Destra di Popolo.net

TRENTO, IL PRESIDENTE DELLA LEGA SI DIMETTE DOPO GLI IGNOBILI INSULTI SESSISTI RIVOLTI A DUE CONSIGLIERE PASSATE DALLA LEGA A FRATELLI D’ITALIA

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA CHIAMATO “TROIE” LE DUE CONSIGLIERE

Alla fine sono arrivate le dimissioni di Alessandro Savoi, presidente della Lega Trentino, al centro della bufera per le frasi sessiste nei confronti di due consigliere che hanno lasciato il partito di Salvini per approdare in FdI e per questo chiamate “troie”.
“Io sottoscritto Alessandro Savoi, Presidente della Lega Salvini Trentino, con la presente – a seguito delle dichiarazioni pubblicate sui social – rassegno le dimissioni dal ruolo di presidente del Partito, onde evitare strumentalizzazioni politiche che possano recare danno alle battaglie della Lega sul territorio locale e nazionale”, fa sapere in una nota.
“Nel rassegnare le dimissioni, mi assumo la responsabilità  delle mie parole – che sono il primo a riconoscere frutto di un grave errore – e formulo le mie scuse a quante si sono da esse sentite offese nella loro dignità  personale, prima che politica e istituzionale”, conclude il leghista.
La bufera si è scatenata dopo che Savoi, in un post su Facebook ha usato il termine “troie” per attaccare Alessia Ambrosi e Katia Rossato, consigliere provinciali in regione, “colpevoli” di aver lasciato il partito di Salvini per quello di Meloni.
Un addio che ha scatenato l’ira del presidente regionale leghista, il quale sui social ha attaccato i fuoriusciti – cui si aggiunge anche il consigliere comunale di Trento, Daniele Demattè – definiti “torobetti”, (‘burattini’ nel dialetto locale), parlando di “gente infame” e “traditori”.
In un altro post ha rincarato la dose: “E niente. Nella vita, come nella politica, i leoni restano leoni, i cani restano cani e le troie restano troie”.
L’attacco non è passato inosservato. A puntare il dito anche la giornalista Selvaggia Lucarelli: “Ieri due consigliere provinciali (prima la Ambrosi, poi la Rossato) sono uscite dalla Lega Trentino per passare a Fdi. Il presidente del partito leghista e consigliere provinciale Alessandro Savoi ha scritto un post pacato, degno del partito che rappresenta”, scrive su Twitter, postando le parole di Savoi.
Immediata la solidarietà  bipartisan verso le due consigliere. La senatrice di FdI Isabella Rauti, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità  del partito, ha condannato Savoi: “Violente e gravissime le parole del presidente della Lega in Trentino verso due nostre consigliere provinciali in Regione, la cui ‘colpa’ sarebbe quella di aver aderito a Fratelli d’Italia. A loro va tutta la mia solidarietà  e vicinanza non soltanto come esponente politica ma in quanto donna”.
Mentre la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio a Palazzo Madama, ha chiesto un intervento dei vertici leghisti: “Un atteggiamento indegno. I vertici della Lega intervengano”. Il consigliere regionale di Fdi Alessandro Urzì ha promesso di portare il caso in consiglio regionale.

(da agenzie)

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CENTRODESTRA IN ALTO MARE: PER I VOTI NELLE CITTA’ I CANDIDATI SONO SOLO CIVICI

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

SCONTRO SU ROMA E COPASIR TRA SALVINI E LA MELONI, NESSUNO CI VUOLE METTERE LA FACCIA: SONO I CUOR DI LEONE DEL SOVRANISMO

