Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
83 I MILIARDI USA PER RIARMARE GLI AFGHANI, ORA QUELLE ARMI HANNO UN NUOVO PADRONE
Il video delle armi abbandonate all’aeroporto di Kabul durante la fuga delle truppe
americane è una delle immagini più significative della riconquista talebana.
I fondamentalisti sono riusciti a prender possesso anche di quattro degli Uh-60 Blackhawk americani e Mi.17 sovietici, sequestrati in quello che, dalle immagini trasmesse da Mashal News, sembrerebbe essere un magazzino in un aeroporto.
Altri canali social controllati dalle milizie talebane mostrano scene simili. Elmetti, fucili, giubbotti anti proiettili.
L’arsenale bellico e le strutture lasciate incustodite hanno subito trovato nuovi padroni, gli stessi che sono tornati al potere e che stanno gettando l’Afghanistan in una delle più drammatiche crisi umanitarie.
Non solo armi da fuoco e munizioni quindi, ma anche artiglieria pesante e veicoli corazzati, tra cui centinaia di Humvees, del valore di milioni di dollari.
Strumenti che Washington ha fornito alle forze afghane per riarmarle, istruirle e renderle autonome – ma soprattutto per fronteggiare i fondamentalisti – e che adesso decretano il fallimento della sua missione. Come confermato da un funzionario del Dipartimento della Difesa, le attrezzature di cui si sono impossessati i talebani sarebbero un numero enorme.
E così, decine di carri armati T-55 e T-60, mezzi corazzati come MSFV e MaxxPro, elicotteri, attrezzature per le operazioni notturne, Uav (velivoli senza equipaggio), lanciarazzi multipli Grad, obici D-30 da 122 mm, M114A1 da 155 mm, centinaia di mortai nonché diversi M4 e fucili M16 potrebbero in questo momento essere in possesso dell’Emirato islamico.
Gli M16 sono stati introdotti dall’esercito americano sostituendoli agli AK-47 sovietici: una scelta non del tutto premiata, perché più precisi ma più scomodi da portare in battaglia rispetto a quelli forniti da Mosca.
Tutti materiali altamente sofisticati che gli insorti potrebbero non riuscire a utilizzare nella giusta maniera (così come non era facile per l’esercito nazionale considerato il know-how delle truppe). Ma oltre al vantaggio militare, i mezzi rubati possono garantire ai talebani una fonte di guadagno fondamentale grazie alla vendita ai Paesi circostanti, dall’Asia al Medio Oriente.
Operazioni che possono rappresentare pericolose scintille in aree già altamente infiammabili, senza dimenticare il crescente rischio di attentati terroristici.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
“COMBATTERLI E ANNIENTARLI” SCRIVE CUOR DI LEONE DALLA SPIAGGIA.. “DAI BRAVO, INIZIA AD ANDARE, BUFFONE SENZA MIDOLLO”… “VACCI TU, FENOMENO, CON IL CARRO ARMATO CHE AVEVATE PORTATO IN PIAZZA SAN MARCO”
Stavolta se l’è andata proprio a cercare con il lanternino. Visto che Salvini, tra un selfie in spiaggia e una foto accompagnato da leccornie da mangiare continua a parlare dell’Afghanistan con il piglio di un capo militare, che però se ne sta bellamente in vacanza a migliaia di chilometri di distanza e quindi privo di credibilità.
Ora il capo della Lega tuona contro la viltà dei governi occidentali che hanno abbandonato l’Afghanistan e lo fa dimenticando che l’annuncio della ritirata fu dato dal suo idolo Donald Trump, mentre lui che girava con la mascherina elettorale pro tycoon come se fosse una cheerleader non se n’era neanche accorto.
Ma il limite è stato superato quando il nostro leone da tastiera della politica ha lanciato (sui social non stando in prima linea a Kabul) l’invito a combattere e annientare ovunque e senza tregua i talebani.
