Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
INCHIESTA SULLE FORNITURE CAMICI DEL COGNATO DEL PRESIDENTE… L’ASSESSORE LEGHISTA CAPARINI DISINSTALLO’ WHATSAPP POCO PRIMA DEL BLITZ DELLA GDF… I MESSAGGI CON L’EX MOGLIE DI SALVINI, CAPO DELLA SEGRETERIA DI FONTANA
Storie di chat: mandate, ricevute, lette o addirittura cancellate disattivando l’app di WhatsApp come ha fatto, secondo quanto ha ricostruito la Procura di Milano, l’assessore regionale al Bilancio, Davide Caparini, poche ore prima che la Guardia di finanza si presentasse nei suoi uffici per acquisire i dati del telefono.
Sta qui il piatto forte dell’inchiesta sui camici prima venduti e poi donati dal cognato del governatore Attilio Fontana alla centrale acquisiti della Regione Lombardia (Aria), ente nato nel luglio 2019 su input di Fontana e dello stesso Caparini. Ente pubblico oggi nella bufera dopo il caos prenotazioni per i vaccini anti-Covid.
Non un bel momento per Caparini, leghista da sempre, prima in Parlamento e ora in Regione, figlio di Bruno, tra i padri nobili della Lega nord e influente notabile della provincia bresciana, già in contatto con un imprenditore calabrese indagato per legami con la ‘ndrangheta a Milano, ma poi archiviato.
Ora, seppur a oggi non indagato, anche Davide Caparini è per la Procura, uno dei protagonisti del “Camicigate” iniziato l’aprile scorso con una fornitura ad Aria di 75mila camici da parte di Dama spa, società di Andrea Dini, cognato di Fontana. Sia il presidente lombardo sia Dini sono attualmente indagati per frode in pubbliche forniture.
Il 24 settembre scorso, Caparini risulta tra i destinatari indicati dalla Procura per l’acquisizione dei contenuti del suo cellulare.
Ma c’è una sorpresa: quando la Guardia di finanza analizza il telefono di Caparini si accorge che l’applicazione di WhatsApp è stata disattivata solo da poche ore. Che cosa è successo? Per capire bisogna tornare ai giorni del 23 e del 24 settembre. Sono date decisive.
Il 23 settembre, infatti, la Procura di Pavia che indaga sul caso della sperimentazione dei test rapidi Diasorin in collaborazione con il policlinico San Matteo e sull’acquisto senza gara di 500mila test da parte della Regione, dispone il sequestro di alcuni cellulari. Tra questi c’è quello del presidente Fontana (non indagato a Pavia), dell’ex assessore al Welfare Giulio Gallera e di Giulia Martinelli (entrambi non indagati), influente capo della segreteria di Fontana ed ex compagna di Matteo Salvini.
Il giorno dopo, il 24 settembre, si replica. Questa volta l’ordine arriva dalla procura di Milano che indaga sui camici. Vengono così acquisiti i dati di Roberta Dini, moglie di Fontana, dell’assessore all’Ambiente Raffaele Cattaneo, dello stesso Caparini e ancora una volta di Giulia Martinelli. Il materiale analizzato è stato riversato in una annotazione depositata in Procura pochi giorni fa. È in queste pagine che viene ricostruita la singolare vicenda della chat disinstallata da Caparini poche ore di prima dell’arrivo della Finanza.
Torniamo, allora, al 23 settembre. Verso sera e dopo le acquisizioni di Pavia — è stato documentato — Caparini incontra Giulia Martinelli. Nessuno saprà mai il contenuto di quell’incontro. La mattina del 24 settembre, la Guardia di finanza si presenta in Regione per acquisire i cellulari. Poco prima, spiegano fonti vicine agli inquirenti, dal telefonino di Martinelli parte un messaggio WhatsApp indirizzato a Caparini. Il testo: “Arrivata notifica”. Il significato letterale non sembra corrispondere a quanto sta succedendo. La Procura così ipotizza un messaggio “in codice”.
Fatto è, Caparini non leggerà mai quel messaggio che non risulta spuntato. Lo leggerà (forse) senza aprirlo. Quando poi la Finanza chiede a Caparini il cellulare, è spiegato in Procura, l’assessore al Bilancio tergiversa. Passa del tempo, come viene annotato nell’informativa.
Dopodichè la Finanza si accorgerà che l’app è stata disattivata. Non vi è dubbio che l’operazione è stata fatta nelle ore precedenti in un lasso temporale che va dalla sera del 23 alla mattina del 24. Quando precisamente questo non si sa. La Procura vorrebbe saperlo, lo ha chiesto al perito, che però non è stato in grado di fissare un orario preciso. Tutto questo nulla ha di penalmente rilevante. Di curioso certamente sì.
I messaggi, disinstallando l’app, non sono stati cancellati del tutto e dunque potrebbero essere recuperati. Certo è che dagli atti dell’inchiesta affidata all’aggiunto Maurizio Romanelli “il coinvolgimento dell’assessore Caparini attiene sia alla fase genetica dell’affidamento sia alla trasformazione in donazione” e quindi “è ragionevole pensare che sia stato messo al corrente dello sviluppo delle trattative”.
Il 27 marzo 2020, poche settimane prima dall’affidamento di Aria, Roberta Dini, moglie di Fontana, scrive al fratello: “Prova a chiamare assessore Cattaneo (…). Sembra che siano molto interessati ai camici (…), questo mi dice l’assessore al Bilancio Caparini”.
Annota la Procura: “Caparini era uno dei promotori che segnalava alla Dini il nome di Cattaneo”. Tanto più che l’11 maggio 2020, otto giorni prima di una riunione in Regione dalla quale uscirà la decisione, poi comunicata il 20 maggio da Andrea Dini all’ex dg di Aria, Filippo Bongiovanni, di trasformare la fornitura in donazione, si tiene un incontro tra Caparini, Bongiovanni e Martinelli.
I tre si trovano al 35° piano del palazzo della Regione nell’ufficio di Martinelli. Qui viene sollevata la questione, confermata da Martinelli, di un legame stretto tra Dama e la famiglia di Attilio Fontana.