Impantanati nelle trincee delle comunali (per fortuna loro e del Pd ancora lontane), i partiti del centrodestra sono finiti in rotta anche sulla guida delle commissioni parlamentari di garanzia. Giorgia Meloni contro tutti o tutti contro Giorgia Meloni, è un po’ il mood della coalizione che, a poche settimane dalla nascita del governo Draghi, registra già  distanze siderali al proprio interno. Il termometro per l’esattezza segna temperature polari tra la leader di Fdi e Matteo Salvini. Complici, chissà , anche gli ultimi sondaggi, che darebbero l’unico partito di opposizione in crescita di un punto (al 16,5) e la Lega in discesa al 20.
L’ultimo botta e risposta ieri: sulla nascita di un nuovo soggetto sovranista europeo su input dell’ungherese Orban e col coinvolgimento del capo leghista. Ma i rapporti sono ai ferri corti soprattutto sulle candidature: Roma e le altre città  che in autunno andranno al voto.
Una cosa è certa, in nessuna delle cinque grandi città  i tre partiti (Lega, Fi e Fdi) non riusciranno a presentare loro uomini, solo civici. Il buco nero (anche) del centrodestra resta Roma. Tre giorni fa il forfait di Guido Bertolaso. Su di lui puntava e punta ancora Forza Italia.
L’ex sottosegretario alla Protezione civile resta il candidato ideale di Matteo Salvini (che lo ha sponsorizzato al suo governatore lombardo Fontana per la gestione della campagna vaccinale). “Chi ha detto no a Bertolaso per mesi ora faccia qualche proposta alternativa”, è sbottato giovedì il segretario chiamando in causa espressamente gli alleati di Fdi.
Ieri la replica risentita di Giorgia Meloni: “Per noi basta mezz’ora per chiudere sulle candidature nelle città  e in Calabria. Non credo che Salvini abbia detto davvero queste cose. Sa benissimo che su Roma, dove le ipotesi in campo sono due ed entrambe autorevoli, Guido Bertolaso e Andrea Abodi, come su Milano, ma anche sulla Calabria abbiamo deciso insieme di approfondire e poi rivederci. Per noi si può chiudere anche prima di Pasqua. Basta mezz’ora. Spero sia lo stesso per Salvini”.
Ora sembra che quel tavolo sarà  convocato prima o subito dopo Pasqua. La tensione resta. “Attenzione, Roma non è terreno per esperimenti o esordi”, avverte Maurizio Gasparri da quel fronte forzista che resta saldo in sostegno di Bertolaso. E sembra riferirsi oltre che ad Abodi, il presidente dell’Istituto di credito sportivo citato da Meloni, anche all’altro nome in circolo, quello di Francesco Rocca, a capo della Croce rossa.
Ma fosse solo Roma. A Napoli, dove centrosinistra e M5S potrebbero convergere sulla candidatura forte del presidente della Camera Roberto Fico, il centrodestra si starebbe ritrovando in sostegno del magistrato Catello Maresca. Il quale però non vuole bandiere o liste di partito al suo seguito.
Salvini si è detto subito disponibile a rinunciare al simbolo (anche perchè la Lega lì non raggiunge le due cifre), Fdi ha fatto sapere di non essere d’accordo.
Milano è in altissimo mare. Quattro i potenziali civici in corsa.
Su nessuno c’è intesa: il dirigente del gruppo Pellegrini Roberto Rasia dal Polo, i docenti universitari Paolo Veronesi e Maurizio Dall’Occhio, infine Simone Crolla, consigliere della Camera di Commercio americana in Italia. Stessa storia a Bologna.
Si sono detti disponibili al “sacrificio” col centrodestra l’ex ministro centrista Gianluca Galletti e l’ex M5S Giovanni Favia. E poi il responsabile Ascom Giancarlo Tonelli e l’imprenditore Fabio Battistini. L’unico accordo raggiunto riguarda Torino e l’imprenditore Paolo Damilano.
Ma è di queste ore anche lo scontro sulle commissioni parlamentari di garanzia.
Se la Vigilanza Rai (oggi al forzista Alberto Barachini) spetterebbe all’opposizione per “prassi”, spetta a un partito d’opposizione per legge il Comitato di controllo sui Servizi, il Copasir.
La Lega non intende passare il testimone, togliendolo dalle mani di Raffaele Volpi. Roberto Calderoli lo ha fatto capire abbastanza chiaramente nella riunione avuta negli ultimi giorni al Senato con Ignazio La Russa (Fdi) e Licia Ronzulli (Fi).
Così, proprio La Russa ha scritto alla presidente Casellati per rimarcare appunto come “la legge, in forma insuperabile, assegna ad una forza di opposizione” quella presidenza. E siccome la Lega cita come precedente il caso di Massimo D’Alema – rimasto al Copasir nel 2011 nonostante l’avvento del governo Monti e l’ingresso del Pd in maggioranza – il senatore di Fdi sostiene che sono “circostanze non comparabili”. Perchè in quel caso l’esecutivo era completamente tecnico, perchè si era a fine legislatura e perchè su D’Alema c’era l’unanimità , ovvero il voto favorevole anche della Lega, allora unico partito di opposizione. Oggi invece l’unico partito di opposizione, Fdi, è contrario alla permanenza in carica di Volpi. Peccato che Salvini non abbia alcuna intenzione di mollare il controllo parlamentare sui Servizi segreti.

