Destra di Popolo.net

LA CANDIDATA DI FRATELLI D’ITALIA CHE IN UMBRIA CHIEDE VOTI VIA SMS AI MALATI DI CANCRO

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

I DONATORI DI UNA RACCOLTA FONDI PER IL REPARTO ONCOLOGICO DI TERNI SI SONO VISTI RECAPITARE UN MESSAGGIO DOVE SI LEGA IL VOTO (A LEI) ALLA PROMESSA DI PROSEGUIRE NEL PROGETTO: E’ VOTO DI SCAMBIO? CHI HA PASSATO I NOMINATIVI? … LA CANDIDATA AMMETTE MA DICE DI AVERLO FATTO “SENZA PRETESA”

Una storia interessante sul voto in Umbria è stata raccontata qualche giorno fa dalla pagina Facebook “Cornelio Tacito. From Terni to dintorni”: la candidata di Fratelli d’Italia Raffaella Pagliochini ha inviato un messaggio a una serie di utenti che avevano partecipato a una raccolta fondi per una donazione per il reparto di oncoematologia dell’ospedale di Terni.
Nel messaggio si lega il voto alla promessa di proseguire con il “progetto” del reparto diretto dalla professoressa Marina Liberati: “Ti chiedo un aiuto affinchè possiamo continuare nel progetto già  iniziato anche con il tuo sostegno a favore del comitato”. Poi, la richiesta di voto: “Il 27 ottobre sbarra Giorgia Meloni x Tesei e scrivi Squarta-Pagliochini”.
“Ci dicono che questi messaggi siano arrivati in più giorni, nonostante le proteste di chi li aveva ricevuti, che giustamente lamentava l’utilizzo improprio dei numeri di telefono, che erano stati lasciati per una causa che non era certamente elettorale. Nonostante, anche, ci siano state minacce di querela. Aspettiamo di capire la dinamica, come tutti questi numeri siano passati nella disponibilità  di Fratelli d’Italia”, scriveva l’admin della pagina facebook che si riempiva di testimonianze di persone che avevano ricevuto l’sms.
“Ora, posto che la professoressa in buona fede potrebbe non aver compreso bene le conseguenze del suo gesto, ammesso che sia stata lei stessa a fornire quei dati privati, è una leggerezza grave, in odore di voto di scambio. Leggerezza che però la candidata giurista dovrebbe ben comprendere”, aggiungeva la pagina.
Tra i commenti del post si è presentata successivamente la stessa Pagliochini che ha sostanzialmente ammesso di aver mandato gli sms attribuendosene tutta la responsabilità  dicendosi però estranea alla malafede e senza alcuna pretesa (ma non stava chiedendo il voto?).
“Procederò chiaramente e nell’immediato a cancellare ogni contatto dalla mia rubrica Whatsapp”, concludeva la candidata di Fratelli d’Italia.
Cosa che avrebbe fatto sicuramente anche se non fosse esploso lo scandalo, immaginiamo…

(da “NextQuotidiano”)

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IL TRAFFICANTE CRIMINALE PER IL VIMINALE “E’ ARRIVATO CON DOCUMENTI FALSI DALLA LIBIA” E NON SE NE SONO ACCORTI

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

L’ESILARANTE TENTATIVO DI GIUSTIFICARSI: MA COME E’ POSSIBILE CHE UN CRIMINALE CON FOTO SEGNALETICHE E UNA MANO SENZA ALCUNE DITA POSSA ENTRARE IN ITALIA CON UN DOCUMENTO FALSO?.. TUTTI A NASCONDERE CHE ERANO IN TRATTATIVE CON LUI