(da il Fatto Quotidiano)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DELLA REGIONE SICILIA FAREBBE MEGLIO A CHIEDERSI COME MAI SONO STATI VACCINATI CON DUE DOSI SOLO IL 20% DEGLI OVER 80 IN SICILIA
L’ira di Miccichè esplode in Aula. “Sono talmente inc… Quando ho detto che i deputati dovevano
essere vaccinati sono stato preso per il cu…”, sbotta il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, dopo avere comunicato a Sala d’Ercole, riunita per l’esame della legge di stabilità , la positività al tampone di un collaboratore del ragioniere generale della Regione siciliana.
Un caso di Covid che ha costretto Miccichè a sospendere i lavori almeno sino a martedì quando arriverà il responso del tampone effettuato dallo stesso ragioniere generale. “Era sicuro che con questo tipo di lavoro ci saremmo contagiati, era matematico — ha aggiunto visibilmente alterato -. Ma noi siamo la casta e prima di noi ci sono i poveri, gli avvocati, i magistrati. Ci sono tutti e noi siamo la casta di mer… che non deve ottenere niente. Io rischio la vita, il presidente della commissione Bilancio anche e così molti di voi. Io ho 67 anni, se prendo il Covid sono a rischio, e il presidente della Regione ha qualche mese in più di me — ha detto ancora -. Dico a tutti di essere prudenti, evitate di incontrare persone, fate il tampone e lo dico anche ai dipendenti del palazzo”.
Per domani è stata disposta la sanificazione del Palazzo. Fino a martedì, quindi i lavori saranno sospesi. “Il presidente della Regione mi ha dato il suo ok. So cosa comporta l’interruzione della finanziaria in questo momento, ma non ci sono altre possibilità ”, ha concluso. Miccichè aveva chiesto che i parlamentari regionali fossero vaccinati in via prioritaria, come raccontava il Fatto:
Una richiesta “precauzionale“. Con quest’aggettivo in Sicilia motivano l’istanza indirizzata dal presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gianfranco Miccichè, all’assessore alla Salute, Ruggero Razza. Oggetto della richiesta: somministrare il preziosissimo vaccino anti-Covid ai componenti e ai dipendenti dell’Ars. Il chè vuol dire vaccinare circa 300 persone, compresi ovviamente i 70 consiglieri regionali che in Sicilia si chiamano deputati e dunque “onorevoli“. Il Parlamento più antico d’Europa, insomma, vuole essere pure il primo Covid free del mondo.
Forse però Miccichè non sa che la Sicilia è tra le otto regioni italiane che non hanno ancora vaccinato con le due dosi almeno il 20 per cento degli over 80, come emerge dall’aggiornamento pubblicato sul sito internet del governo. Non sarà il caso di lasciare il posto a loro?
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
“LA VARIANTE INGLESE SI DIFFONDE ANCHE TRA ADOLESCENTI E BAMBINI”
Non le manda a dire e non ha tutti i torti. In merito al ritorno in classe di studenti e insegnanti subito dopo Pasqua, secondo il professor Massimo Galli, direttore della clinica di Malattie Infettive dell`ospedale Sacco di Milano, gli aspetti strettamente legati alla valutazione epidemiologica dicono che non è assolutamente opportuno: “Come era atteso, abbiamo a che fare con questa nuova variante inglese, diventata ormai prevalente, che si diffonde molto bene anche tra bambini e adolescenti. È pur vero che è stata vaccinata una parte degli insegnanti, aspetto che perlomeno riduce l`elemento di tensione sulla riapertura delle scuole per quanto riguarda la messa in sicurezza degli operatori. Però è evidente che bambini e giovani che contraggono il virus portano l`infezione a casa contagiando nonni e genitori che, se non ancora vaccinati, non sono in sicurezza e non lo saranno di certo dopo Pasqua”, ha detto Galli durante il convegno “Pandemia, sicurezza e diritti di cittadinanza”, promosso dalla Fgu-Gilda Unams della Lombardia.
Per l`infettivologo, dunque, “si tratta di un discorso più demagogico che realistico rispetto ai bisogni. Una proposta che mi sentirei di fare, di non semplice realizzazione, è di una riapertura graduale con test salivari, che sono poco invasivi e possono essere facilmente gestiti in ambiente scolastico da insegnanti già vaccinati. Su questa base – ha spiegato – potremmo almeno avere una rapida identificazione dei focolai di infezione nelle singole scuole, sempre che questo sistema funzioni e sia provato”.
“In questo modo potremmo limitare il rischio, ma temo che se facessimo i test e riaprissimo subito dopo Pasqua, continueremmo a dover richiudere perchè troveremmo un sacco di focolai ancora aperti. Pur con le limitazioni imposte, temo che le feste pasquali finiranno per essere una causa di incremento di spostamenti delle persone e, come ormai sappiamo bene, il virus cammina sulle gambe della gente”, ha concluso Galli.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
87 ANNI, MALATO DI ALZHEIMER, E’ STATO CONVOCATO TROPPO TARDI… “IL GOVERNO DOVEVA INTERVENIRE SUBITO, AVOCANDO A SE’ LA TUTELA DEI PIU’ FRAGILI”
Mio padre 87 anni, malato di Alzheimer, e la convocazione per il vaccino è arrivata nel giorno del
decesso. Mia madre in lotta tra la vita è la morte. Anziani fragili abbandonati. La mia è una storia semplice e drammatica. Purtroppo simile a quella di molti altri. La beffa che fa provare rabbia
Quale?
La convocazione per il vaccino è arrivata a mio padre il giorno stesso in cui è morto. E io oggi ho perso la fiducia in questo Stato. Nelle istituzioni che non sono riuscite a garantire il più elementare dei diritti
Parole che suonano strane in bocca ad uno come Giorgio Airaudo: segretario della Fiom Piemonte, sindacalista da una vita. Ex parlamentare della Repubblica
Vedo in queste ore, dentro la mia tragedia privata, il segno di un paradosso assurdo che sta vivendo tutto il paese. La nostra folle storia pandemica di questi mesi
Spieghiamolo.
Mio padre Agostino, 87 anni, soffriva di Alzheimer. Mia madre, Lina, 82 anni, malata di Parkinson è rimasta con lui, al suo fianco nel deserto della pandemia, l’unica ad assisterlo quotidianamente. E si è ammalata anche lei.
