Destra di Popolo.net

“INTITOLATE PIAZZALE DEI PARTIGIANI A HITLER”: IL DELIRIO DEL COLONNELLO LEGHISTA DI COLLEFERRO

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

EVVIVA LA CLASSE DIRIGENTE SOVRANISTA, UNA GARANZIA PER LA DEMOCRAZIA

A quanto pare nella Lega c’è pure chi ammicca ai nazisti. Dopo il caso del sottosegretario Claudio Durigon, che ha detto di voler dedicare nuovamente il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini, cancellando così i nomi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a cui è attualmente intitolato, spunta fuori il leghista Andrea Santucci, di Colleferro, che si dichiara favorevole a chiamare nuovamente piazzale dei Partigiani, a Roma Ostiense, piazzale Adolf Hitler.
Fino a settembre Santucci, un vigile del fuoco, è stato consigliere comunale e capogruppo di Matteo Salvini a Colleferro. Poi, sconfitto alle elezioni, ha proseguito nella militanza. Uno dunque dei colonnelli del Capitano nella provincia romana.
Intervenendo via social nel dibattito su Durigon, di cui il Pd, il Movimento 5 Stelle, Leu e parte della stessa destra chiedono le dimissioni, ecco dunque il leghista Santucci a difesa della storia, che non va “cancellata” o “coperta”.
Lui ha le idee chiare e non spegne il fuoco delle polemiche anzi, sostenendo di essere favorevole a parco Mussolini a Latina, fa il contrario: “Se solo avessi il potere di farlo anche piazzale dei Partigiani a Roma Ostiense mi piacerebbe che tornasse a chiamarsi piazzale Hitler”.
Di più: “Mi hanno insegnato che la storia insegna e nel bene e nel male questa è la nostra storia, credo anche che per la cecità di alcuni perdiamo moltissimo in termini di turismo nel voler nascondere”.
E c’è da immaginarsele le frotte di turisti pronte a mettere le tende fuori dalla stazione ferroviaria di Roma Ostiense se verrà rispolverato il nome del capo del nazismo, dato da Mussolini a quel luogo per omaggiare il leader nazista in visita a Roma.
(da La Repubblica)

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L’ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA CHE DISTRUGGE LUCIO MALAN, PASSATO DA FORZA ITALIA ALLA MELONI

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

“UNO CHE HA ASSUNTO COME SEGRETARIA PARLAMENTARE LA MOGLIE E HA FATTO UN CONTRATTO PURE ALLA NIPOTE”

L’altro giorno arriva la notizia che il senatore Lucio Malan ha improvvisamente sentito scattare qualcosa nella propria coscienza politica e che, perciò, non si riconosce più nei valori di Forza Italia. Così, di botto. Dopo un quarto di secolo passato a fare il berlusconiano duro e puro.
Una martellante crisi di coscienza. Un groppo in gola. E poi commozione, incredulità. Anche perché con Fratelli d’Italia avrà la certezza di essere rieletto. Trovalo un partito che a 60 anni suonati ti garantisce ancora un posto in Parlamento.
Ma a lui la capriola è riuscita, ed è lì che atterra: da Giorgia Meloni, che offre, ovviamente, garanzia di scranno quasi certa.
Intendiamoci: per lei, mediaticamente, un colpaccio. Malan s’arrampica invece sugli specchi. «Purtroppo non potevo continuare a sostenere questo governo guidato da Mario Draghi». Grandioso. Mitico.
Detto da uno che difendeva il Cavaliere anche quando volevano farci credere che Ruby Rubacuori, olgettina di origini marocchine, fosse la nipote di Mubarak (314 deputati votarono a favore di questa orrenda bufala).
Va detto che lo Zio Silvio è però sempre stato molto generoso e comprensivo con Malan: prima lo accoglie proveniente dalle file della Lega, poi gli garantisce a ripetizione stipendi da deputato e senatore, e altri incarichi, e prestigio.
Lui ricambia lavorando tanto. Nel 2002, proprio a Palazzo Madama, Malan è addirittura travolto dal sospetto di aver votato, per 4 volte, al posto dei colleghi assenti. Lui dice che non è vero, certe fotografie non dimostrano un bel nulla, scrive dure lettere di smentita e, naturalmente, tutti subito gli crediamo.
Perché poi Malan ha quest’aria da buono, il ciuffo biondo, è esponente della Chiesa valdese: e infatti, a un certo punto, pare impossibile che abbia assunto la seconda moglie come segretaria particolare nel suo ufficio di senatore pdl, e che dopo la moglie abbia fatto un bel contratto pure alla nipote della moglie.
Invece è esattamente così (su YouTube trovate la sua strepitosa intervista a La Zanzara).
Che gran baldoria, per anni, sul carrozzone dello Zio Silvio. Che storie. E che facce. Adesso però saltano giù, in fretta e furia, sperando di farla franca: e no, Malan, perché qui ci ricordiamo tutto di tutti.
(da Il Corriere della Sera)

