Giugno 12th, 2021 Riccardo Fucile
IL CTS ALLE REGIONI: “SEGUITE LE REGOLE”
Duro richiamo del Comitato tecnico scientifico (Cts) alle Regioni sugli Open Day per le vaccinazioni anti
Covid, al centro delle nuove polemiche sul vaccino di AstraZeneca.
Nel verbale del Cts dell’11 giugno, allegato alla circolare del ministero della Salute che aggiorna le indicazioni sull’utilizzo dei vari farmaci, il team di esperti «raccomanda che le Regioni ogniqualvolta promuovano eventi Open Day che sensibilizzano alla vaccinazione anti-SARS-CoV-2, rispettino le indicazioni per fasce d’età, rendendo quanto più possibile l’approccio alla vaccinazione omogeneo sul territorio nazionale».
Sulla questione è intervenuto anche il direttore dell’Aifa Nicola Magrini, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa: «Gli Open Day? Un’idea creativa, un’eccezione in alcune Regioni, che hanno così provato a dare spinta alla campagna vaccinale».
Le dichiarazioni di Magrini arrivano dopo le accuse mosse dal governatore della Liguria Giovanni Toti contro la stessa Aifa e il Cts, responsabili secondo lui delle modalità con cui è stato utilizzato il vaccino di AstraZeneca. «La politica vaccinale la fa il governo, non le agenzie regolatore», ha risposto Magrini.
Magrini: «I rischi sul vaccino erano noti»
Magrini sottolinea che le Regioni avevano ricevuto le indicazioni sulle somministrazioni del farmaco a tempo debito, un momento nel quale «c’è stata la comprensibile tendenza a usare tutti i vaccini a disposizione. Da settimane», prosegue, «sapevamo che con AstraZeneca il rischio di eventi avversi crolla tra gli anziani, chi voleva capire ha capito». Stando a Magrini, già in data 1° giugno l’Aifa aveva consegnato un parere proprio alla Conferenza Stato-Regioni sulle caratteristiche del vaccino al centro del dibattito.
«Con la rapida discesa della curva epidemiologica e la riduzione dell’impatto della malattia, il rapporto tra rischi e benefici della vaccinazione con AstraZeneca è cambiato», spiega Magrini. «Ora il quadro è cambiato ancora, perché abbiamo solo 30 nuovi casi ogni 100 mila abitanti e, soprattutto, un’ampia disponibilità degli altri vaccini: data la prevalenza di quelli a Rna, meglio usare quelli».
Sulla questione del nulla osta del commissario straordinario all’emergenza Covid Francesco Figliuolo, Magrini dice: «Non faccio parte del Cts, non mi pronuncio su quel verbale, noto solo che la raccomandazione era molto chiara e noto un eccesso di protagonismo da parte delle Regioni».
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2021 Riccardo Fucile
CIRO GRILLO E QUELLE RISATE CON GLI ALTRI TRE RAGAZZI IN CASERMA, RIPRESI DALLE TELECAMERE A CIRCUITO CHIUSO
È il 1° settembre dell’anno scorso quando Ciro Grillo, Francesco Corsiglia, Vittorio Lauria ed Edoardo Capitta vengono convocati in caserma a Quarto dai carabinieri per sbrigare alcune pratiche burocratiche legate alle accuse di stupro nei loro confronti. Capitta è il primo ad arrivare e ad attendere in sala d’attesa, dove i dialoghi sono registrati dalle telecamere a circuito chiuso della struttura.
Nel filmato dei militari si vedono Ciro Grillo e i suoi amici che scherzano e parlano della propria posizione. Le intercettazioni ricavate dalla caserma sono allegate alla richiesta di rinvio a giudizio presentata dal procuratore Gregorio Capasso e dalla sostituta procuratrice Laura Bassani. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 25 giugno.
La madre di Ciro Grillo: «Siete tre bambini, non capite»
Poco dopo l’arrivo dai carabinieri, Capitta dice alla madre, con lui in caserma: «Non so come reggerà il fisico, se mi faccio un mese di galera poi esco incazzato come una bestia». Ma l’inquietudine dura poco: arrivano anche Ciro Grillo, accompagnato dalla madre Parvin Tadjik, e Corsiglia, assieme allo zio. «Edo [Edoardo Capitta] li saluta facendo il gesto delle manette con le mani», annotano i carabinieri dopo aver passato in rassegna il filmato.
«In questi giorni non ci possiamo vedere né frequentare, anche se non abbiamo niente da nascondere», esordisce Grillo, subito ammonito dalla madre, che lo rimprovera. «Sei veramente uno stupido, stai zitto».