(da “La Repubblica”)

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LETTA PRENDE IN GIRO SALVINI: “MOLTO MALE, HA TENUTO IN OSTAGGIO IL CDM E PURE SENZA RISULTATI”

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO PD INTERVIENE SU TWITTER CONTRO IL LEADER DELLA LEGA

“Molto bene – scrive Letta su Twitter – Il DecretoSostegni interviene su salute, scuola, turismo, cultura e aiuta lavoratori e imprese. Bene Draghi. Bene i Ministri. Male, molto male che un segretario di partito tenga in ostaggio per un pomeriggio il cdm (senza peraltro risultati). Pessimo inizio Salvini”.
In altri tweet il segretario dem ha poi lodato l’azione dei suoi ministri, Dario Franceschini e Andrea Orlando, per gli interventi a favore rispettivamente della Cultura e della protezione dei lavoratori. E ha concluso: “Il Pd unito rende efficace e forte il governo”.
Tra gli argomenti affrontati da Draghi nella conferenza stampa di ieri c’è anche il Mes, uno dei motivi della rottura di Renzi con il governo Conte 2.
Ma mentre Carlo Calenda dichiara apertamente di non aver apprezzato le parole del premier, Italia viva esprime un commento più misurato.   “Per chiarezza e serietà  devo dire che non condivido affatto la risposta sul MES – twitta il leader di Azione – Grave non avere un Piano per SSN. E non è che se lo dice Conte è un errore e se lo dice Draghi va bene”.
Mentre Luigi Marattin, responsabile economico di Iv, si limita a osservare: “Il presidente Draghi ha perfettamente ragione quando dice che prima di decidere sul Mes, occorre decidere cosa fare con quei soldi. L’anno scorso Italia Viva, assieme alla richiesta di accedere al Mes, presentò un piano dettagliato per spendere quelle risorse, preparato dal nostro gruppo parlamentare. Lo mettiamo a disposizione del governo Draghi. Perchè ancora pensiamo che questa opportunità  non vada sprecata”.

(da agenzie)

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“FU SEQUESTRO DI PERSONA”: LA PROCURA DI PALERMO CHIEDE IL PROCESSO PER SALVINI PER OPEN ARMS

