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E’ GIA’ SABATO DEL LIBERI TUTTI, ASSEMBRAMENTI E VIOLAZIONI A ROMA, MILANO, NAPOLI E TORINO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

A ROMA CHIUSA VIA DEL CORSO, INSULTATI I VIGILI A TRASTEVERE, DENUNCE A MILANO E NAPOLI… E’ QUELLO CHE SUCCEDE QUANDO SI ALLENTANO LE MISURE SENZA BASI SCIENTIFICHE

Il giallo si respira appena ma già per i più impazienti – per usare un complimento – scatta il semaforo dell’imprudenza e del menefreghismo totale verso qualsiasi avvertimento e deterrente.
Così nel sabato precedente l’allentamento delle misure anti-covid, a Roma è scattato una sorta di ‘via libera tutti’, nonostante tutto.
Così una folla si è riversata in via del Corso, in pieno centro, tanto da costringere la Questura a chiudere momentaneamente la strada.
Ieri sera invece a Milano sono state elevate 71 contravvenzioni per violazione del coprifuoco o delle norme anti-covid che vietano il consumo di cibo e bevande in prossimità del luogo di vendita. Altre 133 sanzioni sono state eseguite per organizzazione di feste e cene proibite. Inoltre i luogi dello shopping e della movida si sono riempite di gente, da Corso Buenos Aires alla Darsena.
Sempre a Roma le forze dell’ordine hanno chiuso per 5 giorni un circolo privato a San Basilio per violazione del coprifuoco da parte di una quindicina di clienti.
A Trastevere alcuni vigili che stavano effettuando i controlli anti-covid sono stati accerchiati e insultati da un gruppo di ragazzi, due dei quali sono stati denunciati. Anche Trastevere è stata temporaneamente chiusa.
Anche a Napoli non sono mancati gli assembramenti e la violazione della norma sul coprifuoco: erano più di 200 le persone che affollavano la porzione di piazza Dante che affaccia in via Ettore Bellini, dopo le 22, con tanto di alcol e musica ma rigorosamente senza mascherina: 25 i denunciati.
Folla in strada anche a Torino, soprattutto nelle vie del centro. Mentre all’esterno di ristoranti e pizzerie si lavorava per allestire i dehors in vista della riapertura di lunedì, davanti ai negozi si sono registrate lunghe file sotto i portici di via Roma soprattutto nei negozi delle grandi catene d’abbigliamento a basso costo.
Traffico intenso, con le auto in fila in cerca di un parcheggio. Pieni anche i parchi cittadini.
(da agenzie)

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LA FIGURACCIA DI SALVINI SUL NATALE DI ROMA E GESU’ BAMBINO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

COLLEGA LE DUE VICENDE, MA IL NATALE DI ROMA NON C’ENTRA UNA MAZZA CON GESU’, E’ LA FONDAZIONE DELLA CITTA’

Qualche giorno fa Matteo Salvini si è presentato a un appuntamento on line della Lega per il Natale di Roma. Ed ha voluto fare un discorso da vero cultore del verbo romano. “Deve tornare l’orgoglio, Roma è una città bella, io so’ de Roma, è questo l’orgoglio che deve esserci”, ha declamato lasciando sconcertato chi ascoltava.
Ma soprattutto, Salvini ha voluto lanciare una proposta sentimentale di rara saggezza. “Se dovessi chiedere a Gesù Bambino un regalo per questo Natale della Capitale, è proprio questo: l’orgoglio”, ha detto.
Concludendo il collegamento con l’assicurazione di essere pronto per la sfida della Capitale.
Peccato che il Natale di Roma non c’entri nulla con Gesù Bambino, come dice lui.
La festività anticamente detta Dies Romana e conosciuta anche con il nome di Romaia, è legata alla fondazione della città di Roma, festeggiata tradizionalmente il 21 aprile. Secondo la leggenda, narrata anche da Varrone, Romolo avrebbe infatti fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C. La fissazione al 21 aprile, riportata da Varrone, si deve ai calcoli astrologici del suo amico Lucio Taruzio.
(da La Notizia)

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GLI SCIAMANI DELLE RIAPERTURE

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

L’ESEMPIO DELLE SARDEGNA E LA DIMOSTRAZIONE DEL CINISMO DEI SOVRANISTI

Quando la scienza si schianta sugli oracoli degli sciamani estratti a sorte tra politici, ristoratori e virologi di tendenza in tv c ’è poco da fare. Tutti gridano che bisogna riaprire subito le attività commerciali, togliere il coprifuoco e magari lasciar perdere i dati sulla pandemia, perché chi muore col Covid non è detto che muoia per questo.
E dire che basterebbe il minimo sindacale di osservazione per smontare certe balle sesquipedali.
L’unica regione che lunedì sarà rossa è la Sardegna, cioè l’unica che nelle settimane scorse era diventata bianca, aprendo i locali di sera. Per il partito unico del Pil, con i suoi improbabili guru come Briatore santificati in televisione, l’isola era l’esempio di come bisognava tornare ovunque alla normalità.
Un’assoluta fesseria, tant’è che quella riapertura frettolosa ora costringe i sardi a richiudere quando dalle altre parti si apre.
Di fronte a questa incontrovertibile verità, i Salvini & C. che chiedono di allentare ulteriormente le misure di prevenzione, invece di cospargersi la testa di cenere continuano a cavalcare il disagio sociale, mostrando quanto siano cinici, al punto di fare il male di chi dicono di voler aiutare.
Infatti, l’unica cosa sulla quale siamo tutti d’accordo è che una volta riaperte le attività dobbiamo assolutamente evitare di richiuderle. Dunque meglio procedere con gradualità per garantirci domani una situazione stabile piuttosto che vanificare tutti i sacrifici fatti finora e compromettere la stagione estiva. Non è difficile da capire.
Anche per chi non ha l’altissimo livello culturale di Briatore.
(da La Notizia)