La versione è confermata anche nel verbale dei carabinieri: «Quando Ciro ride e scherza, la madre gli dice che non ha parole, che sono tre bambini e che non capiscono». I tre ragazzi tornano comunque spesso sulle accuse per cui sono stati convocati in caserma.
Intorno alle 10:40 arriva in caserma anche Lauria. I militari chiedono a tutti gli accompagnatori di lasciare la stanza. A quel punto, Grillo avverte a cenni i suoi amici di rimanere in silenzio «portandosi le mani vicino alle orecchie come a lasciare intendere che potrebbero essere ascoltati», scrivono i carabinieri.
Tuttavia, l’ultimo arrivato, Lauria, dice: «Siamo solo indagati, siamo innocenti!», prima di essere zittito da Grillo e Corsiglia. «Dobbiamo stare tranquilli», insiste Lauria prima del colloquio e del silenzio che scende nella stanza.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2021 Riccardo Fucile
IL VERBALE DELL’11 GIUGNO
Il vaccino Janssen (Johnson & Johnson) monodose “viene raccomandato, anche alla luce di quanto
definito dalla Commissione tecnico scientifica dell’Aifa, per soggetti di età superiore ai 60 anni. Qualora si determinino specifiche situazioni in cui siano evidenti le condizioni di vantaggio della singola somministrazione ed in assenza di altre opzioni, il vaccino Janssen andrebbe preferenzialmente utilizzato, previo parere del Comitato etico territorialmente competente”.
Lo evidenzia il verbale del Comitato tecnico scientifico dell′11 giugno, allegato alla circolare del ministero della Salute di Aggiornamento del parere CTS sui vaccini.
Pur tenendo conto delle analogie esistenti tra il vaccino di AstraZeneca e il vaccino Janssen (J&J), sia per le piattaforme utilizzate che la tipologia di eventi tromboembolici riportati, “lo stato attuale delle conoscenze (che fanno propendere per un rischio associato all’adenovirus), il numero di poco superiore al milione di dosi somministrate nel Paese e la rarità delle segnalazioni di eventi trombotici rari a oggi disponibili, non permettono di trarre valutazioni conclusive rispetto al rapporto beneficio/rischio relativo al vaccino Janssen”. Così il verbale del Cts, allegato alla circolare di Aggiornamento sui vaccini.
Nella circolare si legge anche che sono circa 900mila gli italiani sotto i 60 anni che hanno fatto la prima dose di vaccino con Astrazeneca e ora dovranno effettuare il richiamo con Pfizer o Moderna.
I richiami, come è stato chiarito nella circolare del ministero della salute, andranno effettuati rispettando il lasso di tempo inizialmente previsto per Astrazeneca, dunque 8-12 settimane dopo la prima dose.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2021 Riccardo Fucile
FIGLIUOLO AMMETTE L’IMPATTO… SERVONO OLTRE 50 MILIONI DI DOSI PFIZER O MODERNA PER CHIUDERE LA PARTITA
“Qualche minimo impatto sul piano vaccinale ci sarà”. Il commissario Francesco Paolo Figliuolo, evitando di fare allarmismi, è comunque costretto ad ammettere in conferenza stampa che si correrà meno di prima.
Dopo l’annuncio dello stop al vaccino AstraZeneca per le persone con meno di 60 anni, comprese coloro che hanno già ricevuto la prima dose delle fiale anglo-svedesi, la strategia sui vaccini è in parte da rivedere.
Ad oggi sono state vaccinate circa 13 milioni e 700 mila persone, per un totale di oltre 40 milioni di dosi somministrate. Tra queste ci sono in Italia 2 milioni e 80 mila persone che hanno ricevuto AstraZeneca e di queste un milione e ventimila aspettano il richiamo. Per loro occorre trovare le fiale di Pfizer e Moderna.
Ma non solo, la parte più consistente riguarda il blocco che va dai 12 ai 59 anni, si parla di una platea di 36 milioni di persone, di cui solo 5 milioni hanno ricevuto sia prima sia seconda dose mentre 7,35 milioni solo la prima.
Facendo i conti, alla fine serviranno circa 54 milioni di dosi Pfizer o Moderna per vaccinare l’intera popolazione esclusa da AstraZeneca.
Nel calcolo sono comprese le prime e le seconde dosi e i richiami di chi ha già effettuato la prima. Si può tenere conto anche di Johnson&Johnson che nonostante sia a vettore virale non è stato segnalato come vaccino a rischio per gli under 60 poiché non si sono verificati casi di trombosi da destare preoccupazione.