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

NUOVE PARTI CIVILI MENTRE PROSEGUE L’UDIENZA NELL’AULA BUNKER… I PM SMANTELLANO LA DIFESA DEL LEGHISTA

Nell’aula bunker dove si tenne il primo maxiprocesso a Cosa nostra, oggi l’imputato è uno solo: Matteo Salvini.
La procura di Palermo chiede un processo per lui. L’ex ministro dell’Interno è accusato di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio, per “aver tenuto in mezzo al mare, per sei giorni, 147 migranti salvati dall’Ong Open Arms, nell’agosto 2019”.
In aula, ci sono il procuratore capo, Francesco Lo Voi, l’aggiunto Marzia Sabella e il sostituto Geri Ferrara.
I pm ripercorrono l’istruttoria fatta dal tribunale dei ministri contro Salvini, poi Lo Voi richiama le deposizioni fatte a Catania (nell’udienza per il caso Gregoretti) dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “L’azione amministrativa, hanno detto, era del ministro dell’Interno, gli altri sapevano dopo”.
E ancora, dice Lo Voi: “Il presidente Conte ha spiegato che non si è mai discusso in consiglio dei ministri dei singoli casi e ancora meno della concessione del porto sicuro alle navi delle Ong”.
Osserva il procuratore: “La redistribuzione dei migranti non può pregiudicare la concessione del porto sicuro”. Un altro passaggio dell’intervento dell’accusa: “L’azione di governo non parlava di blocco generalizzato delle navi”.
Per la procura, la questione è tutta “amministrativa” e non “politica, che è stata affrontata dal Parlamento con l’autorizzazione a procedere”. Conclude Lo Voi: “L’accusa è sostenibile in giudizio, si chiede il rinvio a giudizio per entrambi i reati così come configurati”.
Alla prima udienza, il 9 gennaio, erano state ammesse 18 costituzioni di parte civile. Stamattina, via libera anche al Comune di Palermo, a quello di Barcellona e alla Ong Emergency. La procura ha chiesto di acquisire la decisione del Comitato Onu per i diritti umani, del 29 gennaio 2021, con questo provvedimento l’Italia è stata condannata per non avere agito tempestivamente in relazione a un’operazione di soccorso avvenuta al di fuori delle acque territoriali italiane.
E’ il giorno della discussione prima della decisione del giudice Lorenzo Jannelli, le alternative sono due: rinvio a giudizio, per un processo, oppure proscioglimento. Lo Voi aveva chiesto che l’udienza preliminare fosse pubblica, il giudice ha rigettato l’istanza, “perchè il codice di procedura penale non lo prevede”, questa ha scritto in un’ordinanza, porte sbarrate anche per ragioni legate all’emergenza Covid.
L’atto d’accusa
Anche la procura di Palermo ha fra i suoi atti alcune lettere dell’ex presidente Conte. Per ben due volte, fra il 14 e il 16 agosto 2019, il capo del governo chiese a Matteo Salvini di fare sbarcare i 27 minori non accompagnati della “Open Arms”. Perchè la situazione a bordo era diventata insostenibile.
Per l’accusa, quelle due lettere smentiscono in pieno la linea difensiva dell’imputato Salvini che ha sempre parlato di una decisione collegiale sul respingimento della Open Arms. Quelle lettere sono state i capisaldi dell’atto d’accusa del tribunale dei ministri, che ha istruito questo caso.
“Nella lettera del 14 agosto 2019 — ricordavano i giudici — il presidente Conte invitava ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza ai minori presenti sull’imbarcazione”.
Salvini “respingeva ogni responsabilità  al riguardo — ricostruiva il tribunale — evidenziando che i minori a bordo della nave spagnola dovevano ritenersi soggetti alla giurisdizione dello Stato di bandiera anche con riferimento alla tutela dei loro diritti umani”.
Stessa risposta il ministro dell’Interno diede al presidente del Tribunale dei minori di Palermo. Risposta ritenuta insoddisfacente. Tanto che il 16, il tribunale aprì i procedimenti per attivare le tutele dei minori non accompagnati.
Quello stesso giorno, ricordava ancora il tribunale dei ministri, “il presidente del Consiglio rispondeva alla missiva di Matteo Salvini ribadendo con forza la necessità  di autorizzare lo sbarco immediato dei minori presenti a bordo della Open Arms, anche alla luce della presenza della nave al limite delle acque territoriali (in effetti vi aveva già  fatto ingresso) e potendo, dunque, configurare l’eventuale rifiuto un’ipotesi di illegittimo respingimento”.
Nella sua deposizione per il caso Gregoretti, Conte ha ripercorso quei giorni.
L’indirizzo politico condiviso era quello di coinvolgere preventivamente l’Europa nella redistribuzione dei migranti soccorsi nel Mediterraneo, ma le decisioni sugli sbarchi erano di competenza del ministero dell’Interno. “Le responsabilità  politiche e penali vanno distinte”, è stato il commento del giudice di Catania dopo l’udienza. E, oggi, lo sostiene anche la procura di Palermo.

(da agenzie)

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OPEN ARMS, ANCHE LA CITTA’ DI BARCELLONA PARTE CIVILE CONTRO SALVINI

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

SONO UNA VENTINA LE PARTI CIVILI AMMESSE AL PROCESSO

La Open Arms è il vessillo di Barcellona e così anche Ada Colau, sindaca della città  spagnola, presenterà  oggi la costituzione di parte civile all’udienza preliminare che vede Matteo Salvini accusato di sequestro di persona dei 147 migranti costretti per 21 giorni a bordo della nave umanitaria che li soccorse ad agosto del 2019.
In aula anche i rappresentanti della Ong spagnola. “Saremo a Palermo – dicono – e attenderemo di conoscere le decisioni del gup augurandoci, come sempre, che si pronunci per andare avanti nell’accertamento della verità  su una vicenda divenuta ormai emblematica delle violazioni e degli abusi di cui i governi europei si sono resi responsabili in questi ultimi e difficili anni. Ancora oggi il Mediterraneo centrale, con le sue morti, i naufragi, le omissioni di soccorso, i respingimenti, gli accordi con paesi illiberali e non sicuri, rappresenta la pagina più buia e vergognosa di un’europa assente. La decisione di proseguire nel dibattimento sarebbe un primo importante passo per ridare voce e dignità  a tutti gli uomini, le donne, i bambini e le bambine che ogni giorno rischiano la vita per raggiungere le nostre democrazie, quelle che credono possano garantire loro diritti e pace e che invece chiudono le loro frontiere e derogano ai principi che le costituiscono”.