Più che una storia da 007, la versione fatta circolare ieri da fonti del Viminale sembra uscita dalle tragicomiche avventure alla Austin Powers.
Il comandante Bija, infatti, avrebbe ottenuto il visto per l’Italia fornendo al momento della domanda «delle generalità  diverse da quelle reali, probabilmente presentando un documento falso».
Se lo scaricabarile era prevedibile lo è meno la giustificazione “sussurrata” ieri, a cinque giorni dalla prima puntata dell’inchiesta di Avvenire.
«I membri della delegazione – precisano le fonti all’agenzia Ansa — sono stati decisi dai libici stessi. Ed inoltre, aggiungono, tutti i membri, compreso dunque Bija, sono entrati in Italia con un regolare visto d’ingresso concesso dalle autorità  italiane preposte». Sfortunatamente, dai successivi controlli «è emerso infine che Al Milad avrebbe ottenuto il visto fornendo al momento della domanda delle generalità  diverse da quelle reali, probabilmente presentando un documento falso».
Fino ad ora non è stata diffusa la copia del «probabilmente» documento falso, che se fosse tale certamente dovrebbe trovarsi in qualche archivio.
Per le fonti del ministero dell’Interno «fu l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim) a chiedere l’incontro che si tenne al Cara di Mineo tra una rappresentanza delle autorità  italiane e una delegazione libica della quale faceva parte anche Abd Al-Raman Al-Milad, conosciuto come “Bija” e ritenuto dall’Onu figura di vertice delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani in Libia».
Al contrario, dall’Oim con una nota ufficiale da Ginevra hanno sostenuto lunedì che l’incontro fu richiesto dal Viminale.
Nuovi elementi sono arrivati ieri dalla Iene, la trasmissione di Italia 1 che in un servizio di Gaetano Pecoraro ha mostrato documenti e numerose interviste in Libia che confermano come Bija e le sue attività  criminali fossero più che note prima della visita in Italia.
Il giornalista ha anche mostrato uno studio del Ministero della Difesa italiano antecedente alla visita della delegazione libica in Italia.
«Un dossier dell’intelligence austriaca (Agenzia Hna) riporta gli accordi e i traffici tra la Guardia Costiera e — si legge nel testo del 10 maggio mostrato dalle Iene — le organizzazioni di Ahmed Dabbashi, Mussab Abu Ghrein (a Sabratah) e Abdurahman Milad (alias Bija, a Zawyah) per lo sfruttamento del business dei migranti».
Il volto e la storia di Bija, dunque, erano noti ai servizi di sicurezza europei e la falsa identità  per reggere avrebbe dovuto contare sulla complicità  dei 13 suoi connazionali con cui è arrivato in Italia, con la connivenza dei funzionari della Mezza Luna rossa tunisina e dell’Oim, presenti ai meeting a porte chiuse.
Ma proprio l’organizzazione internazionale delle migrazioni, nella sua nota pubblicata ieri da Avvenire, ha ricordato il «rammarico» per la presenza del boss in quella delegazione.
Comunque siano andate le cose, la versione “semiufficiale” del Viminale deve fare i conti con la realtà  in Libia. Nonostante la presunta beffa, da due anni le autorità  italiane ed europee continuano a collaborare con la cosiddetta Guardia costiera libica, tra cui quella di Zawyah guidata da Bija indicato, anche in inchieste recenti, tra i capi del campo di prigionia finanziato da Roma e Bruxelles.

(da “Avvenire”)

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L’ONU SMENTISCE L’ITALIA: “NON PORTAMMO NOI IL CRIMINALE LIBICO BIJA IN ITALIA, ARRIVO’ SU INVITO (E CON VISTO) DEL VIMINALE”

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

“MEETING RICHIESTO DAL MINISTERO DEGLI INTERNI ITALIANO, C’ERANO FUNZIONARI DEL VIMINALE DAPPERTUTTO”… L’ITALIA (CON MINISTRO MINNITI) FECE ENTRARE UN CRIMINALE TRAFFICANTE E CAPO DELLA GUARDIA COSTIERA DI   ZAWYAH   CON TUTTI GLI ONORI

