Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile
ALARM PHONE: “UE HA NEGATO I SOCCORSI”… FRONTEX: “RESPONSABILITA’ DI ITALIA E LIBIA”
Tutti sono arrivati sul posto tardi. Troppo tardi per riuscire a evitare l’ennesima strage nel Mediterraneo, stavolta a nord est di Tripoli.
“A bordo su quel gommone ci saranno state 100, 120, 130 persone… non lo sapremo mai”, si dispera Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranee e soccorritore a bordo della Ocean Viking che ieri ha avvistato alcuni dei cadaveri in acqua, vicino ad un gommone grigio alla deriva in un mare in tempesta. Tardi sono arrivati anche i tre mercantili allertati dalle autorità di soccorso italiane, a loro volta allertate dall’agenzia europea di soccorso in mare Frontex, che aveva sentito anche i libici e i maltesi.
Questa storia è una catena di errori – forse l’ennesima – e di scaricabarile. Alarm Phone, il contatto di emergenza organizzato da ong e attivisti, punta il dito su “Frontex e le autorità europee che sapevano dell’esistenza di una imbarcazione in difficoltà, ma hanno negato il soccorso”. Interpellata da Huffpost, Frontex a sua volta scarica sull’Italia e la Libia.
Partiamo dalle accuse pesanti di Alarm Phone, che da 48 ore aveva diramato una richiesta di soccorso alle autorità libiche, dopo la segnalazione di un pescatore locale sulla presenza di un gommone in difficoltà in zona ‘Search and rescue’ (Sar) libica. Ma dopo richieste andate a vuoto e conversazioni senza frutto, i libici non sono intervenuti.
E nemmeno le altre autorità avvisate, visto che Alarm Phone si era messa in contatto anche con il ‘Maritime Rescue Coordination Centre’ (Mrcc) italiano. E visto che l’area era sorvolata anche da un aereo di Frontex. Tutti sapevano, nessuno è intervenuto: Alarm phone lancia una durissima accusa all’Ue e alla sua agenzia addetta alle frontiere esterne.
Non è la prima tempesta su Frontex, agenzia sulla quale sta indagando il Parlamento europeo per le accuse di aver operato respingimenti invece di aver salvato vite nel mar Egeo. Frontex è inoltre oggetto di un’inchiesta dell’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode per presunte irregolarità nella gestione dell’agenzia. Quest’ultima tragedia del mare li richiama in causa, Frontex respinge tutte le accuse e ci dà la sua versione dei fatti
Dall’agenzia ci dicono che l’aereo di Frontex è stato il primo ad avvistare i migranti in difficoltà, ha avvisato le autorità di soccorso in Italia, Malta e Libia.
Dall’Italia è partita la richiesta a tre mercantili di intervenire, perché si trovavano in zona. L’Italia comunque deve aver chiesto prima ai libici, se, come ci dice Frontex, sono stati loro a chiedere al nostro paese di inviare aiuti.
Quanto alla stessa agenzia europea di soccorso, in quell’area non ha navi, ma solo aerei, ci viene riferito dal loro servizio stampa. Il suo velivolo, tra l’altro, a un certo punto è dovuto tornare alla base per le pessime condizioni meteo.
Insomma, Alarm phone dà l’allarme, Frontex sapeva e vedeva dall’aereo, l’Italia chiede alla Libia, la Libia risponde di inviare sul posto soccorsi, l’Italia chiede ai mercantili che si trovavano lì vicino.
Ma anche i mercantili arrivano tardi, per le cattive condizioni del mare. Nel frattempo un’altra strage si consuma. Ma stavolta lo scaricabarile di accuse è più denso, tradisce l’allarme che questa possa essere solo la prima di un’altra serie di stragi nel Mediterraneo anche in questa primavera-estate 2021.
Cosa fanno gli Stati dell’Ue, oltre che affidarsi ai mercantili, imbarcazioni private costrette a fornire il soccorso che le autorità pubbliche di questa Europa non vogliono predisporre?
David Sassoli cerca di ribaltare il ragionamento. Per il presidente dell’Europarlamento è il momento per tentare di fare sull’immigrazione ciò che la Commissione Europea ha fatto sui vaccini: agire a nome degli Stati membri, con il mandato degli Stati membri. “Non si perda altro tempo e non si metta a rischio altra povera gente – dice Sassoli – I governi nazionali diano poteri e mandato all’Unione europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un’accoglienza obbligatoria. È necessario perché è oramai chiaro che le politiche nazionali non sono in grado di gestire con umanità ed efficacia i movimenti di migranti e richiedenti asilo. È su queste omissioni che si misurano le responsabilità delle morti in mare. Sulle dinamiche di questa ennesima strage, il Parlamento europeo vuole che sia fatta subito chiarezza e accertate eventuali colpe”.
È d’accordo il presidente della Commissione per le libertà civili del Parlamento europeo Juan Fernando Lopez Aguilar: “C’è urgente bisogno di un meccanismo europeo di salvataggio e salvataggio in mare, rotte legali e sicure, visti umanitari, trafficanti da combattimento e protezione delle loro vittime, che sono alternative: niente più naufragi, fallimento, niente più tragedie, niente più duelli, né nel Mediterraneo, né nell’Atlantico”.
