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ATTACCO HACKER AL LAZIO, I SERVIZI SANNO CHI E PERCHE’, TIMORI PER I DATI DELLE ALTE CARICHE

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

IL CAPO DEL DIS HA RIFERITO AL COPASIR LA PISTA SEGUITA… ANCHE L’OLANDA SOTTO ASSEDIO… “SONO ATTACCHI SPONSORIZZATI DA STATI”

Attacco hacker alla Regione Lazio: non si brancola nel buio. L’ intelligence conosce chi e perché ma ovviamente non si sbottona.
Spiega Adolfo Urso, il presidente del Comitato di controllo sui servizi segreti, dopo l’audizione del Direttore del DIS (l’organismo di coordinamento di AISE e AISI, i servizi interni ed esterni) Elisabetta Belloni: “L’ambasciatrice Belloni ha fatto a noi una relazione molto circostanziata e approfondita su tutti gli aspetti che allo stato emergono, sia su chi verosimilmente ha fatto l’attacco, sia su quali probabilmente sono le sue finalità. Su questo noi siamo vincolati al segreto, quello che possiamo dire è che l’intelligence si è mossa subito per capire come contrastare meglio e nel contempo l’amministrazione sta agendo per ripristinare piena efficienza al sistema” .
Ma poi il presidente del Copasir aggiunge un particolare di non poco conto: “Non sfugge ad alcuno che la Regione Lazio è anche la regione in cui incide la capitale del Paese, Roma, e quindi è un’area particolarmente importante per i dati e le informazioni che possono essere contenuti nelle banche dati”.
A cosa fa riferimento Urso? Evidentemente ai dati sanitari sensibili relativi ad alte cariche dello Stato (dal Capo dello Stato in giù), che non necessariamente devono essere “rubati” in senso fisico, ma che possono essere acquisiti e lasciati lì dove si trovano.
Ma intanto sono diventati noti agli attaccanti. Da sempre i dati sanitari dei vertici degli Stati sono uno degli obbiettivi più interessanti per apparati intelligence stranieri.
Lo stato di salute di un Presidente del Consiglio può essere molto utile per sapere quanto durerà il suo governo, quanta forza e determinazione imporrà alle sue scelte e così via.
Del sistema regionale della Sanità del Lazio inoltre fa parte il Policlinico Gemelli, dove di recente è stato ospedalizzato il Papa, e presso cui spesso vengono spesso curate alte personalità .
L’attacco hacker su cui sta lavorando la Procura di Roma, la polizia postale e anche Europol ed Fbi, potrebbe avere avuto anche lo scopo di testare la capacità di risposta italiana e al tempo stesso essere stata l’ occasione di “infilarsi” nei nostri circuiti cyber, dove magari rimanere in modo silente per molto tempo.
Sotto la lente di approfondimento anche l’attacco hacker di cui è stata vittima oggi l’Olanda , talmente forte e strutturato di aver messo in questione la sicurezza nazionale.
Secondo Andrea Margelletti del CESI, bisogna a questo punto correre ai ripari anche con la “ cyber offence”. Afferma : “Questi criminali devono poter temere un contrattacco in grado di distruggere le loro infrastrutture, solo questa deterrenza può’ dissuaderli dal riprovarci” .
Ma si tratta di criminali, o di Stati nemici? “ Questi sono attacchi sponsorizzati da Stati, non c’è alcun dubbio, Stati che usano gruppi hacker in base al principio della negazione plausibile: possono sempre negare di averli utilizzati”.
(da Huffingtonpost)

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SONDAGGIO SWG: SOLO IL 21% DEGLI ITALIANI NON INTENDE PROCURARSI IL GREEN PASS ( SE NON CAMBIA IDEA)

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

TRA I CONSUMATORI LA CONVINZIONE CHE CON IL GREEN PASS AUMENTERANNO I CLIENTI DEI RISTORANTI PERCHE’ SI ENTRERA’ IN MAGGIORE SICUREZZA