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RIAPERTURE, L’ALLARME DEGLI SCIENZIATI: CON IL LIBERI TUTTI SI RISCHIA GROSSO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

BRUSAFERRO RICORDA CHE LE TERAPIE INTENSIVE SONO OCCUPATE BEN OLTRE LA SOGLIA MASSIMA

Il conto alla rovescia è iniziato: lunedì l’Italia tornerà quasi tutta in zona gialla, sono infatti almeno 14 le regioni che potranno godere appieno delle nuove regole contenute del decreto Riaperture licenziato mercoledì scorso dal Cdm relativo alla progressiva eliminazione delle restrizioni rese necessarie per limitare il contagio da Covid nell’ottica di una graduale – ma significativa – ripresa delle attività economiche e sociali
Fra cui, come è ormai noto, la possibilità di spostarsi fra regioni, di cenare fuori all’aperto, di poter frequentare cinema e teatri, praticare sport all’aperto e, progressivamente anche piscine e palestre.
Ma a frenare gli entusiasmi ci ha pensato ieri il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e portavoce del Comitato tecnico-scientifico Silvio Brusaferro, che in conferenza stampa al Ministero della Salute sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale sull’epidemia, ha parlato di “Quadro che rimane molto impegnativo” sottolineando che, sebbene “Il Cts abbia confermato la lenta discesa dei nuovi casi e dei pazienti ricoverati, le terapie intensive sono infatti al 35% di saturazione. E l’incidenza resta elevata.
La prevalente circolazione della variante virale deve portarci a cautela e alla gradualità nella gestione dell’epidemia, continuando a mantenere le misure di distanziamento individuali anti-contagio” anche perché, continua Brusaferro, “Il leggero calo dell’Rt (a quota 0,81 contro lo 0,85 della scorsa settimana) è un tesoretto ma l’obiettivo è contenere la trasmissibilità sotto 1 e dunque sono necessarie cautela e gradualità nelle riaperture e rispetto delle misure”.
Un atteggiamento molto prudente, dunque, in netto contrasto con le intemerate del leader della Lega Matteo Salvini che, dopo aver fatto astenere in Cdm i suoi ministri sul decreto Riaperture a causa del mancato prolungamento di un’ora del coprifuoco, ieri si è scagliato contro quello che ha definito “un vero e proprio blitz”, cioè il fatto che la riapertura nel week end dei centri commerciali a partire dal 15 maggio, prevista nella bozza del decreto, sia sparita dal testo in Gazzetta Ufficiale.
Del resto su questo il Cts e l’Iss sono stati molto chiari: occorre prestare ancora la massima attenzione ai comportamenti individuali con l’attenzione alle aggregazioni Brisaferro ha inoltre specificato che “Il green certificate (il certificato che attesta la vaccinazione o l’esito positivo del tampone per potersi spostare, ndr) non è un passaporto e non è un liberi tutti. è una certificazione per la persona che lo riceve di avere un rischio ridotto o parzialmente ridotto”.
Altro elemento importante è avere strumenti di monitoraggio per intervenire laddove ci fossero fenomeni di ricrescita dei casi, e poi l’aumento delle vaccinazioni: “Man mano che cresceremo con le immunizzazione saranno anche sostenibili altre aperture”, anche perché, spiega ancora Brusaferro,
Certamente in questa fase, ha confermato Brusaferro, “La strategia zero Covid è difficile e nessun Paese europeo infatti l’ha adottata, l’ha adottata la Cina con misure molto dure e chiusura pressoché totale delle frontiere, in un momento in cui l’epidemia era in uno stato iniziale ed era possibile allora adottare una strategia di contenimento e contenere di fatto il contagio per eliminare la circolazione virale. Ma nel momento in cui l’infezione è così diffusa sul territorio nazionale è difficile adottare strategie di contenimento così decise e bisogna ricorrere alla mitigazione, che può essere più o meno spinta Si può intervenire con sistemi di mitigazione che riducono l’incidenza portando a una situazione più facile da controllare”.
(da agenzie)