“Una tragedia che ci interroga sulle responsabilità dei governi nazionali – dice l’eurodeputato del gruppo socialista Massimiliano Smeriglio – L’Europa può e deve fare di più, come ha dichiarato il presidente Sassoli. Continuare a legittimare la guardia costiera libica significa rendersi corresponsabili di stragi che la politica ha il dovere di prevenire ed evitare”.
“Frontex si sta rivelando totalmente inutile. Va drasticamente cambiata la direzione. E servono una nuova missione europea di soccorso in mare corridoi umanitari e la cancellazione dei campi libici”, taglia corto Pierfrancesco Majorino, eurodeputato del Pd. “L’Unione Europea non può e non deve più girarsi dall’altra parte. La ricerca e il soccorso in mare spettano a noi, anche dal punto di vista etico e morale. È una nostra precisa responsabilità, rispetto alla quale non possiamo arretrare di un millimetro”, dice l’europarlamentare del Pd Pietro Bartolo.
Il deputato radicale di ‘Più Europa’ Riccardo Magi chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli “accordi tra Italia e Libia”, lodati da Mario Draghi nella sua recente visita a Tripoli.
“Siamo davanti a una tragedia annunciata, che conferma quello che purtroppo abbiamo sempre detto, senza essere mai ascoltati: non esiste un sistema di soccorso in mare nel Mediterraneo centrale. Un’assenza che provoca la morte di centinaia, migliaia di persone”, commenta Luca Casarini, capo missione di Mediterranea Saving Humans, finito sotto inchiesta per aver salvato vite nel Mediterraneo. Proprio quelle vite che lo Stato affida ai mercantili privati i quali, quando riescono a soccorrere, sono costretti a cercare sistemi in mare per ‘liberarsi’ dei naufraghi: tornare a terra costerebbe troppo e loro preferiscono pagare il servizio alle ong in mare, è questa l’ipotesi d’accusa.
Ma oggi piovono accuse anche dalla stessa Onu. Non verso l’Ue, sarebbe troppo generico. L’Ue sono gli Stati nazionali.
E allora, dice Safa Msehli, portavoce di Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni dell’Onu: “Gli Stati sono rimasti inerti e si sono rifiutati di agire per salvare le vite di oltre 100 persone. Loro hanno implorato e lanciato chiamate di emergenza per due giorni, prima di affondare nel cimitero blu del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”.
(da Huffingtonpost)
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Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile
CANTANTE E ATTRICE, AVEVA 81 ANNI… SOFISTICATA INTERPRETE PREDILETTA DA AUTORI, REGISTI E COMPOSITORI
Nel 2010 sulla sua pagina Facebook aveva scritto una lettera bella e commovente.
“Dopo cinquantadue anni di ininterrotta attività, migliaia di concerti e spettacoli teatrali sui palcoscenici di una buona metà del pianeta, dopo un centinaio di album incisi in almeno sette lingue diverse, ho deciso di mettere un punto fermo alla mia carriera (…) che credo grande e unica, non solo come cantante ma come attrice ed esecutrice musicale e teatrale (….). Ho deciso di abbandonare definitivamente le scene e fare un passo indietro”.
A undici anni da quel saluto, Milva ha dato addio alla vita. La “Rossa”, come la sua famosa fulgida chioma di capelli ramati, è morta a 81 anni: da un po’ aveva perso la coscienza del tempo e della memoria, viveva nella casa di via Serbelloni, pieno centro di Milano, con la fida segretaria Edith e l’affetto incondizionato della figlia, Martina Corgnati, critica d’arte.
Addio a Milva, una delle più grandi interpreti della canzone italiana. L’artista, vero nome Maria Ilva Biolcati, aveva 81 anni ed era soprannominata la ‘Pantera di Goro’, dalla città natale in provincia di Ferrara, o semplicemente ‘Milva la Rossa’, per il colore di capelli che è diventato anche il titolo di una famosa canzone scritta per lei da Enzo Jannacci.
In oltre 50 anni carriera è passata per generi musicali molto distanti fra loro grazie a una capacità e un talento interpretativo unico. La sua statura artistica è testimoniata dal successo ottenuto oltre che in Italia, anche in Germania, dove ha partecipato spesso a eventi musicali sui principali canali televisivi, ma ha pubblicato con successo dischi anche in Francia, Giappone, Corea del Sud, Grecia, Spagna e Sudamerica
Ha venduto oltre 80 milioni di dischi ed è l’artista italiana con il maggior numero di album realizzati: 173 tra album in studio, album live e raccolte.
Con Mina e Ornella Vanoni, è stata protagonista della musica italiana dagli anni Sessanta, ma, più irrequieta e volitiva delle colleghe, Milva ha saputo cambiare e trasformarsi, usando curiosità, bravura, versatilità per costruire una carriera unica, lunga oltre mezzo secolo, 173 album e lanciata in più direzioni, talvolta anche opposte: cantante ma anche attrice, pop a Sanremo, dove fu in gara per quindici volte – senza mai vincere (e le scaramucce non sono mancate) – engagé come interprete dei canti della Resistenza, di Bella ciao, delle Canzoni del tabarin e dei Canti della libertà; protagonista alla Deutsche Oper di Berlino con I sette peccati capitali di Brecht e Weill e conduttrice di Al Paradise il varietà del sabato sera, fino a diventare la sofisticata interprete prediletta di autori, registi e compositori come Giorgio Strehler e Astor Piazzolla, Franco Battiato e Vangelis, Luciano Berio ed Ennio Morricone.