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LA LEGA SI SPACCA SU DURIGON, LA FRONDA DI GIORGETTI E ZAIA ALL’ATTACCO

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

“PERCHE’ RIXI E SIRI SI SONO DIMESSI E LUI NO?”

La pressione per le dimissioni del sottosegretario della Lega Claudio Durigon sale di ora in ora. Il fronte giallorosa – Pd, M5S e LeU – chiede il passo indietro immediato o che sia il premier Mario Draghi a ritirargli le deleghe, ma il centrodestra si chiude in un imbarazzato silenzio.
E mentre la petizione lanciata ieri dal Fatto raggiunge le 60mila firme, il premier Mario Draghi continua a tacere sulla vicenda: per il momento non intende intervenire sul sottosegretario – reo di aver proposto di reintitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini invece che a Falcone e Borsellino – per non provocare fratture all’interno del governo.
Lo farà solo se la pressione politica diventerà tale da obbligarlo a una decisione. Così Pd, M5S e LeU hanno già annunciato che a settembre, quando riapriranno le Camere, voteranno una mozione di sfiducia per revocare le deleghe a Durigon.
Dopo Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, nel governo ieri si è fatta sentire la voce di un altro ministro del M5S, Federico D’Incà: “Le parole di Durigon sono gravissime e spiace che a distanza di giorni, non si sia reso conto dell’inopportunità di quelle dichiarazioni – dice al Fatto – Sarebbe auspicabile un passo indietro, senza arrivare alla mozione di sfiducia, oltre che le sue pubbliche scuse”.
L’unico leader degli ex giallorosa che non si è ancora esposto è invece Matteo Renzi che negli ultimi tempi ha più volte condiviso le posizioni di Matteo Salvini: per ora il capo di Italia Viva tace.
Ma Durigon è accerchiato anche all’interno: di fronte al silenzio di Matteo Salvini che spera di far cadere la questione nel vuoto, nella Lega iniziano a emergere le prime voci critiche nei confronti del sottosegretario all’Economia.
E il fronte “nordista” che fa riferimento a Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti non vedrebbe di cattivo occhio la caduta di Durigon, fedelissimo di Salvini e diventato uno dei punti di riferimento nella Lega che si è estesa al centro-sud.
E proprio nel giorno in cui viene ufficializzato l’annullamento delle feste leghiste di Pontida e di Alzano Lombardo (la Berghem Fest), non è passato inosservato il silenzio dei governatori di peso del Carroccio, da Massimiliano Fedriga allo stesso Zaia.
Per non parlare di Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico, che con Durigon ha sempre avuto un pessimo rapporto.
D’altronde a febbraio, quando era uscita la lista dei sottosegretari del governo Draghi, in molti tra i leghisti della prima ora erano rimasti stupiti da quella poltrona da sottosegretario al Tesoro andata a Durigon: “Come si fa a tutelare il mondo produttivo del Nord-Est con un sottosegretario del Lazio?” era la domanda ricorrente tra i leghisti sopra il Po che non hanno mai gradito l’ascesa di Durigon.
Parlamentari di peso come Massimo Bitonci, Raffaele Volpi, Gianpaolo Vallardi, Stefano Candiani ed Edoardo Rixi erano rimasti tagliati fuori.
E sono loro oggi quelli che, secondo i rumors interni, hanno storto la bocca di fronte all’uscita dell’ex sindacalista dell’Ugl di Latina. Ancor di più se si considera che durante il governo Conte 1 proprio gli allora sottosegretari Rixi e Armando Siri avevano dovuto lasciare la propria poltrona su pressione dell’esecutivo gialloverde: “Perché loro sì e invece Durigon è intoccabile?” chiede polemico un big leghista.
E dunque, di fronte al silenzio di Salvini, emergono le prime voci critiche. Nessuno chiede apertamente le dimissioni di Durigon ma diversi parlamentari ed esponenti di peso stanno iniziando a prendere le distanze.
Il primo è il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni che, sebbene molto vicino al segretario, ha spiegato: “Io un parco a Mussolini non lo intitolerei, a Borsellino e Falcone sì”.
Il ligure Rixi, invece, che nel 2019 si dimise dopo una condanna in primo grado a 3 anni e 5 mesi per le “spese pazze” in Liguria spiega che Durigon non si dovrebbe dimettere perché “esiste la libertà di pensiero” e “siamo in campagna elettorale” ma poi attacca il suo compagno di partito: “Ciò detto io non condivido l’uscita di Durigon ed è anche incomprensibile – spiega al Fatto il deputato del Carroccio – io non farei mai una battaglia su questo e tra il ‘parco Mussolini’ e il ‘parco Falcone e Borsellino’ scelgo senza dubbio Falcone e Borsellino”.
Ma anche tra i fedelissimi del segretario l’imbarazzo e l’irritazione ci sono: Durigon, dopo il primo scandalo di maggio (parlando dei 49 milioni della Lega disse: “Quello che indaga lo abbiamo messo noi”), adesso sta diventando ingombrante.
Tant’è che a via Bellerio si fa già un nome per sostituirlo: quel Bitonci che al Mef era già stato da sottosegretario durante il Conte 1. Un modo per placare i brusii interni.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“CONFERMO! NON SERVE GREEN PASS AL MC DONALD’S, E’ TERRITORIO AMERICANO”: COME SUI SOCIAL UN UTENTE E’ RIUSCITO A PRENDERE PER IL CULO I NO VAX

