Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
L’ACCOGLIENZA A SALVINI SOTTO IL COMUNE PER CHIEDERE LE DIMISSIONI DELLA RAGGI: QUATTRO GATTI AD ASCOLTARLO E LO SFOTTO’ DEI GRILLINI
“Questo è il Campidoglio non è il Papeete”. Con bicchieri di mojito e cartelli vari il movimento cinque stelle ha accolto il leader della Lega Matteo Salvini, arrivato sotto la lupa per chiedere le dimissioni della sindaca Virginia Raggi.
Sulla scalinata di palazzo senatorio in prima fila il capostaff Max Bugani, il capogruppo del M5s Giuliano Pacetti, l’assessore al personale Antonio De Santis e altri consiglieri stellati.
I consiglieri si sono presentati all’ingresso di Palazzo Senatorio, sulla scalinata Sisto IV, con un vassoio pieno di bicchieri di mojito e hanno brindato, alzando poi i calici verso il leader leghista.
In seguito i pentastellati hanno alzato anche alcuni cartelli con le scritte ‘Dal mojito al black russian e’ un sorso’ o ‘Salvini Roma non ti vuole’.
Quando i leghisti si sono accorti degli sfotto’ dei grillini hanno iniziato a intonare cori contro di loro: ‘Andate a lavorare’, ‘Buffoni’ o ‘Pupazzi’.
Scrive l’agenzia di stampa DIRE che i mojito era preparati con solo acqua e foglie di menta.
Subito dopo Max Bugani ha pubblicato su Facebook un video per celebrare lo sfottò. Anche Virginia Raggi ieri ha risposto a Salvini ricordandogli i poliziotti che aveva promesso di inviare ma di cui in seguito si è dimenticato.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
LE PAROLE SENSATE DI GABRIELLI RIPORTANO ALLA REALTA’: “IN ITALIA MANCA UNA MODALITA’ DI ACCESSO LECITO. NO ALLE MULTE ALLE ONG”
E’ stato firmato il decreto rimpatri. “Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi
e non in due anni”, annuncia il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio alla firma dell’accordo che nasce dal lavoro di squadra tra Farnesina, Viminale e ministero della Giustizia.
“Un primo step”, avverte Di Maio. Che non comporta “oneri di spesa per la semplice ragione che questo tipo di decreto inverte l’onere della prova”. In pratica verranno rifiutate le richieste che arriveranno dai migranti provenienti dai paesi ritenuti sicuri dall’Italia, a meno che il singolo richiedente non riesca a dimostrare che la sua situazione è tale che un ritorno in patria gli potrebbe arreccare gravi danni.
E dunque se prima la valutazione delle singole domande veniva gestita dalla commissione asilo che era costretta a fare delle istruttoria che duravano mesi, adesso sarà lo stesso richiedete a dover fornire le prove.
“Per tutti i casi – precisa Di Maio – in cui si dovessero verificare discriminazioni la nostra costituzione, le nostre leggi tutelano i diritti dell’individuo. Verificheremo con le nostre strutture che non ci siano violazioni dei diritti dell’individuo”.
“Sui circa 7.000 arrivi di quest’anno – ha spiegato Di Maio – oltre un terzo appartengono a uno di questi Paesi. Per molte di queste persone dobbiamo attendere due anni ora per oltre un terzo degli arrivi acceleriamo le procedure”.
“Non urla ma fatti”, rincara il capo del M5s Luigi Di Maio. Poi ringrazia il Marocco che è uno dei paesi entrati nella lista dei Paesi che parteciperanno al programma di rimpatrio. “In questi anni noi non abbiamo rafforzato le nostre relazioni con il Marocco, manchiamo da un po’. Sicuramente sarà oggetto di uno dei miei prossimi viaggi, insieme alla Tunisia dove vedremo il gruppo di lavoro misto italo-tunisino per implementare l’accordo sui rimpatri”.
Oltre al Marocco, sono dodici i Paesi inseriti nel nuovo decreto interministeriale sono Algeria, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina.
