Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
CONTRO L’ABOLIZIONE DEL CASHBACK INSORGONO TARDIVAMENTE M5S E PD, FESTEGGIANO SOVRANISTI E I COMMERCIANTI DISONESTI… NON VENGONO PIU’ TRACCIATI I PAGAMENTI
“La sospensione del cashback è un errore”. Dopo 12 ore di silenzio, un esponente del governo protesta ufficialmente contro lo stop deciso dal governo di Mario Draghi. Nella serata di lunedì, infatti, la cabina di regia dell’esecutivo, riunita a Palazzo Chigi, ha decretato la sospensione del meccanismo di premi e rimborsi per chi utilizza i pagamenti elettronici.
Un sistema voluto dal governo di Giuseppe Conte che aveva finanziato il progetto con cinque miliardi fino al giugno del 2022.
Draghi, però, ha deciso di cancellare il cashback con un anno di anticipo: una decisione arrivata a sorpresa e che sembra quasi uno sgarbo istituzionale nei confronti del suo predecessore, in queste ore impegnato nello scontro con Beppe Grillo per varare il nuovo statuto del M5s.
Proprio i 5 stelle protestano contro la scelta dell’esecutivo Draghi. Stefano Patuanelli, ministro dell’Agricoltura e capodelegazione del M5s al governo, si lamenta: “La sospensione del cashback è un errore, l’ho detto e ripetuto ieri in cabina di regia. Mi auguro si possa tornare indietro su questa decisione”, ha detto Patuanelli a margine del Consiglio europeo in Lussemburgo. “Un errore la sospensione del cashback che come strumento di incentivo all’utilizzo di pagamenti elettronici e lotta all’evasione è stato perfetto. Chiederemo in Consiglio dei Ministri i motivi di questa decisione”, dice anche Fabiana Dadone, ministra delle Politiche giovanili.
Una linea alla quale si aggiungono a stretto giro i deputati del MoVimento 5 Stelle in Commissione Finanze alla Camera. “La sospensione del meccanismo del cashback è un grave errore – scrivono in un comunicato – Ha stimolato l’uso dell’app Io, incentivando la digitalizzazione, e ha permesso a oltre 6 milioni di italiani di ricevere fino a 150 euro come bonus per i pagamenti elettronici realizzati. L’incentivo ha avuto un enorme riscontro, soprattutto tra i giovani ed è una misura che si ripaga da sola. I dati sui consumi avrebbero raggiunto i 14 miliardi entro fine 2022 con 2,5 miliardi di nuove entrate per lo Stato e senza introdurre nessuna nuova tassa”.
I 5 stelle riepilogano i dati di sei mesi di cashback: “Fino ad oggi, sono 8,9 milioni i cittadini che hanno aderito con un totale di 784,4 milioni di transazioni e 16,4 milioni di strumenti di pagamento attivati. Di fatto, si sceglie inopinatamente di tornare al passato, invece di sostenere un programma anti-evasione che sta funzionando. Questa battaglia, evidentemente, non interessa ad altre forze politiche, abituate a riempirsi la bocca di lotta all’evasione senza mai passare ai fatti. Ci auguriamo che si torni indietro sulla decisione presa in Cabina di Regia”. “La sua sospensione è un errore e un pessimo messaggio”, twitta l’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina.
“Il cashback ha obbligato i negozianti furbetti a mettere il Pos, ha aiutato gli anziani ad attivare lo Spid e una carta alla Posta. Ha sostenuto i nostri giovani. Eliminarlo è folle”, scrive Carla Ruocco, presidente M5s della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario.
Nel dibattito interviene anche l’ex deputato dei 5 stelle Alessandro Di Battista: “Il Movimento continua a non toccar palla (cosa ampiamente prevedibile e prevista da chi non aveva altri interessi). Gongola la Lega, partito che non ha mai fatto della lotta all’evasione la sua ragion di vita e gongolano tutti quelli che mesi fa hanno attaccato questa semplice misura di buon senso a sostegno, soprattutto, della classe media. Il tutto mentre più o meno tutti i dirigenti del Movimento giurano amore eterno a Mario Draghi“.