Maria Ilva Biolcati era nata a Goro (e la “pantera di Goro” è stato a lungo il suo nomignolo), il 17 luglio del 1939. “A 7 anni insistevano con mia madre di farmi cantare, lei minimizzava”, ricorderà. Giovanissima, nel 61, ventiduenne timida e naif, magra e longilinea come è sempre rimasta, dotata di una estensione vocale straordinaria, approda al festival di Sanremo, dove si qualifica terza con Il mare nel cassetto.
Quello stesso anno debutta nel cinema (La bellezza d’Ippolita accanto a Gina Lollobrigida) e sposa Maurizio Corgnati regista televisivo, intellettuale, parecchio più anziano (“mi sentivo la sua bambina”), un pigmalione che avrà su Milva una influenza importante, come non accadrà, dopo la separazione, con altri compagni, gli attori Mario Piave e Luigi Pistilli, il filosofo Massimo Gallerani.
Ha già assimilato ricchezze e successo – nel ’62 era approdata all’Olympia di Parigi – quando nel 1965 Paolo Grassi invita Milva al Piccolo a interpretare i Canti della Libertà, il primo passo di un trentennale sodalizio con Giorgio Strehler che con lei farà Io, Bertolt Brecht e poi la dirigerà in Milva canta Bertolt Brecht e in Io, Bertolt Brecht N°2 con Tino Carraro. “Strehler amava la mia umiltà. A lui devo tutto quello che so, così come a Maurizio Corgnati: mi hanno insegnato tanto e mi mancano molto”, dirà.
Strehler fa di Milva una delle più accreditate interpreti del repertorio brechtiano, in Italia e perfino in Germania, e la sceglierà come indimenticabile Jenny delle Spelonche nell’edizione del ’73 dell’Opera da tre soldi accanto a Domenico Modugno, che indossava i panni di Mackie Messer
La voce, la capacità di adeguarsi a qualsiasi genere di musica, la facilità a parlare lingue straniere fanno il resto: Milva diventa una delle grandi interpreti della musica colta e d’autore.
Incanta il pubblico tedesco con i Lieder (riceverà la prestigiosa Onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania), affascina anche i francesi con la versione italiana di Milord di Edith Piaf, entra nelle hit parade con La filanda dal repertorio di Amalia Rodrigues, diventa la voce preferita di Mikis Theodorakis, senza contare le incursioni nella musica colta d’avanguardia, come quando alla Piccola Scala di Milano, interpreta il Diario dell’assassinata di Gino Negri e alla Scala La vera storia, di Luciano Berio, tratta da Calvino, con esiti trionfali tanto che replicò all’Opéra di Parigi, al Maggio Fiorentino, all’Opera di Amsterdam.
Dagli anni Ottanta prolificano le collaborazioni importanti: con un grande regista come Peter Brook (tra gli esiti c’è El tango poi curato da Filippo Crivelli), con Astor Piazzolla, Franco Battiato (gli album Milva e dintorni con la bellissima Alexanderplatz, Svegliando l’amante che dorme e l’ultimo del 2010 Non conosco nessun Patrizio), Vangelis (Dicono di me), canta Luigi Tenco, Fiorenzo Carpi, Fabrizio De André, Alda Merini, Enzo Jannacci che la avvicinò al suo surreale mondo con l’album La Rossa.
Tra gli ultimi impegni il teatro: La Variante di Lüneburg dal libro di Paolo Maurensig e a Vienna Der Besuch der alten Dame (La visita della vecchia signora) di Durrenmatt dove recita nientemeno che in lingua tedesca.
Infine, nel 2018 il Festival di Sanremo di Claudio Baglioni le assegna il premio alla carriera e nel ringraziamento letto dalla figlia Martina sul palco dell’Ariston, Milva si rivolge ai giovani: “La musica spazza via la polvere dalla vita e dall’anima degli uomini. Ma perché questo accada bisogna studiare e attingere dal passato”. E il “passato” che Milva lascia è nel segno del coraggio, di quando cantava, prima che si parlasse dei femminicidi, la femminilità negata in Sono felice o Uomini addosso, un grido contro la violenza contro le donne.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
LA COMPETIZIONE SOVRANISTA E’ DIVENTATA FEROCE… “STA FUORI A PROTESTARE INVECE DI SPORCARSI LE MANI”… “FA SOLO CHIACCHIERE E NON MOLLA LE POLTRONE”
Gli inguaribili ottimisti, quelli che “l’importante è vincere”, si consolano col vecchio refrain che, in fondo, è sempre stato così, sin dai tempi di Monti fino al Conte 1.
E cioè che, quando si arriva al dunque, con un occhio ai sondaggi e uno al potere da spartirsi, il centrodestra, che pure ha marciato diviso, come d’incanto si unisce senza tanti sofismi.
E che così accadrà stavolta anche se ci sono, nell’ambito della coalizione che fu o che è, tre posizioni diverse e competitive sulle riaperture, tre su Draghi – quella di lotta della Meloni, quella di governo di Forza Italia, quella di lotta e di governo di Salvini – mentre sulle prossime amministrative, che valgono come un’elezione politica, ognuno recita a soggetto. Chissà. Perché le novità, da quelle parti, non sono banali.