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L’ITALIA NON E’ COME LA BCE

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

LA LEZIONE DELL’ECONOMIST AI MEDIA ZERBINO DI DRAGHI

Un editoriale dell’Economist, il prestigioso settimanale inglese di economia mette in guardia dalle delusioni. Le “grandi aspettative” nei confronti di Mario Draghi sono “comprensibili”, ma dovrebbero essere “temperate”, scrive il settimanale.
E poi ancora: “L’Italia ha una voce più forte sulla scena europea grazie a Draghi. Ma questo non dovrebbe richiedere un miracolo. L’Italia è uno dei membri fondatori, il terzo paese più popoloso e la sua terza economia più grande. Prima di Draghi, non era sempre trattata come tale”.
L’Economist prosegue nella sua analisi spietata e continua: “Non ci sarà sempre e gestire una banca centrale è diverso da gestire un paese… alla Bce, uno può tirare una leva e il denaro esce. Nel governo italiano, si può tirare una leva e scoprire che non è collegata a niente”.
Poi si occupa anche del futuro perché “fra due anni ci saranno le elezioni e riformare l’Italia non è un lavoro veloce”.
Insomma gli inglesi distruggono l’immagine di SuperMario, nomignolo che fa riferimento ad un idraulico di origine italiano dei videogiochi, e istillano dubbi sulla sua capacità di agire concretamente in un meccanismo difficile come è quello italiano, fatto di leve che – appunto – se fiduciosamente tirate si scopre – come in un film dell’orrore – che non sono collegate a nulla, come se la cloche dell’aereo non avesse poi un pilota.
L’editoriale dell’Economist è il secondo in una settimana proveniente dal mondo anglosassone e risponde a quello del New York Times che invece era più possibilista sulle capacità dell’attuale premier di guidare la macchina Italia verso esiti certi.
Ed in effetti, le aspettative su Mario Draghi sono quantomeno esagerate. Vediamo perché. Draghi è stato chiamato a salvare la Patria e l’Italia – come dicono gli inglesi – ha una grande (e pericolosa) tradizione di salvatori della Patria, come anche diceva Machiavelli.
L’Italia non è come la Bce
Gli ultimi sono stati Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Il primo lo definiscono un “clown” dedito ai festini orgiastici il secondo uno che non ha mantenuto le promesse. E quindi gli italiani sono rimproverati per questa attesa medianica e fiduciaria che si risolve sempre irrimediabilmente in delusioni di proporzioni apocalittiche. Draghi ha un obiettivo a termine: mettere in sicurezza il Paese sfruttando il buon nome che ha in Europa dopo esser stato il presidente della Bce.
Ma, detto questo, ci sono due vincoli temporali: fra un anno l’elezione del capo dello Stato e quello dopo le elezioni politiche. In entrambi gli appuntamenti Mario prenderà il volo. Il piano A di Draghi è infatti quello di diventare presidente della Repubblica e data la mancanza di concorrenti credibili la cosa è possibile. Ma se lo diventa l’Italia sarà ancora in balia di qualche nuovo condottiero che dovrebbe inevitabilmente ricominciare da capo.
Il piano B
Se invece non riesce a salire al Quirinale il piano B prevede la creazione dell’ormai tradizionale partito-movimento che sfrutta qualche mese di popolarità del leader per poi scomparire malinconicamente nel nulla come è successo in passato a Mario Monti e similari. Quindi ha ragione l’Economist: niente di strategico niente di fondamentale. Solo un periodo di gestione della transizione. Si sta infatti creando un clima messianico sul premier, “uomo della provvidenza”, “uomo di Francoforte”, “uomo della salvezza”, ma ancora solo “uomo e neppure politico, solo strumento del presidente Mattarella che così ha tappato solo temporaneamente una falla evitando le elezioni anticipate dopo la caduta del secondo governo Conte.
Draghi, oltretutto, è stato chiamato appositamente per due cose: in primis gestire il Recovery Fund e in secundis per gestire la pandemia.
Il primo compito, e cioè la gestione di una cospicua pioggia di miliardi di euro che stanno facendo venire l’acquolina a tutti i partiti, è la partita principale.
Tra l’altro, non si capisce come mai di ben 221,5 miliardi di euro la Sanità sia l’ultimo settore di investimento con 15,5 miliardi (l’8%) mentre la transizione ecologica è la prima voce con ben 57 miliardi di euro (il 30%). Ma come? C’è una pandemia in atto, l’Italia ha chiuso per decenni gli ospedali, non ci sono posti in terapia intensiva e Draghi la mette all’ultimo posto, dopo pure a Inclusione e coesione che ha in dote 19,1 miliardi (il 10%)?
(da La Notizia)

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220 MILIARDI DI MOTIVI CHE TENGONO LA LEGA E SALVINI ATTACCATI AL GOVERNO DRAGHI