(da agenzie)

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IN CALABRIA I MILITANTI LEGHISTI NON POSSONO PARLARE

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

IL REGOLAMENTO: “LA PAROLA D’ORDINE E’ IL SILENZIO, GUAI A CHI NUOCE AL PARTITO”… E QUALCUNO RICORDA IL BRACCIO DESTRO DEL NUMERO DUE DELLA LEGA IN CALABRIA, CONDANNATO A 12 ANNI E 9 MESI NEL PROCESSO CONTRO LA MAFIA

Parola d’ordine, silenzio. Soprattutto con i giornalisti.
Fresca di restyling interno, la Lega calabrese si dà  le sue “regole di condotta”. Arrivano a tutti i militanti per mail e sotto forma di “promemoria”, ma più che indicazioni sembrano ordini perentori.
Pena, sembra dare a intendersi, l’esclusione dalla giostra di nuove nomine interne messe in agenda per dopo le regionali.   A firmare è il neocommissario regionale, l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, che forse memore dei modi carbonari di “Calabria libera” – lega regionale calabrese di ispirazione secessionista poi confluita in Forza Italia –   di cui è stato tesoriere, sembra dare parecchio peso alla riservatezza.
E va subito al dunque, indicando “le condotte assolutamente vietate”.
Prima fra tutte, “comunicare ai giornali e ad i media eventuali insofferenze o altre notizie che possano nuocere al partito” perchè a quanto pare la stampa è il nemico, bravo solo a mettere zizzania.
Stesso motivo per cui ai leghisti calabri è assolutamente vietato “commentare negativamente azioni o provvedimenti assunti dagli organi del partito o da rappresentanti dello stesso nelle istituzioni”.
Soprattutto adesso che il leader della Lega, Matteo Salvini, sembra intenzionato a lanciare la candidatura a governatore del presidente facente funzioni Nino Spirlì, con buona pace dei vecchi accordi con le altre forze di centrodestra e dei mal di pancia di non pochi leghisti calabresi.
Medesima ispirazione sembra animare anche il divieto numero tre: i militanti calabresi del Carroccio sono tenuti a non “assumere atteggiamenti non consoni allo stile della Lega e cioè prudenza, umiltà , condivisione, responsabilità , credibilità , militanza, rispetto e, comunque – si specifica per l’ennesima volta – adesione alle direttive del partito”.
Per lungo tempo dilaniata da una guerra per bande più che da una lotta fra correnti, la Lega calabrese sembra intenzionata più che a cambiare passo a trovare un metodo per lavare – strettamente in famiglia – i panni sporchi.
E “per evitare che si possa dire ‘io non sapevo’ ” – scrive il neocommissario regionale Saccomanno –   a tutti ricorda che “ogni problematica esistente si discute all’interno delle sedi ufficiali del partito dove si devono trovare delle soluzioni condivise sempre nell’interesse del movimento”. Insomma, se si deve litigare, lo si fa all’interno e meglio che nessuno lo venga a sapere. Anche perchè il nuovo assetto del partito in regione è tutto da ridisegnare e – si fa intendere – non si tollereranno sgarri alle regole.
“Il partito – recita il promemoria –   saprà  riconoscere l’impegno di ognuno e saprà  assumere quei provvedimenti che possano comprovare, appunto, la costanza di ognuno e l’attività  proficua portata avanti”. A insindacabile giudizio del neocommissario, ovviamente. E la posta in gioco è alta, perchè in ballo ci sono le liste per le regionali, come la gerarchia interna tutta da ridisegnare dopo l’ennesimo “congelamento” di nomine e incarichi.
Allo scopo, Saccomanno inizia a dettare le regole di autocandidatura, o meglio “manifestazione di disponibilità “, per gli aspiranti dirigenti interni che dovranno presentare il curriculum, certo, ma anche certificato penale, quello attestante i carichi pendenti e quello relativo alle indagini in corso. Tutti immacolati, ovviamente.
Criteri che potrebbero mettere non poco in difficoltà  militanti come Pasquale Malena, uomo forte del Carroccio nel cirotano e braccio destro dell’avvocato dei vip Cataldo Calabretta che la Lega ha voluto come numero due del partito in Calabria e commissario della Sorical, società  in house di gestione delle risorse idriche.
Malena è infatti fresco di condanna a 12 anni e 9 mesi nel maxiprocesso antimafia “Stige”.
Se poi tali diktat fossero anche retroattivi qualche problemino potrebbe averlo anche Domenico Furgiuele, l’unico deputato leghista calabrese, attualmente indagato nell’inchiesta Waterfront della procura antimafia di Reggio Calabria con l’accusa di aver fatto parte di un cartello di imprenditori costituito per aggiustare le gare.
Ma di questo – fedele alle regole che lui stesso ha snocciolato – Saccomanno non fa menzione.