Quindi Salvini, che casualmente sta nella maggioranza di governo ha dichiarato guerra ai talebani oppure -se le parole hanno un senso- a fare operazioni di guerriglia nel mondo contro i talebani, che notoriamente hanno sempre agito tra Afghanistan e Pakistan ma non se n’è mai visto uno per Roma, Parigi, Londra, Whashington, semplicemente perché è una forza che opera solo nella propria terra.
Ma vallo a spiegare a leader leghista che ovviamente non conosce la differenza tra talebani, Isis e al Qaeda, forse perché per conoscerla dovrebbe studiare o forse perché dare in pasto al popolo “bue” slogan non necessità di guardare per il sottile.
Ovviamente il nostro combattente da spiaggia è stato sommerso sui social da pernacchie proprio perché il troppo è troppo anche su Twitter.
“Quindi Senatore lei è pronto ad invadere nuovamente, e subito, l’Afganistan?”
“Prima leccava il culo a Trump e contemporaneamente faceva il filo a Putin. Guarda caso i due principali attori del ritorno dei Talebani. Posso dire che di politica estera, ma anche in generale, non capisce un cazzo?”
“Quindi se lei fosse stato al governo avrebbe intrapreso una guerra”
“Uno che non si accorge che si dà del vile da solo come si chiama?”
“Dov’eri quando Trump ordinava la smobilitazione e si sedeva al tavolo con i talebani a Doha? Ah già twittavi le tue foto a sostegno con la mascherina con la scritta Trump”
“Anche tu fai parte di un governo occidentale”
“Azzo quindi li hai aiutati anche tu le faccio umilmente notare che il suo partito sostiene uno di quei vili governi occidentali”
“Finiscila buffone senza midollo!”
“Dai bravo tu inizia ad andare…”
“Ma vuole che facciamo un’altra guerra? Si armi e parta.”
“Quando sarai premier e incontrerai questi signori, indosserai il costume di Gandalf il grigio, o Gandalf il bianco”
Avete esponenti che sparano per strada a dei poveracci e lei ha il coraggio di parlare di libertà!
“Vai avanti tu che a me scappa da ridere.”
“Vacci tu fenomeno!!! Hai sempre la soluzione a fatti avvenuti.”
“Ma riesci una volta a non fare propaganda sulla pelle delle persone? Inizia ad accogliere tutti coloro che scappano, come ha giustamente suggerito GuidoCrosetto”
“Ma cosa vuoi annientare pirla , con il carrarmato che avevano portato in piazza San Marco a Venezia ? Stai a cuccia su”
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IERI FACEVA FINTA DI PIANGERE PER I MILIONI DI PROFUGHI PREVISTI, OGGI DICE NO AD ACCOGLIERLI… IL CLANDESTINO DELL’UMANITA’ VOLTA LE SPALLE A CHI FUGGE DA UN MASSACRO
Matteo Salvini si conferma il prototipo del politico che è in grado di direi tutto e il
contrario di tutto, bastano pochissimi giorni tra una parola e l’altra perchè la linea politica del leader della Lega cambi.
Aveva definito vergognosa la fuga dei paesi occidentali dal contingente afghano: “si lascia campo libero ai tagliagole islamici talebani – spiegava in un video – e penso alle donne e ai bambini di quel paese”, immancabili nella propaganda leghista. E poi continuava, “Penso al problema terrorismo ed immigrazione clandestina che già oggi è fuori controllo”.
Ma si sa, il sostegno di Salvini è incondizionato fin quando qualcosa non gli fa cambiare idea. Ecco allora che qualcuno deve avergli fatto notare di essere stato troppo poco leghista nel suo video, dunque oggi addrizza il tiro nel corso dell’intervista rilasciata a Radio24.
Accoglienza per la gente che fugge dalla guerra? Sì. Ma a patto che si tratti di “una decina di persone”.