Solo un italiano su cinque non si è ancora procurato il Green pass e non ha intenzione di richiederlo.
È quanto emerge da un sondaggio compiuto da SWG per Confesercenti su un duplice campione di consumatori e imprenditori del settore della ristorazione e somministrazione di bevande e alimenti al pubblico.
L’estensione dell’obbligatorietà del certificato verde per accedere ai tavoli al chiuso di bar e ristoranti non convince tutti, ma secondo il sondaggio la maggior parte degli intervistati non intende rinunciare: il 47 per cento degli interpellati infatti dichiara di aver già scaricato il Green pass, mentre il 20 per cento sostiene di aver avviato la pratica per ottenerlo.
Di ben altro avviso il 21 per cento degli intervenuti, che non solo non è ancora in possesso della certificazione, ma non intende nemmeno farne richiesta.
Oltre la metà degli intervistati resta comunque favorevole all’obbligatorietà del Green pass, anche tra gli imprenditori della ristorazione: il 53 per cento degli interpellati approva infatti la misura.
Tra i consumatori invece, il 46 per cento ritiene scorretto accollare l’onere dei controlli ai ristoratori, un dato che sale al 54 per cento tra gli imprenditori.
Ottimistiche le aspettative dei consumatori sull’effetto del certificato verde nel settore della ristorazione. Il 37 per cento degli intervenuti non ritiene che cambierà abitudini di consumo per il Green pass, mentre il 35 per cento si attende addirittura un aumento delle uscite a ristorante e nei locali grazie alla sicurezza offerta dalla misura anti-Covid.
Più pessimisti invece gli imprenditori. Secondo il 46 per cento degli interpellati infatti, l’introduzione dell’obbligo avrà un effetto negativo sugli affari, con conseguente aumento dei costi.

(da agenzie)

 

 

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IL RICORDO DI ANTONIO PENNACCHI