(da agenzie)

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BIDEN DA RECORD, 100 MILIONI DI VACCINATI IN 58 GIORNI

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

PER ORA GLI USA RIFORNIRANNO SOLO CANADA E MESSICO

Obiettivo raggiunto con sei settimane d’anticipo. Il presidente USA Joe Biden taglia il traguardo dei 100 milioni di vaccini anti-Covid somministrati a 58 giorni dal suo insediamento, molto prima rispetto ai 100 giorni che si era dato come obiettivo.
La macchina vaccinale americana va: l’accelerazione impressa nelle ultime settimane, dopo l’accordo tra i giganti farmaceutici Johnson & Johnson e Merck, fa veleggiare la Casa Bianca verso un nuovo target. Già  a fine maggio dovrebbero esserci abbastanza vaccini per coprire l’intera popolazione adulta, con la promessa sempre più concreta di un 4 luglio all’insegna dell’indipendenza dal virus. Una posizione solida che si accompagna alla consapevolezza che i numeri dei contagi e dei morti sono ancora alti (nelle ultime 24 ore, 57.000 nuovi casi e 1100 morti): di qui l’appello a non abbassare la guardia e la cautela nell’apertura all’export.
Se finora, infatti, Washington ha posto il veto all’esportazione di vaccini per dare priorità  alla campagna interna, qualcosa inizia a cambiare, almeno per i vicini Messico e Canada. I media americani, citando fonti dell’amministrazione, hanno anticipato un piano per mandare fuori confine oltre 4 milioni di dosi, di cui 2,5 milioni al Messico e 1,5 al Canada. Non si tratterà  di regali ma di “prestiti” – anche se ancora non si conoscono i dettagli — e almeno nel caso del Messico è difficile non vedere la coincidenza temporale con la chiusura del confine col Guatemala, Paese di transito delle carovane di migranti dall’Honduras. Il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador ha ringraziato Biden per aver accolto la richiesta del Messico di condividere una parte delle dosi di vaccino AstraZeneca inutilizzate negli Usa: lì l’azienda anglo-svedese non ha ancora presentato domanda per l’approvazione all’Agenzia del farmaco Fda, in attesa della conclusione di un ulteriore studio di fase 3.
Nei magazzini americani ci sono decine di milioni di dosi in attesa, di cui una trentina nello stabilimento di West Chester in Ohio: un paradosso che ha suscitato proteste internazionali di fronte al disperato bisogno di fiale che assilla gran parte del mondo. La Casa Bianca, però, ha detto che solo 7 milioni di dosi sono pronte per la spedizione. “La nostra prima priorità  rimane vaccinare la popolazione degli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Jen Psaki. Ma – ha aggiunto – “garantire che i nostri vicini possano contenere il virus è un passaggio fondamentale per la missione”.
Washington, insomma, rimane fedele a quella che The Atlantic ha definito “America First Vaccine Strategy”, strategia vaccinale all’America First. Alcuni canali di diplomazia vaccinale sono stati attivati, come quelli con i partner dell’Indo-Pacifico e ora con i vicini Messico e Canada, ma sempre con molta attenzione a non sguarnire il fronte interno.
Ad oggi, il Paese ha somministrato circa 116 milioni di dosi, con oltre 75,3 milioni di persone che hanno ricevuto almeno una dose, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention. Il 29,2% degli adulti e il 66,3% degli over-65 hanno ricevuto almeno una dose. Nell’ultima settimana, sono state effettuate in media 2,5 milioni di iniezioni al giorno. Ci si potrebbe chiedere, di fronte a questi numeri, il perchè di un atteggiamento tanto cauto sul fronte internazionale. Una possibile risposta arriva dall’avvertimento lanciato durante un’audizione al Senato da Anthony Fauci, principale consigliere scientifico del presidente Biden sulla pandemia: per raggiungere l’immunità  di gregge, probabilmente, sarà  necessario vaccinare anche adolescenti e bambini, motivo per cui non è meglio essere prudenti nel cantar vittoria.
“Non sappiamo esattamente a che punto ‘magico’ c’è l’immunità  di gregge – ha spiegato – ma sappiamo che se la stragrande maggioranza della popolazione sarà  vaccinata saremo in una buona posizione. Alla fine potremmo dover inserire anche i bambini in questo ‘mix’. Quando saranno immunizzati gli studenti delle scuole superiori potremo raggiungere questo obiettivo”. Alcuni Stati Usa — riporta la Cnn – stanno per aprire la vaccinazione anche agli over-16, per i quali è stato approvato il vaccino Pfizer, mentre per le fasce più piccole sono partite alcune sperimentazioni. Gli Usa, ha spiegato Fauci, hanno pianificato di vaccinare gli adolescenti nell’autunno di quest’anno, mentre i bambini più piccoli all’inizio dell’anno prossimo. “Penso che dovremmo essere attenti a non sposare troppo il concetto di immunità  di gregge – ha aggiunto Fauci -, perchè non sappiamo esattamente, per questo tipo di virus, a che soglia si raggiunge. È stata stimata una percentuale di vaccinati tra il 70% e l′85%”.
Biden non vuole fare passi falsi nella sua missione per “immunizzare l’America”. Allo stesso tempo, ha fretta di far tornare gli studenti in presenza, dopo mesi di disagi e polemiche per la chiusura delle scuole e le lacune dell’insegnamento a distanza. Proprio oggi il governo ha aggiornato le linee guida per il ritorno in classe, sempre con mascherina: basterà  una distanza di 3 piedi (90 cm) rispetto ai 6 attualmente richiesti, un allentamento che facilita il percorso di ripresa negli istituti. Le nuove raccomandazioni si applicano agli studenti dall’asilo alla scuola superiore e nelle aree con una trasmissione comunitaria bassa, moderata e sostanziale di Covid-19. Nelle zone dove la diffusione del virus è alta, la distanza interpersonale resta invariata, a meno di dividere la classe in piccoli gruppi
Entro fine mese tutto il personale della scuola dovrebbe essere vaccinato, mentre per gli studenti il governo ha stanziato fondi per lo screening. Per quanto riguarda i vaccini, la campagna potrebbe estendersi alla fascia d’età  12-17 anni alla fine dell’autunno. Un mix di pragmatismo e prudenza continua a guidare la strategia americana, ancora molto concentrata su sè stessa e con affacci estremamente mirati. L’Europa per ora resta fuori dal radar; per i Paesi in via di sviluppo l’unica scialuppa resta Covax.