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

LA SPARTIZIONE DELLA TORTA DEL RECOVERY AI POTENTATI DEL NORD

Ci sono 220 miliardi di buoni motivi che tengono la Lega e Matteo Salvini attaccati al governo Draghi. Per questo anche se Papeete Bis sarà, lo sarà quando (e se) i motivi si saranno esauriti.
Il Fatto Quotidiano spiega oggi in un articolo a firma di Giacomo Salvini che la Lega, che mercoledì ha strappato con Draghi sul decreto riaperture facendo ritirare i ministri del Carroccio al momento del voto, per ora non ha intenzione di uscire dall’esecutivo. E il motivo risiede in quel PNRR che il governo deve presentare entro il 30 aprile. E sulla possibilità di incidere su una spesa che sarà in buona parte destinata al Nord.
“Anche perché – confida chi in queste ore ha parlato col segretario – né i nostri elettori del nord, né gli amministratori capirebbero uno strappo adesso, dopo soli due mesi”. Per questo ora la Lega di lotta e di governo ha due volti.
Il primo è quello del segretario Salvini. Il secondo è quello del ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti. Il primo va a urlare la sua indignazione tra social network, conferenze stampa, note da passare alle agenzie. Il secondo lavora sui dossier. E in particolare su uno: il Recovery Plan.
Raccontano che il ministro dello Sviluppo economico, che fa da collante tra la pancia della Lega e Draghi, vada in giro con una cartellina con tutti i progetti a cui la Lega è più interessata che saranno inseriti nel Piano.
Soprattutto perché sono quelle opere che gli amministratori del Carroccio chiedono da anni. La ricognizione è stata fatta giovedì sera nell’ufficio di Salvini al Senato con Giorgetti, i sottosegretari Durigon (Tesoro), Morelli (Infrastrutture) e Gava (Transizione ecologica) e il responsabile economico Bagnai.
Le opere nel Pnrr che interessano alla Lega
La Lega chiede di modificare il piano e aggiungere altre opere “richieste dai territori”. 13 miliardi per l’Alta velocità, di cui ben 8 al Nord inserite nei corridoi europei tra cui la Milano-Venezia, la Liguria-Alpi e la Verona-Brennero, nonché i collegamenti con i porti di Genova e Trieste. Poi ci sono i 5,3 miliardi sulla banda ultralarga e il 5G su cui Giorgetti, insieme al ministro Vittorio Colao, sta lavorando da settimane.
E poi ci sono due riforme su cui la Lega punta molto: le semplificazioni (il Carroccio chiede di eliminare il codice degli appalti) e quella della giustizia civile e penale su cui Salvini si sta battendo da settimane in chiave garantista.
(da La Notizia)

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CIRO GRILLO: LA TESTIMONIANZA DI SILVIA, LA RAGAZZA CHE LO ACCUSA DI STUPRO DI GRUPPO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

AMPI STRALCI DELLA SUA DENUNCIA, LE TESTIMONIANZE CHE AVALLANO LA SUA VERSIONE

Su La Stampa di oggi Gianluigi Nuzzi riporta ampi stralci della testimonianza di Silvia, che accusa Ciro Grillo, il figlio di Beppe, insieme a Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta, Vittorio Lauria, di stupro di gruppo nei suoi confronti.
La testimonianza è agli atti dell’indagine per stupro di gruppo, insieme alle foto e al video della presunta violenza sessuale contestato dalla difesa. E comincia alle 14,45 di mercoledì 17 luglio 2019, quando Silvia, la ragazza italo-svedese, è con Roberta, che si è appena svegliata intontita nel soggiorno della villetta a Cala di Volpe. Le chiede perché piange e Silvia risponde che l’hanno violentata.
Poi il flashback del racconto torna indietro al 5 luglio, quando Silvia arriva in Sardegna alla fine della scuola. Poco dopo arriva anche Roberta in vacanza in Costa Smeralda. Silvia aveva scelto un bed & breakfast il località Barrabisa a Palau, e si muoveva in taxi. Martedì 16 luglio alle 23,45 va al Billionaire dove deve incontrare altri tre compagni di scuola. Qui conosce i quattro ragazzi genovesi che li ospitano al tavolo prenotato a nome di Ciro Grillo.
Nei verbali le due ragazze ricordano un consumo di vodka al tavolo mentre i genovesi sottolineano più le bevute di Red Bull, la bibita energizzante. Il gruppo ormai amalgamato sembra affiatato, dai verbali emerge anche che durante un ballo sarebbe scappato un bacio tra Ciro e Silvia, ma niente di più. Alle 3,30 inizia a farsi tardi e i tre amici delle «milanesi» salutano e se ne vanno. Balli, bevute, balli, chiacchiere, la normalità. Alle 5 la comitiva decide di uscire, viene pagato il conto e si torna all’aperto
Lì tutti prendono un taxi e decidono di andare a casa di Ciro. Nel tragitto, secondo il racconto dei verbali, Silvia allunga un piede tra le gambe di uno dei ragazzi in quello che viene considerato un atteggiamento di disponibilità. Lei nega e dice che non era intenzionale. Arrivano a casa alle 5,30 e Roberta cucina gli spaghetti. Tutti bevono. Francesco Corsiglia, secondo il verbale di Silvia, va con lei a prendere delle coperte in un’altra stanza. Qui tenta un approccio sessuale. Lei lo respinge
Lui la sbatte sul letto e la bacia sulla bocca. Poi Roberta si addormenta sul divano e Silvia rimane con gli altri tre. E qui succede quello che è sotto indagine.
Silvia è stanca e Corsiglia l’accompagna nella camera singola, dove lei si sdraia sotto le lenzuola. Ma il ragazzo non se ne va, Silvia glielo chiede più volte, niente, anzi, la raggiunge e la costringe a un rapporto completo. Lei cerca di liberarsi, racconta che gli altri ragazzi stavano sull’uscio della stanza, tanto per l’accusa a bloccarne l’uscita. Chi rideva. Chi commentava.
Silvia è fisicamente più debole, i giovani sono tutti ben palestrati. A un certo punto però riesce ad andare in bagno dove Corsiglia la raggiunge, spingendola di spalle nel box doccia per un altro rapporto contro volontà. Lei piange in bagno. Lauria e Capitta le chiedono perché ma lei non risponde. Proprio quest’ultimo le chiede di dormire insieme ma lei si rifiuta e cerca di svegliare l’amica per andarsene.
Silvia vuole prendere un taxi ma la convincono a rimanere a casa. Alle 9 del mattino dice agli altri piangendo che Francesco le ha fatto male e loro non sono intervenuti. A questo punto, sempre secondo il racconto, la costringono a bere vodka.
L’accusa a Ciro Grillo, il video e le foto
Lauria l’avrebbe invitata «a dormire in camera matrimoniale» e lei non capiva più niente in preda all’alcol. Gli altri la raggiugono, le vanno addosso sul letto ubriachi, la violentano a turno e insieme fino a quando perde conoscenza.
Alle 14,45 Roberta si sveglia e trova l’amica paralizzata dalla paura. È una situazione surreale, nessuno parla: «C’era del mutismo da parte di tutti», ricorderà l’amica della vittima. Silvia cerca i vestiti e si ricopre. Corsiglia e Grillo le accompagnano ad Arzachena dove le due giovani prenderanno alle 15 un taxi per rientrare al bed & breakfast.
In effetti la ragazza vuole andare in farmacia a comprare la pillola del giorno dopo, visto che i ragazzi non avevano usato i preservativi. Poche ore dopo va alla lezione fissata di kite surfing a Porto Pollo ma anche qui l’istruttore mette a verbale di aver trovata la giovane chiusa, scostante, come percependo che fosse accaduto qualcosa di brutto: «Ricordo che era molto turbata».
Venerdì arrivano i genitori, ospiti dello stesso bed&breakfast. All’inizio Silvia si vergogna, non racconta nulla ma poi scoppia a piangere. «Mamma, mi hanno violentato». Intanto, i tre ragazzi che Beppe Grillo vede nel video si mandavano su whatsapp messaggi finiti nell’inchiesta.
(da agenzie)