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

L’ANTICONFORMISTA RIBELLE ROSSO E NERO

Rossi e neri, fratelli-coltelli, gemelli specchiati e divisi.
Adesso che Antonio Pennacchi non c’è più, se volete capire la sua sfavillante e pirotecnica figura, andatevi a rivedere Mio fratello è figlio unico, quel film meraviglioso, che narra la sua storia, e insieme l’autobiografia di una generazione.
È il racconto di due fratelli ribelli, nella tempesta del 1968, uno rosso e uno nero: la storia della famiglia Pennacchi, la storia di una stagione in cui i cosiddetti “opposti estremismi” potevamo dormire nella stessa stanzetta, la storia d’Italia nel tempo della rivolta generazionale, fra occupazioni, militanza e lotta di classe.
Per otto anni Gianni, il fratello maggiore (quello che era “rosso”) fu il collega con cui condividevo la scrivania, nella redazione de Il Giornale. Poi morì tragicamente, cadendo da un soppalco mentre preparava un albero di Natale per sua figlia.
Con Antonio invece, quello che era il fratello “nero”, condividevo una amicizia intellettuale, da quando mi era capitato di scrivere della sua performance nel bellissimo docu-film di Gianfranco Pannone, Latina/Littoria, e di intervistarlo. Entrambi parlavano in romanesco, entrambi scrivevano un italiano sublime.
Antonio Pennacchi era già allora un intellettuale ribelle e burbero: contro tutto e tutti, spesso incazzoso, sempre affilato, immancabilmente provocatorio. Perennemente anticonformista. Ma sempre, e comunque, guidato dalla fiamma saturnina dell’intelligenza che illumina.
Nelle sue mani di scrittore (ex operaio) Latina era diventata come Macondo per Gabriel Garcia Marquez.
Gianni invece era – apparentemente – il suo esatto contrario: solare, festoso, socievole. Un disincantato che talvolta amava fingersi cinico. All’inizio “quello di successo” era Gianni. Poi, dopo aver vinto il premio Strega quello famoso diventò Antonio.
Da bambini i due fratelli Pennacchi si amavano, da ragazzi si combattevano, da uomini si erano ritrovati, con un legame profondo e indissolubile che non era stato indebolito, ma semmai rafforzato, da tutti questi passaggi di stato, nella loro connessione sentimentale.
Gianni negli anni novanta era la sinistra che si era persa, fino a lambire la destra. Antonio era la destra che si era riavvicinata alla sinistra, fino a riscoprirne i valori. Gianni da ex socialista craxiano piangeva ad Hammamet insieme ai socialisti di Forza Italia. Antonio si candidò sindaco della sua città contro il centrodestra.
Ogni giorno in redazione origliare le loro telefonate, per noi, i suoi compagni di stanza, era come assistere ad uno spettacolo. Per me, era un piacere in più: perché poi Gianni attacca il telefono e mi faceva: “A Lù, questo non capisce un cazzo!”. E poco dopo Antonio mi chiamava e mi diceva: “Guarda davanti a te. Ore 12.00. Hai di fronte una meravigliosa testa di cazzo!”.
Poi, il giorno dopo, si volevano di nuovo bene, come se nulla fosse accaduto: e ricominciavano le loro maratone telefoniche, tra pubblico e privato. Per questo erano fratelli, per questo erano “figli unici”.
Incarnavano l’amore cristallino delle famiglie italiane, raccontavano antropologicamente la complessità di un intero paese, erano una rincorsa infinita in cui pur inseguendosi in cerchio, nessuno dei due riusciva mai a raggiungere l’altro. E – soprattutto – pur litigando. nessuno dei due riusciva ad accettare di separarsi dal fratello.
I Pennacchi avevano anche altri fratelli, e una sorella, Laura – “la secchiona”, come dicevano entrambi – che all’epoca era uno stimato viceministro del Pds.
Quel film, e il libro da cui era tratto, trasformarono le conversazioni della sera tra “i due Pennacchi maschi” in un romanzo nel romanzo. Gianni leggeva le bozze e poi chiamava Antonio: “Sei sempre una testa di cazzo. Ma in Francia faresti impallidire Zola”.
Poi, però, solo due giorni e due capitoli più in là, esplodeva: “Ma che cazzo te sei inventato Antó? Ahó, questa storia è nostra, mica solo tua”.
Quindi, passata la tempesta, ritornava l’amore: “Ahó, mi hai reso chiare delle cose che in trent’anni io non avevo ancora capito”. La scrittura continuava, e talvolta la disputa diventava ideologica. Gianni: “Non ho capito se l’obiettivo del libro è ridicolizzare la sinistra o ridicolizzare me”. E Antonio: “Ma a te che cazzo te frega della sinistra? Non hai votato Berlusconi?”.
Fino all’apoteosi finale, l’ultimo capitolo. Dopo averlo letto la mattina presto, Gianni arrivò, già furibondo, facendo sobbalzare il mio computer con un cazzotto sulla scrivania. Poi chiamò Antonio e si incazzo ancora di più: “Ma li mortacci tua! Se va in stampa così con me hai chiuso. Chiaro?”.
Era stato un litigio diverso dal solito. Gianni voleva parlare. Andammo a prenderci un caffè a Piazza di Spagna, e mi disse: “A’ Lu, questo dentro è rimasto fascio”. E io: “Ma perché Gianni?”. E lui: “Ma cazzo, te rendi conto? Antonio nell’ultimo capitolo me fa morì! come uno stronzo!”. E io, provando a stemperare: “Ma è solo il personaggio….”. E Gianni fuori dalla grazia di Dio: “Ma quale personaggio e personaggio! Questo è un omicidio psicanalitico! E quello che muore sono io”.
Antonio era altrettanto netto: “Ho fatto male a fargli leggere le bozze. Malissimo. Il suo narcisismo lo acceca. Lui confonde la nostra storia con il mio romanzo”. Il libro poi uscì: dopo questo parto travagliato era diventato bellissimo, fu intitolato Il fasciocomunista, ed ebbe un grande successo.
Ma ancora più fortuna ebbe il film di Daniele Luchetti, che si intitolava, appunto, Mio fratello è figlio unico. Mi trovai a scrivere, negli anni, sia del primo che del secondo. Il film era interpretato benissimo da Riccardo Scamarcio (che interpretava Manrico, cioè Gianni) e da Elio Germano (che era Accio, cioè Antonio).
E così mi capitò anche di essere testimone di una telefonata con lacrime di commozione in cui Gianni ringraziava Antonio per entrambi i suoi parti intellettuali. Gianni diceva: “È così bello che avrei voluto scriverlo io”. Antonio sospirava: “Se uno legge con un po’ di attenzione capisce che questo è il mio più grande atto di amore per un fratello”.
Quando il film iniziò a raccogliere premi ovunque, Antonio si dissociò (parzialmente) dal film, mentre Gianni appese addirittura la locandina dietro la sua postazione, proprio davanti a me. Allora gli dissi, sfottendolo: “Ma ora non ti dispiace più di essere morto?”. Gianni alzava le spalle: “Ehhh”. E io: “Non ti arrabbi più per la lettura politica?”. E lui: “L’abbiamo corretta bene”. Lo provocavo: “Non hai davvero più nessun dubbio?”. Gianni era scoppiato a ridere: “Ahó, Germano è bravo, certo: ma tu hai capito che la gente vede recità Scamarcio e quello sono io? Dimmi chi mai ha fatto al fratello, un regalo così”. Era vero.
(da TPI)