Le domande di protezione internazionale “occupano di fatto un grande spazio nel lavoro dei tribunali”: con il decreto sottoscritto da Di Maio, Bonafede e dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, l’iter per l’esame di tali domande per chi proviene dai 13 paesi sicuri indicati nell’elenco sarà più semplice e quindi più rapido. “Ci sarà una valutazione caso per caso naturalmente – ha spiegato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede – ma sarà diverso il meccanismo dell’onere della prova: non ci sono i presupposti in mancanza di prova contraria”.
I rimpatri saranno garantiti con “un fondo che può arrivare fino a 50 milioni di euro, mentre attualmente dispone di cifre irrisorie 2-4 milioni di euro”, precisa il titolare della Farnesina, che specifica come il fondo non “serve per pagare le spese di rimpatrio ma permette di implementare gli accordi attraverso i progetti di cooperazione allo sviluppo”.
Dal Festival delle Città interviene sul tema immigrazione, Franco Gabrielli: “In Italia non esiste una modalità di accesso lecito e a questo bisogna metterci mano”.
Per il capo della polizia il tema dell’immigrazione “poggia su tre pilastri: la gestione dei flussi, i rimpatri e l’integrazione”. Per gli stranieri che restano in Italia “è necessario costruire percorsi di integrazione altrimenti si creeranno condizioni favorevoli a illegalità , degrado, criminalità e terrorismo”.
Si è detto contrario alle multe alle ong.
Allora precisamo le bufale del nuovo decreto:
1) L’Italia aveva accordi di riammissione con i seguenti Paesi: Nigeria, Marocco, Egitto e Tunisia, come da atti ufficiali del Ministero degli Interni. Quindi Di Maio racconta una prima balla quando dice che adesso si aggiunge il Marocco, in quanto c’e’ sempre stato. Tra le righe lo ammette lui stesso quando afferma: “e’ anche colpa nostra se non abbiamo rafforzato le relazioni”
2) Non esiste alcuna inversione dell’onere della prova: basta consultare la normativa precedente per capire che era sempre il richiedente asilo che doveva presentare gli elementi necessari per giustificare la sua richiesta di protezione internazionale, anche per i Paesi che Di Maio indica.
3) Quello che Di Maio non dice. In quattro mesi non fa un bel nulla per una semplice ragione: le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale sono appena 20 in tutta Italia, istituite nell’ambito delle Prefetture. Sono composte da un funzionario di carriera prefettizia, uno della polizia di Stato, un rappresentante dell’ente locale e uno dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (UNHCR). I tempi per smaltire le richieste vanno da 1 a 2 anni. Senza contare che è possibile fare ricorso contro la decisione. Quindi o si moltiplicano le Commissioni o si raccontano solo balle.
4) Di Maio continua a parlare di 40 milioni per finanziare il fondo di cooperazione, poi ammette quello che abbiamo scritto ieri: ci sono solo 2 milioni. La balla ha origini salviniane e lui gli va dietro: i 40 milioni non sono mai stati realmente stanziati perchè non ci sono. Sono stati usati 2 milioni per i rimpatri e non per la cooperazione. Quindi senza soldi non si fa un rimpatrio in più, tanto per capirci.
5) Di Maio ammette che vanno valutate in ogni caso “singolarmente” le richieste (come avevamo sottolineato ieri) altrimenti si violerebbero le convenzioni internazionali. Quindi i tempi non cambiano con espulsioni di massa come qualcuno voleva far intendere.
6) Ritorniamo al problema di fondo: una terzo dei nuovi arrivi è rappresentato da tunisini, ma il governo di Tunisi accetta solo due voli settimanali per i rimpatri (ogni rientrante è scortato da due agenti di polizia italiana). Di fatto sono piu’ quelli che arrivano che quelli che vengono rimpatriati.
Di Maio annuncia finalmente che andrà in Tunisia, ma se ci va senza un progetto di sviluppo per l’economia tunisina (infrastrutture che creino lavoro locale) continueranno gli sbarchi, nessuno si illuda.
7) Ha ragione Gabrielli quando afferma che il tema dell’immigrazione “poggia su tre pilastri: la gestione dei flussi, i rimpatri e l’integrazione. Per gli stranieri che restano in Italia è necessario costruire percorsi di integrazione”. E’ evidente che a Di Maio (come a Salvini) della “integrazione” non frega una mazza.