Salvini, ad esempio, ha deciso che è arrivata l’ora di esplicitare, e di personalizzare, una polemica finora rimasta sulle cose – aperture, chiusure, coprifuoco – dove l’uno chiedeva una cosa, l’altra chiedeva di più ma senza incrociare le lame direttamente. E, a freddo, se l’è presa con chi, come “la Meloni ha deciso di star fuori a protestare invece che a sporcarsi le mani”.
Parole che non hanno certo favorito, anzi, una ripresa dei contatti che, tra alleati, è fisiologica anche nei momenti di tensione. Insomma, i due non si parlano, né al momento hanno in programma di farlo né c’è il classico lavorio delle solite diplomazie, perché, la politica è anche questo, si è acuito un elemento di fastidio anche personale. Destinato a rimanere tale se, come spiegano dalle parti di Salvini, “il fair play è finito e Matteo ha deciso di reagire”.
Gli episodi, per ricostruire questa freddezza, sono buoni per un romanzo perché, insomma, signora mia, non è neanche troppo garbato che se un alleato, in questo caso la Meloni, ti scrive una lettera aperta sui giornali per affrontare la questione del Copasir, neanche rispondi con un “ne parleremo” di circostanza.
O che ti ritrovi spiattellati i nomi di possibili candidati alle amministrative, senza che se ne sia parlato in una riunione convocata ad hoc.
È accaduto con Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano che, ai tempi, si era lasciato anche con una certa freddezza con Silvio Berlusconi e non scaldava più di tanto i cuori leghisti, almeno quando comandava Umberto Bossi che lo chiamava “la Albertina”. Salvini lo ha proposto, ottenendo un sì non troppo entusiasta dal Cavaliere che, in questo momento, tra acciacchi e processi, ha la testa altrove.
E ha chiesto alla Ghisleri di sondarlo. Figurarsi se Giorgia poteva farlo passare così, senza una discussione complessiva su tutte le città, a partire da Roma dove ha sondato, in alternativa a Guido Bertolaso, Andrea Abodi, il presidente dell’Istituto di credito sportivo e consigliere dell’Abi, non si sa se in modo tattico o convinto.
E basterebbe questo per aprire tutto un capitolo non tanto sulle dinamiche interne quanto sul tema più generale della penuria della classe dirigente di centrodestra nell’era delle leadership populiste – sia Albertini sia Bertolaso non sono proprio due novità – proprio sul territorio, mentre a Roma, nel frattempo, mondi produttivi e categorie non ostili hanno cominciato a guardare con attenzione Calenda che, almeno una proposta seria di governo ce l’ha, come nel caso del presidente dell’Ance Niccolò Rebecchini.
La questione di fondo è ben più grande dell’elenco dei singoli episodi (e dei dispetti), in cui annoverare anche la battaglia del Copasir che Salvini non vuole mollare nonostante per prassi spetti all’opposizione – recentemente c’è stato un appello anche di una quarantina di costituzionalisti, e non di Fratelli d’Italia – per motivi che le solite malelingue attribuiscono ai suoi rapporti internazionali.
O la mozione di sfiducia a Speranza presentata da Fratelli d’Italia: mozione che, in Parlamento, riguarda il ministro della Salute ma agli occhi dell’opinione pubblica è di fatto una mozione contro Salvini, come a dire “fai tante chiacchere, ma al dunque lì lo tieni perché sei prigioniero del governo”.
La questione è che, per la prima volta, si è aperta, nell’ambito della destra-destra, una competizione reale e feroce per l’egemonia, puntualmente registrata dai sondaggi che lasciano intravedere, se si va avanti così, il possibile “sorpasso” della Meloni.
Anche sui territori sta accadendo a Fratelli d’Italia quel che accadde alla Lega nella fase della vorticosa crescita ai tempi del Conte 1.
C’è la fila di gente che arriva dagli altri partiti, qualcuno anche dalla Lega. Solo negli ultimi tempi è arrivato un gruppo di consiglieri regionali in Trentino e in Basilicata e diversi amministratori in Sicilia, Piemonte, Emilia al punto che il responsabile dell’organizzazione Giovanni Donzelli passe le giornate a filtrare i possibili ingressi, verificando provenienza, affidabilità, eventuali coinvolgimenti in inchieste.
E questa competizione si è aperta non su un terreno qualunque, ma sul terreno del governo Draghi che, per europeismo e per tutto quel che interpreta, è la negazione di una certa retorica sovranista.
Salvini non può che scommettere sul successo di questa esperienza e sul suo, che si misura nei risultati che riuscirà a portare a casa, graditi al suo blocco sociale di riferimento, capo dello Stato compreso.
La Meloni non può che scommettere sul fallimento di questa esperienza e, con essa, dell’alleato, intercettando quei bisogni vecchi e nuovo che restano insoddisfatti.
La portata dell’operazione Draghi la rende una competizione destinata a crescere con l’aggravarsi della questione sociale, al termine della quale è complicato immaginare un assetto come quello con quale si è partiti, complice anche l’assenza di un partito capace di fare coalizione come Forza Italia ai tempi che furono, forte di un leader riconosciuto tutti.