“Nell’anno dei record degli sbarchi il nostro Paese non può farsi carico di una nuova ondata di arrivi: gli altri Paesi europei facciano la loro parte”, scrive Salvini su Twitter. Come se lui che ha fatto il Ministro degli Interni, non sapesse gli accordi tra Italia ed Europa.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
L’ANCI SCRIVE AL VIMINALE: “PRONTI A FARE LA NOSTRA PARTE, NON C’E’ TEMPO DA PERDERE”
C’è un’aperta disponibilità dell’associazione dei sindaci italiani per l’accoglienza di famiglie afghane in fuga dal neonato Emirato islamico.
“I sindaci italiani sono pronti a fare la loro parte nell’accogliere le famiglie afghane. Non c’è tempo da perdere, sappiamo bene come i civili che hanno collaborato con le nostre missioni in Afghanistan oggi siano in forte pericolo, soprattutto donne e minori” afferma, in una nota, il sindaco Matteo Biffoni, delegato Anci per l’Immigrazione che rappresenta l’impegno di tutti i sindaci italiani a far fronte alla grave crisi umanitaria che si sta consumando in queste ore.
“Il Governo si sta muovendo per salvare vite umane, attraverso l’azione delle prefetture sul territorio e i sindaci mettono a disposizione la propria esperienza, per questo abbiamo scritto al ministro dell’Interno Lamorgese e abbiamo avvisato il ministero della Difesa”.
“Dobbiamo essere molto concreti. Sarà la storia – prosegue – a dare un giudizio su questi ultimi vent’anni di presenza militare in Afghanistan, oggi siamo consapevoli che è il momento di aiutare il Governo a mettere in salvo vite umane. Come scritto al ministero dell’Interno, siamo pronti ad ampliare la rete Sai già presente nei nostri territori per poter accogliere e inserire le famiglie che rientrano nel programma di protezione definito dal Governo del personale civile afghano collaboratore del contingente militare nazionale, la cosiddetta Operazione Aquila”.
Un intervento che già è stato messo in atto tra il 2014 e il 2019, ma che davanti alla ritirata dei contingenti occidentali assume dimensioni piuttosto maggiori, quanto meno per mettere subito in sicurezza le famiglie dei collaboratori del contingente militare a Kabul e presso il comando di Herat.
“Il Governo sta facendo entrare nel Paese – sottolinea – queste famiglie: abbiamo scritto al ministero dell’Interno che se la legge che disciplinerà termini e condizioni dell’accoglienza dei cittadini afghani prevederà in tempi brevi l’ampliamento della capacità di accoglienza diffusa sul territorio, con risorse mirate per l’emergenza in corso, noi potremmo ripetere l’esperienza fatta già dal 2014 con l’inserimento dei collaboratori di missioni italiane nella rete Sai – ribadisce Biffoni -. Questa è l’accoglienza adeguata per i rifugiati afghani. Diversi Comuni hanno già manifestato la loro disponibilità a prevedere nei loro progetti Sai posti specifici per i collaboratori afghani e le loro famiglie, come primo passo per garantire nel prossimo futuro accoglienza e integrazione a donne e uomini in queste ore in fuga dal loro Paese. Nella rete Sai già sono presenti rifugiati afghani che stanno manifestando agli operatori la grande preoccupazione per chi è rimasto nel Paese ormai nelle mani dei talebani: noi sindaci con le nostre comunità – conclude – siamo pronti a fare la nostra parte”.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IL PREMIER CONTINUA A TACERE SUL CASO
Sarà un po’ il Ferragosto e sarà un po’ che le priorità a Palazzo Chigi sono altre, a
cominciare dall’Afghanistan. Fatto sta che Mario Draghi continua a tacere sul caso Durigon.
Sono passati 12 giorni da quando il sottosegretario leghista all’Economia ha proposto di re-intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini invece che ai giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma il premier tace, nonostante Pd, M5S e LeU abbiano chiesto le dimissioni di Durigon o, in alternativa, l’intervento di Draghi per revocargli le deleghe.
