convalidato il
fermo della nave mare Jonio che era stato disposto ieri dalla Guardia di Finanza che era stato notificato al comandante Pietro Marrone dopo lo sbarco dei migranti.
Oggi a Lampedusa è il giorno degli interrogatori e dell’analisi delle conversazioni radio tra i centri di coordinamento e soccorso di Roma e Tripoli e la plancia di comando della Mare Jonio. Atti istruttori fondamentali per capire come proseguirà l’inchiesta, al momento un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aperto ieri dalla Procura di Agrigento guidata da Luigi Patronaggio.
Vella è già sull’isola dove, negli uffici della capitaneria di porto, sentirà il comandante Pietro Marrone, l’uomo che ieri mattina ha ignorato l’alt intimato dalla Guardia di finanza al momento dell’ingresso della nave in acque territoriali italiane, ma anche il capomissione di Mediterranea Luca Casarini, l’armatore Beppe Caccia e gli altri componenti dell’equipaggio.
“Non abbiamo ancora fissato la cronologia degli interrogatori, attualmente quindi non è stato sentito nessuno. Stiamo preparando l’attività , abbiamo tre sedi a disposizione dove spostarci per gli interrogatori”, spiega Vella.
Interrogatori al termine dei quali i pm, che sono gli stessi che ad agosto iscrissero nel registro degli indagati il ministro Salvini per sequestro di persona per il caso Diciotti, dovranno decidere se convalidare il sequestro della nave, un sequestro probatorio disposto dalla Guardia di finanza su pressione del Viminale, ma che dovrà essere convalidato dall’autorità giudiziaria entro 48 ore.
L’inchiesta ha due obiettivi: accertare se – come sostiene il ministro Salvini – la Mare Jonio ha operato illegittimamente soccorrendo i 50 migranti in zona sar libica senza obbedire al coordinamento da parte della Guardia costiera di Tripoli e violando gli ordini della Guardia di Finanza ( cosa che secondo la nuova direttiva del Viminale rappresenta una minaccia per la sicurezza pubblica) ma anche se il Viminale ha agito entro i limiti previsti dalla legge, ovvero se c’erano i presupposti affinchè la Guardia di finanza impedisse l’ingresso in acque territoriali italiane di una nave italiana che, per di più, trasportava persone soccorse in mare.
Il comandante Marrone ha giustificato da subito il suo comportamento con motivi di sicurezza visto che, in presenza di onde alte tre metri, la nave rimanendo in alto mare sarebbe stata a rischio.
I 49 migranti, tutti sbarcati ieri sera subito dopo l’approdo della nave alla banchina del porto commerciale, hanno trascorso la loro prima notte nell’hot spot di Lampedusa: sono sono 35
uomini e 15 minori non accompagnati. Gli adulti provengono da Camerun (1), Gambia (5), Guinea (8), Nigeria (9) e Senegal (12). Tra questi è compreso il gambiano sceso a terra per primo per le precarie condizioni fisiche. Quanto alla nazionalità dei minori, uno ciascuno dal Benin e dal Camerun; 2 ciascuno da Gambia e Senegal e 9 dalla Guinea.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2019 Riccardo Fucile
E L’HASHTAG #MATRIMONIMISTI DIVENTA TRENDING TOPIC
Scintille social tra Carlo Calenda e Giorgia Meloni sulla famiglia e sul congresso di Verona di fine marzo. L
a leader di Fratelli d’Italia, su Twitter, scrive: “#M5S diffonde fake news sul congresso @wcfverona, sostenendo che sia contro la libertà delle donne. Dichiarazioni ridicole senza alcun riscontro. Loro invece sono per la droga libera, la propaganda #gender, i matrimoni misti: praticamente una comitiva di #punkabbestia al governo”.
Il messaggio non sfugge a Calenda che replica, sempre via Twitter alla Meloni: “Ma ti sei bevuta il cervello? I matrimoni misti! Cosa sei la versione burina del KKK (Ku Klux Klan, ndr). Prenditi una pausa. Lunga”.
In un altro tweet, sempre sullo stesso tema, l’ex ministro chiarisce: “Ma quali idee di sinistra. Essere contro i matrimoni misti (religione, razza etc) vuol dire collocarsi tra i movimenti razzisti che nei paesi civili sono fuori dall’arco costituzionale e vengono isolati da TUTTE le forze politiche”.
La Meloni cerca di rimediare : “Mi riferivo alla proposta sui matrimoni di gruppo e tra specie diverse. Misti non è la parola giusta. Poi non so cosa c’entri ‘burina’, cafone”
Poi, in un altro messaggio, Meloni specifica: “Qui il post scritto su Facebook riguardo i matrimoni multipli e tra specie diverse, che sintetizzato su Twitter in ‘matrimoni misti’ è stato cavalcato dai soliti disperati in cerca di inutili polemiche”.
Ma ormai la frittata l’aveva fatta.
La polemica è andata avanti scatenando un putiferio social, al punto che l’hashtag #matrimonimisti è diventato trending topic su Twitter.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2019 Riccardo Fucile
NE FURONO VITTIME CINQUE PARLAMENTARI GRILLINI, TRA CUI DI BATTISTA E LA SARTI, DI CUI VENNERO DIFFUSE FOTO PERSONALI… ORA SI SCOPRE CHE L’HACKER ERA UN GRILLINO E IL MOTIVO UNA LOTTA INTERNA
Si facevano chiamare “gli hacker del PD” e nell’aprile del 2013, poco dopo le elezioni di marzo
che videro l’exploit straordinario del MoVimento 5 Stelle e una situazione di stallo istituzionale sulla nascita di quello che poi sarà il governo Letta avevano pubblicato una serie di leaks di caselle di posta elettronica.