Qui è in ballo proprio la leadership, mica un dettaglio.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
E’ COSTATA UNA VALANGA DI MILIARDI E NE HA USUFRUITO SOLO UN QUARTO DI SOGGETTI RISPETTO ALLE PREVISIONI
Due righe per cancellare una riforma. Quella Quota 100 voluta dalla Lega di Matteo
Salvini a gennaio del 2019, quando il Carroccio era al governo con il Movimento 5 stelle e a palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte.
Ora a Chigi c’è Mario Draghi e quella riforma, che scade a fine anno, non sarà prorogata.
Pagina 29 della bozza del Recovery plan: “In tema di pensioni, la fase transitoria di applicazione della cosiddetta Quota 100 terminerà a fine anno e sarà sostituita da misure mirate a categorie con mansioni logoranti”.
La riforma di Quota 100 dà la possibilità di andare in pensione prima di avere maturato i requisiti in vigore. Il meccanismo prevede l’uscita anticipata per chi ha almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Quando fu ideata due anni fa, l’allora governo Conte 1 pensò a Quota 100 per tre anni.
Ma le previsioni – un milione di uscite nel triennio – si sono rivelate sballate. Secondo il Rapporto Itinerari previdenziali del 16 febbraio, infatti, a uscire in anticipo dal mondo del lavoro nel 2019-2020 sono stati circa 267mila lavoratori.
Le sorti di Quota 100 sono rimaste appese anche con l’avvicendamento a palazzo Chigi tra Conte e Draghi. Salvini ha sempre rimandato la questione a fine anno, quando la riforma arriverà a scadenza. Ma il Recovery dà le cose già per fatte. Dal prossimo anno non ci saranno più soldi per Quota 100.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“IL REGIME DI FAVORE PER LE PICCOLE IMPRESE INDUCE ALL’ELUSIONE FISCALE”: SMONTATA LA MARCHETTA DELLA LEGA
Il Fondo monetario internazionale boccia la flat tax per le piccole imprese, storico cavallo di battaglia della Lega e oggi applicato alle sole partite Iva fino a 65mila euro . “Il regime speciale previsto per le imprese molto piccole sembra piuttosto generoso e capace di indurre all’elusione” ha affermato il responsabile della divisione Politica fiscale del Dipartimento Affari Fiscali del Fmi Ruud de Mooij che oggi è stato ascoltato dalle commissioni Finanze della Camera e del Senato nel quadro dell’indagine conoscitiva sulla riforma fiscale.
“I regimi semplificati (flat tax ndr) – ha proseguito – inducono le piccole imprese a voler rimanere nel sistema agevolativo e quindi rischiano di essere un disincentivo alla crescita delle imprese e dell’economia”.
Un giudizio analogo era stato espresso tre settimane fa dall’Ocse quando il responsabile del centro di politica fiscale Pascal Saint-Amans, aveva rimarcato come l’attuale situazione fiscale in Italia sia un disincentivo all’occupazione.
In generale il tasso effettivo (che tiene conto anche del diverso modo con cui paese per paese viene calcolata la base imponibile) applicato in Italia ai profitti d’impresa non è particolarmente elevato.
Stando ai dati Ocse si ferma infatti al 21%, contro il 24% degli Stati Uniti, il 27% del Giappone, Il 28% della Germania e il 31% della Francia. “L’aliquota unica crea distorsioni. L’aliquota unica crea minor distorsioni in cima ma crea grandi distorsioni ai redditi del ceto medio. E’ abbastanza inefficiente all’interno del sistema. Nei paesi centro orientali che hanno adottato un’aliquota unica, anche molto bassa, hanno introdotto un’Iva molto alta. Hanno deciso un’esenzione fiscale all’Iva per alcuni gruppi per sostenere i redditi ma creando problemi alla redistribuzione. E’ un modo un pò brusco”, ha continuato l’esponente del Fmi.
“Serve calibrare meglio il peso fiscale sui redditi da lavoro dove il meccanismo delle detrazioni e dei crediti d’imposta vengano a determinare aliquote marginali troppo elevate per fasce significative di lavoratori”, ha aggiunto de Mooij. “Un buon sistema deve essere inclusivo e semplice. Dobbiamo pensare a un sistema di tassazione redistribuibile. Per la tassazione dei redditi più alti serve aumentare le aliquote marginali”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
I SALDI DELLE 6 MISSIONI IN CUI E’ DIVISO IL PIANO SONO SIMILI… IRRISOLTE QUELLE CHE PER RENZI ERANO PECCHE DEL VECCHIO PIANO
C’è poco di nuovo nel tanto atteso Recovery plan firmato da Mario Draghi, finanziato
con 191,5 miliardi di risorse europee più 30 miliardi presi a prestito sul mercato.
Il “piano verde“, come l’ha definito qualcuno, è verde esattamente quanto quello inviato al Parlamento da Giuseppe Conte lo scorso gennaio.
È giusto un po’ più digitale e certo non molto più amico della ricerca, come hanno fatto notare su Twitter gli scienziati che avevano promosso il piano Amaldi.
Quanto all’eccesso di progetti senza una visione di fondo, che per Matteo Renzi era una delle gravi pecche del “vecchio” Pnrr, non si può dire che il problema sia superato: le tabelle preparate dal Tesoro elencano ancora ben 135 progetti di investimento.