Per mettere pressione al premier, i giallorosa hanno anche annunciato per settembre una mozione contro il fedelissimo di Salvini, ma sperano che Draghi o il ministro dell’Economia Daniele Franco intervengano prima.
Si rimpallano la patata bollente: Pd e M5S chiedono a Draghi di rimuovere Durigon prima della mozione perché, dice un ministro, “l’attenzione rischia di abbassarsi”; il premier invece non vuole rompere con Salvini – che per tutta risposta attacca lui e la ministra Luciana Lamorgese sui migranti – lasciando che sia il Parlamento, a settembre, a decidere. Se sfiducia parlamentare sarà, Draghi non potrà che prenderne atto. Di fatto, scaricando sulle Camere la responsabilità di una decisione tutta politica. E quindi, per il momento, resta il silenzio.
Da Palazzo Chigi avevano spiegato che Draghi avrebbe deciso dopo Ferragosto, ma ora che la festa è passata, la risposta non arriva.
In questo gioco tattico, però si inserisce la variabile Lega.
Perché se Salvini ormai ne ha fatto una questione di principio – anche se in privato ha criticato il suo sottosegretario: “Ha detto una c…” – lo stesso non vale per molti dentro il Carroccio.
In particolare per il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e per il governatore del Veneto Luca Zaia. Entrambi in silenzio pubblicamente, ma molto attivi dietro le quinte. Giorgetti, dal suo buen ritiro nel varesotto, non ha rinunciato a sentire i suoi fedelissimi, ma ha anche parlato con Draghi e Franco.
Il primo obiettivo del vicesegretario della Lega, considerato ormai un ministro in quota Draghi, è quello di “lasciare lavorare” il governo senza provocare rotture: quindi su Durigon “deciderà il premier”, ha detto Giorgetti ai suoi prendendo le distanze dalla linea di Salvini.
Ma poi da questi colloqui è uscito un nome: quello di Massimo Bitonci, padovano e già sottosegretario al Tesoro del Conte-1. Un profilo perfetto per sostituire Durigon, già estromesso a febbraio.
Giorgetti proverà a convincere Salvini a giocare d’anticipo e sostituire Durigon con Bitonci. Ed è su quest’ultimo che punta anche Luca Zaia, che in Durigon non ha mai trovato un orecchio attento al Mef.
Tra il governatore e l’ex sindaco di Padova non corre buon sangue ma, è il ragionamento degli “zaiani”, quando il presidente del Veneto tornerà a battere sul federalismo sarà meglio avere una sponda al Tesoro. Bitonci inoltre ha un’altra caratteristica: è tra i leghisti del nord che hanno sposato da subito il nuovo corso di Salvini. Anche Matteo, quindi, potrebbe mandarlo giù.
(da IlFatto Quotidiano)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO QUESTO TRADIMENTO CHI CREDERA’ PIU’ AI NOSTRI ANNUNCI DI DEMOCRAZIA?
La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato per questo Otto Settembre afghano è la parola interesse.
L’ha pronunciata il segretario di Stato americano: restare in Afghanistan non è nel nostro interesse. Dando un nome alle cose si rischia di ferirle in mezzo al cuore con un colpo irrimediabile.
Ho provato a immaginare un afghano all’aeroporto di Kabul impegnato in una caparbia opera di sopravvivenza, con i taleban all’uscio, collerici, farnetichi, sentenziatori di morte, vittoriosi.
O uno di quelli che vivono nascosti perché sanno che i taleban stanno spuntando i nomi nelle liste abbandonate dagli occidentali, e si sentono già imputati in bieche aule di tribunali supremi, da impietose inquisizioni. In poche ore il mondo nuovo si è dissolto di colpo nelle profondità di campo del tempo. E quello che rimane loro è la frase del segretario di Stato americano, uno di quelli che avevano promesso di buttar giù a spallate la loro storia medioevale.
Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all’improvviso affrettati. Ma come si fa a non ruggire di fonte a una così sfacciata, volgare manifestazione di nichilismo interiore?
Raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata, di più vanitoso, lercio e appunto interessato di questo tradimento. Che il buio risorga Fa capolino già la successiva vergogna, cancellare gli afghani dalla memoria, si appronta il cassetto dove riporli accanto ai vietnamiti, ai cambogiani, ai somali, ai curdi e agli iracheni.
In Occidente i perseguitati non hanno fortuna, non suscitano simpatie perché sono deboli. A Kabul il nostro mondo, esportato a forza, provvisorio, tarlato, è crollato in poche ore. Ma era da tempo che noi ce ne andavamo con i nostri pregiudizi, i nostri soldati invincibili, i canti e le bandiere.
Non abbiamo nemmeno provato, per nasconder la vergogna della sconfitta, a stendere la mano a coloro che sono rimasti lì, per cui non ci sarà nessun ponte aereo, nella speranza che non la rifiutassero con troppo disgusto: che avete fatto perché noi si sia meno infelici?
Ci chiederanno essi: che cosa avete fatto perché vivessimo in pace? In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l’aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi Già: gli afghani gli darebbero adesso ragione.
Il loro peccato è di essere soltanto esseri umani, troppo poco per diventare interessi, per questa trasmutazione non sono bastati venti anni.
Dietro ognuno, anche quelli che non ci amavano, sì, anche i taleban, c’è una identità: retti, astuti, malvagi, pratici, dolci, autoritari, fanatici, secoli di fatiche durissime tra quelle pietre li hanno induriti.
Invece sono rimasti ombre anonime e scialbe che si possono abbandonare, in fondo senza nemmeno l’ingombro di troppi rimorsi. Eppure loro eravamo noi, il loro destino eravamo noi. C’è in questa realpolitik così sguaiata un rischio mortale. I nostri proclami sono ormai cose morte ma non mute. Testimoniano, accusano.
Chi dopo questo tradimento così esplicito presterà ancora fede alle nostre parole, chi penserà che i nostri annunci di democrazia, tolleranza, la nostra magnifica parola diritti, siano altro che polvere se non coincide con i nostri interessi? Dove troveremo alleati visto che cerchiamo solo caudatari e complici provvisori?
Le assonanze tra Kabul e Saigon, tra la fuga dal Vietnam e quella dall’Afghanistan assordano: la trattativa con l’Arcinemico fino a un minuto prima impronunciabile, il ritiro, gli alleati locali lasciati soli con satrapi balbettanti e corrotti, con eserciti fatiscenti e abituatati a far da comparse, regimi che si sciolgono, presidenti che fuggono, divise e armi gettate via, gli elicotteri, sempre loro, che portano via i nostri e, se c’è posto, anche qualcuno di loro.
La stessa domanda: perché i loro combattono e i nostri no? E’ solo a distanza di cinquant’ anni la replica della stupidità militare di qualche nuovo impomatato Westmoreland? No. E’ un metodo.
(da La Stampa)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
ZARIFA HA 27 ANNI: “SONO SEDUTA QUI IN ATTESA CHE ARRIVINO”… QUASI COME I POLITICI ITALIANI
Zarifa Ghafari ha 27 anni ed è la sindaca più giovane dell’Afghanistan. Vive nella
provincia di Maidan Wardak e da sempre è in vista per essere sostenitrice dei diritti delle donne.
Dopo il ritiro delle truppe Usa che ha portato alla caduta di Kabul e alla presa di potere da parte dei talebani ha raccontato di essere in pericolo: i talebani «verranno per le persone come me e mi uccideranno. Sono seduta qui in attesa che arrivino. Non c’è nessuno che aiuti me o la mia famiglia. Sto solo seduta con loro e mio marito. Non posso lasciare la mia famiglia. E comunque, dove andrei?», ha detto al New York Times.
La ripresa del controllo talebano minaccia la sicurezza delle donne in Afghanistan, in particolare attiviste, giornaliste e donne politiche come Ghafari.