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
MA SE POTEVA EVITARE DI ENTRARE PERCHE’ GLI AGENTI NON GLIELO HANNO PROIBITO PER RAGIONI DI ORDINE PUBBLICO, PREFERENDO DIVENTARE BODYGUARD PRIVATI?
«L’operato degli agenti è stato ineccepibile». Il capo della polizia Franco Gabrielli ha risposto così a chi gli ha chiesto della manifestazione dei lavoratori di Roma metropolitane in cui è rimasto ferito il deputato Leu Stefano Fassina.
«Altri non avrebbero dovuto consentire che si arrivasse a quel punto — ha aggiunto intervenendo al Festival delle Città in corso a Roma parlando di immigrazione — e il delegato dell’assessore avrebbe dovuto avere maggior cautela nel chiedere l’intervento della polizia per entrare in una circostanza nella quale, se non fosse entrato, non avrebbe creato quanto successo dopo».
«Io credo che chi manifesta debba sempre porsi nella condizione di manifestare pacificamente il proprio pensiero. E di non considerare i poliziotti e i carabinieri dei punching ball.”
Il tapullo è peggiore del buco
Gabrielli nel comprensibile tentativo di difendere l’indifendibile, finisce per smentire se stesso. Ammette che il delegato del Comune poteva evitare di provocare pretendendo di entrare nell’edificio perchè non c’era alcuna urgenza, ma dimentica di dire che bastava che gli agenti, invece di prestarsi a una evidente forzatura, glielo facessero presente “per ragioni di ordine pubblico” e nulla sarebbe accaduto.
E’ nelle facoltà delle forze dell’ordine usare il buon senso e le norme vigenti.
E’ giusto sottolineare che gli agenti non sono punching ball (ma non è questo il caso, visto che i manifestanti erano lavoratori e non eversori) ma non sono neanche bodyguard privati al servizio del primo che provoca disordini.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
INCREDIBILE: IL FAMIGERATO BIJA, UNO DEI CAPI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, DEFINITO DALL’ONU “UN TRAFFICANTE CRIMINALE”, E’ STATO INVITATO IN ITALIA COME ESPERTO PER RIDURRE LE PARTENZE
Quando il minibus coi vetri oscurati entra nel Cara di Mineo, solo in pochi conoscono la
composizione della misteriosa delegazione da Tripoli.
È l’11 maggio 2017. L’Italia sta negoziando con le autorità libiche il blocco delle partenze di profughi e migranti. Oggi sappiamo che quel giorno, senza lasciare traccia nei registri d’ingresso, alla riunione partecipò anche Abd al-Rahman al-Milad, il famigerato Bija.
Le numerose immagini ottenute da Avvenire attraverso una fonte ufficiale, documentano quella mattinata rimasta nel segreto.
Accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare «il modello Mineo», da dove in questi anni sono passati oltre 30mila migranti.
Accordi indicibili che proseguono anche adesso, nonostante le reiterate denunce delle Nazioni Unite.
All’incontro, partecipavano anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignari di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle peggiori violazioni dei diritti umani.
Non deve essere un caso se, pochi giorni dopo, le Nazioni Unite in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza denunciavano: «Abd al-Rahman Milad (alias Bija) e altri membri della Guardia costiera sono direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco».
Si chiede il congelamento dei beni e il divieto di viaggio di Bija al di fuori della Libia. Nel dossier quel nome viene citato per sei volte: «È il capo del ramo di Zawiyah della Guardia costiera. Ha ottenuto questa posizione grazie al supporto di Mohammad Koshlaf e Walid Koshlaf».
Questi erano a capo della “Petroleum Facilities Guard”, controllavano la locale raffineria disponendo di una milizia di almeno duemila uomini.
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno.
Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, Bija era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche e investigazioni internazionali. Il 14 febbraio 2017 The Times diffonde un video nel quale si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone.
Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra. Proprio come Bija, che durante i combattimenti anti Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita.
Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia pubblica un approfondito reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su The Post Internazionale, nel quale spiega che «Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija».
Poi arriveranno articoli pubblicati da Il Messaggero, Il Mattino, la Repubblica e l’Espresso. L’anno prima, siamo nel 2016, erano stati anche Panorama e Il Giornale a indicare Abdou Rahman quale uomo chiave del traffico di esseri umani. Numerose e ininterrotte da anni sono le inchieste di Francesca Mannocchi per l’Espresso e svariati altri media, di Sergio Scandura per Radio Radicale, oltre che di alcune tra le principali testate del mondo.