Protesta contro l’abolizione del cahsback pure Michele Bordo, deputato e responsabile Pd per la Coesione e il Mezzogiorno. “Non condivido la scelta di sospendere il cashback per il prossimo semestre. Una cosa è correggere ciò che non ha funzionato del meccanismo, altra cosa è sospenderlo”, dice l’esponente dem. “Il cashback – ha continuato – ha consentito in questi mesi un maggiore utilizzo della moneta elettronica, un migliore tracciamento dei pagamenti, la riduzione del nero e dell’evasione fiscale. Per tutte queste ragioni, è un errore tornare indietro. Spero che ci sia spazio per rivedere la decisione assunta ieri dalla cabina di regia riunitasi a Palazzo Chigi”. Protesta pure Nicola Fratoianni di Sinistra italiana: “Dovevano bloccare i licenziamenti e invece hanno bloccato il cashback. Dovevano ascoltare le organizzazioni sindacali dei lavoratori e finora li hanno ignorati In sostanza, al di là degli slogan il governo dei migliori ha finora eseguito il diktat di Confindustria”, attacca.
Nelle scorse settimane, l’unico partito a chiedere esplicitamente l’abolizone del cashback era stato Fratelli d’Italia,
Meloni esulta definendo il cashback come “un tentativo di controllare gli italiani in cambio di una elemosina”
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA MORTE SUIL LAVORO A GREVE IN CHIANTI
Un altro infortunio sul lavoro mortale, questa volta a Greve in Chianti: un ragazzo di
appena 24 anni è morto schiacciato da un trattore mentre lavorava in azienda. Si chiamava Lorenzo Fino.
Questa mattina, intorno alle 8, Lorenzo Fino, questo il nome della vittima, è salito come ogni giorno sul trattore a cingoli per lavorare nell’azienda “Panzanello”. A causa del terreno scosceso, il giovane ha perso il controllo del mezzo e cadendo è rimasto incastrato sotto il mezzo. I sanitari del 118 non hanno potuto far altro che constatare il decesso.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri della stazione di Greve in Chianti e della compagnia di Figline Valdarno. Lorenzo Fino, nato a Roma il 3 ottobre 1997, era regolarmente assunto presso l’azienda agricola “Panzanello”, con annesso agriturismo, di cui è titolare lo zio e dove il giovane era domiciliato.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
“INCONGRUENZE NEL LORO RACCONTO”… E CON QUESTA NOTIZIA ABBIAMO RASCHIATO IL FONDO DEL BARILE
E’ arrivata una svolta nelle indagini sulla scomparsa di Laura Ziliani, la 55enne dipendente del Comune di Roncadelle (nel Bresciano) di cui si sono perse le tracce lo scorso 8 maggio a Temù, il paese della Val Camonica dove aveva lavorato a lungo come agente di Polizia locale: la Procura di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio due delle tre figlie della donna (la terza è affetta da una grave forma di autismo).
Come riporta il Giornale di Brescia, sarebbero state alcune incongruenze nel racconto delle due figlie – la maggiore e la minore – a far scattare l’iscrizione nel registro degli indagati delle ragazze e il sequestro dell’abitazione di Temù, dove Laura Ziliani (residente a Brescia) si trasferiva non appena poteva.
La donna, vedova dal 2012 – quando il marito era morto travolto da una valanga – amava camminare da sola in montagna e sabato 8 maggio era uscita di casa intorno alle 7 del mattino proprio per un’escursione, diretta verso la località di Garìo, sopra Villa Dalegno. Era stata ripresa da una telecamera in paese e un testimone aveva raccontato di averla vista su un sentiero. Poi più nulla.
Erano state proprio le figlie a lanciare l’allarme per il mancato rientro della madre dando il via alle ricerche, che erano durate per giorni, coinvolgendo centinaia di persone fra tecnici del Soccorso alpino e speleologico, unità cinofile molecolari giunte da Trento e dal Piemonte, militari del Soccorso alpino della Guardia di Finanza, Carabinieri e Vigili del fuoco, oltre al sindaco di Temù, alla Protezione civile e al presidente dell’Unione Alta Valle Camonica.