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BERLUSCONI SOGNA IL QUIRINALE, LA MELONI TEME LA CONGIURA

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

COSA C’E’ DIETRO IL SUMMIT TRA SILVIO E GIORGIA IN SARDEGNA: LA SPARTIZIONE DEI COLLEGI ELETTORALI

In molti nel centrodestra – a cominciare dalla Lega di Salvini – si sono stupiti per l’incontro sardo tra Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni.
Il blitz di Salvini e Letta (Gianni) sul Cda della Rai che ha escluso il rappresentante di Fratelli d’Italia a favore di Forza Italia non aveva lasciato per niente soddisfatto Berlusconi, anzi.
E ciò sia per un motivo contingente – non valeva la pena di irritare il forte alleato per ottenere un posto in Cda che conta come il due di briscola – che per un motivo più strategico: il Cav non ha per niente rinunciato a giocare la sua partita sulla presidenza della Repubblica e per questo ha bisogno di un centrodestra più che compatto.
E così è stato lui a chiamare Meloni per l’incontro in Sardegna. Incontro che comunque anche la leader di Fratelli d’Italia presto o tardi avrebbe voluto fare: al vertice del partito sono sempre più preoccupati dell’entente cordiale tra Salvini e Berlusconi.
Temono di rimanere tagliati fuori dai giochi che contano nel centrodestra, soprattutto quando si tratterà di parlare dei futuri collegi elettorali.
“Il rischio è che Salvini e Berlusconi si spartiscano i collegi migliori e a noi lascino le briciole”, confida un big di Fratelli d’Italia.
Sull’asse Arcore-Via Bellerio ne avrebbero già parlato: alla Lega andrebbe tutto il Nord Italia, mentre Forza Italia la farebbe da padrone nel Centro-Sud. Un po’ come avviene in Germania con Cdu-Csu, i partiti gemelli dell’area di centrodestra.
Perché è il modello tedesco quello al quale Berlusconi e Salvini guardano.
Ecco perché anche dalle parti di Giorgia Meloni erano preoccupatissimi (tanto più dopo aver letto sulle agenzie che Salvini vuole fare la federazione di centrodestra entro la fine di agosto) e non vedevano l’ora di fare due chiacchiere con il Cav.
Ma i timori permangono tutti anche dopo le “messe a punto” alla camomilla fatte filtrare ieri ad arte attraverso le agenzie dai rispettivi uffici stampa.
La fiducia all’interno del centrodestra continua ad essere ai minimi termini, come spiega un parlamentare di lungo corso: “Hanno escogitato un modo per marginalizzare Giorgia, una che toglie voti sia a Salvini che a Berlusconi. Per questo stanno tentando di chiudere al più presto l’accordo per la federazione tra Forza Italia e Lega, un accordo che ovviamente avrà come corollario la futura spartizione dei seggi elettorali con la relativa marginalizzazione di Fratelli d’Italia”.
(da TPI)

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LA SINDROME DI DRAGHI NELLA LEGA: GIORGETTI E’ IL LEADER PARALLELO CHE SEGUE MARIO