Ghafari è stata nominata sindaca nell’estate del 2018 dal presidente Ashraf Ghani. Sebbene i casi di governatrici e sindaci donne non siano una novità in Afghanistan, lei è una delle poche donne ad aver mai ricoperto un incarico governativo nella città molto conservatrice di Maidan Shar.
Conduce le sue battaglie anche grazie al programma radiofonico da lei inventato e tramite un’organizzazione non governativa incentrata sull’emancipazione economica delle donne.
Con il pericolo di un ritorno dei talebani, a Ghafari è stato assegnato un lavoro al ministero della Difesa a Kabul, con il compito di occuparsi dei soldati e dei civili feriti in attacchi terroristici. «Sono così distrutta», ha detto. «Non so su chi fare affidamento. Ma non mi fermerò ora, anche se verranno di nuovo a cercarmi. Non ho più paura di morire».
(da Open)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
GLI USA 978 MILIARDI DI DOLLARI, L’ITALIA 9 MILIARDI DI EURO
Quanto hanno speso l’Italia e l’Occidente in Afghanistan in venti anni? L’impegno militare nel paese, il più imponente dal Dopoguerra, è terminato il 9 giugno scorso con l’ammainabandiera alla presenza del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Le operazioni di rimpatrio degli uomini, che erano 800 all’inizio dell’anno, sono iniziate a maggio.
A consuntivo per l’Italia la cifra calcolata dall’Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x è di 8 miliardi e 700 milioni di euro. Di cui soltanto 840 sono stati spesi per addestrare le forze militari afghane. Mentre tra i paesi alleati spicca la spesa degli Stati Uniti, che secondo un rapporto della Brown University del 2019 citato dalla Bbc avevano tirato fuori 978 miliardi di dollari.
Quanto ha speso l’Italia in Afghanistan
A consuntivo, spiega l’Osservatorio, in venti anni di presenza complessiva in Afghanistan l’Italia ha speso 8,7 miliardi di euro di cui 840 milioni per i contributi diretti alle Forze armate Afghane. Le stesse forze che si sono ritirate senza combattere davanti all’avanzata dei Talebani.
Per l’Italia, ricorda oggi Il Fatto Quotidiano, tutto è cominciato nel 2001 con la partecipazione dell’Italia alla missione Isaf (International Security Air Force) e l’invio dei primi 350 soldati. All’epoca arrivarono i primi 82 milioni. Da lì la curva delle spese si è impennata, passando dai 286 milioni del 2002 ai 389 del 2008. Nel 2009 il cambio di strategia della Nato: maggiore impegno degli alleati e rafforzamento delle istituzioni locali con la missione Nato Training Mission in Afghanistan che serve ad addestrare l’esercito.
E raddoppiano le spese: 638 milioni nel 2009, 811 nel 2010, 914 nel 2011. La discesa comincia l’anno dopo con il taglio dei costi varato dal governo Monti: 865 milioni nel 2012, 176 nel 2018. Nel 2015 però si apre anche un nuovo capitolo di spesa a sé stante: 120 milioni l’anno fino al 2021 da versare per l’addestramento diretto delle Forze afghane. «Un costo extra di 840 milioni investiti per un esercito che in 10 giorni si è arreso ai talebani – dice Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo e curatore del rapporto – È evidente che qualcosa è andato storto: abbiamo addestrato un sistema di forze armate corrotto e inadeguato. Lo dimostra il numero di fucili e mitragliatori definiti ‘persi’ ma in realtà venduti: 150 mila solo tra quelli forniti da Usa e UK»
La BBC segnala che la stragrande maggioranza della spesa in Afghanistan è arrivata dagli Stati Uniti, che tra il 2010 e il 2012 sono arrivati ad avere 100mila soldati nel paese e a spendere quasi 100 miliardi di dollari l’anno secondo i dati del governo. Nel 2018 la spesa militare annuale era scesa a 45 miliardi di dollari mentre quella totale, da ottobre 2001 a settembre 2019, ha raggiunto i 778 miliardi.