Terribile.
In un paese civile, un paese in cui si dichiara che i più deboli sono la priorità , due persone come mio padre e mia madre avrebbero dovuto essere state vaccinate almeno da un mese
E invece
Invece nulla. Mio padre è morto quando gli arrivava un appuntamento, dopo mesi di silenzio. Mia madre sta lottando contro la morte. Con il casco Cpap e i grandi flussi di ossigeno in un reparto Covid
Che cosa ti fa più male di questa storia
Che si poteva evitare. Si doveva evitare. Sia per loro sia per tanti altri che non hanno e non trovano voce. Ora si può salvarli
Rispetto alla primavera scorsa, intendi
Certo. Nel 2020 non sapevamo nulla di questa malattia, adesso abbiamo un vaccino. Paesi con me Israele e il Regno Unito si sono già del tutto immunizzati, noi non siamo riusciti a farlo neanche con una categoria anagrafica. Quella più esposta come gli anziani fragili.
Teoricamente erano una priorità
In Germania hanno iniziato a vaccinarli subito, con il personale sanitario, e non solo nelle Rsa
Che cosa è accaduto a loro negli ultimi mesi
Quello che mi fa più male. È accaduto che si sono ritrovati soli. Il centro diurno in cui mio padre era assistito ha chiuso le sue porte, giustamente, per via delle misure anti-Covid
Risultato
Tutte le famiglie dei fragili hanno dovuto rispondere correndo e facendo correre dei rischi ai loro anziani
E loro due
Erano stati segnalati come “prioritari” dal loro medico di base. Nessuno ha ritenuto di doverli convocare tra i primi
Tu fai una riflessione importante, che supera il caso personale.
Questa generazione, quella di mio padre, di mia madre, di tanti altri, è una generazione che ha costruito l’Italia di oggi. È la nostra memoria storica.
Cosa abbiamo sbagliato
Tutto. Se io vado a vedere i numeri assoluti della campagna vaccinale scopro che abbiamo raccontato una cosa e ne abbiamo fatta un’altra.
Perchè
Il racconto delle istituzioni nella lotta al virus è l’opposto della realtà
Cioè?
Abbiamo, anzi, hanno detto, di aver tutelato gli anziani, e i più deboli. Ma in realtà hanno vaccinato in prevalenza più giovani.
E come te lo spieghi
Ha prevalso il caos, la mancanza di coordinazione, il battere i pugni di questa o di quella categoria, questo o quel colore politico. Ma il dato finale è quello, e non si può negare
Quelli che volevano il vaccino hanno fatto pressione
Esatto. Solo che per loro, i più giovani, intendo, il vaccino è la differenza fra ammalarsi o meno. Per questi anziani fragili questo vaccino è la differenza tra la vita è la morte. Possibile che non ci ci si renda conto di questo
Come è potuto accadere
Questa generazione, quella dei settanta — ottantenni, non fa manifestazioni di piazza. Non è protetta da gruppi di interesse. Aveva fiducia nelle istituzioni. Ha sperato invano
Hanno atteso il loro turno. Lo stanno ancora facendo
Per mia madre e mio padre, come per tanti altri, non è arrivato. E non arriverà mai.
Giorgio Airaudo, segretario dei metalmeccanici della Cgil del Piemonte è calmo, pacato, nei toni. Ma si dichiara “umanamente distrutto”. E sceglie di parlare, da uomo e da cittadino, perchè pensa che questa denuncia sia utile. Non più per se o per la sua famiglia (purtroppo), ma per gli altri. Quelli che ancora oggi rischiano
Cosa pensavano loro, prima di questa tragedia
Ci era stato detto che in Piemonte tutti gli ottantenni sarebbero stati vaccinato entro metà marzo. Loro ci avevano creduto
Così non è stato
Esatto. Ma in Piemonte, come in tanti altri luoghi, non si sono nemmeno avvicinati all’obiettivo
È un pensiero che ti fa male in queste ore
Certo. Se lo avessero fatto, oggi mio padre sarebbe ancora vivo. Mia madre non sarebbe in un letto di ospedale a combattere
Ha avuto idea di come si siano contagiati?
Pensiamo che il virus possa essere arrivato da una persona che li assisteva. Che ovviamente non ha nessuna colpa. E qui c’è un altro tema
Quale?
Se le strutture pubbliche ti abbandonano perchè si blindano, bisogna vaccinare anche i caregiver, chi aiuta, le badanti, i volontari. Altrimenti si vanifica tutto. Questa, per me, insieme agli operatori sanitari deve essere la sola priorità . Ripeto: proteggere chi rischia la vita.
E le regioni?
Un fallimento enorme. Che è sotto gli occhi di tutti. Se non riescono a tutelare i più fragili, a chi servono? A cosa? È una domanda da farsi. Il decentramento è utile se avvicina le istituzioni ai cittadini, se aumenta la velocità di risposta. Non se diventa latitanza e lontananza. Ma soprattutto: nel Lazio mio padre è mia madre sarebbero già vaccinati
E dunque
Il tema della parità di accesso alla cura viene riproposto prepotentemente dalla pandemia. In tutti i suoi aspetti, ma soprattutto sulla campagna vaccinale
Ovvero
Ho diritto ad essere protetto perchè sono anziano e fragile e perchè sono un cittadino italiano. Non perchè sono un piemontese, un veneto o un campano. Magari in modi e com priorità diverse
Che cosa vorresti?
Che il governo intervenisse subito avocando a se la tutela dei più fragili. Passando sopra qualsiasi ridicola pretesa di autonomia. Uguali nei diritti di fronte alla malattia
Hai scritto una toccante lettera pubblica per denunciare questa ingiustizia
Lo ripeto, dobbiamo molto a questi nostri anziani. Per me questa è la generazione che è cresciuta con il boom, che ha fatto le fortune industriali di questo paese, che ha pagato le tasse fino all’ultimo centesimo. Non se le meritano. Non meritano di morire così, abbandonati al virus.