Il commissario per l’emergenza Francesco Figliuolo si dice comunque ottimista, “ci sarà un impatto, ma sono convinto che tra luglio e agosto riusciremo a mitigarlo”.
In pratica servono rifornimenti e c’è il rischio che lo dosi di AstraZeneca rimangano in frigo.
Per almeno due ragioni, la prima riguarda il fatto che anche molti over 60 non si fidano e rifiutano la vaccinazione e la seconda ragione è già nei numeri.
Durante l’estate arriveranno 15 milioni di fiale del vaccino a vettore virale, una cifra che si sa già essere superiore alle nuove esigenze, come spiega lo stesso Generale Figliuolo.
Il commissario indicando la platea di possibili destinatari del siero di Astrazeneca riferisce di 3,5 milioni di italiani che non hanno avuto neanche la prima dose, quelli sui quali le Regioni devono “continuare ad insistere in maniera incalzante”, e 3,9 che devono avere il richiamo.
Le fiale necessarie sarebbero circa undici milioni, un numero inferiore alle15 milioni di fiale senza contare che molte dosi di AstraZeneca giacciono già in frigo, tanto è vero che sono stati organizzati gli open day per i più giovani. Ora quelle che avanzeranno saranno destinate ai Paesi Covax.
Gli scienziati, al momento, provano a diffondere fiducia anche se i numeri non li aiutano. Adesso tutti coloro che hanno meno di sessant’anni e dovevano fare il richiamo con Astrazeneca, “pur in assenza di segnali preoccupanti e ispirandosi al principio di massima precauzione” precisa Locatelli, riceveranno invece Pfizer o Moderna.
I richiami rispetteranno lo stesso lasso di tempo previsto per il vaccino anglo-svedese, dunque 8-12 settimane dopo la prima dose. Per centinaia di migliaia di italiani – tra i 20 e i 40 anni sono 340mila quelli che hanno avuto la prima dose di Astrazeneca e circa il doppio tra 40 e 60 – scatterà la “vaccinazione eterologa”.
I dati, sottolinea ancora il coordinatore del Cts, indicano che “la risposta immunitaria generata da questo approccio ha una buona evidenza sia di sicurezza che di efficacia”. Eppure solo ieri Walter Ricciardi, il consulente del ministro Speranza, diceva che non vi sono studi scientifici a riguardo, perché gli esperimenti sono stati fatti tutti con le stesse dosi di vaccino, consigliava dunque di non fare un mix.
Di certo sarà necessario rallentare le prime somministrazioni di Pfizer e Moderna alla nuova platea così estesa, 36 milioni di persone, come si è detto, per garantire intanto le seconde dosi. “Sono convinto che a settembre riusciamo a chiudere la partita” dice con ottimismo Figliuolo che però ammette che si è al limite: “Avevamo un margine di riserva, ora questi margini si sono assottigliati e se dovessero esserci altri intoppi è chiaro che dovremo rivedere i piani”.
(da Huffingotnpost)
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Giugno 12th, 2021 Riccardo Fucile
PD 20,8%, FDI 20,5%, LEGA 20,1%, M5S 14,2%, FORZA ITALIA 9,2% … QUANDO SALVINI DICEVA: “SORPASSO? PIU’ FACILE CHE ARRIVINO GLI ALIENI”; I MARZIANI SONO ARRIVATI
Partito democratico primo partito e Lega che scivola al terzo posto superata da Fratelli d’Italia, che si
piazza alle spalle del Pd.
E’ quanto rivela un sondaggio Ipsos pubblicato su La Stampa.
I dem raggiungono il primo posto grazie a un +0,8 per cento guadagnato in una settimana, arrivando così a toccare il 20,8 per cento dei consensi.
Insegue a pochissima distanza il partito di Giorgia Meloni che fa un balzo di un altro punto in 7 giorni e arriva al 20,5%.
Terza la Lega che scende ancora nei consensi (-0,4%) e si ferma al 20,1%.
Neanche un punto percentuale separa i primi tre schieramenti, ma i dem non erano andati sul podio nei sondaggi da almeno tre anni.
Solo quarto il Movimento 5 stelle che, nonostante l’accelerazione per il progetto di Giuseppe Conte dopo la soluzione dello scontro con Davide Casaleggio, perde lo 0,6% e arriva al 14,2% dei consensi.
Attualmente, sempre secondo l’istituto di Nando Pagnoncelli, il centrosinistra allargato al M5s è dato al 45,3% e il centrodestra rimane in vantaggio con il 49.8%.