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

I CREDULONI COMMENTANO E LO FANNO GIRARE SULLE PAGINE FB

Si tratta di uno di quei fenomeni che arricchiscono, in maniera sin troppo variopinta, i social network e il loro ecosistema.
Non fosse altro perché questo commento – che rapidamente ha fatto il giro di Facebook, ma anche di Instagram e di Twitter – sta circolando insistentemente.
L’immagine proposta è quello di un commento di Facebook, con foto del profilo e nome utente oscurati: «Confermo! – si legge nel commento – Non serve green pass nei fast food come Mc Donald’s Burger King Starbucks ecc…sono considerati territorio americano».
Lo screenshot ha già avuto migliaia di condivisioni e sta diventando un fenomeno di discussione in rete. Anche se i toni della condivisione sono per lo più ironici, per evitare che qualcuno possa credere che effettivamente al Mc Donald’s o in altri fast food non venga chiesto il green pass per questa stravagante ragione, è bene sgomberare il campo e affermare che si tratta di una affermazione priva di ogni fondamento.
Mc Donald’s, in particolar modo, sembra essere diventato uno dei bersagli preferiti dai no-green pass: soltanto nel week-end si era diffusa la bufala del bollino rosso sui segnaposti per indicare gli utenti sprovvisti della certificazione verde e, in questo modo, discriminarli nel servizio.
Si trattava, anche in questo caso, di una informazione scorretta.
Ora i no green pass sono stati presi per i fondelli proprio su un loro obiettivo.
(da agenzie)

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COVID, BOLOGNA: INTUBATA A 23 ANNI IN TERAPIA INTENSIVA

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

LA DIREZIONE DEL SANT’ORSOLA: “COME LEI TANTI GIOVANI NON VACCINATI”