Dopo una settimana di sforzi infruttuosi, le ricerche erano state sospese per poi riprendere il 23 maggio, dopo che un escursionista aveva trovato lungo la pista ciclabile che si muove al fianco del torrente Fiumeclo una scarpa, riconosciuta dalle figlie come appartenente a Laura Ziliani. Ora le due donne sono state indagate in stato di libertà, ma devono restare a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa di ulteriori indagini.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL PM ANTICAMORRA PAGA LA SUA RICHIESTA DI NON VOLERE SIMBOLI DI PARTITO… SOSTITUITO CON RASTRELLI IN QUOTA MELONI
Si spacca il centrodestra sulla candidatura di Catello Maresca a sindaco di Napoli per
le elezioni d’autunno. Forza Italia rompe con il pm anticamorra in aspettativa: “Distanze incolmabili”.
Rispunta per il centrodestra il nome dell’avvocato Sergio Rastrelli, figlio dell’ex governatore della Campania Antonio, sponsorizzato da FdI. Ad innescare il divorzio tra Maresca e FI la decisione del magistrato di correre alle amministrative senza simboli di partito tra le liste.
Ad innescare il divorzio tra Maresca e FI la decisione del magistrato di correre alle amministrative senza simboli di partito tra le liste. Ma in molti tra gli azzurri non hanno gradito l’arrivo nella coalizione che sostiene Maresca di ex sostenitori arancioni del sindaco Luigi De Magistris e di figure tradizionalmente collocate nel centrosinistra.
Tra i suoi spin doctor Alessandro Nardi, ex braccio destro di De Magistris. Tra gli ultimi arrivati anche il presidente della II Municipalità Francesco Chirico, finora nel coordinamento di DemA.
Intanto Maresca ha avuto contatti anche con l’altra candidata sindaco Alessandra Clemente, assessore nella giunta arancione, sostenuta da de Magistris, la quale però ieri ha smentito le voci su un suo possibile ritiro dalla competizione elettorale, per far spazio al magistrato.
La rottura tra Catello Maresca – fortemente sostenuto dalla Lega di Matteo Salvini – e Forza Italia appare ormai insanabile. Ieri il coordinamento cittadino di Fi Napoli, guidato dall’europarlamentare Fulvio Martusciello, si è espresso con parole chiare: “Parte il confronto con Sergio Rastrelli e con le altre civiche e partiti di centrodestra. Le dichiarazioni di Maresca fatte a più riprese rendono le distanze ormai incolmabili. Siamo certi che sull’unità del centrodestra la Lega vorrà costruire con noi una alternativa di Governo”.
Anche l’ex governatore Stefano Caldoro è intervenuto sul tema: “C’è stato grande rispetto per il profilo civico di Catello Maresca ora è necessario che ci sia lo stesso rispetto per i partiti, con i loro uomini, con le loro storie, con i simboli. Per un accordo insomma, serve pari dignità”.
Mentre Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Fi, ha ribadito: “A Napoli nutriamo interesse per la candidatura di Catello Maresca, ma allo stesso tempo non si può rinunciare al simbolo dei partiti, sono la cinghia di trasmissione tra cittadini ed istituzioni”. Mentre non è escluso che la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, possa essere candidata capolista di facciata al consiglio comunale di Napoli.
(da Fanpage)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
UN MESE FA IL SOTTOSEGRETARIO DELLA VEDOVA AVEVA RASSICURATO I NOSTRI CONNAZIONALI, ILLUDENDOLI
Meno due, meno uno, disastro. Annunciato.
Dal primo luglio per gli italiani nel Regno Unito la situazione post-Brexit si farà seria: il passaporto sarà l’unico documento valido per le autorità britanniche.
“Non ci saranno solo controlli alla frontiera, ma anche sul posto di lavoro o per gli affitti” avverte Luigi Reale, ex membro del Comites UK. “E ci sono connazionali che, non avendo il documento in regola, rischiano guai molto seri”.
Colpa loro? Macché. I social sono roventi: è il consolato a Londra che è andato in tilt.
“Qualcuno svegli il console Marco Villani” implora ItaliachiamaItalia, il sito dei nostri expats. A cui Vanessa Fidanza denuncia: “Gli italiani sono totalmente abbandonati a se stessi”, e Francesco Visin: “L’unico modo per rifare un documento è tornare in Italia, perché è impossibile riuscire a prenotare un appuntamento”.