Per quel che riguarda gli altri partiti, da segnalare sul fronte della destra il nuovo calo di Forza Italia al 9.2% (-0,6%)
Questa invece la situazione per i partiti minori: Art.Uno 1,4 (-0,2); SI 1,8; +Europa 1,3 (-0,3); Iv 1,8; Azione 2,8. Europa verde 1,2.
Al Nazareno ridono. Et pour cause. Perché per la prima volta da oltre tre anni il Pd risulta essere il primo partito nelle intenzioni di voto degli italiani.
Ma se al Nazareno ridono, a Via Bellerio mugugnano. Perché la Lega, e anche questa è una novità notevole, si vede scavalacare da Fratelli d’Italia.
“I bacini elettorali di FdI e Lega continuano a presentare evidenti sovrapposizioni: ciascun partito tende a pescare nell’elettorato dell’altro”, chiarisce l’istituito presieduto da Nando Pagnoncelli. Ma il fatto resta: ed è un fatto clamoroso, se è vero che Salvini, non più tardi di venti giorni fa, liquidava l’ipotesi del sorpasso della Meloni ai suoi danni come qualcosa di meno probabile dell’arrivo degli alieni.
“Sia il Pd sia FdI prolungano un trend positivo (molto recente nel caso del Pd, ben più duraturo nel caso di FdI) che è infine giunto ad incrociare – prosegue l’analisi di Ipso – il lento ma abbastanza costante declino del partito di Matteo Salvini”.
(da agenzie)
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Giugno 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA SCELTA DEL CENTRODESTRA A ROMA E’ SEGNO DEI TEMPI, MA PARTE DAL 40%
Vasto programma “restituire a Roma l’orgoglio di Caput Mundi”. Perché Roma “era tutto”, Roma è Roma, come si dice nei bar, allo stadio, nello spazio eterno del luogo comune che si nutre del mito.
Già, il discreto fascino dell’Impero che è sempre piaciuto a una certa destra. Vuoi mettere: prima ancora che i treni arrivassero in orario, ai cittadini ci avevano pensato gli imperatori che “pensavano alle strade, ai punti, alle terme” mica come quei perditempo del superfluo come gli egizi che “costruivano piramidi”.
Se uno avesse gli occhi chiusi, penserebbe di assistere a un remake di SPQR, con un novello Massimo Boldi, intonacato come un imperatore, che si candida a sindaco. E invece è la conferenza stampa di presentazione del candidato sindaco del centrodestra.
Il folklore della romanità è il programma di Enrico Michetti, “folgorato” dall’incontro con la pro-sindaca Simonetta Matone, che invece qualche idea concreta di programma già la espone, e con “Matteo” e “Giorgia”, che si sente “civis romanus” come San Paolo, folgorato anch’esso sulla via di Damasco.
Candidato sindaco e prosindaco, come console e proconsole, ma che ama definirsi “tribuno”, il “massimo” che si può dire perché “rappresenta il popolo sacro e inviolabile”.
Ma Michetti non è estremista, nostalgico, missino, ce n’erano di più in giro nella giunta di Alemanno, non faceva a botte con i rossi nella Roma negli anni Settanta, non ha un passato di militanza.
E poi, “chi sono gli altri per giudicare?” dice Giorgia, già in modalità campagna elettorale se Paolo Gentiloni lo ha proposto come Cavaliere al merito per la Repubblica, e Mattarella, mica pizza e fichi, ce lo ha nominato.
È Cavaliere, avvocato, professore, certo a Cassino, non in quelle università dove incontravi Carnelutti e Cassese, ma insomma se scrive le sigle su una targa fa una certa scena, come fa mezza Italia, quelli che si sentono arrivati da qualche parte.
Come fai a darle torto, almeno su questo, nell’Italia populista dove al governo è andata gente che non ha letto un libro e il Parlamento è pieno di gente senza mestiere, e infatti è impossibile scioglierlo perché in parecchi non lo ritrovano.
Guardate che la questione è più complicata di quel che sembra, perché in giro di Petroselli e Argan non ce ne sono da nessuno parte, in fondo le stesse piazze che si affidarono ai tribuni pentastellati cinque anni fa avevano lo steso linguaggio delle radio romane di Michetti, culla del rifiuto della politica che è “tutta un magna magna” e dei partiti che pensano solo agli affari loro, a cui aggiungere, di questi tempi, un certo scetticismo su scienza, vaccini e tutto ciò che è ufficiale.