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DA DOVE PASSA LA SCOMMESSA DI DRAGHI

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

RECOVERY: REGIA, SUPERBONUS E QUOTA 100 LE PRIME SPINE

Quello che siamo è noto, ma rispolverare dati e tendenze dell’Italia di oggi è utile per capire se e quanto l’Italia del 2026 sarà un’Italia davvero più green e più digitale, sarà il Paese dei treni veloci e dei traghetti verdi, delle scuole connesse e delle cure a domicilio, degli asili nido e dei processi veloci.
In definitiva capire se l’Italia, dopo i 221,5 miliardi del Recovery Plan, sarà capace di crescere, ritrovando un vero segno più sul Pil (+3,6%) e sull’occupazione, con un impatto su benessere e inclusione.
Passa da qui la grande scommessa della crescita di Mario Draghi, da 318 pagine di un documento corposo che atterra a Palazzo Chigi, non senza tensioni, per poi volare a Bruxelles entro il 30 aprile.
La scommessa parte da un Paese impoverito dal Covid, mai così tanto dal 2005: un milione di persone in povertà assoluta in più, in tutto 5,6 milioni, cioè il 9,4% della popolazione.
Un Paese che in Europa ha il più alto tasso di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano. Solo il 53,1% delle donne sono impiegate, molto al di sotto del 67,4% della media europea.
Siamo il Paese fragile delle frane e delle alluvioni, con il 12,6% della popolazione che vive in zone con elevata pericolosità.
Siamo il Paese che inquina, con le emissioni che sono rimaste le stesse dal 2019 in poi, risalite dopo il calo del 2008-2014. Ancora il Paese che ha 3,5 milioni di dipendenti pubblici, ma solo il 2,9% con meno di 30 anni.
Il Recovery affronta le questioni, in alcuni casi indica delle direzioni di marcia, in altri dettagli e tempistiche. Due questioni prendono subito la scena, malgrado ad esse siano riservate poche righe.
L’addio di Quota 100 a fine anno, misura previdenziale bandiera della Lega, a cui il sottosegretario leghista Durigon prova a opporre un “Quota 102” tutto da verificare.
Il Superbonus 110%, la cuccagna per l’edilizia, se solo fosse davvero utilizzato e quindi del tutto efficace: si indica la volontà di prorogarlo al 2023, ma non ci sono al momento le risorse per farlo.
C’è poi un tema di fondo che alimenta la tensione sul Recovery Plan ed è la regia: le redini saranno saldamente nelle mani di Mario Draghi a Palazzo Chigi e di Daniele Franco al Tesoro, diversi ministri non intendono stare a guardare.
La leva del Recovery: gli investimenti pubblici. Ovvero saper spendere
Il 60,4% delle risorse del Recovery è riservato agli investimenti pubblici. E da questo dato si capisce che sono loro la leva del Piano. Ma fino ad oggi il problema dell’Italia non è stato avere soldi a disposizione per gli investimenti, ma spenderli.
Nel primo semestre del 2020 abbiamo pagato il Covid e il lockdown e costruire una strada o una rete fognaria, invece che un ponte o una diga, si è rivelata un’operazione ancora più evanescente del solito.
Gli investimenti pubblici sono scesi da 20,6 a 19,3 miliardi, ma anche il trend più positivo – quel 2019 con gli investimenti risaliti al 2,3% del Pil e quindi a 41,1 miliardi – ha un valore assoluto molto basso. Senza considerare che dieci anni fa andavamo decisamente a un altro ritmo, con gli investimenti che erano arrivati al 3,6% del Pil. Con il Recovery dovremmo spendere 133,5 miliardi (calcolando il Recovery vero e proprio da 191,5 miliardi e il Fondo complementare da 30 miliardi). È vero che dovremmo farlo in cinque anni, ma il tempo a disposizione non cancella i problemi che sono alla base dell’incapacità di sapere spendere.
P.A. anziana e poco istruita, si cambia
I problemi sono una Pubblica amministrazione che ha pochi dipendenti, molto anziani, poco istruiti, altrettanto poco formati. E dato che gli investimenti pubblici in Italia, come ricorda la bozza del Recovery, “sono a carico degli enti locali per oltre la metà”, si capisce bene che il problema riguarda non solo la macchina dei ministeri, ma anche se non soprattutto gli uffici comunali e regionali, e in generale tutte quelle figure da cui passerà la gestione dei soldi dei singoli progetti. Qui subentra la cura Brunetta/Draghi e cioè una riforma che punta a tirare dentro i giovani con assunzioni più veloci e attraverso concorsi digitali, ma anche a valutare meglio e diversamente le performance dei dipendenti e dei dirigenti. Il dettaglio della cura arriverà con un decreto specifico, ma le prime linee guida costituiscono un punto di forza lì dove si punta sulla piattaforma unica per il reclutamento. Oggi passano fino a 4 anni tra la pubblicazione del bando per un concorso e le assunzioni dei vincitori. Centralizzare e digitalizzare possono accorciare i tempi del ricambio. L’altra grande questione è la necessità di semplificare le procedure amministrative. Qui un ruolo importante può giocarla la task force di mille professionisti a supporto delle amministrazioni.