Concetta Ragno, sul gruppo Facebook degli italiani a Londra, conferma: “Ho provato a prendere appuntamento al Consolato di Londra. Dopo più di un mese, ci ho rinunciato“.
Eppure si sapeva. La chiusura dei consolati di Manchester e di Bedford causa spending review, nel 2014, ha creato disservizi enormi a una comunità che ormai sfiora le 700 mila persone, di cui 430 mila iscritti all’AIRE di Londra.
Da Massimo Ungaro, Pd, a Simone Billi, Lega, da Lucio Malan, Fi, a Mario Borghese, Maie, praticamente tutto l’arco costituzionale ha chiesto alla Farnesina di rimediare all’errore.
E infatti, nel 2019, col decreto Brexit il primo governo di Giuseppe Conte ha cercato di metterci qualche toppa, stanziando 3,5 milioni di euro per “acquisto e/o ristrutturazione” di immobili da adibire a uffici consolari nel Regno Unito (Manchester in primis), 750.000 euro per il 2019 e 1,5 milioni a partire dal 2020 per aumentare i dipendenti di ruolo, e altri 1,5 milioni l’anno per il potenziamento delle sedi coinvolte.
Dopo due anni, però, il consolato di Manchester è ancora missing. C’è un console regolarmente in servizio e stipendiato, ma non c’è una sede e non c’è personale. E Londra scoppia. I dipendenti (più o meno un centinaio tra impiegati e “digitatori”) sono stati travolti, prima e durante il Covid, da migliaia di richieste di passaporto.
E anche se il console sventola statistiche fantastiche (25.102 passaporti emessi nel 2020, l’11,3% dell’intera rete MAECI nel mondo), il circolo londinese di Fdi è impietoso: a Farringdon Street “nessuno risponde al telefono neppure nelle ore prestabilite, le pochissime disponibilità online spariscono dopo alcuni secondi. Alcuni parlano di almeno 200 tentativi e ore di attesa, con poi altre ore magari fuori dal Consolato”.
Insomma: Villani bocciato su tutta la linea? “Sembrerebbe esserci da parte del vertice del Consolato di Londra una mancanza di volontà e di impegno politico ad aprire il Consolato a Manchester; intanto i connazionali continuano ad usufruire di servizi consolari inefficienti” tuona in un’interrogazione Ricardo Merlo (MAIE), ex sottosegretario agli italiani all’estero, sparando più che sul ministro con cui ha lavorato, Luigi Di Maio, soprattutto sul sottosegretario Benedetto Della Vedova (+Europa, nella foto).
Il quale a Londra è andato proprio un mese fa ed è stato fin troppo rassicurante: “Abbiamo posto il tema di cosa accadrà dopo il 30 giugno e auspichiamo che i britannici gestiscano la situazione con pragmatismo e flessibilità. Quella scadenza non va considerata definitiva in tutti i casi”.
La figuraccia della Farnesina, invece, sì.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA PARTITA DOPPIA
Non è mai facile far capire a qualcuno che il suo tempo è scaduto. Soprattutto se ci si
appresta a rilevarne una proprietà privata.
Giuseppe Conte ha detto a Beppe Grillo che l’epoca delle ambiguità del M5S è ormai finita. In un modo neppure troppo velato, con lo stesso tono deciso che quasi due anni fa aveva usato alla Camera contro Matteo Salvini, gli ha suggerito un passo di lato, al massimo con un ruolo da testimone di un’epoca ormai conclusa.
Come accadde con l’alleato leghista poi divenuto acerrimo rivale, è stato uno strappo, anche se declinato con toni più concilianti di allora. L’ex presidente del Consiglio non ha usato parole definitive.
Ma il messaggio implicito del suo discorso è che secondo lui un altro Movimento è possibile, completamente diverso da quello di prima, con il quale potrebbe avere in comune solo la sigla sociale. E ribadendo di non avere alcuna intenzione di cambiare una rotta che intende sottoporre al giudizio dei militanti pentastellati, ha lanciato un guanto di sfida al cofondatore del M5S.