Insomma, questo per dire che il folklore non è detto che sia debolezza, magari non è neanche forza ma semplicemente il segno dei tempi – per una coalizione che parte dal 40 per cento e, a meno di clamorosi disastri, dovrebbe avere il ballottaggio in tasca. Perché, appunto, Roma è Roma, lo sanno anche loro.
La Meloni che qui si gioca la ghirba, le ambizioni, l’egemonia a destra, perché novella Caligola che ha sbattuto in pugni sul tavolo per imporre il suo cavallo, se perde, ha perso solo lei.
E infatti ha già fatto capire che ci metterà la faccia, fianco a fianco col candidato, casa per casa, porta a porta. E Salvini, che voleva candidare la pro-sindaca che Porta a Porta lo ha fatto da dieci anni, deve reggere la sfida a destra. E per questo ha precettato pure gli europarlamentari: “Candidatevi, correte e macinate voti”. Se tira uno e tira l’altro, tirano le liste con gran beneficio del candidato.
E poi attenzione al vento dei tempi, all’aria che tira, la stessa che ha incoronato reginetta di Madrid la Ayuso, in nome del diritto alla birretta che diventa più in generale diritto alla libertà, di uscire, muoversi, fare impresa, rifiuto delle regole.
Prima grande capitale ad essersi affidata nel post Covid al centrodestra, in un’Europa dove a Monaco, Berlino, Francoforte e pure Parigi, nonostante i socialisti francesi siano mal messi, governa ovunque la sinistra.
Rispetto alla destra romana, che non ha mai brillato per innovazione, cultura di governo, capacità di liberarsi dal passato, quello della Meloni è un esperimento che va oltre il ceto politico del suo partito (e questo contiene già un giudizio di valore), ma tecnicamente populista: della società civile, sceglie il più populista: il “tribuno folk”, non il classico rappresentante – Confindustria, Confcommercio, boiardo di Stato, imprenditore – riconducibile, nella sua narrazione, all’establishment.
Se la politica fosse solo arte di governo, non ci sarebbe storia, basterebbe leggere le schede di Calenda che ha già pronti i primi provvedimenti di giunta o quelle di Gualtieri, altro che chiacchiere sulla romanità.
Ma scagli la prima pietra chi non ha contribuito a quell’impoverimento della classe dirigente che ha portato alcuni studiosi a parlare di kakistocrazia, governo dei peggiori, dopo la fine dei partiti che, comunque la si veda, sono stati una grande fucina di classe dirigente.
L’ultima volta che ci siamo trovati a raccontare le amministrative, proprio il Pd ha vinto grazie a due tribuni, Emiliano e De Luca, con liste infarcite di tutto, ben oltre la destra e la sinistra. Hanno vinto, come governano è altro discorso.
(da “Huffingtonpost)
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Giugno 11th, 2021 Riccardo Fucile
NEI SONDAGGI IL PARTITO A ROMA E’ INTORNO AL 3%
Parafrasando un vecchio film dei Vanzina: sotto De Vito, niente. L’operazione per condurre l’ex mister
preferenze grillino a Roma tra le braccia di Forza Italia ha dietro la più semplice delle spiegazioni: ad accoglierlo c’è il vuoto.
Il partito azzurro capitolino è accreditato nei sondaggi in vista delle amministrative di una forchetta tra il 3 e il 6% mentre a livello nazionale ondeggia tra il 6 e il 9%.
Ma nel 2016 prese il 4,7% eleggendo un solo consigliere comunale, Davide Bordoni, quando Forza Italia veleggiava intorno al 15%.
Da quel momento in poi, nel Lazio è stato il tracollo: oltre a Bordoni, hanno lasciato il partito 9 consiglieri municipali su 11 e 5 consiglieri regionali su 6 (con però una new entry). Un esodo.
Con questi chiari di luna, è stato Maurizio Gasparri a convincere Antonio Tajani a metterlo in campo: le 6500 preferenze di De Vito, per quanto oggi dimezzate, rappresentano la soglia minima per aspirare a un seggio nell’assemblea (Bordoni fu eletto appunto con 3mila consensi) ed evitare il dissolvimento.
Di qui la conferenza stampa con cui l’attuale presidente dell’assemblea capitolina, tuttora implicato in una vicenda di corruzione che nel 2019 lo ha portato in carcere, è stato presentato urbi et orbi.
Ma di qui anche il gelo con cui è stato accolto nel partito: la candidatura di De Vito mette una pesante ipoteca sull’unico possibile seggio per gli azzurri. Dove i mugugni sono già cominciati: “Gli hanno regalato il seggio. Va bene, ma così sarà difficile anche riempire le liste per i municipi”.