Per non dire governance, sulla carta l’innesco della crisi di governo (il coordinamento sarà al Mef e la supervisione politica accentrata a palazzo Chigi, in mano a un comitato in cui siederanno solo i ministri competenti) e della necessità di dar voce al Parlamento, a cui il premier riferirà lunedì e martedì a poche ore dall’invio del testo a Bruxelles.
Stando alle 319 pagine di bozze in circolazione venerdì – quando era atteso un primo cdm sul testo, rinviato invece a sabato mattina – i saldi delle 6 “missioni” in cui è diviso si discostano pochissimo da quelli del piano di gennaio.
L’unica grande voce che salta è il cashback, che però stando a indiscrezioni non è destinato a saltare: potrà comunque essere coperto con fondi nazionali. Per il superbonus 110% nel complesso i soldi a disposizione restano gli stessi previsti dal precedente governo (circa 18 miliardi) e le preoccupazioni sulla mancata proroga sembrano smentite dalle bozze, che ne prevedono l’estensione fino al 2023.
Restano identiche, poi, le cosiddette priorità trasversali: parità di genere, opportunità per i giovani e sviluppo del Sud.
Che cosa cambia, insomma? L’equilibrio interno si sposta a favore dei finanziamenti “aggiuntivi“, cioè di progetti nuovi, rispetto a quelli “sostitutivi” (tra cui quello del cashback).
E’ questo che aumenta – di poco – l’impatto atteso sul pil: nel 2026, a fine piano, il prodotto interno lordo italiano dovrebbe essere più alto di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario senza Recovery, contro i 3 punti stimati dal Tesoro a gennaio. La differenza vale circa 10 miliardi su un pil di 1.800, la cifra su cui era assestato prima del crollo causato dal Covid.
Il confronto: risorse quasi invariate. Con il React Eu più fondi a lavoro e coesione
Il confronto dei numeri non è immediato perché a gennaio le tabelle del governo incorporavano i soldi del Recovery in senso stretto (all’epoca stimati in 196 miliardi), i 13 miliardi del React Eu e 20 miliardi di fondi di sviluppo e coesione: sommandoli si arrivava a 222,9 miliardi.
Ora invece lo schema preparato per i ministri comprende la prima voce (aggiornata però dalla Commissione Ue a 191,5 miliardi) più 30 miliardi di fondo complementare nazionale finanziato in deficit.
Manca il dettaglio sulla ripartizione del React Eu, il cui piano di spesa è già stato inviato a Bruxelles dalla ministra del Sud Mara Carfagna all’inizio di aprile. Senza quel fondo comunque il “nuovo” piano arriva a 221,5 miliardi, cifra molto vicina al totale del “vecchio” piano. Affiancando i due schemi si può quindi farsi un’idea dei cambiamenti fatti, visto che i nomi delle sei missioni restano identici.
A Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura vanno 48,6 miliardi contro i 46,1 di gennaio, alla Rivoluzione verde e transizione ecologica 68,6 miliardi contro 68,9, alle Infrastrutture per una mobilità sostenibile 31,4 miliardi dai 31,9 del piano precedente, a Istruzione e ricerca 31,9, in lieve aumento dai 28,4 precedenti, e alla Salute 19,7 miliardi – suddivisi tra assistenza territoriale, digitalizzazione e riqualificazione degli ospedali – esattamente come nella versione di tre mesi fa.
Solo la macro area Inclusione e coesione scende sensibilmente, a 22,3 miliardi contro i 27,62 precedenti. Ma lì dentro ci sono le politiche per il lavoro e la coesione territoriale, che riceveranno gran parte dei fondi del React Eu: 4 miliardi per esempio andranno alla decontribuzione al Sud, 1,5 miliardi al fondo nuove competenze, quasi 500 milioni ai bonus per chi assume donne o giovani. La cifra finale sarà dunque anche superiore a quanto previsto in gennaio.
Aumentano i soldi per la banda larga, non per asili e ricerca di base
In attesa del testo completo, che lunedì e martedì sarà presentato alle Camere, è possibile scendere un po’ più nel dettaglio guardando alle singole voci elencate nella maxi tabella con gli investimenti. Anche in questo caso si scopre che sui temi caldi le variazioni sono spesso impercettibili: lo stanziamento per asili nido e servizi di cura per la prima infanzia, cruciali anche per la parità di genere nel mondo del lavoro, resta per esempio a 4,6 miliardi e si prevede di creare 228.000 nuovi posti contro i 622.500 che erano l’obiettivo messo nero su bianco a gennaio.
La dote del piano Transizione 4.0 cala un po’, da 18,9 a 18,4 miliardi, e il potenziamento dei fondi per la ricerca di cui si parla in queste ore è molto relativo, come hanno fatto notare su Twitter gli scienziati che avevano promosso il piano Amaldi da 15 miliardi in cinque anni.
La voce “Dalla ricerca all’impresa” sale da 11,7 a 12,4 miliardi grazie a un incremento delle risorse per il Programma nazionale di ricerca, ma per i progetti dei giovani ricercatori non si va oltre i 600 milioni e per i partenariati su progetti di ricerca di base ci sono 1,6 miliardi come a gennaio.
A essere potenziato è invece il piano per la banda larga e il 5G caro al ministro Vittorio Colao, che incassa 5,3 miliardi a valere sul Recovery e 1,4 di fondi nazionali, a fronte dei 4,2 miliardi della vecchia versione.