Semplificazioni, la sfida è sul Codice degli appalti. Riforma della giustizia sotto tono
Il fianco debole – e qui si passa alle altre due riforme, quella della giustizia e quella degli appalti – è costituito da quelli che spesso vengono chiamati colli di bottiglia. Sono la Valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni per nuovi impianti di riciclo di rifiuti, ma anche le procedure di autorizzazione per le rinnovabili e quelle per l’efficientamento degli edifici. La burocrazia, i certificati che non arrivano, i passaggi di faldoni tra un ministero e l’altro, i ricorsi che bloccano i cantieri. Draghi promette una semplificazione, che significa tempi più brevi e mani più libere, ma qui bisognerà aspettare la riforma degli appalti per capire se ci saranno regole capaci davvero di invertire un trend che oggi dice questo: otto anni e mezzo buttati in burocrazia per le grandi opere, un anno e mezzo per le piccole. Il destino del Codice degli appalti sarà il metro su cui si potrà valutare la portata del cambiamento. Anche la terza riforma, quella della giustizia, andrà sostanziata, sempre che si punti a farlo. Ad oggi ci sono solo i titoli. Quasi nulla se non nulla sul processo penale, pochissimo su quello civile. Quest’ultimo vedrà cancellate le udienze superflue, molte si faranno anche da remoto, ma il potenziamento dei riti alternativi è una strada che fino ad ora ha solo inceppato invece che aiutato i tempi dei processi.
Internet veloce a 8 milioni di famiglie e 9mila scuole. Oggi siamo al Medioevo
Tralasciando i casi estremi e cioè le oltre 63mila persone che non possono avere una connessione Internet perché abitano in zone del Paese dove non arriva la linea, quella della connessione veloce è una sfida tutta da costruire. Gli obiettivi del Governo sono ambiziosi: portare la connettività a 1 Gpbs (Gigabit per secondo) a più di 8 milioni di famiglie, imprese ed enti, ma anche completare la copertura di 9mila scuole e di oltre 12mila ospedali. E poi sul 5G su 15mila chilometri di strade extra-urbane.
Ma partiamo da una situazione molto complessa. Il progetto della rete unica è fermo ed è ancora tutto da chiarire come la scommessa dell’Internet veloce può decollare se prima si riesce a capire quantomeno come superare la doppia rete, quella di Tim e quella di Open Fiber. Secondo l’ultimo Desi (Digital Economy and Society Index), l’Italia è al 25esimo posto su 28 in Europa per livello di digitalizzazione. La diffusione della banda larga fissa ad almeno 100 Mbps è appena al 13 per cento. Sulle competenze digitali e sul capitale umano siamo ultimi. Il Governo punta a portare Internet nelle scuole, negli ospedali e in generale in tutti i comparti della Pa, ma la scommessa potrà riuscire solo se si velocizzeranno le procedure e solo se i soggetti destinatari di questi progetti sapranno aggiornare competenze e capacità di programmazione che hanno a che fare con il cloud e con altre questioni legati alla digitalizzazione.
Cura del ferro, bus e navi green, la transizione ecologica passa anche dall’idrogeno. Ma partiamo da un elettrico al 24%
La necessità di una “radicale transizione ecologica” è data dai cambiamenti climatici. Senza un abbattimento importante delle emissioni nocive, infatti, il riscaldamento globale supererà i 3-4 °C prima della fine del secolo, causando più catastrofi naturali di quelle a cui stiamo già assistendo. E questo vale soprattutto per l’Italia che data la configurazione geografica e gli abusi ecologici rischia di più. Abbiamo poco petrolio e gas naturale, ma tante risorse rinnovabili. Il Governo punta su quest’ultime, insieme a mezzi di trasporto green. Quindi rinnovo del parco autobus inquinanti con più di cinquemila mila mezzi ibridi o elettrici, oltre 20mila nuove colonnine di ricarica elettrica. Ancora 570 chilometri di ciclabili in città e 1.200 km di percorsi turistici. E poi la cura del ferro, con 25 miliardi divisi tra Alta velocità e ferrovie regionali. Ma anche le navi “verdi”, come i traghetti per i servizi regionali.