Il rischio è il fuggi fuggi finale. Inasprito da una campagna elettorale alla fratelli-coltelli. A fine 2019, Bordoni, coordinatore romano, è passato alla Lega dopo 25 anni di militanza tra gli azzurri azzerandone di fatto la presenza nel consiglio comunale: “E’ una questione generazionale, con Salvini siamo coetanei”.
Inesausto uomo macchina, coordinatore della campagna di Tajani alle Europee, Bordoni è cresciuto a pane e Berlusconi. E adesso, gli ex compagni di partito temono che gli elettori di centrodestra tra lui e De Vito (che a quel mondo in passato non ha risparmiato critiche) non abbiano dubbi.
Fatto sta che la mossa di Gasparri ha un senso politico. Lo stesso della sua candidatura di bandiera a sindaco di Roma, rilanciata da Tajani in ogni intervista: salvare il salvabile. Fare da traino. Perché i numeri, messi in fila sono impietosi.
Dei 10 consiglieri municipali eletti alla scorsa tornata solo due, Antonio Derenti e Patrizio Di Tursi non hanno cambiato bandiera. Viceversa: Giuseppe Mocci (eletto con Marchini e poi passato con Fi), Sandro Toti, Piero Cucunato e da poco Simone Foglio (ex recordman di preferenze, 23 anni in Fi) sono passati con la Lega.
Mentre Maria Cristina Masi di Ostia, Daniele Calzetta, Riccardo Graceffa e Gianni De Lucia (a marzo scorso, dopo 20 anni di militanza azzurra) hanno trovato nuova casa nel partito di Giorgia Meloni. A dicembre anche Dino Bacchetti se ne è andato un direzione Pd: “Dopo 23 anni lascio, partito desertificato e linea schizofrenica”.
Un’emorragia di classe dirigente locale esperta e consolidata, non semplice da rimpiazzare. Che si è ripetuta, in modo minore, alla Pisana. Dove il vicepresidente del consiglio regionale Pino Cangemi è migrato nella Lega; stessa scelta fatta da Laura Cartaginese e da Pasquale Ciaccarelli. Antonello Aurigemma è passato già nel 2019 con FdI, Adriano Palozzi poche settimane fa ha scelto il movimento di Toti e Brugnaro. La pattuglia azzurra si era ridotta a Giuseppe Simeone da Formia, salvo rimpinguarsi con Enrico Cavallari, ex assessore d Alemanno, eletto con la Lega e poi passato con i renziani, infine accolto a braccia aperte da Tajani e Gasparri.
Adesso, per molti azzurri, si tratterà di nuotare tra Scilla e Cariddi: approfittare della “zattera” che De Vito potrebbe offrire, in primis a se stesso, oppure migrare anche loro verso lidi più ospitali.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 11th, 2021 Riccardo Fucile
ANCHE TRA GLI ELETTORI DI LEGA E FDI
Due italiani su tre condividono le caratteristiche dalla legge d’iniziativa popolare sulla tassa patrimoniale proposta da Sinistra italiana. È questo il risultato del sondaggio di Swg su quella che è stata ribattezzata Next Generation Tax.
L’istituto di ricerca ha sottoposto a un campione di 1.200 persone alcune caratteristiche che potrebbe avere la norma proposta da Si.
Il 64% è d’accordo su un’aliquota che cresce progressivamente: sui patrimoni personali da 500.000 euro è molto ridotta e assume valori significativi solo oltre i 10 milioni di euro di patrimonio.
Il 62% è favorevole all’applicazione della tassa ai patrimoni personali superiori a 500.000 euro (somma tra immobili, saldo di conto corrente e investimenti finanziari). Solo il 61%, invece, vorrebbe che la tassa andasse a sostituire tutte quelle già esistenti sul patrimonio (Imu, bollo auto, imposte di successione, ecc.).
A domanda secca quasi la metà dei cittadini – il 47% – sarebbe d’accordo con l’eventualità di introdurre una patrimoniale di questo tipo. Il 30% sarebbe contrario, il 23 non lo sa. A dicembre alla stessa domanda solo il 29% era a favore della patrimoniale, con il 44% di contrari.
A livello di provenienza politica Swg fa notare che “non emerge una vera contrarietà tra gli elettori dei diversi partiti.
Gli elettori indecisi e senza un partito di riferimento sembrano essere i più freddi alle proposte presentate, nell’area di sinistra convince soprattutto la soglia dei 500mila euro”.