Quanto alla sanità, la cifra complessiva a disposizione resta come visto invariata anche se cambia notevolmente il peso dei singoli progetti: si dimezzano da 4 a 2 miliardi i fondi per le nuove case della comunità (saranno 1.288 e non 4.800 come previsto a gennaio) mentre salgono da 1 a 4 miliardi gli investimenti nell’assistenza domiciliare e telemedicina.
Nell’ottica, evidentemente, di privilegiare le cure a domicilio rispetto al pur virtuoso modello degli ambulatori che offrono servizi socio-sanitari di prossimità. Ma la novità sarà anche gradita alle aziende che si occupano di domotica e sanità digitale.
Le riforme: nuova solo la concorrenza
Per quanto riguarda le riforme che accompagneranno il piano, l’unica novità è l’annuncio di un ddl per promuovere la concorrenza, tema su cui Draghi aveva chiesto spunti all’Antitrust. Che ha consigliato tra l’altro di sospendere temporaneamente il Codice appalti. Il piano di gennaio si limitava invece ad annunciare la riforma delle concessioni statali, tra cui quelle delle autostrade.
Gli altri interventi strutturali, su pubblica amministrazione, giustizia e semplificazione legislativa, erano invece già previsti. Sul primo fronte i cardini sono lo snellimento delle procedure di selezione, il miglioramento delle competenze e la digitalizzazione (niente di nuovo), accompagnati dallo stop agli adempimenti non necessari e da un disboscamento delle procedure non necessarie.
Ci sono poi altre mini riforme di settore, da quella della proprietà industriale all’alta formazione resa obbligatoria per dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo. E quella, attesa da anni, delle politiche attive del lavoro. Senza la quale sarà impossibile affrontare le ricadute occupazionali della crisi pandemica.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
DEDICATO AI CAZZARI SOVRANISTI CHE VORREBBERO FAR MORIRE ALTRI ITALIANI
Tra le misure anti contagio più severe introdotte in Italia e in altri Paesi vi è anche il coprifuoco, un vero e proprio lockdown notturno che permette di uscire di casa soltanto per motivi di necessità, urgenza e lavoro, da dimostrare con l’immancabile autocertificazione.
Nel nostro Paese è attivo da circa 6 mesi e viene applicato tra le 22:00 e le 05:00 del mattino del giorno successivo, mentre altrove, come in Francia, è anche più duro; in base alla curva epidemiologica, infatti, il coprifuoco può essere fatto partire alle 18:00, alle 19:00 o alle 20:00 e fino alle 06:00.
In Canada generalmente viene applicato dalle 20:00 alle 05:00.
Com’è ampiamente noto, la misura è al centro di un aspro dibattito all’interno della maggioranza del Governo, tra chi preme per uno slittamento alle 23:00 (in particolar modo la Lega) e chi preferisce per il momento mantenere lo status quo in attesa di dati migliori, la linea abbracciata dal premier Mario Draghi nell’ultimo decreto dedicato all’emergenza coronavirus.
L’obiettivo, naturalmente, non è quello di mantenerlo in vigore fino alla fine dello stato di emergenza (slittato al 31 luglio), ma di “restringerlo” – e magari eliminarlo – nelle prossime settimane sulla base dei dati.
Ma il coprifuoco è davvero una misura così efficace per ridurre il rischio di contagio? Vediamo cosa dicono gli esperti.
Il coprifuoco, innanzitutto, esattamente come il lockdown ha l’obiettivo di mantenere le persone a distanza.
Come tutti sappiamo il coronavirus SARS-CoV-2 si trasmette attraverso le goccioline respiratorie grandi (droplet) e piccole (aerosol) che espelliamo quando tossiamo, starnutiamo, parliamo o semplicemente respiriamo, pertanto tagliare di netto i contatti sociali non può che avere un effetto meccanico vantaggioso sull’indice Rt, il numero medio di persone che ciascun positivo può infettare.
La notte, si sa, è “giovane”, ed evitare alla fonte gli immancabili assembramenti che si verificano all’intero e all’esterno dei locali ha indubbi benefici in termini di appiattimento della curva.
Gli esperti tengono anche in considerazione il fatto che la sera, magari dopo una giornata di lavoro, molte persone sono abituate ad alzare un po’ troppo il gomito e perdono di lucidità, una condizione che può ridurre l’adesione alle misure anti contagio di base, come l’uso delle mascherine, mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri e lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o un gel idroalcolico.
Insomma, dal punto di vista squisitamente intuitivo il coprifuoco è utile al contrasto di una pandemia come quella di COVID-19.
Ma lo confermano anche alcune ricerche.
Secondo lo studio “Understanding the effectiveness of government interventions in Europe’s second wave of COVID-19” guidato da scienziati dell’Università di Oxford, ad esempio, il coprifuoco notturno può far abbassare l’indice Rt del 13 percento.
Non si tratta di un vero e proprio crollo, ma è comunque una riduzione che può avere il suo peso in un contesto in cui le strutture sanitarie sono fortemente sotto pressione. La ricerca “Impact of a nighttime curfew on overnight mobility” del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Ontario ha dimostrato che in Quebec, dove era attivo il coprifuoco, la mobilità notturna era stata abbattuta del 31 percento rispetto a quella dell’Ontario, dove invece non era stato introdotto.