Nonostante la grande mole di informazioni, Bija viene accompagnato in Italia e presentato come «uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia», racconta una fonte ufficiale presente al meeting di Mineo.
Quel giorno però accade un imprevisto. Un migrante libico ospitato nel Cara finisce per errore nei pressi del prefabbricato dove erano attesi Bija, alcuni delegati del premier Serraj e del Ministero dell’Interno tripolino. Quando dal minibus di una azienda di servizi turistici della provincia di Catania sbarcano i libici (almeno sei), l’immigrato si allontana spaventato: «Mafia Libia, Mafia Libia», dice in italiano.
Le immagini che oggi pubblichiamo parzialmente per proteggere l’identità di diversi funzionari italiani presenti a vario titolo, mostrano Abdou Rahman seduto accanto a due suoi connazionali, un uomo e una donna.
Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto di intervenire.
I libici fanno domande precise: «Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo».
Poi, racconta la fonte di Avvenire, in modo neanche troppo diplomatico «fanno capire che in fondo il “modello Mineo” si può esportare in Libia e che l’Italia potrebbe finanziare la realizzazione di strutture per migranti in tutto il Paese, risparmiandosi denaro e problemi».
Da lì a poco parte l’assedio alle Ong e vengono annunciati interventi dell’Italia e dell’Europa per aprire campi di raccolta nel Paese nordafricano.
In realtà , ha spiegato l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci nel corso di uno speciale mandato in onda dopo essersi recato di persona a Zawyah per intervistare proprio Bija appena dopo il viaggio in Sicilia, «è come se giocassero a guardie e ladri, ma in salsa libica: con i ruoli degli uni e degli altri che si invertono di continuo a seconda delle convenienze».
La trattativa deve essere andata a vantaggio dei trafficanti, se Bija è ancora in servizio. E anche i governi che si sono susseguiti hanno continuato a sostenere indirettamente ma consapevolmente le attività dei boss libici.
Diversi testimoni in indagini penali «hanno dichiarato — si legge nei report dell’Onu — di essere stati prelevati in mare da uomini armati su una nave della Guardia costiera chiamata Tallil (usata da Bija, ndr) e portati al centro di detenzione di al-Nasr, dove secondo quanto riferito sarebbero stati detenuti in condizioni brutali e sottoposti a torture».
Queste informazioni hanno avuto un inatteso riscontro proprio nei giorni scorsi. Mentre gli investigatori di Agrigento e Palermo indagavano per arrestate i tre presunti torturatori camuffati tra i migranti dell’hotspot di Messina, alcune delle vittime hanno raccontato che a decidere chi imbarcare sui gommoni era «un uomo libico, forse di nome “Bingi” (fonetico), al quale mancavano due falangi della mano destra».
Secondo un altro migrante l’uomo era soprannominato “Bengi”, e «si occupava di trasferire i migranti sulla spiaggia; era lui, che alla fine, decideva chi doveva imbarcarsi; egli era uno violento ed era armato; tutti avevamo timore di lui».
Quando gli chiedono se qualche volta avesse sentito il suo vero nome, il migrante risponde con sicurezza: «Lo chiamavano Abdou Rahman».
(da “Avvenire”)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
CON MINNITI MINISTRO FU INVITATO IL BOSS BIJA A UN CONVEGNO AL CARA DI MINEO CON FUNZIONARI DEL VIMINALE… E’ QUESTO IL MODELLO CHE RIVENDICA LA MINISTRA LAMORGESE?
Era l′11 maggio 2017, l’Italia stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso l’Italia e, al Cara di Mineo, senza lasciare traccia, entrava il boss dei trafficanti libici, il famigerato Bija. Per trattare con gli 007 italiani. Lo racconta l’Avvenire, che parla di una trattativa segreta avvenuta nel centro di permanenza dei migranti, e riporta le foto dell’incontro.
A quel tavolo, insieme con Abd al-Rahman al-Milad, questo il vero nome del trafficante, oltre a rappresentanti dell’Italia, c’erano anche altre persone.
Il quotidiano dei vescovi spiega
(erano presenti) “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani.