In generale sono ampiamente favorevoli alla patrimoniale gli elettori di sinistra e centrosinistra. A favore il 70% di elettori del Pd (contrari il 20), 60 dei 5 stelle (contrari il 25). Ma sono per la patrimoniale anche gli elettori di Lega e Fdi anche se la percentuale si riduce rispettivamente al 43 e al 42 percento.
Come classi sociali, invece, il 34% di quelle popolari non sa cosa rispondere (il 39 è a favore). Vogliono la patrimoniale il 51% degli appartenenti alle classi sociali medio basse, tra quelle medio alte solo il 48.
Tra chi sarebbe a favore della nuova norma, poi, si segnala che il 49% la vorrebbe “per ridurre le diseguaglianze all’interno della popolazione”. Il 45%, invece, perché “sarebbe un buon gettito e per i ricchi non cambierebbe molto”.
(da agenzie)
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Giugno 11th, 2021 Riccardo Fucile
LE STORIE DI MARCO, LETIZIA, ROBERTA, FRANCESCO
C’è un dato emblematico e preoccupante che apre la serie di racconti di cui leggerete a breve: tutte
le persone intervistate hanno richiesto l’anonimato.
Non affronteremo né casi di mafia né vicende che coinvolgono servizi segreti o importanti politici, ma parleremo di lavoro, un diritto che dovrebbe essere garantito dalla nostra Costituzione ma che oggi è per molti giovani allo stesso tempo desiderio e paura, aspettative e ricatti.
I titoli dei principali giornali italiani riportano da mesi i virgolettati di imprenditori, soprattutto del settore turismo e ristorazione, che lamentano l’eccesso di assistenzialismo e pigrizia che permea – a loro dire – la società e la conseguente impossibilità di trovare forza lavoro per la stagione.
Una narrazione che probabilmente nasconde anche uno scontro generazionale, fatto di due mondi che fanno sempre più fatica a comprendersi. Ma soprattutto una narrazione funzionale a delegittimare qualsiasi forma di sostegno al reddito e a far digerire l’idea che il lavoro sia un dono calato dall’alto per mezzo della fortuna anziché, come dovrebbe essere, un contratto tra pari firmato da due professionisti.
Abbiamo provato a raccontare la stessa storia, dunque, ma non abbiamo chiesto a Confindustria, a Matteo Salvini o ad un prestigioso economista di farci una fotografia del Paese reale. Ne abbiamo parlato con loro.
L’altra campana, quella sfruttata
Uno dei problemi principali dei lavori stagionali è la percezione di scarsa specializzazione dei suoi operatori, oltre che un’illegalità diffusa nei rapporti di lavoro che, secondo Filcams-Cgil, sfiora il 70% dei casi.
Chi serve ai tavoli e lava i piatti fa inoltre un lavoro considerato umile e di conseguenza, almeno secondo i datori di lavoro, anche lo stipendio deve restare basso.
“Ho fatto il cameriere per oltre dieci anni”, racconta Marco M, 30 anni di Verona. “Ho studiato in Italia e all’estero per migliorare la mia conoscenza di vini, gestione sala e di abbinamenti. Ho lavorato in ristoranti stellati, ho dato il massimo di me e ho sacrificato tanti momenti importanti della mia vita. Agli occhi di molti ristoratori questo non conta, o ti vanno bene le loro condizioni o troveranno manovalanza a basso costo tra chi è più giovane e bisognoso”.
“Stiamo parlando di un lavoro importantissimo. Il cliente valuta l’esperienza anche in merito al servizio che il cameriere è in grado di offrire, ma, nonostante questo, l’impegno non è per nulla valorizzato. Oltre tredici ore di lavoro in piedi, in orari spezzati, sai quando inizi e non sai quando finisci. Tanti hanno gettato la spugna. Tanti altri si sono gettati nell’alcol e nelle droghe, diffusissimi nel nostro settore a causa dello stress e della poca soddisfazione”.
Conti alla mano stipendio nel comparto ristorazione è basso, anzi bassissimo: “Millecento euro al mese senza alloggio significa spenderne due terzi in affitto se lavori in una grande città o in una località turistica”, spiega Letizia, di Bologna.
“L’ho fatto, ma sono arrivata a pensare che non ne valga più la pena. Se sei fortunata hai metà delle ore in busta, il resto in nero. Sindacati e controlli? Non sono attori di questo settore. Non prendo il reddito di cittadinanza, semplicemente non voglio farmi schiacciare per una presunta etica del lavoro in cui non mi riconosco”.