Fase costituente
La scelta che pone Conte è tra un passato fondato sulla protesta antipolitica e un futuro da partito ben saldo all’interno di quelle istituzioni che il M5S di Grillo fino a qualche anno fa invece voleva abbattere, o almeno aprire come una scatoletta di tonno. L’ex presidente del Consiglio pensa a un partito capace di inaugurare una fase al tempo stesso costituente e costituzionale del Movimento, con tanto di strutture, Consiglio nazionale, organi di rappresentanza interni. Ma questo significa anche la fine di tutto quello in cui Grillo ha creduto, e la fine dei Cinque stelle così come li abbiamo conosciuti. Non è solo una lotta per il potere, ma per la rivendicazione di concetti che non possono coesistere all’interno del medesimo contenitore politico.
La messa in discussione di Grillo
Certo, l’ex comico ha dato il via libera all’alleanza con il Pd che aprì la strada al secondo governo Conte e ha garantito il proprio sostegno all’esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma l’istituzionalizzazione definitiva del M5S non lo convince.
La forma partito presuppone una collegialità che nel vecchio Movimento non è mai esistita.
Grillo ha sempre deciso da solo, molto spesso d’istinto, dando per scontata una identificazione tra la sua persona e il suo movimento che nessuno ha mai avuto la forza di mettere in discussione, almeno fino a ieri.
Agendo in questo modo negli ultimi dieci anni, ha disatteso l’impegno di un modo diverso di intendere la partecipazione, che era uno dei principi fondanti del suo M5S. Conte ha capito che è questo il vero punto debole di un padre padrone ormai stanco. Il vero significato della sua sfida sta nel promettere quel che Grillo non ha mai voluto mantenere, dicendosi pronto alla delega dei poteri interni e aperto ai suggerimenti dei militanti.
L’ex premier sembra suggerire a chi è in bilico su questi due mondi che magari non sarà più come prima, non ci saranno più le invettive al grido di «onestà, onestà» e «Pidioti» e con esse sparirà l’esaltazione e la concezione adolescenziale della politica. Ma in cambio potrebbe arrivare qualcosa che nessun militante pentastellato ha mai avuto per davvero. Se non una vera democrazia, il crollo della monarchia assoluta.
Attitudine governista
Alla fine di questa diatriba personale, rimane comunque la sensazione che entrambi i contendenti siano caduti prigionieri di un equivoco. Grillo ha immaginato di poter dare nuova linfa a un M5S sempre antisistema e ribellistico affidandolo a un uomo che ha la moderazione e l’attitudine governista nel suo Dna.
Conte ha fatto una scommessa dall’esito incerto nel prendere un Movimento con una struttura e un passato così definiti e trasformarlo in un partito «normale», invece di farsene uno a immagine e somiglianza. L’agenda gridata con la quale il M5S è arrivato al potere esercita infatti ancora un certo fascino sui suoi potenziali elettori. Ieri abbiamo capito che tra i due ne resterà soltanto uno. Ma non è detto che alla fine di questa vicenda ci sia anche un vincitore.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
PONTIERI ANCORA ALL’OPERA, MA NELLA BASE LO SCONTRO SI STA RADICALIZZANDO
Quelli che tra i pentastellati, dopo aver ascoltato l’ex premier, se la sentono di parlare e buttare giù due righe da affidare alle agenzie e, soprattutto, ai social sperano nel lieto fine, ovvero nella ricomposizione della frattura tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo.
E, se possono, spendono una parola in favore di Conte. Poi c’è chi come il presidente della Camera Roberto Fico continua a mediare, a smussare, a gettare ponti.
“In questo momento discutiamo dello Statuto. Grillo ha girato l’Italia e ha sudato sette camicie, e Conte ha fatto benissimo il premier. Stiamo facendo una sintesi rispetto al Movimento. Mettiamo in comune le migliori risorse”, dice Fico.
Secondo cui “non esistono ultimatum, ma un lavoro all’interno del Movimento”. E si dice sicuro: “Saremo anche più forti di prima”.
Altro grande mediatore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: “Stiamo remando tutti nella stessa direzione, il MoVimento è pronto ad evolversi, coraggio. Confido nell’intesa. Dialogo e confronto sono fondamentali, siamo una forza matura, dotata di buon senso, visione e concretezza”.