Sul caso Bija non tutte le domande sono senza risposta. Ma ad ogni interrogativo ne emergono altri, facendo salire di livello le responsabilità , le omissioni e i tentativi di insabbiare la presenza del boss, come se al più si fosse trattata di una svista.
Chi invitò in Italia la delegazione libica di cui faceva parte quello che secondo l’Onu è «uno dei più brutali aggressori di migranti»?
Chi concesse il visto? Chi ne sorvegliava i movimenti e gli incontri?
A distanza di due anni l’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim) non nasconde il rammarico per aver visto «che questo individuo facesse parte della delegazione ufficiale libica in un viaggio facilitato in Italia». E adesso accusa il ministero dell’Interno.
L’inchiesta di Avvenire, infatti, è arrivata ai piani alti delle Nazioni Unite, e da Ginevra un portavoce dell’Organizzazione ha inviato una lunga nota nella quale vengono attribuite specifiche responsabilità  al Viminale che, a seconda di come si voglia vedere la storia, o non disponeva delle informazioni che ormai circolavano da tempo, oppure aveva chiuso un occhio nel momento caldo della trattativa con le tribù libiche, a cui era stato chiesto di contribuire all’interruzione delle partenze di migranti.
Ad Abdurahman Milad, detto Bija, «nel caso di questa visita è stato fornito un visto dalle autorità  italiane».
Una scelta che secondo l’Oim indicava come «il suo passato criminale non era ampiamente noto al momento» dal governo di Roma. Una formula diplomatica per dire, in filigrana, che se all’epoca il ‘delegato’ non era conosciuto dall’Onu, forse le autorità  qualcosa avrebbero dovuto sapere, anche se non «ampiamente». Informazioni a quel tempo non ritenute sufficienti per escluderlo dalla rappresentanza.
Ma è davvero andata così? Nessuno nei servizi di intelligence sapeva nulla di Bija? Dare a credere che uno Stato del G7, come l’Italia, non abbia una security in grado di raccogliere informazioni su personaggi in arrivo da Paesi sensibili come la Libia, è quasi comico.
Il giovane boss di Zawyah «faceva parte della delegazione ufficiale nominata dal governo della Libia», si legge nella nota dell’Oim, ed era stato ammesso in Italia come «membro del gruppo di lavoro tecnico libico sulle procedure operative di ricerca e salvataggio (Sar)».
Allora era stato presentato come «funzionario del Ministero degli interni libico con una funzione designata che era in in linea con gli obiettivi dell’incontro».
Diverse fonti anonime del governo dell’epoca hanno sostenuto su alcune testate italiane che «la visita di Bija e della delegazione libica nel maggio 2017 fu richiesta e organizzata dall’Organizzazione mondiale delle Migrazioni», l’agenzia presente in Libia insieme all’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) che poterono faticosamente tornare nel Paese grazie a una serie di garanzie ottenute attraverso il nostro governo. La risposta dell’organizzazione è però categorica: «L’incontro è stato richiesto dal Ministero degli Interni italiano. Oim ha facilitato solo gli aspetti logistici».
Un’altra delle versioni circolate in questi giorni è che una rappresentanza come quella arrivata da Tripoli e che si ferma per circa una settimana, non fosse guardata a vista nè “ascoltata” da personale della sicurezza.
Anche su questo punto dall’Oim smentiscono: «Funzionari del Ministero degli Interni italiano erano presenti dappertutto poichè era una visita di studio dei sistemi italiani». Mai nessun riferimento ad altri dipartimenti, come la Farnesina, che pare tenuta fuori dalla linea diretta Roma-Tripoli.
Le informazioni su Bija erano note da anni. Il flusso di notizie che lo vedono come protagonista è ininterrotto almeno dal 2015.
Due settimane prima del suo arrivo in Italia il settimanale Internazionale in un lungo servizio di Annalisa Camilli scriveva che «il capo della guardia costiera a Zawiyah, Abdurahman Milad, è una delle figure chiave del traffico di esseri umani nella regione. Milad è accusato di avere legami con le milizie di Tripoli che portano i migranti dal Sahara alla costa, prima che siano imbarcati verso l’Italia».
Il 2 febbraio un dettagliato dossier dell’Ispi aveva circoscritto il ruolo di Bija. «Nell’ambito dell’operazione Eunavfor Med, sono state raccolte informazioni sufficienti sul ruolo della Guardia costiera di Zawiyah, una città  50 km a ovest di Tripoli, nel traffico di migranti».
Secondo l’Istituto per gli studi di Politica internazionale, che dal 2016 è presieduto da Giampiero Massolo (fino ad aprile di quell’anno a capo delle agenzie dei servizi segreti italiani) il giovane Milad «attualmente capitano della Guardia costiera di Zawiya, dal 2015 controlla il traffico di migranti dall’ovest di Tripoli al confine con la Tunisia». Nell’ultimo rapporto che la procura presso la Corte penale internazionale dell’Aia ha depositato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, viene messa sotto accusa proprio la gestione dei migranti a Zawyah, il feudo di Bija.
Con la complicità  delle istituzioni libiche ai migranti viene inflitto un «trattamento crudele, inumano e degradante», si legge nel report consegnato al Palazzo di Vetro lo scorso 8 maggio e che sarà  aggiornato il mese prossimo.
Accuse che si riferiscono sia agli abusi nei centri di detenzione «gestiti da autorità  statali come il Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale », sia ai lager «usati dai contrabbandieri e dai trafficanti per ospitare i migranti nelle diverse fasi del viaggio».
Le investigazioni hanno permesso di accertare violazioni sistematiche specialmente «a Misurata, a Zawiyah, Tripoli e Bani Walid». In ballo ci sono molti soldi.
Gli accordi tra Tripoli, Roma e Bruxelles prevedono che entro il 2023 vengano spesi 285 milioni di euro solo per la cosiddetta Guardia costiera libica. Due anni fa, il 20 marzo del 2017, il premier libico al-Sarraj aveva presentato al governo italiano la lista della spesa.
Un preventivo che anche i governi successivi non hanno mai messo in discussione. La richiesta, a suo tempo, era di 10 navi per la ricerca di migranti, 10 motovedette, 4 elicotteri, 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, 30 telefoni satellitari, mute da sub, binocoli diurni e notturni, bombole per ossigeno ed altro equipaggiamento per un valore non inferiore a 800 milioni di euro. Le consegne sono già  cominciate. Ma nessuno ha visto miglioramenti nella condizione dei diritti umani. E Bija è ancora al suo posto.