(da “Huffingtonpost”)

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VACCINI, LE DIECI PEGGIORI REGIONI NELLA SOMMINISTRAZIONE SONO DI CENTRODESTRA

Marzo 19th, 2021 Riccardo Fucile

QUATTRO SONO GOVERNATE DALLA LEGA: LOMBARDIA, VENETO, FRIULI E MOLISE

Proprio così: le dieci peggiori regioni nel rapporto somministrazioni/consegne dei vaccini sono amministrate daI sovranisti.
I dati sono del Ministero della Salute, e parlano chiaro: all’ultimo posto c’è la Sardegna (che gode però della fortuna di essere l’unica bianca), poi la Calabria, Liguria, Lombardia, Veneto, Sicilia, Umbria, Molise, Fiuti-Venezia Giulia, Basilicata.
Eppure il centrodestra si è sempre vantato della propria organizzazione: tra questi (oltre a Donatella Tesei per il Molise, già  Lega Nord) c’è il leghista Massimiliano Fedriga, ma ancor di più c’è l’alter ego di Matteo Salvini: niente po’ po’ di meno che Luca Zaia.
E, non è finita: c’è il numero uno della regione che ha sempre rivendicato di essere un modello da seguire. Chi? Il signor Attilio Fontana (che con Moratti e Bertolaso ne promettono una dopo l’altra). Ma attenzione, perchè non c’è solo la Lega.
Anche Forza Italia e simili fanno la loro parte con tutte le altre 7 regioni peggiori. Tra le migliori invece ci sono la Valle D’Aosta, la Provincia di Bolzano, la Puglia e la Campania. Poi Piemonte e Trento.
La capolista è la Valle D’Aosta. Ma che significa questo rapporto somministrazioni/consegne? Sarebbe la quantità  di vaccini inoculati alla popolazione rispetto a quelli consegnati ma non ancora iniettati.
C’è chi dice che è così perchè almeno si possono conservare i richiami. Ma a molti questa risposta non convince.
Ecco la lista completa (media nazionale: 76,9%), aggiornata al 19 marzo.
Valle D’Aosta: 86,9%
P.A. Bolzano: 85,8%
Puglia: 82,8%
Campania: 82,1%
Piemonte: 80,5%
Abruzzo: 80,03%
P.A. Trento: 80%
Emilia-Romagna: 79,9%
Toscana: 79,7%
Marche: 79,3%
Lazio: 78,8%
Basilicata: 78%
Friuli-Venezia Giulia: 77,4%
Molise: 77%
Umbria: 76,9%
Sicilia: 75,4%
Veneto: 74,4%
Lombardia: 72,7%
Liguria: 67,5%
Calabria: 66,2%
Sardegna: 63,4%

(da agenzie)