Anche tra chi ha in mano il famoso pezzo di carta le cose non vanno meglio: “Fresco di laurea in comunicazione avrò consegnato qualcosa come centocinquanta curriculum”, spiega Francesco C., di Napoli. “Ho fatto qualche colloquio e non è andata bene: 2,34 euro l’ora con contratto full time co.co.co. Ovvero 2,34 euro lordi, dovrei anche pagarci i contributi. Dicono che serve a fare esperienza, onestamente non ho bisogno di mettere nel curriculum che ho fatto lo schiavo”.
“Per non parlare degli annunci truffa: ti presenti per lavorare in un front office e ti ritrovi a fare porta a porta. Stipendio? Ti dicono ‘Poi vediamo, forse’. Quando ero ragazzino facevo il cameriere, 4 euro all’ora in nero, ora non lo accetterei più, non lo trovo giusto. Ma nessuno sembra volerti pagare per quello che vali”.
C’è poi Roberta M., che lavora in nero in un bar pasticceria in Sicilia. “Ieri volevo chiedere di regolarizzare il mio contratto, non ne ho avuto il coraggio. Faccio questo lavoro perché ne ho bisogno ma non c’è nulla di edificante. Gli orari mi vengono detti il giorno prima e lo stipendio non è dignitoso, 700 euro al mese per un full time, e dato che devo aiutare in casa con le spese anche un piccolo sfizio come un gelato si trasforma in un dilemma”.
“Sento di essere trattata come uno straccio. Se chiedo un permesso me lo fanno pesare, se vado in bagno ed entra un cliente il titolare viene a bussare alla porta per mettermi pressione. Passa la voglia, mi sento quotidianamente umiliata e mi vergogno”.
L’ambizione di leccare il pavimento
C’è un concetto che forse non è chiaro ad alcuni datori (per carità, non a tutti): non si può definire un lavoro dignitoso se è precario. La condizione lavorativa precaria e non tutelata è lesiva della dignità delle persone ed è una delle cause più diffuse di stati di depressione e ansia tra i giovani.
Benché negli anni le istituzioni abbiano edulcorato la precarietà elogiando la flessibilità, la competitività e l’asta al ribasso sulla manodopera, sono sempre più evidenti gli effetti negativi dell’insicurezza occupazionale.
Precarietà significa non avere alcun controllo sulle proprie condizioni di vita e sulle proprie condizioni di reddito. La precarietà, spacciata per lavoro, rende le sfere dell’esistenza più importanti revocabili in ogni momento. L’etimologia di precario significa esattamente questo: qualcosa che può essere tolto in qualsiasi momento perché ottenuto “per mezzo della preghiera” e non grazie ad un diritto.
I costi della precarietà li paga la collettività, non c’è alcun risparmio. La pandemia non ha peggiorato le condizioni di lavoro ma ha evidenziato la spaccatura, anche generazionale, tra i giovani e il mondo del lavoro.
Come diceva il regista Silvano Agosti, è accettabile, con un mitra puntato alla testa, leccare il pavimento. Ma che leccare il pavimento diventi un’ambizione è sbagliato. E certi imprenditori semplicemente non accettano più questo: la corda si è spezzata e c’è chi dice no, c’è chi non ci sta più.
“Mancano lavori dignitosi, non lavoratori o lavoratrici”
Secondo gli intervistati è necessario un ribaltamento concettuale: mancano lavori dignitosi, non lavoratori. Storie come quella di Marco, Letizia, Roberta o Francesco ne esistono a migliaia e forse l’inganno sta proprio nella quantità: sono talmente tanti da essere diventati una normalità.
Come è diventato normale pensare che, dato che il lavoro scarseggia, qualsiasi condizione sia accettabile. E anche tra alcuni lavoratori questa mentalità prende piede. Si chiama solidarietà negativa: dato che io sopporto condizioni di lavoro non dignitose, ritengo che anche gli altri debbano fare lo stesso.
Si tratta di un circolo vizioso perché si traduce in un’asta al ribasso dove chi gode di diritti minimi viene visto come un privilegiato. Ma non funziona, perché c’è un limite sotto al quale alcune persone non sono più disposte ad andare. E qui nasce la frattura.
“Manca un sindacato che rappresenti davvero chi è precario”, lamenta uno degli intervistati. “E manca lo Stato, che dovrebbe vigilare. Siamo stufi di essere dipinti come pigri e svogliati, ci è stato raccontato che il lavoro sarebbe stato lo strumento per vivere una vita dignitosa. E di dignitoso, nel mondo del lavoro, in questo Paese c’è rimasto veramente poco”.
(da TPI)
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