(da TPI)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
STUDI RECENTI PARLANO DI UN MINIMO DI SEI MESI, MA CERTEZZE ANCORA NON CE NE SONO
La questione della durata dell’immunità indotta dall’infezione da coronavirus o dalla somministrazione del vaccino ha, com’è facile immaginare, un ruolo centrale per capire come evolverà la pandemia e quando potremo tornare alla normalità , e a che tipo di normalità .
Ed è una delle tante domande per cui la scienza, al momento, non ha risposte definitive, ma soltanto ipotesi, indicazioni, suggerimenti, che stanno diventando sempre più solidi man mano che si accumulano dati ed evidenze provenienti sia dai test di popolazione che dalle analisi delle campagne di vaccinazione.
Uno sguardo alle altre malattie: influenza e morbillo
Per cominciare, può essere utile guardare all’esperienza proveniente da altre malattie virali con le quali conviviamo da tempo e per le quali abbiamo già sviluppato, testato e distribuito un vaccino.
Due buoni esempi, per i quali la risposta immunitaria funziona in modo completamente diverso, sono il morbillo e l’influenza. Sappiamo che il contatto con il virus del morbillo (sia naturale che tramite il vaccino) innesca una forte risposta immunitaria nell’organismo, la cui durata temporale è molto estesa nel tempo: uno studio pubblicato nel 2007 sul New England Journal of Medicine parla addirittura di lifelong immunity, cioè di immunità che dura tutta la vita. Molto probabilmente questo è dovuto al fatto che il virus del morbillo, a differenza di Sars-CoV-2, ha un basso grado di mutabilità , cioè è più stabile e non tende a produrre varianti più pericolose nel tempo.
All’estremo opposto c’è il virus dell’influenza, che muta molto velocemente. Ed è questa la ragione per cui ogni anno è necessario tornare a vaccinarsi con un prodotto sviluppato ad hoc per la specifica variante stagionale, dal momento che l’immunità (naturale o non) ottenuta dal contatto con la variante dell’anno prima non conferisce una protezione rispetto alla nuova ondata.
Dove si colloca Covid-19? Per quello che sappiamo, sembra essere più o meno a metà strada, probabilmente più spostato verso l’influenza che verso il morbillo: gli studi di popolazione sembrano suggerire che l’immunità duri per un certo lasso di tempo, ma non per tutta la vita, e non protegga completamente da tutte le varianti. Per questi motivi, secondo molti esperti, dovremo sviluppare nuovi vaccini per le varianti e tornare a vaccinarci periodicamente.
Come funziona la memoria immunitaria
La protezione immunitaria del nostro organismo si fonda sostanzialmente su quattro componenti: gli anticorpi, proteine che circolano nel sangue, riconoscono i corpi estranei come virus e batteri, e li neutralizzano; le cellule T helper, che aiutano a riconoscere i patogeni; le cellule T killer, che li neutralizzano; le cellule B, che producono nuovi anticorpi quando l’organismo ne ha bisogno.
Quando veniamo a contatto con un potenziale patogeno, il primo meccanismo a entrare in azione è quello delle cellule B, che producono anticorpi in gran quantità , ma la cui vita è in generale abbastanza breve; la seconda risposta è quella delle cellule T, ciascuna delle quali è specificamente prodotta per identificare un particolare patogeno ed eliminarlo. Alcune di queste cellule, le cellule T di memoria, hanno vita molto lunga, e (in generale) possono rimanere nell’organismo anche per svariati decenni, come nel caso del morbillo, di cui parlavamo poco fa.
Cosa succede nel caso di Sars-CoV-2? Un elemento che gioca a nostro favore è la natura regolare della sua superficie, ricoperta in modo abbastanza uniforme dalla ormai celebre proteina spike (sappiamo per esempio che gli anticorpi contro il vaiolo, il cui virus ha una natura regolare simile a quella del coronavirus, durano in genere tutta la vita): questa uniformità fa sì che i macrofagi (i globuli bianchi che inglobano i patogeni) siano in grado di legarsi facilmente al virus, anche se potrebbero non essere più così efficaci quando incontrano varianti del virus con la proteina spike mutata rispetto a quella che hanno imparato a riconoscere.
Pare che le cellule T, invece, funzionino abbastanza bene contro le varianti: se così fosse, potremmo addirittura non aver bisogno di nuovi vaccini (a meno che il virus non muti così tanto da rendere inefficaci anche le cellule T, ma al momento non sembra questo lo scenario più probabile); e comunque resteremmo protetti per lo meno dalle forme più gravi della malattia.
Un altro fattore da tenere in considerazione per prevedere la durata dell’immunità a Covid-19 è quello legato alla forza della risposta immunitaria iniziale.
Per esempio, il raffreddore comune, che è un disturbo lieve, innesca spesso una risposta limitata alle vie aeree superiori, che scema velocemente una volta passata l’infezione: questo lascia supporre che chi si ammala di Covid in forma asintomatica o lieve potrebbe avere una protezione più limitata nel tempo rispetto a chi subisce la malattia nella forma più grave.
La risposta immunitaria all’infezione naturale
Vediamo cosa dicono i numeri, partendo dall’immunità naturale, cioè quella conferita dal contagio reale e non dalla vaccinazione. Gli autori di un lavoro pubblicato a ottobre 2020 sul New England Journal of Medicine, condotto in Islanda, hanno misurato la quantità di anticorpi prelevati da 30.576 soggetti positivi al coronavirus, e poi hanno analizzato 2.102 campioni, raccolti da 1.237 pazienti quattro mesi dopo la diagnosi di positività , confrontandoli con quelli di 4.222 persone in quarantena esposte al virus e di 23.452 persone mai entrate in contatto con il virus. I risultati dell’analisi hanno mostrato che gli anticorpi antivirali contro Sars-CoV-2 non diminuiscono nei quattro mesi successivi alla diagnosi.
Un altro lavoro, pubblicato poco dopo su Immunity, che ha preso in esame circa 30mila pazienti in Arizona, ha allungato di un altro mese l’arco temporale di produzione degli anticorpi. Ma lo studio più incoraggiante (seppur condotto su un gruppo più piccolo) è quello pubblicato su Science a febbraio scorso, i cui autori hanno esaminato estensivamente 254 campioni provenienti da 188 pazienti Covid, prelevati tra 6 e 8 mesi dopo l’infezione, caratterizzando le dinamiche di tutte e quattro le componenti della risposta immunitaria.