“Uniamo la testa (Conte) e il cuore (Grillo) per essere pronti ad una nuova stagione riformatrice ricca di sfide da vincere”, scrive su facebook il deputato Giovanni Currò. “Dobbiamo abituarci all’idea: ai più importanti bivi della vita, non c’è segnaletica”, scrive – citando Ernest Hemingway – su instragram il presidente della commissione Politiche Ue della camera, Sergio Battelli.
Scende in campo Danilo Toninelli: ”Grillo e Conte sono la coppia migliore che la politica possa avere. Da una parte un visionario con i piedi ben piantati nel M5S e dall’altra una persona capace e competente che ha già dato prova di sé. Questi sono fatti che vanno ben oltre le regole e gli statuti”.
“Perdere l’occasione di avere Conte guida del M5s, sarebbe un rammarico equivalente a quello che ha avuto in questi anni Roberto Baggio dopo aver sbagliato il rigore in finale a Pasadena nel 1994”. dice il vicepresidente dei senatori Gianluca Ferrara.
Con l’ex premier si schierano la senatrice Alessandra Maiorino, la deputata Mirella Emiliozzi e Andrea Giarrizzo. “Facciamo attenzione soltanto a chi avvelena i pozzi”, scrive il deputato Angelo Tofalo. “Abbiamo bisogno di entrambi i nostri Giuseppe”, dicono il vice presidente del Parlamento Ue Fabio Massimo Castaldo e Dino Giarrusso.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DEL VOTO DEGLI ISCRITTI SULLO STATUTO
Conte ieri non ha deciso di chiudere subito la partita con Grillo, ma poco ci è
mancato. L’ex presidente del Consiglio ha infatti ribadito punto per punto le sue richieste rimandando al voto degli iscritti la decisione sullo statuto. Come ha reagito Beppe?
Le parole di Conte hanno mandato in fibrillazione i gruppi parlamentari: “E adesso come reagirà Beppe?”, si chiedono in tanti. Prima dell’intervento di Conte, il capogruppo al Senato Ettore Licheri aveva scritto nella chat dei senatori, invitandoli alla pazienza e a non rilasciare dichiarazioni ai giornalisti.
Al termine della conferenza, gli eletti a Palazzo Madama si riuniscono per fare il punto. La tensione resta molto alta: i ‘pontieri’ vanno avanti con la difficile opera di mediazione ma filtra molto pessimismo sulla possibile reazione di Grillo. Il garante 5 Stelle replicherà a Conte in un video sui social. “Ma la risposta di Beppe rischia di essere il Ko finale…”, dice un parlamentare che spesso ha avuto modo di raccogliere gli umori (e gli sfoghi) del cofondatore del Movimento. Ilario Lombardo su La Stampa riporta la pacatissima reazione di Grillo alle parole di Conte: «Lo statuto? Ha detto di mettere al voto lo statuto? Col cazzo che lo mettiamo al voto. Lo decido io se e quando».
La brutalità della sintesi ci consente di consegnare le frasi così come ci vengono raccontate da chi ha parlato con Beppe Grillo, lasciando all’immaginazione il resto: la furia del comico, le urla al telefono, il ragionamento che si spezza e precipita verso la decisione di un gesto che sarebbe definitivo se non venisse fermato all’ultimo da più mani amiche. Il fondatore del M5S era pronto a pubblicare un video.
Il video si è trasformato in un post, che doveva essere pubblicato ieri sera. Poi i cosiddetti pontieri hanno chiesto all’Elevato di pensarci una notte. E chissà oggi cosa accadrà. È proprio il voto sullo statuto il nodo nel discorso di Conte che ha fatto più arrabbiare Beppe, come spiega anche Annalisa Cuzzocrea su Repubblica:
L’ex premier ha chiamato gli iscritti a votare il nuovo Statuto. A dire loro cosa ne pensano, facendosi soggetti attivi di un cambio d’epoca. Ha invocato la democrazia diretta e per farlo non ha aspettato la benedizione di Grillo. Ecco questo, nei 5 stelle, non era mai accaduto. Sulla carta, il reggente Vito Crimi — che l’avvocato ha elogiato e ringraziato più volte — potrebbe mettere in votazione la nuova carta dei valori e le nuove regole senza l’imprimatur dal fondatore. Non glielo ha chiesto esplicitamente, Conte. Ha anzi detto che manderà il documento finale a Grillo e a Crimi perché lo condividano con tutto il Movimento e lo mettano al voto. Ma è come se avesse evocato questa possibilità.