(da “Avvenire”)

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IL MAGGIORE DEGLI ALPINI DI ORIGINE MAROCCHINA DENUNCIA IL SERGENTE PER RAZZISMO

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

IL CURRICULUM INECCEPIBILE DEL MAGGIORE CON MISSIONI IN AFGHANISTAN DEFINITO “NEGRO DI MERDA” DAL SERGENTE: IL CASO FINISCE IN TRIBUNALE

Ha un curriculum impeccabile il maggiore degli alpini Karim Akalay Bensellam: Accademia militare a Belluno, poi scuola di addestramento a Torino.
Tenente a due stelle di nuovo a Belluno poi capitano di 120 uomini, ora maggiore ad Aosta con alle spalle varie missioni all’estero soprattutto in Afghanistan. Ma per il suo sergente, a contare è solo il colore della sua pelle.
È l’unico di origini maghrebine tra tutti gli alpini, ma non se la sente di parlare di «razzismo nell’esercito».
Piuttosto, parla di «razzismo inconsapevole»: come quello del suo sergente, che dovrà  comunque risponderne davanti ai giudici di Verona.
Tutto nasce da una baruffa tra i due, arrivata in tribunale ma poi prosciolta per «particolare tenuità  del fatto». Ma quella sentenza ha portato alla luce il razzismo che Bensellam non si aspettava. Commenti alle sue spalle da parte del sergente, che si dichiara tramite i legali innocente, di classico stampo razzista: «N**** di m****», «non è degno di stare nell’esercito italiano», «pezzo di m****, sto meschino». Commenti che, stando alle testimonianze, il sergente faceva spesso e con tono di voce alta, senza preoccuparsi di farsi sentire, anzi.