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

CRESCE IL GRUPPO VICINO A GIORGETTI ALL’INTERNO DELLA LEGA E SALVINI E’ PREOCCUPATO

Primo avvertimento per Matteo Salvini: su Monte dei Paschi di Siena “concordo con la linea di Mario Draghi“. Secondo avvertimento: ci sarà un partito unico nel centrodestra Lega-Fi? ”Perché no, ma come è noto, le case si costruiscono dalle fondamenta e non dal tetto…”. Terzo avvertimento: ”Se Salvini dice di ricandidarmi, io mi ricandido” alle prossime politiche. “Se, invece, dice di starmene a casa, starò a casa, ma non in pensione…”.
Se poi ci mettete il fatto che Giancarlo Giorgetti, GG per gli amici, nemmeno dopo le ripetute sollecitazioni da parte di Matteo Salvini (quasi a voler marcare una differenza “ontologica” con il capitano leghista) ne ha voluto sapere di mettere piede al Papeete, il cerchio si chiude.
“Ormai nella Lega c’è una diarchia di fatto. Salvini non è più l’uomo solo al comando ma ci sono due linee politiche distinte e differenti” spiega un big del partito di via Bellerio che chiede l’anonimato. “Da quando Mario Draghi si è insediato alla guida del governo Giancarlo Giorgetti ha preso il largo e nella Lega si è venuta a creare una vera e propria diarchia tanto che sempre più spesso i parlamentari si vanno a “confessare” da GG anziché confrontarsi con il capo partito“.
Sarà l’effetto Draghi? Perché è proprio grazie al governo Draghi che Giancarlo Giorgetti ha spiccato il volo. E c’è già chi vede per lui un futuro da prossimo leader della Lega (ma ci spera anche Zaia) piuttosto che da Presidente del Consiglio in caso l’ex presidente BCE salisse al Quirinale (c’è chi maligna che sia proprio questo il vero motivo delle sue esternazioni: per non andare al voto – Salvini non ne vuole sapere delle elezioni anticipate – servirebbe un nuovo premier e con Draghi al Quirinale in pista oltre alla Cartabia ci sarebbe inevitabilmente anche lui).
Il diretto interessato ovviamente smentisce ma per certi ruoli si viene scelti, le opinioni personali contano fino a un certo punto.
Ma il vero motivo che preoccupa di più Matteo Salvini è un altro: GG è il vero interlocutore privilegiato in casa Lega dei poteri forti nazionali e internazionali.
Poteri che possono influire sulla scelta di un presidente del Consiglio o di un Capo di Stato. E che continuano a non volerne sapere del sovranista Salvini considerato ancora troppo vicino alla Russia di Putin e agli ambienti trumpiani.
Chissà che non sia questo il vero motivo del “pizzino” inviato a mezzo stampa a GG con l’invito a togliere il disturbo.
(da TPI)

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L’UOMO ACCOLTELLATO A FIRENZE DA UN CURDO: “LEGA E FDI STRUMENTALIZZANO L’AGGRESSIONE CHE HO SUBITO”

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

“SE AVESSE AVUTO UN SOSTEGNO PSICOLOGICO NON AVREBBE AGGREDITO NESSUNO”