E cosa succede se questa possibilità si concretizza? Mentre la retroscenista di Repubblica riporta un’altra frase che Grillo avrebbe pronunciato “Se Conte presenta e chiede il voto sullo Statuto prima che ci sia accordo su tutto, è finita”, il Fatto Quotidiano ha un altro punto di vista. Secondo il giornale diretto da Marco Travaglio Grillo è nel bel mezzo del classico dilemma del prigioniero. Se dice sì al voto rischia di essere sconfitto, ma se dice no sconfessa uno dei paradigmi del Movimento, quello della democrazia diretta:
Di sicuro c’è la lettura diffusa tra i parlamentari: “Per Beppe dire no adesso è complicatissimo, come può rifiutare un voto?”. Una votazione che, da vecchio ma ancor a vigente Statuto, va convocata dal reggente Vito Crimi, teoricamente senza dover rendere conto a nessuno. Ma è chiaro che la partita ormai è un’altra, con quasi tutto il Movimento che ora invoca una tregua, una pace anche finta, pur di evitare il baratro.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio vede ancora uno spiraglio per l’accordo: ”Stiamo remando tutti nella stessa direzione, il Movimento è pronto ad evolversi, coraggio. Confido nell’intesa. Dialogo e confronto sono fondamentali, siamo una forza matura, dotata di buon senso, visione e concretezza”. “Troveremo la soluzione migliore per il bene del Movimento”, afferma il presidente della Camera Roberto Fico, ospite di ‘In onda’ su La7.
E dal Sud America anche l’ex deputato M5S Alessandro Di Battista dice la sua sullo scontro in atto tra Conte e Grillo: “Onestamente non devo schierarmi oggi, essendomi schierato 4 mesi fa. Io non ho lasciato il Movimento per questioni statutarie. L’ho lasciato per ragioni politiche in quanto ha deciso di sostenere un governo pessimo e dunque le politiche di tale governo”.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 29th, 2021 Riccardo Fucile
“AVVERTIMENTO” DEI RAZZISTI AD ANDREA TORNAGO, CRONISTA DE L’ESPRESSO
Un raid notturno contro un giornalista de “L’Espresso”. E’ accaduto a Verona, dove l’auto di Andrea Tornago, da anni collaboratore de “L’Espresso”, è stata imbrattata e ricoperta di spazzatura da ignoti nella notte tra mercoledì 23 e giovedì 24 giugno.
Per il settimanale, che ne ha dato notizia, si tratterebbe di un chiaro tentativo di intimidazione nei confronti di un cronista che, negli ultimi tempi, ha firmato diverse inchieste sul sindaco Sboarina (ex Lega, recentemente passato a Fratelli d’Italia) e sui movimenti neonazisti veronesi.
“La macchina” scrive “L’Espresso” nel tentativo di ricostruire l’esatta dinamica dei fatti, “era parcheggiata in una via secondaria della città, con pochissimo traffico, frequentata solo da chi ci abita, vicino alla casa dove il giornalista vive con la famiglia. Tra una lunga fila di vetture, l’ignoto vandalo ha preso di mira solo l’auto di Tornago, ignorando tutte le altre, comprese quelle più vicine al bidone svuotato dei rifiuti. Nella stradina non ci sono bar o altri locali, né luoghi di ritrovo o di passaggio. Tornago era appena tornato a Verona dopo alcuni giorni di trasferta per lavoro, ha parcheggiato l’auto attorno alle 22 e ha scoperto l’accaduto il mattino dopo.”
Circostanze che inducono a pensare a un raid dimostrativo e punitivo. In particolare, di recente, Tornago ha messo nel mirino la casa in centro acquistata a metà prezzo dal primo cittadino Sboarina, che in risposta aveva definito l’articolo de “L’Espresso” “spazzatura giornalistica”.
Spazzatura proprio come quella che Tornago si è ritrovato sulla propria auto la mattina successiva al blitz
Di sicuro si tratta di un bruttissimo segnale nei confronti del giornalismo libero e indipendente, ancora una volta finito nel mirino per le proprie inchieste.
(da NextQuotidiano)
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