Che l’Italia non sapesse chi aveva varcato le soglie del Cara di Mineo è molto diffiicile. Il nome di Bija non era ignoto, e i suoi crimini erano conosciuti. Nonostante ciò fu presentato come “uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia:
Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche.
Qualche giorno dopo la strana trasferta in Italia, anche le Nazioni Unite si occuparono di lui, in un durissimo rapporto del Consiglio di sicurezza.
Della presenza di Bija al Cara di Mineo si accorse anche uno dei migranti che era ospite della struttura. Per caso capitò nell’area dove si teneva l’incontro e, riconosciuto il trafficante, si allontanò spaventato dicendo : “Mafia Libia, mafia Libia”.
Ma cosa fece il boss in durante l’incontro? L’Avvenire ricostruisce:
Ascolta senza mai proferire parola. Prende nota e ogni tanto fa cenno all’emissario del ministro dell’Interno del governo riconosciuto (della Libia, ndr) di intervenire
Dopo la rivelazione del quotidiano parte la polemica.
Matteo Orfini ha commentato la vicenda su Twitter: “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”, si legge nel post.
La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, ha affermato Nicola Fratoianni.
“Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta “guardia costiera libica” si conferma ancora una volta. – Prosegue il parlamentare di leu – e si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta ‘Guardia costiera libica’”.
Il parlamentare chiede l’intervento del governo: “Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di avvenire, torniamo a porre la necessità , a questo punto non rinviabile di istituire una commissione di inchiesta parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.
Luca Casarini, invece, si rivolge direttamente alla titolare del Viminale: “Ministra Lamorgese, sicura che vuole proseguire sulla strada tracciata da Minniti? Ha capito chi fa il “buon lavoro” in Libia? Aprirà un’inchiesta per capire il ruolo dei suoi funzionari? Il codice di condotta lo scriviamo noi perchè lo rispettino i governi”, scrive su Twitter il capo missione di Mediterranea.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
SE BERLUSCONI CONTINUA NELLA SUA LINEA FILO-SOVRANISTA ALLA FINE RESTERA’ SOLO CON QUALCHE MAGGIORDOMO IN LIVREA
Renata Polverini, ex sindacalista dell’UGL e presidente della Regione Lazio per il PdL, si è
autosospesa dal gruppo di Forza Italia ed è passata al misto. Il casus belli è stata una legge sullo ius culturae proposta dalla deputata.
“È la prima volta che accade una cosa simile”, ha detto la Polverini, ”A questo punto ritengo di dovermi autosospendere dal gruppo di Fi anche per avviare una serena riflessione sulla possibilità di continuare le battaglie che hanno sempre caratterizzato la mia attività politica e professionale in un partito che sembra aver smarrito lo spirito liberale e riformista delle origini”. Ma alcuni raccontano che l’insofferenza di Polverini venga da lontano e quello di ieri sarebbe stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Molto attiva durante la crisi del governo gialloverde per favorire la costituzione di un governo istituzionale con tutti i partiti dentro al fine di evitare le urne, Polverini è stata indicata come una dei capofila dell’ala ‘responsabile’ forzista, perchè sin dal primo momento contraria a un partito subalterno alla Lega salviniana.
Polverini, che ha partecipato alla cena degli anti-sovranisti organizzata da Mara Carfagna, non ha mai nascosto la sua netta contrarietà alla linea filosalviniana sposata da una parte della classe dirigente di Fi.
Da qui le voci, diffuse dopo la scissione di Matteo Renzi dal Pd e tornate a circolare con forza in queste ore, di un possibile approdo finale dell’ex governatore a ‘Italia Viva’.
Avvicinata alla Camera, subito dopo la notizia dell’autosospensione, seduta sui uno dei divanetti di Montecitorio, Polverini ‘dribbla’ più volte la domanda su un suo addio a Fi per passare con i renziani.
Raggiunta al telefono in serata, l’esponente azzurra ”smentisce” un ‘trasloco’ a Iv e si limita a ribadire che ”si è autosospesa dal gruppo”.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
A FORZA DI FARE IL GUASTATORE FINISCE PER CONTRADDIRSI
Matteo Renzi funziona così. Il giorno prima, attraverso i suoi parlamentari, fa un accordo (rivendicandolo) per la prossima manovra di governo, il giorno dopo critica quello stesso prodotto frutto dello stesso accordo.