“È odioso che l’aggressione di cui sono stato vittima venga strumentalizzata dai sovranisti per la solita campagna contro l’accoglienza e l’immigrazione”.
A parlare, in un’intervista rilasciata a Fanpage.it, è F.B., trentenne fiorentino che mercoledì scorso – 28 luglio – è stato accoltellato in strada nel centro di Firenze da un ragazzo curdo mentre tornava a casa insieme a un gruppo di amici, riportando ferite alla testa e all’addome.
F.B. ci risponde da una stanza dell’ospedale Careggi in cui è ricoverato e da cui, se gli ultimi esami andranno bene, sarà presto dimesso. Oggi, a una settimana esatta dall’aggressione, verrà sottoposto alle ultime visite mediche poi potrà finalmente tornare a casa.
Ma cosa è successo la scorsa settimana? Stando a quanto riferito dalla Questura di Firenze per 24 ore un giovane curdo di 30 anni ha aggredito – a mani nude o con un coltello – delle persone a caso nel centro di Firenze.
Gli episodi di violenza si sono verificati in vari quartieri e l’arresto è avvenuto subito dopo il ferimento di un turista olandese che viaggiava su un tram con la sua fidanzata. La Questura ha escluso qualsiasi motivazione di carattere religioso nelle aggressioni, parlando esplicitamente invece di un “profondo risentimento del trentenne contro gli Stati Uniti”, “colpevoli” di aver abbandonato i curdi iracheni in balia dell’Isis.
Sempre dalle ricostruzioni della polizia è emerso che a volte l’uomo ha colpito senza dire neanche una parola; in altre occasioni invece ha chiesto in inglese di quale paese fossero originarie le vittime (‘Where are you from?‘).
A ricevere questa domanda è stato anche F.B.. “Ero stato a cena con degli amici quando abbiamo deciso di spostarci insieme a casa mia, distante poche centinaia di metri. Stavamo camminando quando mi si è avvicinato un ragazzo e mi ha chiesto ‘Where are you from?’. Lì per lì non ho risposto, lui ha ripetuto la domanda e così ho replicato: ‘Sorry?’. Forse ha creduto che fossi americano. Subito dopo mi ha colpito allo stomaco e alla testa, poi si è allontanato tranquillamente. Non ho sentito molto dolore, ma quando mi sono alzato ed ho sollevato la maglia ho visto fuoriuscire del sangue”.
L’aggressore l’aveva colpito con un coltello e – oltre alla testa e allo zigomo – uno dei fendenti aveva raggiunto F.B. all’addome, nella zona del fegato.
La vittima è stata quindi accompagnata in ospedale ed è rimasta sotto osservazione dei sanitari per una settimana: oggi, nonostante le gravi ferite riportate e lo spavento per un episodio che poteva avere conseguenze drammatiche, il ragazzo italiano non nutre rancore né rabbia verso il suo aggressore.
Al contrario: i giorni in ospedale sono stati l’occasione per sviluppare una profonda riflessione. “Sono un attivista per la causa curda, molti miei amici lavorano nell’accoglienze e io stesso mi sono sempre battuto per i diritti dei migranti. Per questo mi indigna l’uso politico che Lega e Fratelli D’Italia hanno fatto dell’episodio di cui sono stato vittima. Alessandro Draghi e Jacopo Cellai, esponenti di FDI, hanno esplicitamente proposto l’apertura di un centro di rimpatrio a Firenze e attaccato la sinistra ‘buonista’. Ecco, da cristiano quell’idea mi fa rabbia. I sovranisti si vantano di difendere i valori cattolici, ma ne ignorano completamente il senso e il contenuto rivoluzionario di amore, accoglienza e comprensione”.
Quello di F.B. – che pure ha subito una grave aggressione – è un ragionamento del tutto priva di rabbia, anzi estremamente lucido. “Il problema – dice – è semplicemente la qualità dell’accoglienza. Se l’uomo che mi ha ferito non fosse stato estromesso dai circuiti di accoglienza, se qualcuno l’avesse ascoltato, se avesse avuto un sostegno psicologico adeguato sono sicuro che non avrebbe aggredito nessuno. Quell’uomo era fuggito da una guerra, aveva subito gravissimi traumi, magari aveva perso familiari e amici per mano dell’Isis. Si è sentito abbandonato e trovo che il suo rancore sia comprensibile. Con un’accoglienza diversa e un migliore percorso di integrazione ci sarebbero molti meno crimini. Per questo – quando uscirò dall’ospedale – mi piacerebbe incontrarlo, conoscere la sua storia, sapere come è arrivato al punto di accoltellare uno sconosciuto. Sono sicuro che ciò darebbe un senso a tutta questa vicenda”.
(da agenzie)

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ORA STANNO AD ATTACCARE JACOBS PER “LE SCARPE CON IL TRUCCO”

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

IN REALTA’ IL MODELLO DELLA NIKE E’ STATO OMOLOGATO DAL CIO E VIENE INDOSSATO DA MOLTI ATLETI (CHE SONO ARRIVATI DIETRO A JACOBS)

Circolano sul web le critiche del velocista giamaicano alle scarpe di nuova generazione, utilizzate dal neo campione olimpico ma non solo, dopo l’approvazione da parte del Cio proprio per Tokyo 2020
Giorno nuovo, polemica nuova.
Dopo le insinuazioni del Washington Post, che ha gettato ombre sulla vittoria di Marcell Jacobs nei 100 metri all’Olimpiade di Tokyo ricordando i numerosi casi di doping e facendo indignare i vertici dello sport italiano, oggi su diversi mezzi di informazione nostrani tiene banco il presunto attacco di Usain Bolt allo sprinter nato in Texas e cresciuto a Desenzano del Garda.
Al centro della polemica ci sarebbero le scarpe di nuova generazione utilizzate da Jacobs, caratterizzate da una sorta di effetto molla che rende più efficace la spinta e la coordinazione del movimento dell’atleta.
Cosa ha detto Bolt
Ma c’è un ma. Le parole di Bolt sono datate 20 luglio, quando l’Olimpiade di Tokyo non era ancora iniziata, e soprattutto non sono un attacco rivolto a Jacobs. Le scarpe al centro della polemica sono utilizzate da tutti gli atleti di alto livello che vestono Nike, non solo dallo sprinter italiano, che a Tokyo ha vinto con un tempo (9.80) più basso di quello registrato da Bolt a Rio (9.81).
Si tratta di una tecnologia aperta a tutti, approvata dal Cio, non appannaggio del solo Jacobs. «Quando me ne hanno parlato, non potevo credere che fossimo arrivati a questo, capite cosa intendo? Che stiamo davvero arrivando ad un livello in cui ora sta dando agli atleti un vantaggio per correre ancora più veloce», sono state le parole di Bolt, riportate il 20 luglio dal Guardian.
La replica di Bromell
«È strano e ingiusto per molti atleti – ha continuato lo sprinter giamaicano tre volte campione olimpico – perché so che in passato [le aziende di scarpe] ci hanno provato e l’organo di governo ha detto no, quindi sapere che ora lo stanno facendo davvero, è ridicolo».
Le parole di Bolt sono una critica rivolta alle nuove tecnologie utilizzate nell’atletica, non un attacco a Jacobs né tantomeno un’insinuazione di un indebito vantaggio ottenuto dal velocista italiano nei confronti degli sfidanti in gara.
Tanto che, nei giorni scorsi, anche altri sprinter avevano commentato le parole di Bolt: «Non credo che ci siano molti dati per dimostrare che i miglioramenti siano così palesi», aveva detto lo statunitense Trayvon Bromell, grande favorito della vigilia poi uscito a sorpresa in semifinale.
(da agenzie)