Continuano i ricoveri in terapia intensiva al Sant’Orsola di Bologna, e aumentano quelli dei 20enni non vaccinati. A rivelarlo è Chiara Gibertoni, direttrice dell’ospedale, che ha illustrato la situazione alle testate locali.
“Abbiamo ricoverato in terapia intensiva una ragazza di 23 anni. Non ha nessun’altra patologia apparente, né malattie pregresse ma non è vaccinata”, ha dichiarato, confermando quanto già denunciato nelle scorse ore da Andrea Zanoni, che dirige la Covid Intensive Care, la terapia intensiva Covid al padiglione 25 del Sant’Orsola.
“La ragazza ha un quadro di Covid grave, una polmonite bilaterale tipica del virus ed è intubata. Due giorni fa il Sant’Orsola ha dimesso un 23enne dopo un ricovero di 15 giorni, compresa la terapia intensiva e nemmeno lui era vaccinato” ha aggiunto Gibertoni
“In terapia intensiva, dove ci sono 10 persone, sono praticamente tutti non vaccinati. In degenza ordinari, dove ne abbiamo 42, metà sono vaccinati, ultra 80enni e sono entrati per altre patologie, l’altra metà non è vaccinata e ha la malattia” ha continuato la direttrice.
Alcuni dicono di non aver fatto in tempo a prenotarsi per il vaccino, altri che hanno paura per il poco tempo in cui è stato sperimentato il vaccino.
Qualcuno ammette che se tornasse indietro si vaccinerebbe, spiega Gibertoni
(da agenzie)

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ARNOLD SCHWARZENEGGER ATTACCA I NO VAX: “AL DIAVOLO LA LIBERTA’, CON LA LIBERTA’ DERIVANO OBBLIGHI E RESPONSABILITA'”

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

“CHI NON INDOSSA LA MASCHERINA E’ UNO STUPIDO”

Dopo essersi vaccinato contro il Covid in diretta social Arnold Schwarzenegger, durante un incontro in live streaming con Alexander Vindman (definito dall’attore «uno dei miei eroi») e la giornalista della CNN Bianna Golodryga, è tornato sull’argomento e, parlando delle misure messe in atto per contrastare l’avanzamento della pandemia, non è andato troppo per il sottile: «Penso che la gente dovrebbe sapere che c’è un virus qui, che uccide le persone e l’unico modo per prevenirlo è vaccinarsi, indossare la mascherina, rispettare il distanziamento sociale e curare l’igiene delle mani. Pensare che queste misure siano un danno alla libertà è sbagliato. Al diavolo la libertà. Con la libertà derivano obblighi e responsabilità».
L’ex governatore della California ha spiegato che le persone non hanno il diritto di fare quello che vogliono se le loro azioni rischiano di metterne in pericolo altre: «Dobbiamo unirci piuttosto che litigare e dire sempre: “Secondo i miei principi questo è un paese libero e io ho la libertà di non indossare la mascherina”. Sì, hai la libertà di non indossare la mascherina, ma sai una cosa? Sei uno stupido se non la indossi». Schwarzenegger ha poi concluso il suo intervento invitando a lasciar perdere chi diffonde sui social teorie strampalate e fake news e a fidarsi dei veri esperti: «Ci sono esperti là fuori che hanno studiato tutta la vita. Il dottor Fauci lo ha fatto, perché non credere a queste persone?».
(da agenzie)

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I DATI FRONTEX SMENTISCONO I SOVRANISTI, NON C’E’ NESSUNA INVASIONE; DA INIZIO ANNI IN TUTTA EUROPA SONO ARRIVATI 82.000 RICHIEDENTI ASILO, IN ITALIA SOLO 28.989

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

NUMERI IN AUMENTO MA GESTIBILI SE SALVINI NON AVESSE SMANTELLATO IL SISTEMA DI ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE

Da gennaio a luglio è stato registrato un aumento di arrivi dei migranti del 96% sulla rotta del Mediterraneo centrale, rispetto allo stesso periodo del 2020.
Sono i dati comunicati dall’agenzia Frontex.
Il numero di arrivi in Europa, nei primi sette mesi del 2021, ha oltrepassato quota 82mila, il 59% in più rispetto al 2020.
A luglio gli arrivi sono stati 17.300, il 33% in più rispetto al luglio 2020.
Tra i migranti che hanno raggiunto l’Europa nell’ultimo mese, quelli che hanno percorso la rotta del Mediterraneo centrale rappresentano la quota più elevata. Con i 7.600 attraversamenti delle frontiere, in linea con i numeri del luglio 2020, il totale dei primi sette mesi arriva a 30.800.
In Italia sono arrivate 28.989 persone dall’inizio dell’anno, Il trend è quindi in crescita, ma siamo ancora molto lontani dai numeri del triennio 2014-2017.
Circa 10.000 sono tunisini e pertanto soggetti al rimpatrio, riducendo a circa 19.000 quelli di provenienza dai paesi sudsahariani e dal Bangladesh.
Quanto al genere e all’età delle persone sbarcate, il 71% delle persone arrivate sulle coste italiane nel 2021 è di sesso maschile, le donne sono il 7%, i minori il 22% – in buona parte minori non accompagnati. Nel 2021 sono in crescita gli arrivi di minori, diminuisce quindi la percentuale di uomini adulti che negli anni precedenti era sempre stata superiore al 75%
In Spagna sono arrivate 16.009 persone nel 2021. La Grecia registra 4.338 arrivi nel 2021.
(da agenzie)

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CON DUE LEGGI LA POLONIA SI METTE FUORI DALL’OCCIDENTE

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

CONTROLLO DELLE TV E SHOAH: ORA QUALCUNO SI E’ ACCORTO COSA VUOL DIRE UN GOVERNO SOVRANISTA… IL PREMIER NON HA PIU’ LA MAGGIORANZA