Nella nota di aggiornamento del Def, in base alla vulgata di questi giorni, Matteo Renzi si è battuto per scongiurare qualsiasi variazione dell’Iva, anche considerandola come rimodulazione (con l’abbassamento di alcune aliquote e l’aumento di alcune altre).
Eppure, Matteo Renzi oggi dice che in quella stessa manovra si poteva fare molto di più, rivolgendo una critica implicita al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.
Come, ad esempio, tagliare il costo dei servizi, attualmente fissato in 150 miliardi di euro. Secondo il leader di Italia Viva, che ha scritto una lettera al Corriere della Sera, l’inghippo sta tutto lì: «Approfittare dei tassi bassi — dice Renzi — è il modo per allungare la scadenza e spendere meno: solo così si può mettere in sicurezza il Paese. Si tratta di un’occasione unica».
Insomma, Matteo Renzi ha criticato la manovra. Quella che è stata appena impostata avendo anche il benestare della sua parte politica. Il ragionamento esposto questa mattina sul Corriere della Sera si sarebbe potuto fare prima. E invece il leader di Italia Viva ha iniziato a fare il guastatore, proprio come temeva il Partito Democratico alla vigilia della scissione.
Ecco perchè, invece, Nicola Zingaretti ha frenato dopo le parole di Matteo Renzi e ha messo in guardia gli alleati di governo, compreso il Movimento 5 Stelle: qualsiasi polemica interna alle forze di maggioranza è un regalo a Matteo Salvini.
E, se è vero che questo governo è nato per scongiurare l’Iva, è pur vero che l’esecutivo aveva anche lo scopo — non secondario — di evitare il trionfo elettorale del leader della Lega.
Il primo obiettivo sembra raggiunto. E il secondo?
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
ON LINE LA “CARTA DI FIRENZE” CHE CHIEDE PIU’ DEMOCRAZIA
Più democrazia, stop al capo politico, passaggio della proprietà della piattaforma Rousseau
al M5S. Questi i punti nevralgici della “Carta di Firenze”, studiata dal gruppo degli “scettici” del Movimento Cinquestelle riunitisi domenica scorsa nel capoluogo toscano per l’elaborazione di un documento da sottoporre ai vertici grillini, proiettato ad ‘un nuovo Rinascimento’ 5S, scevro da scissioni e correnti.
La Carta di Firenze è online da mezzanotte su un sito creato apposta (www.cartadifirenze2019.it) ed è stata pubblicata non a caso nel giorno in cui il M5S compie 10 anni.
“ll nostro cuore batte ancora per il Movimento 5 Stelle. Siamo quelli che da sempre sotto la bandiera del Movimento parlano con le persone per la strada, con la pioggia o con il sole cocente, mettendoci al servizio delle nostre comunità , ai banchetti e nelle piazze”, è l’incipit del documento. Dove non manca naturalmente una critica dura alla “metamorfosi” subita dal M5S in questi 10 anni.
“In nome di una fraintesa responsabilità di governo -scrivono gli autori- il Movimento ha rinunciato ai propri principi identitari. Riceviamo sia per strada che sul web accuse sempre più sferzanti sulle ‘promesse non mantenute’ e sui ‘compromessi al ribasso’. La nostra coscienza di attivisti si ribella e ci impone di riportare il M5S al pieno rispetto dei suoi valori con perseveranza e soprattutto coerenza”.
Dunque le proposte concrete, riunite in 5 paragrafi. Il primo è intitolato alla trasparenza e alla democrazia interna, si chiede la convocazione di un’assemblea nazionale per avviare una riforma dello statuto, che passi per il “superamento della figura del capo politico mediante l’introduzione di organi elettivi e collegiali a livello nazionale, regionale e provinciale, che abbiano l’autorità di intervenire nella gestione dei conflitti interni nelle aree di competenza”.
Ma anche l'”attribuzione della piena proprietà e della gestione del Sistema operativo Rousseau al Movimento 5 Stelle assicurando la massima trasparenza della piattaforma, in particolare verso le richieste di: accesso pubblico all’anagrafe territoriale degli iscritti, verificabilità degli esiti delle consultazioni”.