Queste le conclusioni: l’infezione da Covid genera una risposta immunitaria molto forte, che coinvolge tutti i tipi di memoria immunitaria, e il 95% dei pazienti mantiene tale risposta a circa sei mesi di distanza dall’infezione.
Confrontando questi risultati con analoghe analisi condotte su pazienti guariti dalla Sars (in cui si osservano cellule immunitarie specifiche anche 17 anni dopo l’infezione), gli autori del lavoro hanno concluso che “una volta passato il peggio — cioè le settimane acute della malattia — la risposta immunitaria del corpo all’infezione da Sars-CoV-2 è molto simile a quella che si ha per altre malattie”, il che fa pensare che “la memoria immunitaria, molto probabilmente, previene l’ospedalizzazione e il rischio di malattia grave per molti anni”, addirittura (si spera) per decenni.
Un piccolo numero di pazienti, concludono gli autori, non aveva alcuna memoria immunitaria a lungo termine dopo l’infezione, probabilmente a causa delle differenze della quantità di virus a cui erano stati esposti: ed è qui che entrano in gioco i vaccini, che dovrebbero aiutare a livellare queste disomogeneità individuali
Memoria immunitaria
I quattro tipi di memoria immunitaria e la loro permanenza nel caso di infezione da SARS-CoV-2. (da JENNIFER M. DAN et al., Immunological memory to SARS-CoV-2 assessed for up to 8 months after infection, Science, 05 Feb 2021: Vol. 371, Issue 6529, eabf4063 DOI: 10.1126/science.abf4063)
Ci sono poi i risultati di uno studio di sieroprevalenza da poco condotto a Wuhan, pubblicati su Lancet: gli autori del lavoro hanno sottoposto 9mila persone residenti nella città a diversi test per gli anticorpi, prima ad aprile e poi a giugno e infine tra ottobre e dicembre 2020. 522 persone sono risultate positive al test, e 40% delle persone con anticorpi aveva sviluppato anticorpi neutralizzanti (quelli che proteggono da reinfezioni) già in aprile: i livelli di questi anticorpi sono rimasti stabili per almeno nove mesi, indipendentemente dalla gravità della prima infezione.
Oltre a dare un’indicazione sulla durata dell’immunità , comunque, lo studio suggerisce anche che la maggior parte della popolazione non è mai entrata a contatto del virus, e che quindi è indispensabile continuare le campagne di vaccinazione per avvicinarsi all’immunità di gregge (concetto su cui torneremo tra poco) e prevenire future ricomparse della malattia
La risposta immunitaria al vaccino
I vaccini, di solito, sollecitano una risposta immunitaria più forte rispetto all’infezione naturale, dal momento che sono stati progettati appositamente a questo scopo, mentre il virus che circola in natura cerca in ogni modo di eludere le difese dell’organismo.
Al momento non abbiamo certezze sulla durata dell’immunità conferita dal vaccino: quello che sappiamo è che il vaccino, se somministrato correttamente e completamente (ovvero con entrambe le dosi previste), induce, nell’arco di poche settimane, una risposta immunitaria completa e ragionevolmente efficace nella maggior parte dei pazienti. Secondo l’immunologo statunitense Anthony Fauci, l’immunità indotta dal vaccino potrebbe durare mesi o potenzialmente anche anni. Ma per saperlo con più sicurezza c’è ancora da attendere
La questione delle reinfezioni
Al tema della durata dell’immunità è legato anche quello delle reinfezioni. I Centers for Disease Control and Prevention spiegano che, sebbene siano stati riportati diversi casi di reinfezione, si tratta di eventi molto rari, la cui natura va però ancora chiarita. In particolare, resta ancora da capire qual è la probabilità che si verifichi una reinfezione, quanto tempo può avvenire dopo la prima infezione, quanto sono gravi i casi di reinfezione, chi sono i soggetti a maggior rischio, cosa comporta la reinfezione per l’immunità , se i reinfettati sono contagiosi.
Uno studio appena pubblicato su Lancet, condotto in Danimarca, ha mostrato che la maggior parte dei pazienti Covid rimane protetta dal virus per almeno sei mesi: la probabilità di infezione, dicono gli autori, si riduce dell’80% negli under 65 e del 50% negli ultrasessantacinquenni.
In particolare, il lavoro ha preso in esame 11.068 persone positive al coronavirus durante la prima ondata della pandemia; durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020, 72 di queste persone (lo 0,65% dei positivi) si sono reinfettate, rispetto al 3,27% delle persone infettate per la prima volta.
Lo studio, però, ha diversi caveat: il numero di persone anziane esaminate è molto basso, e i ricercatori non hanno raccolto altre informazioni oltre ai risultati dei tamponi, per cui è possibile che persone con sintomi di media entità (alla prima infezione) si siano reinfettate in modo asintomatico e quindi siano sfuggite al conteggio.
Per questi motivi, gli autori sottolineano, ancora una volta, il fatto che l’immunità a un’infezione naturale è “disomogenea e non prevedibile”, il che rinforza la necessità di vaccinare tutti, in particolare i più anziani: “Non possiamo certamente permetterci”, ha commentato Steen Ethelberg, epidemiologo dello Statens Serum Institut, l’agenzia sanitaria pubblica danese, “di considerare protetti i pazienti che si sono già infettati: non è detto che siano protetti dalla reinfezione, nè da reinfezioni con sintomi pesanti, specie se si tratta di persone anziane”. Per livellare queste disparità la ricetta è sempre la stessa: vaccinare il più possibile. “Dopo la vaccinazione, le disomogeneità scompaiono: le risposte immunitarie sono alte in tutti i soggetti, con poche eccezioni”
E allora, l’immunità di gregge?
Quali sono le implicazioni di tutto questo sull’immunità di gregge? Purtroppo, in questo momento, le prospettive non sono rosee. Nature ha da poco pubblicato un lungo editoriale sul tema, dichiarando senza troppi giri di parole che l’immunità di gregge, al momento, è fuori dalla nostra portata, tanto da indurre l’epidemiologo Youyang Gu a cambiare il nome del suo modello previsionale da Path to Herd Immunity (“Il cammino verso l’immunità di gregge”) a Path to Normality (“Il cammino verso la normalità ”).