Prima passa in un ramo del Parlamento una legge che prevede che i media polacchi siano controllati da proprietari nazionali e di fatto limita profondamente la libertà dei media indipendenti in Polonia.
Poi un’altra che limita, fino quasi ad annullare, il diritto di sopravvissuti e discendenti delle vittime della Shoah di chiedere la restituzione dei beni e delle proprietà che furono loro sequestrati dagli occupanti nazisti tedeschi, e dopo il 1945 divennero proprietà della dittatura comunista.
La Polonia è sulla strada per diventare un Paese sempre meno libero, democratico e occidentale e questo sotto gli occhi, stupiti e inermi, di Stati Uniti, Israele ed Unione Europea.
Le due leggi possono però ancora essere bloccate. Il provvedimento della Shoah, per entrare in vigore, attende la firma del presidente nazionalista conservatore Andrzej Duda a cui Usa e Israele chiedono di porre il veto. La legge contro la libertà dei media invece dovrà essere approvata dal Senato, dove l’opposizione però ha una flebile maggioranza: si voterà entro un mese.
Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha detto che entrambe le leggi “contraddicono i valori fondamentali dell’Occidente e della comunità transatlantica“. Le leggi sono state approvate in soli due giorni, tra l’altro, da un parlamento esautorato.
Non esiste infatti più una maggioranza formale dopo il licenziamento del vicepremier Gowin e la rottura tra il suo partito Porozumienie e il resto della destra unita. Per votare le leggi dunque si racimolano voti, in cambio di promesse, da parte di partiti esterni alla maggioranza originaria, dai populisti di Kukiz, all’ultradestra antisemita, a deputati di Gowin che “si sono lasciati convincere“.
Ormai da mesi la coalizione che sostiene il governo polacco, dominata da forze nazionaliste e di estrema destra, si sta sgretolando.
Ma le maggiori tensioni sono nate proprio quando il primo ministro Mateusz Morawiecki, del partito Diritto e Giustizia (PiS, il più importante della coalizione), ha scelto di “licenziare” dalla carica di vice primo ministro Jaroslaw Gowin, leader del partito alleato Accordo. Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico e leader di un piccolo partito (PJG) membro della coalizione, Gowin non aveva intenzione di votare la legge sui media insieme ad una decina di colleghi. L’unico modo per il premier Morawiecki di far passare la legge era quindi quello di far dimettere l’ex alleato.
La legge sui media prevede che i mezzi di informazione polacchi siano controllati da proprietari nazionali e costringe quindi il gruppo statunitense Discovery a vendere la sua quota di maggioranza nella rete televisiva privata TVN, il cui canale di notizie TVN24 è molto critico nei confronti del governo.
Secondo la nuova legge (chiamata dalla opposizione “lex anti Tvn”) entro alcuni mesi gli investitori americani di questo canale potranno diventare solo soci minoritari. Una prospettiva già criticata dagli Usa che hanno minacciato il peggioramento degli rapporti bilaterali, finora molto stretti. La legge, approvata con 228 voti favorevoli e 216 contrari, passa ora al Senato dove l’opposizione ha una lieve maggioranza ed ha annunciato battaglia. Martedì migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la Polonia contro la legge in quasi 100 città.
Il disegno di legge contro la Shoah afferma invece che le decisioni amministrative non possono più essere impugnate in tribunale dopo una scadenza di 30 anni, impedendo di fatto la restituzione ai superstiti dell’Olocausto delle proprietà sequestrate dalle autorità polacche durante l’era comunista. La legge deve ancora essere firmata dal presidente Andrzej Duda, prima di poter entrare in vigore. La legge sembra però rientrare proprio nelle intenzioni del presidente della Repubblica sovranista di riscrivere la storia della Shoah in chiave di martirio prima del popolo polacco e poi degli ebrei. Originariamente erano previste anche pene detentive per chi menzionava eventualità complicità polacche coi nazisti nell’Olocausto, poi sono state ritirate sotto la pressione internazionale.
Il controverso provvedimento sulla Shoah ha accresciuto le tensioni tra Polonia e Israele, che aveva precedentemente convocato l’ambasciatore polacco in merito alla normativa. “Condanno il provvedimento approvato dal parlamento polacco, che arreca danno tanto alla memoria dell’Olocausto quanto ai diritti delle sue vittime – ha commentato su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid – Continuerò ad oppormi a qualsiasi tentativo di riscrivere la storia… La Polonia sa qual è la cosa giusta da fare: abrogare la legge”.