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AIFA, REPORT SUI VACCINI: 16 EVENTI GRAVI OGNI 100.000 DOSI

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

SONO 84.322 LE SEGNALAZIONI SU 66 MILIONI DI DOSI SOMMINISTRATE, DI CUI L’87,1% RIFERITE A EVENTI NON GRAVI

Sono state in totale 84.322 le segnalazioni arrivate dal 27 dicembre 2020 al 26 luglio 2021 per i quattro vaccini usati in Italia su un totale di 65.926.591 dosi somministrate (tasso di segnalazione di 128 ogni 100.000 dosi).
Segnalazioni di cui l’87,1% riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.
Le segnalazioni gravi sono il 12,8% del totale, con un tasso di 16 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate. A metterlo nero su bianco il settimo Rapporto Aifa sulla sorveglianza dei vaccini anti Covid-19
Come riportato nei precedenti rapporti dell’Agenzia del farmaco italiana la reazione si è verificata nella maggior parte dei casi (80% circa) nella stessa giornata o il giorno successivo, raramente oltre le 48 ore.
La maggior parte ha riguardato Comirnaty di Pfizer (68%), finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (71% delle dosi somministrate) e solo in minor misura al vaccino Vaxzevria di AstraZeneca (25% delle segnalazioni e 17% delle dosi somministrate), per il vaccino Spikevax di Moderna (6% delle segnalazioni e 10% delle dosi somministrare) e al Janssen (1% delle segnalazioni e 2% delle dosi somministrate).
Per tutti i vaccini, gli eventi avversi più segnalati sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, dolore in sede di iniezione, brividi e nausea.
Gli eventi avversi gravi correlabili alla vaccinazione più spesso segnalati configurano un quadro di sindrome simil-influenzale intensa, più frequente dopo la seconda dose a mRna e dopo la prima dose di Vaxzevria.
Mentre per le somministrazioni eterologhe a persone al di sotto di 60 anni che avevano ricevuto Vaxzevria come prima dose sono pervenute 114 segnalazioni, su un totale di 396.952 somministrazioni (la seconda dose ha riguardato nell’82,6% dei casi Comirnaty e nel 17,4% Spikevax), con un tasso di segnalazione di 29 ogni 100.000 dosi somministrate.
Nella fascia fra 12 e 19 anni, al 26 luglio, sono arrivate 530 segnalazioni di sospetto evento avverso su un totale di 1.986.221 dosi somministrate, con un tasso di segnalazione di 27 eventi avversi ogni 100.000 dosi somministrate.
(da agenzie)

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PAPEETE: SEQUESTRATI ALTRI 500.000 EURO PER ILLECITI FISCALI E FALSE FATTURAZIONI