(da agenzie)

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GALANTINO DA M5S A FDI E L’ACCUSA SULLA PARENTE DELLA SEGRETARIA

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

ADDIO MOVIMENTATO CON RISSA A MONTECITORIO

Il deputato Davide Galantino ieri ha annunciato che passerà  al gruppo di Fratelli d’Italia dal MoVimento 5 Stelle durante la discussione sul taglio dei parlamentari.
Il Messaggero racconta che l’annuncio dell’addio ai grillini è stato movimentato:
L’annuncio non è indolore. Perchè a Montecitorio la notizia provoca un mezzo parapiglia. Gli ex colleghi gli danno del «venduto». Mezza rissa, travolto il deputato leghista Giuseppe Basini.
Il passaggio non è stato indolore soprattutto perchè nel discorso Galantino ha accusato il M5S, partito con cui è stato eletto, di aver fatto propaganda con il taglio dei parlamentari perchè in realtà  il risparmio sarà  dello 0,007% della spesa pubblica.
In un altro passaggio del suo discorso Galantino ha spiegato che Camera e Senato, ministeri e regioni continueranno ad avere le figure più onerose, compreso il portavoce del premier che prende 170mila euro l’anno, segnala che gli F35 dovrebbero essere tagliati e aggiunge che non si trovano i milioni di euro per pagare gli straordinari dei poliziotti e le auto blu mentre con il reddito di cittadinanza si sprecano soldi (la parte divertente è che è stato eletto nel M5S che lo aveva nel programma).
Galantino dice che ha votato la riforma soltanto per vedere andare a casa quelli che hanno promesso di cambiare il paese ma non lo hanno fatto. E alla fine del discorso fa un riferimento “in codice”: «Con quel potere sappiamo benissimo che si possono assumere amici, amici degli amici, addirittura siamo arrivati ai parenti di sangue, vero segretaria?».

(da “NextQuotidiano“)

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ALMENO DIECI GRILLINI PRONTI AD ANDARSENE E IL RUOLO DI PIZZAROTTI

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

TRA CENE PRIVATE E INCONTRI: RIMANERE NELL’AREA DELLA MAGGIORANZA MA IN MODO AUTONOMO DA DI MAIO

Anche se alla fine i parlamentari del MoVimento 5 Stelle “ribelli” non hanno in alcun modo palesato il loro disagio durante il voto per il taglio dei parlamentari e non c’è stato l’esodo della ventina di deputati che aveva annunciato ieri sulla Stampa, Ilario Lombardo oggi racconta che c’è una cena stasera in cui si parlerà  proprio della scissione M5S e del ruolo che, a sorpresa, potrebbe avere il sindaco di Parma Federico Pizzarotti:
Ne parleranno stasera a cena, dodici dissidenti, pronti alla scissione che dovrà  concretizzarsi nelle prossime settimane.
Una cena in una casa privata di Roma, dove si ritroveranno anche alcuni tra coloro che ieri hanno abbandonato l’Aula.
Contemporaneamente il deputato Giorgio Trizzino, riunirà  «un gruppo di amici» in un ristorante al centro di Roma per capire come organizzare le prossime mosse per mantenere la rivolta nel perimetro interno del Movimento.
Gli uomini vicini a Di Maio in queste ore fanno circolare una considerazione: «Per una scissione ci vuole un leader». La storia insegna che non è sempre così. Ma comunque un leader potrebbe anche spuntare presto. L’idea della scissione non nasce oggi ma a luglio.
E da allora ne è informato anche Federico Pizzarotti, ex grillino, sindaco di Parma riconfermato senza il simbolo del M5S e animatore di Italia in Comune che a fine novembre andrà  a congresso.
In queste ore si è tenuto in contatto con Roma, per capire quanto questa volta siano concrete le opportunità  di una frattura organizzata nel Movimento. Gli hanno assicurato che almeno una quindicina di persone sono pronte all’addio.
A Pizzarotti non sfugge che per partire serve un gruppo autonomo, con venti deputati e finanziamenti propri.
A quel punto potrebbe diventare attrattivo e giocarsi le sue chance di sopravvivenza su diversi tavoli. Come virtuale partito di Giuseppe Conte, piantato nello spazio politico di centro in competizione con Matteo Renzi e capace di attrarre anche fuori dall’area della maggioranza, e agganciare Italia in Comune e tutte quella rete di amministratori che nell’area di centro sinistra vogliono valorizzare i territori.
Il Messaggero invece scrive, più modestamente, che ci sono cinque deputati in rampa di lancio verso altri lidi : oltre a Stefania Mammì e Massimiliano De Toma, ci sono anche altri nomi.
Andrea Colletti, in dissenso, prende la parola per annunciare in Aula che si tira fuori: «Ero per il monocameralismo, la Costituzione è la mia stella cometa». Adesso, rischia di essere espulso, lo sa? «Io non me ne vado, facciano pure». Ma con le restituzioni, onorevole, com’è messo? «Ho tutto rendicontato, ma prima di far partire il bonifico ho chiesto gli estremi del conto dove dovrei versare: se non si fidano loro, non mi fido nemmeno io». Amen.
Anche Sebastiano Cubeddu è in aula e non vota. E subito i sospetti si addensano pure su di lui. Se ne andrà ? Si vuole far cacciare? Intanto, Davide Galantino saluta tutti e passa con Fratelli d’Italia: l’annuncio non è indolore. Perchè a Montecitorio la notizia provoca un mezzo parapiglia. Gli ex colleghi gli danno del «venduto». Mezza rissa, travolto il deputato leghista Giuseppe Basini. Ancora un’altra voce: Roberto Rossini, che non vota il taglio dei parlamentari,viene dato in orbita Giorgia Meloni. Anche lui. Ma c’è davvero il clima scissione?