Nella carta di Firenze si chiede poi il “miglioramento di ‘Tirendiconto’ per aver maggiore trasparenza sulle spese dei portavoce; completa coerenza con le principali battaglie identitarie e territoriali del M5S; formulazione di un codice etico unico e inderogabile che imponga il pieno rispetto del mandato elettorale e disciplini la sovrapposizione tra nomine in società pubbliche o private e cariche elettive, scongiurando conflitti di interesse in qualunque forma”.
Gli ‘scettici’ del M5S chiedono inoltre una “riorganizzazione dal basso”, avanzano proposte sui “processi partecipativi” con tanto di regolamento nazionale e tavoli di lavoro permanenti. Infine, regole nuove per le candidature e le nomine degli eletti all’interno del M5S, nonchè “nuovi strumenti di valutazione degli eletti che garantiscano un confronto periodico tra la base e i portavoce, così da verificare il rispetto dei principi fondativi del Movimento e il perseguimento degli obiettivi nell’arco del mandato”.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO AVER GOVERNATO CON LUI 14 MESI STANDO ZITTI, I LEGHISTI ORA SCOPRONO IL POSSIBILE CONFLITTO DI INTERESSI DI CONTE
La Lega è ancora a caccia della parcella di Guido Alpa che può far saltare Giuseppe Conte.
Da quando Matteo Salvini l’ha eletto a nemico pubblico numero uno, il Carroccio punta ripetutamente il dito sulla vicenda del concorso vinto nel 2002 all’Università di Caserta dall’attuale premier quando tra gli esaminatori c’era il suo mentore, tirata fuori da Repubblica un anno fa quando però alla Lega non interessava.
Luca Fazzo sul Giornale racconta che tutto ruota intorno alle richieste di pagamento che Alpa e Conte inviarono nel 2001 al Garante della privacy, che avevano difeso insieme in una causa contro la Rai. Vedendo quelle carte si scoprirebbe finalmente se Alpa e Conte erano due professionisti autonomi,o erano invece soci:
Entrambi, però, hanno rifiutato ostinatamente di renderle pubbliche, proibendo anche al Garante di consegnarne una copia ai giornalisti (di Repubblica e delle Iene) che le avevano chieste l’anno scorso.
Ma ora dalla Lega parte una interrogazione allo stesso Conte, che in sostanza lo sfida a tirarle fuori, chiedendo «se il presidente del Consiglio può escludere che esistano progetti di parcella firmati da entrambi e su carta cointestata riferiti ai patrocini prestati al Garante; se, in caso contrario, come ciò possa conciliarsi con la più volte ribadita autonomia e se reputi opportuno che un presidente del Consiglio, nell’escludere un conflitto, ricostruisca i fatti omettendo di esplicitare elementi decisivi».
Il tono, come si vede, è quello di chi quelle carte le ha già potute leggere.
Per liberarsi dal sospetto di un concorso addomesticato, Conte ha scelto una strada precisa: negare di essere stato socio di Alpa e di avere mai avuto uno studio in comune con il professore genovese. Non ha potuto negare di avere assistito il Garante insieme ad Alpa, ma ha sostenuto che si trattò di una collaborazione occasionale, gestita da ciascuno autonomamente. Tanto che, scrisse, «abbiamo fatturato al nostro cliente ciascuno per proprio conto».
La storia di Conte e Alpa soci ma anzi no
Conte rispose all’epoca con una lettera aperta a Repubblica, respingendo ogni accusa e spiegando che lui ed Alpa non avevano uno studio professionale insieme, ma il suo studio legale si trovava nello stesso stabile e al piano superiore di quello di Alpa, ed entrambi gli studi condividevano la stessa segreteria. In una lettera inviata a Repubblica all’epoca Conte cercò di tamponare anche l’altra e principale accusa di Repubblica, cioè di aver così stretti rapporti con Alpa da averci lavorato insieme per difendere il Garante della privacy in un giudizio contro la Rai.
Il presidente del Consiglio sostenne che il lavoro sua e quello di Alpa per il Garante erano del tutto indipendenti, allo stesso modo giustificò come normale attività , senza nulla di illegale, la pubblicazione dei suoi articoli nei volumi curati da Alpa e l’assegnazione del progetto di corsi via internet.
(da “Huffingtonpost”)
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