Partiamo dalle rinnovabili. L’elettrico arriva appena al 24 per cento. E anche qui tutto è frenato dalle autorizzazioni. Tirare su una pala eolica o un sito per smaltire i rifiuti è assai difficile. Basta considerare che le ultime aste per le rinnovabili in Spagna hanno visto una domanda che ha superato l’offerta di tre volte, mentre in Italia è andato in porto il 25 per cento di quanto a bando. La scommessa qui può risultare vincente se si assegnano i progetti del Recovery a una commissione ad hoc, come sta pensando di fare il ministro Roberto Cingolani, e si mette la commissione nella condizione di operare con tempi più rapidi rispetto a quella Via-Vas che fino ad ora ha più bloccato che autorizzato. Sul fronte dei mezzi di trasporto green, invece, la scommessa è legata a come i Comuni e gli enti locali in generale organizzeranno l’offerta sul territorio, anche in considerazione del fatto che il post pandemia cambierà, quantomeno nei prossimi anni, le modalità di viaggio. Altro fattore determinante l’utilizzo della macchina. La usano circa 30 milioni di italiani. Non per andare in vacanza, ma per gli spostamenti quotidiani. Lo sviluppo delle auto elettriche e le dinamiche del mercato italiano saranno determinanti per capire quanto sarà disincentivato il ricorso a mezzi che inquinano
Per asili nido e materne 228mila posti in più. Il gap da colmare
Al nido e all’asilo a fine piano ci saranno 228mila posti in più, ma ci saranno anche mille mense aggiuntive per ampliare il tempo pieno alla primaria e 900 palestre per garantire l’educazione fisica a scuola e contenere così anche la dispersione scolastica. Il Governo punta sull’aumento dei posti a disposizione per la prima fascia dell’educazione e dell’istruzione, ma anche sull’adeguamento delle scuole. In entrambi i casi si parte da una situazione gravosa. Il rapporto tra i posti disponibili negli asili nido e il numero di bambini di età compresa tra 0 e 2 anni si colloca in media al 25,5%, quasi 10 punti percentuali sotto la media europea. Anche dal punto di vista delle condizioni degli edifici siamo parecchio indietro: molti hanno almeno cento anni di vita. In Puglia, Molise, Calabria e Sardegna, circa la metà del patrimonio di edilizia scolastica è stato costruito dopo il 1976. Un edificio su 4 non è stato costruito per essere una scuola, ma riadattato in seguito, soprattutto in Campania, Emilia-Romagna, Umbria, Calabria, Lazio, Liguria e Puglia. Si punta a cablare migliaia di scuole, ma bisognerà prima capire se e quante potranno ospitare le nuove tecnologie. Al netto della riorganizzazione, già evaporata a settembre, di una scuola a prova di Covid.
Le politiche attive per il lavoro: il Governo punta sulla formazione e sui centri per l’impiego. Prima bisogna gestire i licenziamenti
Ci sono i soldi e ci sono le azioni. Il Governo punta sul programma Gol (Garanzia occupabilità lavoratori), cioè aiutare gli adulti disoccupati a cercare un lavoro e i lavoratori che rischiano di perderlo. Un forte accento anche sulla formazione e sul potenziamento dei centri per l’impiego. L’aspetto positivo è costituito dal fatto che ci sono le risorse per le politiche attive del lavoro, anche se restano nettamente inferiori rispetto ai sussidi. Il potenziamento dei centri per l’impiego che sono sottodimensionati potrà aiutare a incrociare domanda e offerta, ma qualsiasi politica attiva non può funzionare se non ci sono domande di lavoro appropriate. La scommessa qui si gioca sul fatto che la pandemia ha generato un problema opposto e cioè la necessità per molte imprese di licenziare alla luce delle perdite registrate a causa del virus e delle restrizioni. Bisognerà capire, quindi, come il Governo intende calibrare lo sblocco dei licenziamenti che torneranno liberi da luglio (per le grandi imprese) e da fine ottobre (per le piccole imprese). Soprattutto capire se e come la ripresa potrà riequilibrare il conto delle uscite. E ancora se la stessa ripresa riuscirà a occupare quei lavoratori che non hanno ammortizzatori sociali e che potranno averlo solo dal gennaio del prossimo anno, quando entrerà in vigore la riforma degli ammortizzatori sociali.
La casa come luogo di cura per il 10% degli over-65. Oggi accade solo in 4 Regioni
Le terapie intensive sovraccariche e insufficienti, gli ospedali presi d’assalto durante la fase più critica della pandemia. Covid ha imposto un cambio di passo nella sanità e il Governo decide di puntare sui servizi territoriali, sulla telemedicina, ma anche sulla casa come primo luogo di cura e su 1.288 Case di comunità. Il baricentro si sposta da una struttura centralizzata sugli ospedali a una legata al territorio. Tra gli obiettivi quello di curare in casa il 10% degli over-65. Oggi accade solo in 4 Regioni.
(da Huffingtonpost)