(da “NextQuotidiano”)

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GERMANIA, SPARATORIA DAVANTI ALLA SINAGOGA, DUE MORTI, TERRORISTI IN FUGA, FERMATO UN SOSPETTO

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

PRESO DI MIRA ANCHE UN NEGOZIO ARABO CON UNA BOMBA A MANO… SI PARLA DI MATRICE NEONAZISTA

Allarme in Germania per una sparatoria avvenuta ad Halle, una delle più importanti città  della Sassonia, nell’est del Paese.
I media parlano di vittime e di due uomini armati in fuga, dopo aver sparato diversi colpi, la polizia conferma che almeno due persone sono state uccise.
“Chiediamo alle persone di rimanere al sicuro nelle loro case”, ha detto un portavoce della polizia. Il fatto è avvenuto nei pressi della sinagoga cittadina, nel quartiere Paulus, ma non è ancora del tutto chiaro se l’obiettivo dell’attacco fossero i siti ebraici. Un sospetto è stato arrestato ma la dinamica degli eventi ancora non è chiara.
Ad essere preso di mira un negozio di ‘doner kebab’. E’ quanto riporta la televisione tedesca N-tv citando un testimone. “Un uomo è entrato nel locale, ha lanciato qualcosa come una bomba a mano, che non è esplosa ed ha aperto il fuoco con un fucile automatico, l’uomo dietro a me deve essere rimasto ucciso, io mi sono nascosto nel bagno”.
Gli assalitori avrebbero anche attaccato la sinagoga e cercato di fare irruzione, scrive il sito del settimanale Der Spiegel che riporta le dichiarazioni del presidente della Comunità  ebraica di Halle, Max Privorotzki. “Al momento ci sono tra le 70 e le 80 persone nella sinagoga”.
Gli uomini che hanno aperto il fuoco, due secondo le ricostruzioni, ad Halle indossavano tute mimetiche militari e possedevano diverse armi. Lo riferiscono testimoni, citati dalla Bbc. Un aggressore portava un “elmetto”, e una “maschera” e ha sparato contro un negozio con un “mitra”, spiega un testimone all’emittente tedesca di notizie N-Tv. La Bild aggiunge che un aggressore ha usato armi, sia corte (pistole) che lunghe.
Una granata ha inoltre raggiunto l’interno del cimitero ebraico adiacente la sinagoga, ma secondo un testimone l’obiettivo non era quello: l’ordigno ha colpito il cimitero solo dopo aver sbattuto sulla porta del negozio di Kebab, dove era diretto. La stazione ferroviaria di Halle è stata chiusa.
L’aggressore in fuga si è diretto verso Lipsia, ma   la dinamica è ancora molto confusa. Diverse fonti parlano di una seconda sparatoria a Landsberg, 15 chilometri da Halle.