Agosto 4th, 2021 Riccardo Fucile

E’ IL SECONDO IN POCHI MESI, LA SCATOLA VUOTA CHE TRASFORMAVA GLI STIPENDI IN RIMBORSI SPESA

Un sequestro da mezzo milione di euro per illeciti fiscali. È il secondo in pochi mesi (sommato al primo, del novembre scorso, il totale fa 1 milione di euro) che colpisce un luogo simbolo della parabola di Matteo Salvini: il Papeete, locale balneare di Milano Marittima in cui il leader della Lega è solito trasferire la sua attività politica estiva, tra mojito, conferenze stampa e qualche giro alla consolle. È riapparso infatti appena due giorni fa.
Nel frattempo i dipendenti della struttura venivano licenziati e riassunti da una “scatola vuota”, la Mib service, che altro non era, secondo il gip di Ravenna Corrado Schiaretti, che un’associazione per delinquere finalizzata a una gigantesca elusione fiscale: da un lato la Mib service risparmiava sui contributi pensionistici dei lavoratori (spesso “ignari” persino di aver cambiato datore di lavoro), trasformando parte degli stipendi in “rimborsi spese”; dall’altro i clienti, colossi come il Papeete (“club trendy dove si tengono vivaci feste sulla spiaggia con dj italiani e musica e lettini prendisole”), oltre a liberarsi della zavorra della manodopera e del rischio d’impresa, scaricavano il costo dei dipendenti dalle tasse, mascherandolo da “contratto d’appalto”. Un giochino remunerativo per le aziende, da ricordare al prossimo tormentone sugli stagionali che non si trovano e i giovani impigriti dal Reddito di cittadinanza.
L’inchiesta ha portato al sequestro di 2,3 milioni di euro e coinvolge 120 imprenditori in tutta Italia, di cui 35 solo sulla costiera romagnola, in provincia di Ravenna, ovvero il luogo da cui è decollata la Mib service.
Un’ottantina di imprenditori, tra loro i titolari di locali importanti milanesi e romani, sono stati segnalati alle Procure di mezza Italia. Il riferimento più noto fra gli indagati è quello delle aziende della famiglia Casanova, storici impresari di Cervia. Massimo Casanova, fedelissimo salviniano eletto europarlamentare con la Lega nel 2019, è una presenza immancabile quando sul palco del Papeete compare il segretario del Carroccio.
Della Papeete Beach srl, società che gestisce lo stabilimento balneare, è stato consigliere per 10 anni, fino al 2018. Legale rappresentante delle due aziende coinvolte è la sorella Rossella, la sola indagata: la Guardia di Finanza, guidata dal colonnello Andrea Mercatili, le contesta 384.676 euro, un totale di tre anni di evasione con la Papeete srl (2017, 2018 e 2019), e 147.142 euro per la Villapapeete srl, la discoteca, per il biennio 2018-2019.
Un altro nome noto tra gli indagati è quello di Mascia Ferri, ex Grande Fratello. Archiviata la gloria effimera della prima edizione del reality, aveva aperto una serie di locali con il marito imprenditore, Cristiano Ricciardella. Il Tribunale di Ravenna ha disposto nei loro confronti sequestri per 61.777 euro e 63.157 euro. Fra gli indagati c’è anche Alessandro Mercatali, figlio dell’ex sindaco di Ravenna ed ex senatore (Ds e Pd) Vidmer Mercatali.
Gli accertamentinascono quando la Finanza nel 2015 mette il naso negli affari della Mib Service: una start up che, secondo i suoi stessi fondatori, Michele Mattioli e Christian Leonelli, arriva a fatturare “10 milioni di euro l’anno” e a gestire “20mila persone”. Per i pm si tratta solo di “cosmetica d’immagine”: l’esterno è mascherato come una società di risorse umane; secondo l’accusa è una “società nata per intestarsi i dipendenti”, una “scatola vuota, sorretta dal proprio scarno personale amministrativo, ma rappresentata in modo altisonante”. In altre parole, una “cartiera” che emette fatture senza fornire veri servizi, se non un lauto (ma non lecito) sconto fiscale. Lo confermano ai pm anche decine di dipendenti: alcuni nemmeno sapevano da chi dipendevano. Altri hanno firmato il proprio licenziamento collettivo addirittura “presso la sede della Cgil di Ravenna”. I fondatori della Mib si dicono innocenti e accusano le “lobby del settore”. Nel frattempo, scrive il giudice, hanno creato un’altra società (la Lema Group srl), “nella quale far confluire le attività della Mib, con la sola accortezza di acquisire l’autorizzazione all’intermediazione di manodopera”.
(da agenzie)

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