Un’aspra reazione all’approvazione della legge è arrivata anche dal presidente della Knesset. ″In seguito alla approvazione della legge polacca che limita le richieste di risarcimento dei sopravvissuti alla Shoah – ha scritto su twitter Micky Levi – ho deciso che non costituiremo alcun gruppo di amicizia con i parlamentari polacchi. Si tratta di una legge prevaricatrice ed oltraggiosa che colpisce la memoria della Shoah e che danneggia i rapporti fra i nostri Paesi″. ″Faccio appello al presidente Andrzej Duda affinchè opponga il veto a questa legge vergognosa″ ha concluso Levi.
La legge ha anche provocato una grande reazione da parte degli Stati Uniti: il segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che Washington è “turbata” dalla legislazione polacca “che limita gravemente le restituzioni ai sopravvissuti all’Olocausto e ai proprietari di beni confiscati durante l’era comunista”. Anche Blinken ha esortato Duda a non firmare il disegno di legge ed ha sottolineato come – fino a quando “una legge globale sulla risoluzione delle rivendicazioni sulle proprietà confiscate non sarà stata emanata in Polonia, il percorso verso il risarcimento non dovrebbe essere chiuso sui nuovi reclami o sulle decisioni pendenti nei tribunali amministrativi”.
Il segretario di Stato Usa ha espresso la preoccupazione di Washington anche nei confronti dell’altra legge approvata dalla Camera bassa del Parlamento di Varsavia. “Questa bozza di legge indebolirebbe significativamente l’ambiente dei media per cui i cittadini polacchi hanno a lungo lavorato” ha affermato. Secondo Blinken, avere dei media liberi e indipendenti “rende le nostre democrazie più forti, l’Alleanza transatlantica più resiliente ed è fondamentale nei rapporti bilaterali”.
“La Polonia è un importante alleato della Nato e comprende che l’Alleanza transatlantica è basata sugli impegni reciproci ai valori democratici condivisi. Queste leggi vanno contro i principi ed i valori che una nazione moderna e democratica deve rispettare. Invitiamo il governo della Polonia a dimostrare il suo impegno ai valori condivisi non solo a parole, ma anche nei fatti” ha concluso il segretario di Stato Usa.
Sulla legge che limita la libertà dei media sono intervenuti anche diversi organismi europei. “Il progetto di legge polacca sulle trasmissioni invia un segnale negativo. Serve un’iniziativa per la libertà dei media in tutta la Ue per difenderne la libertà e sostenere lo stato di diritto” ha scritto la vicepresidente della Commissione europea responsabile per i Valori dell’Unione, Vera Jourova, su Twitter.
“Il voto di ieri sera sulla legge sui media #lexTVN in Polonia è molto preoccupante. Se la legge entrerà in vigore minaccerà seriamente la televisione indipendente nel Paese. Non ci può essere libertà senza media liberi” ha scritto su Twitter il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. In Polonia “dopo essere andato in minoranza, il governo ha ottenuto un primo sì sulla legge tv che vieta a Discovery di essere azionista dell’unica rete non filogovernativa. Una storia da seguire da vicino. In Europa democrazia è libertà” ha invece twittato il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni.
Intanto il governo polacco è sempre più in bilico. I partiti polacchi dell’opposizione hanno annunciato che faranno ricorso davanti alla Procura nazionale per chiedere le dimissioni della presidente della Camera bassa (Sejm), Elzbieta Witek, proprio a seguito del voto sulla riforma dei media.
Dopo l’approvazione della proposta del leader del Partito popolare polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, per il rinvio del voto al 2 settembre, Witek ha deciso di far tenere un altro voto permettendo l’approvazione della controversa riforma. “Non aveva diritto di riavviare la sessione, che era stata posticipata da Sejm” ha dichiarato il presidente del partito di opposizione Piattaforma civica, Borys Budka. “Tutte le sue azioni successive sono state illegali, in questo senso, ci sarà un ricorso alla Procura” ha aggiunto Budka parlando di violazione dell’articolo 231 del codice penale polacco secondo cui i pubblici ufficiali non possono agire oltre i limiti delle proprie competenze.
Secondo il leader di Piattaforma civica, l’opposizione si sta coordinando per chiedere le dimissioni della presidente della Camera bassa del Parlamento polacco. “Penso che domani o il giorno dopo presenteremo una dichiarazione congiunta. Quello che ha fatto la signora Witek è inaccettabile. Lei ha perso ogni diritto di essere presidente della Camera bassa”, ha concluso Budka.
Nel mezzo di un vero e proprio terremoto del governo, il parlamento polacco approva due proposte di legge che, se entreranno in vigore, farebbero diventare la Polonia sempre meno europea. Sempre più fuori dall’Occidente.
(da Huffingtonpost)