Ma a questo conto bisogna aggiungere i soldi messi nei progetti di ricostruzione: 44 miliardi. Sulla base dei dati ufficiali il costo totale ammonta quindi a 822 miliardi tra 2001 e 2019, senza però includere i capitoli di spesa collegati, come i costi per la base in Pakistan che veniva utilizzata per le operazioni in Afghanistan.
Secondo uno studio della Brown University nel 2019, che ha esaminato la spesa bellica sia in Afghanistan che in Pakistan, gli Stati Uniti avevano speso circa978 miliardi di dollari: la stima include anche i soldi stanziati per l’anno fiscale 2020). Il Regno Unito e la Germania invece hanno speso rispettivamente 30 e 19 miliardi mentre dopo il ritiro gli Stati Uniti e la Nato hanno promesso 4 miliardi dollari l’anno fino al 2024 per finanziare le forze afghane.
E dove sono finiti i soldi? La maggior parte dei soldi spesi in Afghanistan è stata destinata alle operazioni di contrasto ai Talebani e alle truppe: cibo, vestiti, cure mediche, stipendi speciali e benefits. I dati ufficiali dicono che dal 2002 gli Stati Uniti hanno speso circa 143,27 miliardi di dollari in attività di ricostruzione.
Più della metà (88,32 miliardi di dollari) è stata spesa per rafforzare le forze di sicurezza afghane, tra cui l’esercito nazionale afghano e le forze di polizia. Quasi 36 miliardi di dollari sono stati stanziati per la governance e lo sviluppo, mentre importi inferiori sono stati stanziati anche per gli sforzi contro la droga e per gli aiuti umanitari. Parte di questo denaro è finito in sprechi, frodi e abusi nel corso degli anni. In un rapporto al Congresso degli Stati Uniti che risale all’ottobre 2020, l’organismo di vigilanza responsabile della supervisione degli sforzi di ricostruzione in Afghanistan ha stimato che circa 19 miliardi di dollari sono stati persi in questo modo tra maggio 2009 e 31 dicembre 2019.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2021 Riccardo Fucile
IL CAPO DI TOLO NEWS E LE IMMAGINI DELLE SUE OPERATRICI TORNATE UL CAMPO E NEGLI STUDI TELEVISIVI
Parlare di sfida è probabilmente riduttivo, ma la scelta coraggiosa di Tolo News
rientra nell’ambito di quella resistenza ai vecchi ideali talebani che vorrebbero una donna relegata in casa senza possibilità di espressione del proprio pensiero. E seguendo questa linea, l’emittente televisiva afgana ha ripreso questa mattina le sua trasmissioni con una conduttrice donna e altre giornaliste inviate sui territori di Kabul e dintorni per raccontare la situazione in Afghanistan.
Il filmato mostra l’intervista – andata in onda solo qualche ora fa su Tolo News – al portavoce dei talebani Mawlawi Abdulhaq Hemad. A condurre l’edizione del telegiornale è stata la giornalista Beheshta Arghand che ha posto molte domande all’ospite in studio. Ma il coraggio dell’emittente afgana non è stato solo uno specchietto per le allodole, come dimostrato dalle tantissime giornaliste che hanno preso parte al palinsesto di oggi, raccontando l’Afghanistan nelle mani dei talebani direttamente dalle strade di Kabul e dintorni.
Tweet che non sono casuali. A condividere queste immagini, infatti, è Miraqa Popal, a capo dell’emittente Tolo News. Un chiaro segnale che va contro quanto sta mandando mandando in onda, come riporta Giornalettismo, la televisione di Stato RTA: sullo sfondo simboli e messaggi dell’Emirato islamico dell’Afghanistan e l’intera edizione del telegiornale condotta dai talebani completamente in lingua pashto.
(da NextQuotidiano)
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