Tra le vittime degli Anonymous del PD c’era anche la deputata pentastellata Giulia Sarti che in un primo momento derubricò lo scoop de L’Espresso dicendo che era una bufala.
Si scopre oggi, grazie all’anticipazione del servizio di Filippo Roma delle Iene che quegli hacker piddini forse in realtà erano del MoVimento 5 Stelle.
Ad essere colpiti dall’hack furono diversi parlamentari del M5S, tra cui anche Alessandro Di Battista e Stefano Vignaroli.
Il caso della Sarti fu particolarmente doloroso e odioso perchè i sedicenti hacker del PD pubblicarono in Rete l’archivio delle mail personali della deputata, all’interno delle quali c’erano anche alcune foto senza veli (non porno o hard, semplicemente di quelle che si mandano tra fidanzati). Un’intrusione vergognosa nella privacy della pentastellata, per nulla giustificata da presunte finalità “politiche” della presunta azione dimostrativa nei confronti del MoVimento.
In un comunicato — e in una delirante intervista all’Espresso — gli hacker che si definivano “simpatizzanti del PD” facevano sapere che avrebbero obbligato Casaleggio alla trasparenza e promettevano di pubblicare ogni settimana la casella di posta di un senatore o di un deputato a 5 Stelle.
Curiosamente però dopo il primo leak le pubblicazioni non andarono avanti. La cosa finì lì e non si seppe nemmeno se i colpevoli vennero identificati.
Eppure il reato commesso era uno di quelli particolarmente gravi, tanto più che erano state diffuse informazioni sensibili come le foto della Sarti.
E proprio la deputata riminese fu di fatto l’unica vittima dell’hack, nelle mail pubblicate ad esempio una saltò subito all’occhio per il suo valore “politico”: quella in cui criticava la scelta da parte dei vertici della comunicazione di assumere come videomaker Nik il Nero.
Il camionista star di YouTube (e autore del famoso video di Paola Taverna sul ritorno alla lira) che fu al centro anche di un altro “mailgate” quello che vide la pubblicazione di alcune mail poco lusinghiere scritte dai consiglieri regionali (espulsi) Giovanni Favia e Federica Salsi.
E proprio Favia qualche giorno fa in un’intervista aveva parlato di una guerra interna al M5S dietro il leak degli hacker del PD: «No, credo siano una vendetta politica interna al M5S. Lì dentro c’è una cyberguerra. Alla Casaleggio avevano una fobia nei miei confronti e tutti quelli che erano stati vicini a me erano visti con sospetto e subivano uno spionaggio stile Stasi. Non si fidavano di lei, pensavano che avesse dentro il germe della dissidenza. Il suo nemico era Max Bugani, l’unico in Emilia che ha tradito me e Pizzarotti».
Secondo Filippo Roma però la storia è un’altra da quella raccontata dagli hacker all’epoca. Ed è quella racconta dell’indagine sulle violazioni informatiche ai danni dei parlamentari del M5S.
Alessandro Di Battista, confessa candidamente di non ricordare come andò a finire e fa sapere che alla fine non aveva sporto denuncia. Ma qualcuno però racconta un’altra versione.
A partire da una cosa che avevano in comune i parlamentari hackerati, l’ipotesi che utilizzassero la stessa password per l’account di posta elettronica e per accedere al sistema operativo del M5S.
Ed è da questo elemento, pare di capire, che prende le mosse l’inchiesta delle Iene che hanno raccolto la testimonianza di un anonimo (ma non Anonymous) ex-parlamentare pentastellato che ha dichiarato come Stefano Vignaroli gli avesse raccontato che «l’indagine su chi avesse hackerato gli account di cinque parlamentari M5S si fermò quando si accorsero che il lavoro di accesso fu fatto da delle macchine della Camera».
Insomma in base agli indirizzi IP dei computer da cui è partito l’attacco hacker si è dedotto che gli hacker stavano a Montecitorio e addirittura da ambienti interni al MoVimento.
Insomma non è che il primo che passa è entrato alla Camera ed è riuscito a “bucare” gli account privati di 5 parlamentari.
A quanto pare, sostiene sempre la fonte delle Iene, si trattò di un intricato auto-hackeraggio interno.
Spiega l’anonimo ex-parlamentare che quindi sono stati i vertici del M5S (o persone a loro vicine) a entrare nelle caselle di posta elettronica
«Per controllare determinate persone». Secondo Roma il responsabile va cercato tra chi all’epoca aveva accesso al rudimentale sistema operativo decisionale del MoVimento il quale avendo le password del “sistema operativo” potrebbe aver scoperto che in alcuni casi coincidevano con quelle delle caselle email.
Ed è noto che fino a poco tempo fa anche su Rousseau le informazioni erano accessibili agli hacker che hanno più volte “bucato” la piattaforma riuscendo ad estrarre password ed informazioni personali di diversi parlamentari e ministri.
(da “NextQuotidiano”)
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