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L’AFGHANISTAN STA TORNANDO SANTUARIO DEL TERRORE, L’OCCIDENTE STA A GUARDARE

Agosto 12th, 2021 Riccardo Fucile

KABUL POTREBBE CAPITOLARE ENTRO SETTEMBRE: E’ IL FALLIMENTO DI VENTI ANNI DI “NORMALIZZAZIONE” DELLA NATO

Kabul potrebbe cadere sotto il controllo dei talebani nei prossimi trenta giorni, secondo fonti dell’amministrazione americana riportate dal Washington Post.
Se così fosse, il ventesimo anniversario dell’attacco alle Torri gemelle, l’11 settembre, sarebbe segnato da una simbolismo beffardo, oltre che dal fallimento definitivo del lungo e sofferto tentativo di stabilizzare l’Afghanistan.
L’offensiva dei combattenti talebani contro il governo centrale, propiziata dal ritiro delle forze della Nato, era stata prevista, ma l’avanzata ha sorpreso tutti per la rapidità e la facilità con cui gli insorti conquistano, una dopo l’altra, città e centri nevralgici. Dopo le ultime vittorie, nel nord del Paese, a Kundus e Faizabad, gli attacchi si concentrano contro le truppe lealiste a Mazar-e-Sharif e a Herat, già base operativa del contingente militare italiano.
Si susseguono notizie di violenze e brutalità, si valutano possibili crimini di guerra, si moltiplica il numero degli afghani in fuga e degli sfollati: sono già centinaia di migliaia, per ora all’interno del Paese, domani diretti in Europa.
Sarà questo l’epilogo della missione militare occidentale, protrattasi per venti anni con diversi mandati con un pesante costo di vite umane perdute e di risorse finanziarie investite?
Il bilancio rischia di essere disastroso, non soltanto per l’Afghanistan di nuovo soffocato e martoriato da un feroce integralismo islamico che conculca persino i diritti più elementari.
In poco tempo potrebbero ricrearsi le condizioni ideali per lo sviluppo sull’intero territorio di attività illecite, traffici clandestini, migrazioni forzate e santuari per il terrorismo internazionale, sempre interessato a basi condiscendenti per operazioni a largo raggio contro obiettivi occidentali e non solo.
Se le lancette del tempo tornassero indietro di venti anni, a pagarne le conseguenze in termini di sicurezza insieme ai Paesi della Nato potrebbero essere anche i vicini, certo preoccupati di confinare con un focolaio di violenze e tensioni.
Sicché la sorte di quella sperduta terra montagnosa nel cuore dell’Asia non dovrebbe essere materia per pochi specialisti di strategie internazionali a Washington e a Bruxelles.
Almeno nel mondo che non c’è più, si sarebbe potuta immaginare una realistica presa d’atto degli interessi convergenti di Paesi pur se in competizione tra loro.
Uno Stato canaglia, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ricettacolo di tagliagole internazionali più o meno artigianali, avrebbe costituito un problema per Stati Uniti e Europa, ma anche per Russia e Cina.
Sarebbe stato plausibile tentare una risposta coordinata a una minaccia comune, unire pragmaticamente risorse diplomatiche e militari per scongiurare implicazioni inquietanti per tutti.
Nei mesi scorsi, al preannuncio degli Stati Uniti del ritiro delle proprie truppe dall’Afghanistan, per molti fu chiaro che il timing della decisione era tutt’altro che felice. Un addestramento adeguato delle forze regolari afghane avrebbe richiesto più tempo ed era chiaro che il ripiegamento americano, inevitabilmente seguito a ruota da quello degli alleati (together in, together out), avrebbe alimentato una forte offensiva talebana e allontanato la prospettiva di un’intesa tra fazioni afghane sul futuro del Paese.
Ma quella era la linea decisa da Biden, in continuità con Trump e Obama, senza margini di manovra per qualche europeo per nulla convinto.
Con il ritiro, la Nato si è riservata di assicurare all’Afghanistan programmi di cooperazione, servizi essenziali e formazione militare. L’avanzata galoppante degli integralisti, vedremo se e quando fino a Kabul, vanifica quegli impegni, che presuppongono un minimo di sicurezza.
Con l’offensiva, i gruppi talebani anche se con mille riserve disponibili al dialogo appaiono scalzati dai combattenti più intransigenti, decisi ad andare avanti fino al controllo dell’intero Paese.
Chissà se prima del possibile crollo, ormai messo in conto, qualcuno oserà giocare un’ultima carta, per una sorta di nuova coalizione di Paesi volenterosi al di là della Nato, disposti a contenere la baldanza degli insorti anche con interventi militari mirati dal cielo e a trascinarli di nuovo al tavolo negoziale per evitare la restaurazione dell’oscurantismo e dei suoi frutti velenosi. Purtroppo oggi è molto difficile e il tempo stringe.
(da Huffingtonpost)

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