La prima ragione è che non sappiamo se e quanto il vaccino impedisca di essere contagiosi (è la cosiddetta questione dei vaccini sterilizzanti): il concetto chiave dell’immunità di gregge sta nel fatto che, nel momento in cui un soggetto si infetta, non ci sono altri soggetti infettabili intorno a lui, e di conseguenza l’epidemia si spegne. Dal momento che non sappiamo se i vaccini sono realmente sterilizzanti, e che la loro efficacia non è del 100%, al momento non possiamo sperare di raggiungere a breve l’immunità di gregge: stando alle conoscenze attuali, ci saranno ancora per parecchio tempo dei soggetti infettabili che potranno ospitare e far proliferare il virus.
C’è poi da considerare il fatto che la distribuzione dei vaccini non è omogenea. Teoricamente, dice qualche esperto, se le campagne di vaccinazione fossero state perfettamente coordinate in tutto il mondo, avremmo avuto qualche speranza di spazzare via il virus; ma questa ipotesi è del tutto irrealizzabile da un punto di vista pratico e logistico.
Anche posto che la percentuale di popolazione vaccinata necessaria a raggiungere l’immunità di gregge fosse intorno al 70% (in realtà sembra che sia addirittura maggiore), al momento nessun paese al mondo, nemmeno Israele, ha superato questa soglia; ci sono paesi dove addirittura la percentuale di vaccinati è inferiore all’1% dell’intera popolazione. Le disomogeneità , tra l’altro, sussistono anche all’interno dello stesso paese: la maggior parte dei sistemi sanitari prevedono una distribuzione del vaccino stratificata per età , e al momento i bambini sono esclusi ovunque dalla vaccinazione.
Ancora: a ostacolare il raggiungimento dell’immunità di gregge ci sono le varianti, che potrebbero rendere il virus più trasmissibile e più resistente ai vaccini. Si innescherebbe così un circolo vizioso difficile da interrompere: più tempo impieghiamo a fermare il virus, più le varianti proliferano e si diffondono, e ancora più tempo impieghiamo a fermarle. Il caso di Manaus, in Brasile, è molto esplicativo: tra maggio e ottobre 2020, come spiega una ricerca pubblicata su Science, almeno il 60% della popolazione è stata infettata da Sars-CoV-2. La percentuale sembrava prossima a quella necessaria per il raggiungimento dell’immunità di gregge, ma l’arrivo della variante P.1 ha sparigliato le carte in tavola, provocando un nuovo aumento dei contagi: a gennaio 2021 tutti i casi di positività a Manaus erano legati alla nuova variante. Tra l’altro, c’è da considerare un effetto collaterale: man mano che aumenta la quota di popolazione immune, il virus è sottoposto a una pressione selettiva sempre maggiore, il che favorisce — ancora una volta — la selezione di varianti in grado di infettare anche chi è immune.
C’è infine un tema sociale: le campagne di vaccinazione, in qualche modo, stanno modificando il nostro comportamento. Le persone si vaccinano, tendono inevitabilmente (e comprensibilmente) ad abbassare la guardia anche se non si dovrebbe: più persone sono vaccinate, più aumentano le loro interazioni, il che, tenuto ancora una volta conto del fatto che nessun vaccino è sicuro al 100%, ha un impatto sull’equazione dell’immunità di gregge. E la allontana ancora di un po’. Forse così tanto che dovremo rinunciarci.
(da Wired)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
LEGA 22,5%, PD 20,3%, M5S 18%, FDI 17,2%, FORZA ITALIA 7,6%, AZIONE 2,7%, ITALIA VIVA 2,2%, SINISTRA ITALIANA 2%, + EUROPA 1,5%, MPD 1,2%
Lo scenario politico dell’ultimo mese è stato segnato da cambiamenti molto significativi e gli ultimi
sondaggi registrano alcune novità rilevanti, con il rafforzamento di Pd e M5S e un calo del consenso per il Governo Draghi.
La rilevazione Ipsos per il Corriere della Sera mostra orientamenti di voto in sostanziale stabilità per i partiti di centrodestra, a fronte di un aumento di M5S e Pd.
In dettaglio, la Lega si conferma al primo posto con il 22,5% (-0,5 rispetto a febbraio) delle preferenze, seguita dal Pd che si attesta al 20,3% (+1,3) e dal M5S al 18% (+2,6) che scavalca FdI, stabile al 17,2%, come pure stabile risulta Forza Italia con il 7,6%.
Tra le forze minori si segnalano il sorpasso di Azione (2,7%) su Italia Viva (2,2%), l’aumento del divario tra Sinistra italiana (2%) e Articolo 1 (1,2%) dopo la separazione, e la flessione di + Europa (1,5%), dopo l’uscita di Emma Bonino.
Significativo anche l’orientamento nei confronti del Governo Draghi. L’apprezzamento dell’esecutivo e del presidente Draghi, pur mantenendosi su livelli elevati, risulta in flessione: rispetto ai valori registrati all’insediamento, l’indice di gradimento diminuisce di 6 punti per il Governo (da 62 a 56) e di 7 punti per il premier (da 69 a 62).
Una sorta di “rimbalzo tecnico”, spiega Nando Pagnoncelli sulle colonne del Corriere, che, non a caso, risulta più accentuato nelle aree geografiche che avevano manifestato il consenso più alto (Nordest e Centronord).
Il calo risulta inoltre più rilevante presso due gruppi sociali distinti, il primo caratterizzato dagli individui di condizioni economiche elevate, laureati, ceti dirigenti o impiegatizi (presumibilmente perplessi sulla squadra di governo e delusi per il condono fiscale), il secondo composto da persone di condizioni economiche basse o medio basse, lavoratori autonomi, ceto operaio, dipendenti con contratti a termine o occasionali (deluse sul fronte dei sostegni e delle misure restrittive).
Il calo, inoltre, è più accentuato tra gli elettori del Pd, del M5S e di FdI mentre il consenso risulta stabile tra gli elettori della Lega e di Forza Italia.