E meno mobilità vuol dire meno contatti sociali e contagi. “Il Quebec ha avuto un numero di casi stabile o in diminuzione nella maggior parte degli ultimi mesi, anche quando altre province canadesi stavano peggiorando”, ha dichiarato a DW il professor Jay Kaufman, epidemiologo presso l’Università McGill di Montreal.
Lo scienziato naturalmente non associa al solo coprifuoco la migliore condizione epidemiologica del Quebec, ma certamente ne riconosce l’effetto positivo.
Del resto, spiega lo scienziato, i casi hanno mostrato un incremento quando il coprifuoco è stato posticipato dalle 20:00 alle 21:30
(da Fanpage)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
COSA ASPETTA LA MAGISTRATURA ITALIANA AD APRIRE UN FASCICOLO PER ACCERTARE LE RESPONSABILITA’?
È l’ennesima strage in mare quella avvenuta ieri sera al largo delle coste libiche. Alarm
Phone ha segnalato tre imbarcazioni in difficoltà: un gommone che si è ribaltato, un altro che, dalle informazioni raccolte, è stato riportato in Libia con i cadaveri di una donna e del suo bambino a bordo e una terza barca di cui si sono perse le tracce. Intervenuta sul posto, la Ocean Viking della ong Sos Mediterranée si è trovata di fronte all’ennesima tragedia nel Mediterraneo: “Abbiamo avvistato dieci corpi, ma il mare era molto mosso, impossibile ci siano sopravvissuti“, ha dichiarato Francesco Creazzo di Sos Mediterranée, con le vittime stimate che sono più di 100.
“Nel pomeriggio la nave My Rose ha avvistato il gommone, ci siamo avvicinati ed è stato come navigare in un mare di cadaveri. Letteralmente. Del natante restava poco, delle persone neanche il nome”, ha raccontato Alessandro Porro, Presidente della ong. Mentre Safa Msheli, portavoce dell’Oim, agenzia Onu, dichiara: “Gli Stati si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone”.
Affermazioni alle quali risponde Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera, che in un comunicato ha dichiarato: abbiamo “immediatamente allertato i centri di soccorso nazionali in Italia, Malta e Libia, come previsto dal diritto internazionale ed emesso diverse chiamate di soccorso sul canale radio marino di emergenza per allertare tutte le navi nelle vicinanze a causa della situazione critica e del maltempo”.
Il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, si rivolge direttamente agli Stati membri: ” I governi nazionali diano poteri e mandato all’Unione europea per intervenire, salvare vite, realizzare corridoi umanitari e organizzare un’accoglienza obbligatoria”.
(da agenzie)
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Aprile 23rd, 2021 Riccardo Fucile
“LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE NON MUORE IN TERAPIA INTENSIVA MA VIGILE E IN CONDIZIONI DI ASFISSIA”
Che Andrea Crisanti non fosse favorevole alle riaperture a partire da lunedì 26 aprile decise dal governo guidato da Mario Draghi è fatto noto.
Ma oggi il professore di microbiologia dell’Università di Padova ha dato anche dei numeri per far capire quanto potrà essere pericoloso allentare le misure restrittive mentre ci sono almeno 300 morti e più di 10mila nuovi casi Covid al giorno in Italia. “Se noi continuassimo a stare nella situazione attuale in un mese il numero dei casi diminuirebbe a poche migliaia e avremo una drastica riduzione dei morti, poche decine. Con le riaperture c’è la possibilità che il numero dei morti aumenti, arrivando anche a 5/600″, ha detto intervenendo alla trasmissione di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora aggiungendo che “il rischio sono le persone che muoiono. E la maggior parte delle persone non muore in terapia intensiva ma vigile ed in condizioni di asfissia, una morte orribile, cominciamo a dire anche queste cose”.
L’esperto ha continuato affermando che “da lunedì non andrò al ristorante, perché sono convinto che è sbagliato, voglio dare il buon esempio. Come aiutare queste attività? Penso che ai ristoratori bisognerebbe dare esattamente quello che hanno dalle tasse”.
Rispetto alla questione coprifuoco, ha affermato che lo “spostamento coprifuoco dalle 22 alle 23 è ininfluente, diciamo che l’unica differenze è che alle 23 i ristoranti possono fare due turni”.
Da sola, per Crisanti, la zona gialla non funziona, e porta a sostegno della sua tesi il caso del Veneto, che nei mesi scorsi ha vissuto un riemergere dei casi Covid: “È rimasta zona gialla per tutto il tempo ed è stata la regione che, in proporzione rispetto al numero di abitanti, ha avuto il maggior numero di casi e decessi”.
Ed anche il fatto che ci avviciniamo alla stagione estiva, e quindi più calda, non deve far abbassare la guardia. “Non facciamoci illusioni sul clima: in Brasile la temperatura è costantemente mite”, ha spiegato riferendosi all’emergenza che il paese sudamericano sta affrontando in questi giorni, con nuovi record di infezioni e vittime, “e l’anno scorso Israele è andato in lockdown a metà agosto, quindi…”.
Tutto ciò per dire che, come ha dimostrato anche il caso della Sardegna, passata dalla zona bianca a quella rossa, “quando si tolgono le restrizioni le misure di controllo non sono più sufficienti, quindi è chiaro che si sbilancia tutta la dinamica dell’epidemia a favore del virus”.
(da Fanpage)
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