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RISTORATORI SUL PIEDE DI GUERRA: “TRADITI DA SALVINI, HA PENSATO SOLO ALLA SUA POLTRONA”

Marzo 19th, 2021 Riccardo Fucile

“PRIMA CRITICAVA CONTE SUI RISTORI, ORA CHE E’ AL GOVERNO NON HA FATTO NULLA”

Non ce la fanno più. Da un anno i ristoratori chiedono risposte (e ristori), vogliono sapere come e quando riaprire in sicurezza.
Adesso — raccontano a Open — sono «stremati» e «non credono più a nessuno», nemmeno a chi in un primo momento sembrava aver preso a cuore la loro condizione legata alla mancata riapertura serale dei locali a causa del Covid e alla serrata totale al pubblico in zona arancione e rossa.
«Salvini ci ha traditi, ci ha delusi. Ha pensato solo ai suoi interessi. In queste settimane non ha fatto nulla, peccato che poco tempo fa — come peraltro dimostrano le foto — indossava persino la mascherina e la maglietta di “#ioapro” . Ci aveva detto “farò il possibile dal 6 marzo per riaprire in sicurezza” e, invece, niente. Non ha nemmeno votato l’emendamento presentato da Fratelli d’Italia sulla riapertura di bar e ristoranti in zona gialla anche a cena. Lega e Forza Italia si sono astenute».
A parlare a Open è Umberto Carriera, ristoratore di Pesaro (titolare de La Macelleria) e promotore di #ioapro che nei mesi scorsi ha mobilitato centinaia di ristoratori, in tutta Italia, e che ha organizzato — come documentato da questo giornale — con altri ristoratori, alcune cene illegali, in violazione dei Dpcm, per protestare contro i provvedimenti.
«Stiamo preparando una class action contro il governo»
Ora, però, non è più tempo di riaperture illegali, #ioapro è acqua passata (o, almeno, così sembra). «Siamo passati ai tribunali, al Consiglio di Stato. Adesso, con una class action che stiamo preparando e per la quale abbiamo già  raccolto 5mila adesioni, chiediamo al governo un risarcimento dei danni pari al mancato incasso di questo anno, al netto dei pochissimi ristori ricevuti», spiega Carriera.
Intanto per sabato 20 marzo è prevista a Modena una manifestazione (“#noinonsiamoloro”) a cui prenderanno parte non solo i ristoratori ma anche baristi, dj, proprietari di palestre, parrucchieri, operatori dello spettacolo, «tutti i dimenticati di questo governo».
L’idea di un nuovo gruppo politico
Non una protesta a caso. Carriera — pur non volendo anticipare troppo — lascia intendere che la sua idea, considerando le poche risposte ricevute finora dalla politica, sarebbe quella di convogliare questo malcontento «in un partito» che dia le risposte che nessuno ha avuto il coraggio di dare loro in questi mesi di pandemia. Un gruppo politico che rappresenterebbe le partite Iva, tutte, senza alcuna distinzione.
«Pronti allo sciopero della fame, adesso basta»
A rincarare la dose è Paolo Polli, titolare del ristorante Ambaradan, di Milano, tra i promotori della riapertura serale dei locali previo tampone all’ingresso.
Polli, così come altri colleghi, è pronto anche a fare «lo sciopero della fame qualora il governo non dovesse ascoltare le nostre istanze». «Salvini ha pensato solo alla poltrona, prima criticava Conte perchè non ci dava i ristori e gridava “le aziende stanno morendo, fate velocemente”, ora che si trova al governo non ha fatto più nulla. Non parla più di ristori stranamente».
La «bolla» delle consegne a domicilio
Le consegne a domicilio, poi, sembrano non essere affatto sufficienti a tenere a galla le loro attività , spiega Polli: «Sono una “bolla”, non incassiamo nulla. Tutti i ristoratori hanno aperto al domicilio e quindi adesso ci ritroviamo in tantissimi a spartirci questa piccola torta. Senza considerare poi le alte percentuali che si prendono i delivery classici, fino al 35 per cento. Cosa ci guadagniamo? Io, ad esempio, sono passato da 1.000 a 100 euro di incasso al giorno. Questo significa che se sto chiuso spendo meno, almeno non pago le bollette».
«In un anno — continua — ho recuperato il 2 per cento del mio fatturato annuale, nulla quindi. E so di dipendenti di locali, in cassa integrazione, costretti a lasciare Milano perchè, con quello che prendono, cioè solo una parte del loro stipendio, non riescono a pagarsi nemmeno l’affitto. Che ci fai con 600-800 euro a Milano? Insomma, va peggio di prima».

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