(da “Huffigntonpost”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
UNO STUDIO ISS MOSTRA UNA CHIARA CORRELAZIONE TRA SCUOLA IN PRESENZA E INFEZIONI… E SOLO LO 0,87% DEL PERSONALE SCOLASTICO HA RICEVUTO DUE DOSI DEL VACCINO
Dopo Pasqua asili nido, elementari e prima media riprenderanno in presenza anche in zona rossa. La scuola prima di tutto. Mario Draghi lo aveva fatto capire chiaramente già nei giorni scorsi ed è sulla scuola che il presidente del Consiglio, e con lui tutto il governo, ha deciso di investire “il tesoretto” della flessione dei contagi maturato grazie ai sacrifici dell’ultima stretta.
“Tesoretto”: copyright del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha parlato di “una scelta che vuole dare un segnale rilevante ad un pezzo strategico e decisivo della nostra società ” decisa “in un quadro che resta molto prudenziale”.
Un investimento, in quanto tale una sorta di scommessa.
Se è vero, infatti, che, come ha spiegato Draghi in conferenza stampa, “una serie di evidenze scientifiche dimostrano che la scuola fino alla prima media è fonte di contagio in maniera molto limitata, in presenza di tutte le altre restrizioni” è altrettanto vero che l’incidenza del contagio in età evolutiva nei primi due mesi di quest’anno è aumentato. Soprattutto nei periodi in cui le scuole sono state aperte in presenza.
Lo dimostra uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità , presentato nel pomeriggio dal presidente Silvio Brusaferro nella riunione del Comitato tecnico scientifico basato su dati rilevati dal 24 agosto dell’anno passato al 21 febbraio con aggiornamenti ai primi di marzo.
Numeri alla mano, risulta evidente che da gennaio il contagio è aumentato nei ragazzi e negli adolescenti con meno di 20 anni e anche nei bambini di età compresa tra 0 e 9 anni, nel periodo autunnale la fascia anagrafica meno toccata “toccata” dal virus.
Una crescita che gli scienziati collegano agli effetti della variante inglese, molto più contagiosa e oggi diventata prevalente rispetto al ceppo originario del virus, ma che nei grafici coincide con il periodo in cui sono state aperte le scuole in presenza. Un dato che non si può ignorare.
Di qui la preoccupazione dell’Istituto Superiore di Sanità e la prudenza del Ministero della Salute e del premier Draghi che non a caso stamattina, probabilmente riferendosi alle attività collegate prima di tutto agli spostamenti sui mezzi pubblici che riguardano soprattutto gli studenti delle superiori, ha precisato: “Più si alza l’attività scolastica più aumentano le possibilità di contagio”.
Per quello che riguarda il personale scolastico, che rappresenta una parte della questione e non la risolve, i numeri non sono confortanti. Secondo i nuovi dati pubblicati sul sito governo.it e aggiornati a stamattina solo lo 0,87% – 5.599 persone – del personale scolastico, infatti, è stato vaccinato con due dosi.
Ad aver ricevuto la prima dose in questa categoria sono stati invece 874.810 soggetti, pari al 56,56% del totale. La Valle d’Aosta è riuscita a vaccinare con richiamo il 12,60% del personale scolastico, mentre tutte le altre Regioni non arrivano nemmeno all’1%, tranne la Campania che ha vaccinato l’1,02% del totale. Ma questo riguarda la campagna vaccinale, un’altra scommessa per il governo Draghi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
INUTILE TRASCINARE CAUSE IN TRIBUNALE PER ANNI, BLOCCARE L’EXPORT ALLA FINE CI DANNEGGIA (COME AVEVAMO SOSTENUTO FIN DALL’INIZIO)
“Si ha il sospetto che alcune società , non faccio nomi, si siano vendute le dosi due-tre volte…”. La
frase è un inciso nel ragionamento di Mario Draghi, in conferenza stampa all’indomani del Consiglio Europeo. Ma è sufficiente per segnalare che ormai i dubbi su Astrazeneca hanno superato il livello di allerta.
Draghi non si fida più dell’azienda anglo-svedese che sta consegnando all’Europa solo un quarto delle dosi pattuite, la casa farmaceutica al centro dello scontro tra Bruxelles e la Gran Bretagna, il marchio che ha contribuito a far deragliare la campagna vaccinale del vecchio continente.
Non è una sfiducia sull’efficacia di questo vaccino, con cui lo stesso capo del governo si vaccinerà la settimana prossima, ma sull’affidabilità dell’azienda. Però anche Draghi si ritrova stretto nella tenaglia europea dei vaccini, costretto a muoversi su opzioni di soluzione che richiedono tempo: tutte.
Il caso dello stabilimento di Anagni, dove su segnalazione di Bruxelles i Nas hanno scoperto 29 milioni di dosi AstraZeneca di ancora non chiara destinazione – ufficialmente Belgio e paesi Covax – è stata la ciliegina sulla torta di una storia nata male e andata peggio.
Al governo e nelle cancellerie di tutta Europa non credono fino in fondo alle spiegazioni dell’azienda, che accusa problemi di capacità produttiva. Sospettano un giro di affari sulle stesse dosi promesse all’Ue. E si sospetta che parte delle dosi prodotte in Europa e destinate all’Ue siano invece finite in Gran Bretagna, attraverso il Belgio e l’Olanda, paesi che ospitano il centro di smistamento delle fiale (nel primo caso) e stabilimenti di produzione (oggi l’Ema ha autorizzato anche quello di Halix). S
oprattutto, paesi fin dall’inizio critici del regolamento di controllo sugli export messo in campo dalla Commissione Europea e applicato da Draghi, unico in Ue a bloccare l’esportazione di 250mila dosi di AstraZeneca verso l’Australia.
Insomma, per dirla tutta: il sospetto che è una volta arrivate in Belgio, le fiale di Anagni sarebbero poi partite per la Gran Bretagna, in forza del contratto in esclusiva che Downing Street ha firmato con la casa farmaceutica.
Mentre quello firmato dall’Ue impegna l’azienda a compiere solo “il migliore sforzo possibile”, come fa notare beffardo il ministro della Sanità britannico Matt Hancock. In altri termini, non la impegna così tanto o la impegna a dare la priorità a Londra.