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M5S SENZA CAPO NE’ ROUSSEAU, CONTE VUOLE RIPARTIRE DA ZERO

Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER LAVORA A UNA NUOVA PIATTAFORMA E A UNA SEDE A ROMA… CASALEGGIO MINACCIA LA SCISSIONE

M5s in un vuoto normativo, proprio il partito che più degli altri ha fatto dello Statuto e del codice etico l’architrave della sua politica.
Oltre ad essere senza un capo, poiché i 30 giorni di “reggenza pro tempore” del comitato direttivo sono scaduti il 20 marzo, da oggi il Movimento è anche senza Davide Casaleggio, il figlio del co-fondatore, che ha dato l’addio portandosi via la piattaforma Rousseau, pilastro della democrazia diretta.
In questo contesto pesa l’assenza del Garante. Beppe Grillo, apparso giorni fa in un video in cui ha difeso il figlio accusato di stupro, attaccando invece la ragazza che lo ha denunciato, si è esposto alle prese di distanza dei parlamentari e anche di Giuseppe Conte finendo per auto-isolarsi.
Infine l’ex premier non può essere eletto nuovo capo politico. Per quale ragione? Non c’è una piattaforma su cui votare.
Casaleggio non ha messo a disposizione Rousseau in queste settimane in attesa che i parlamentari morosi saldassero i debiti. Ma così non è stato e in un post apparso sul blog oggi ha annunciato che le rispettive strade si sono separate. Salvo poi aggiungere su Facebook che “il Movimento è dove sono le persone che ne rispettano i principi e ne portano avanti le idee. Rousseau sarà sempre la casa di queste persone”. Qualcuno in questa frase legge venti di scissione, perché in fondo Casaleggio non è così solo.
Con il presidente dell’associazione Rousseau c’è Alessandro Di Battista, anche se per ora non si espone. Ma diversi parlamentari sono disposti a seguirlo.
“Davide non lascerà morire così il progetto originario del Movimento”, qualcuno è pronto a scommettere. Con lui c’è anche un’ampia frangia di amministratori e attivisti locali, un bacino che guarda con preoccupazione il dibattito sul terzo mandato e quello delle alleanze locali con il Pd.
Questa situazione di stallo non serve alla costruzione del Movimento targato Conte. L’ ex premier sente diversi esponenti Pd e agisce in piena sinergia con Luigi Di Maio, ma non è legittimato a prendere decisioni mentre le amministrative sono alle porte.
Prima della fine di aprile difficilmente il suo Movimento vedrà la luce, ma tra le novità potrebbe esserci quella della sede romana a due passi dalla Camera, come anticipato dal Foglio, nel palazzo dove si trovava il partito di Francesco Rutelli.
Nel frattempo Conte si muove sia in chiave interna, per placare i crescenti malumori dei parlamentari, sia sul versante Comunali. Dove la crisi del Movimento rischia di far franare sul nascere qualsiasi alleanza con il Pd.
Per accelerare i tempi Vito Crimi sta chiedendo con insistenza a Casaleggio di consegnargli la lista degli iscritti M5S così da farli migrare su un’altra piattaforma perché ormai tutti sono convinti che la leadership di Conte sarà votata altrove. “Il neo-Movimento con Conte deve continuare a dotarsi degli strumenti digitali alternativi necessari”, dice il deputato Carlo Sibilia che già guarda oltre a un partito diverso da quello che si conosce adesso.
Ma quando Conte ha proposto a Beppe Grillo di ripartire da zero anche con un nuovo simbolo è stato prontamente stoppato.
Ora il Garante tace e chi lo conosce bene pensa che resterà a lungo in silenzio provato dalle questioni di famiglia e dalle critiche ricevute, per la prima volta, dai suoi parlamentari.
Come se non bastasse per ora il presidente dell’Associazione non sta andando incontro alla richiesta arrivata dal reggente, forte anche della sentenza del tribunale di Cagliari che non riconosce Crimi come rappresentante legale del Movimento.
Nei fatti il Movimento non ha neanche un elenco dei iscritti. Significa che bisognerebbe ricominciare tutto da zero, o quasi. Opzione che a Conte non dispiace affatto.
(da Huffingtonpost)

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