(da agenzie)

argomento: Attentato | Commenta »

REGIONALI UMBRIA: BIANCONI METTE LA FRECCIA E SORPASSA LA TESEI

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

IL CANDIDATO CIVICO DI M5S-PD HA COLMATO I DIECI PUNTI CHE DIVIDEVANO ALLE EUROPEE LA SUA COALIZIONE DAL CENTRODESTRA… ORA IL SONDAGGIO IXE’: BIANCONI 29,7% E LA LEGHISTA TESEI 29,4%

Ieri a Cartabianca , Ixè ha anche mostrato un sondaggio sulle intenzioni di voto in Umbria, dove il candidato Vincenzo Bianconi di centrosinistra e MoVimento 5 Stelle supera di pochissimo Donatella Tesei, appoggiata dal centrodestra.
In un sondaggio di qualche tempo fa i due candidati erano dati come appaiati.
La sfida in Umbria è comunque molto lontana dal decidersi visto che il livello degli indecisi è ancora altissimo e raggiunge il 34%: una percentuale più alta dei probabili voti accordati ai due candidati. L’affluenza probabile è invece data al 60%.
Secondo il sondaggio, Bianconi, candidato di M5S, Pd, Europa Verde, Sinistra Civica Verde, Bianconi per l’Umbria è al 29,7% contro il 29,4 di Donatella Tesei (Lega, FdI, Forza Italia, Umbria Civica, Tesei Presidente) mentre Claudio Ricci (Ricci Presidente, Italia Civica, Proposta Umbria) è al 4,3.
Altri candidati sono al 2,6 con una percentuale di indecisi/non risponde al 34%.
Vale la pena ricordare che in Umbria una vittoria del centrodestra era data per scontata visto il divario di oltre il 10% raccolto alle Europee rispetto alla somma di Pd e M5S.
Ora i giochi sono riaperti

(da agenzie)

argomento: elezioni | Commenta »

SI SGONFIA IL CASO BIBBIANO: I GIUDICI NON HANNO TROVATO ANOMALIE SUGLI AFFIDAMENTI NEI 100 CASI ANALIZZATI

Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile

IL TRIBIUNALE DEI MINORI RIDIMENSIONA LA VICENDA… DEI 15 CASI PIU’ SPINOSI, SOLO 7 HANNO PRESENTATO RICORSO (CHE POI E’ STATO RESPINTO)

Parliamo di Bibbiano. Mentre il malcontento popolare, misto al populismo fagocitato dalla politica, montava e si esaltava, i giudici del Tribunale dei Minori di Bologna proseguivano il proprio lavoro lontano dalle luci dei riflettori.
In questi mesi di accurate indagini, sono stati analizzati nel dettaglio i cento casi delle segnalazioni dei servizio sociali dei comuni della Val D’Enza relativi agli affidi dell’anno 2017, quelli da cui sono partite le indagini dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’. Secondo i togati che hanno preso parte a questo lavoro, non ci sono state anomalie.
Presto per dire che si sia trattato di una bolla di sapone, ma la notizia rimescola le carte di un’indagine talmente delicata che non può vivere di proclami populisti e politici come accaduto negli ultimi mesi.
I casi più spinosi, sui cento fascicoli analizzati, riguardano solamente 15 affidamenti, in cui è stato deciso l’allontanamento dei figli dai propri genitori.
Tra le altre cose, inoltre, in otto casi su 15 i genitori non hanno neanche fatto ricorso in appello contro la decisione di allontanamento dei loro figli dalla famiglia naturale. E a questi numeri si aggiungono quei 7 ricorsi contro le sentenze respinti dalla sezione dei minori della Corte d’Appello.
Per fare una rapida sintesi: le contestazioni non sono state bocciate solo una volta, ma due.
Insomma, il caso Bibbiano assume contorni completamente diversi leggendo i numeri e le rassicurazioni del Tribunale dei minori di Bologna che ha scartabellato tutte le richieste dei servizi sociali e i (pochi) ricorsi arrivati dopo le decisioni dei giudici.
Ora si attendono altre novità  per poter chiarire se il peso di questo caso sia stato più mediatico che pratico, giocando sulla pelle dei bambini.

(da agenzie)

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