Non a caso, fanno notare fonti europee, solo dopo che si è saputo di Anagni, il premier Boris Johnson ha teso la mano a Bruxelles per trattare.
E a questo punta anche Draghi, d’accordo con Angela Merkel e gli altri leader Ue e a valle di tutti i legittimi sospetti. “La cosa più normale da fare è trovare un accordo con la Gran Bretagna dopo queste schermaglie – dice – Questa sarà la strada. Da qui si esce solo con un accordo. Nessuno ha voglia di stare anni in tribunale per capire a chi appartengano le dosi che escono da Olanda e Belgio”.
Un approccio che ridimensiona anche la portata della nuova versione del regolamento sugli export presentata dalla Commissione Europea. Draghi l’ha sostenuta in Consiglio, ma anche lui non la applicherà alla lettera, proprio perchè ora si cerca un’intesa con Johnson.
Nella vecchia versione, spiega il capo del governo, “il principio era di rispettare i contratti. Ora invece il meccanismo è allargato al criterio della proporzionalità e della reciprocità ”, cioè per poter bloccare gli export “conta anche cosa fa il paese di destinazione delle fiale, se esporta a sua volta e come è messo con la campagna vaccinale”.
Ma – ed è questo il punto – “il mancato rispetto dei contratti resta il requisito più importante”. Della serie: nessuno fermerà dosi di Pfizer/Biontech, che sta rispettando il contratto, solo perchè vanno in Gran Bretagna o negli Usa.
È una strada che lascia spazio alla diplomazia. “Al blocco totale non ci dobbiamo arrivare e non ci arriveremo, può innescare reazioni analoghe”, sottolinea Draghi. Ed è la strada della mediazione tra gli Stati Ue, divisi anche su questo tema. Il punto è che richiede tempo, risorsa che scarseggia come il siero anti-covid in Europa. Ma nemmeno le altre vie sono più veloci. Quella americana è ferma in attesa che Joe Biden, ieri in grande spolvero al summit Ue, finisca di vaccinare la popolazione adulta d’oltreoceano. Quella russa pure non è breve.
Draghi torna a dire che “dobbiamo sempre cercare il coordinamento europeo, cercare di rafforzarlo, poi se non si vede una soluzione, è chiaro che dovremo cercare altre strade”, ma poi chiarisce: “Starei attento a fare questi contratti” su Sputnik “perchè ieri la presidente della Commissione ha messo in luce come, da un’indagine fatta dalla Commissione, i russi possono produrre massimo 55 milioni di dosi, di cui il 40% in Russia e il resto all’estero. È un vaccino in due dosi, a differenza di Johnson & Johnson, e all’Ema non è stata ancora presentata formale domanda”. In poche parole: “Non si prevede che l’Ema si pronunci prima di tre o quattro mesi. Se va bene, il vaccino sarebbe disponibile nella seconda parte dell’anno”.
“Ne usciamo con la produzione dei vaccini in Europa, è l’unica via che ci tirerà fuori”, continua Draghi indicando un’altra strada che pure non è corta. “Ci sono 55 nuovi siti di produzione in Europa. Le previsioni su Johnson&Johnson sono consistenti, inviterei a guardare al futuro con ottimismo”.
La tenaglia europea sui vaccini è realtà ormai. Tirarsene fuori non porterebbe vantaggi immediati. Incredibile ma anche sui vaccini l’Ue è riuscita a infilarsi in una trafila lunga, mentre la pandemia incalza.
Proprio come è sempre successo sull’economia, eccezion fatta per il ‘parto’ del Next Generation Eu e la sospensione del Patto di stabilità l’anno scorso, decisi nel giro di pochi mesi. Eccezioni appunto, perchè anche sull’economia sembra che la rivoluzione sia finita e si stia tornando alle vecchie abitudini.
La Corte Costituzionale tedesca, che si è già distinta per le sue sentenze contro il Quantitative easing della Bce di Draghi, ora tenta di fermare il Recovery fund. Quanto agli eurobond, Draghi tenta di disseppellirli ma, dice, “io posso pensare quello che voglio ma vanno fatti insieme, ci si arriva quando ci si arriva tutti. Serve impegno politico per marciare il quella direzione, non so quante generazioni ci vorranno…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
VACCINARE 42 MILIONI DI ITALIANI NON E’ UN TRAGUARDO REALISTICO
“In Italia l’immunità di gregge è molto difficile da raggiungere”. Ne è convinto il professore Andrea Crisanti. Il microbiologo è intervenuto in un incontro organizzato a Venezia, spiegando i numeri dietro alla sua affermazione.
“È difficile” che si raggiunga l’immunità vaccinale, perchè, ha spiegato, perchè “in Italia ci sono circa 62 milioni di persone e per arrivare all’immunità di gregge dobbiamo raggiungere 42 milioni di persone. Se incominciamo a levarne 12 (i ragazzi tra 0 e 18 anni) arriviamo a 50 milioni”.
Ma non solo: “Da questi dobbiamo levare altri 10 milioni che sicuramente non si vaccineranno, e siamo quindi a 22 milioni di persone che non si vaccinano — ha proseguito — in più ci sono tutte le persone non raggiungibili, ovvero i senza dimora e tutti quelli che sono entrati in Italia senza permesso e non sono registrati all’anagrafe. Sicuramente ammontano ad altri 4 milioni”. Unendo tutti questi numeri, ha concluso, “l’immunità di gregge in Italia non si raggiunge”.
Quindi, ha proseguito, per tornare alla vita normale restano “tre opzioni“: “O mascherine e distanziamento o addirittura segregazione nel distanziamento come sta succedendo in Israele, nel senso che hai un pass (vaccinale ndr.) e chi non è vaccinato non può stare con altre persone. Oppure si danno degli incentivi per aumentare la vaccinazione, andando anche verso l’inclusione molto presto i ragazzi tra i 13 e i 18 anni”.
Terza opzione è mettere in piedi “un sistema di tracciamento e sorveglianza a livello nazionale — ha sottolineato ancora Crisanti — che sia in grado di fare tamponi molecolari sull’esempio che ci ha dato l’Inghilterra, che ne fa un milione al giorno”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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