“COSI’ SI SPIANA LA STRADA VERSO UN DISTOPICO STATO-GRANDE FRATELLO”: LE OPPOSIZIONI VANNO ALL’ATTACCO DEL DECRETO LEGISLATIVO DEL GOVERNO (SU INPUT DI MANTOVANO) CHE AMPLIA I POTERI DI POLIZIA SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE BASATO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: “CHE SI UTILIZZI L’IA PER UNA PROFILAZIONE DI MASSA DEI CITTADINI CHE PARTECIPANO A EVENTI POLITICI È INACCETTABILE”
LA NORMA AMPLIA LE POSSIBILITÀ DI SORVEGLIANZA IN PIAZZE E STRADE PER RAGIONI DI ORDINE PUBBLICO. I DATI RACCOLTI POTRANNO ESSERE CONSERVATI PER 7 GIORNI – L’UE SI SVEGLIA E A SETTEMBRE LA COMMISSIONE DOVRÀ VALUTARE LA NORMA ITALIANA: TUTTO SI BASA SUL REGOLAMENTO EUROPEO DENOMINATO “AI ACT”, CHE DISCIPLINA L’USO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
In gioco c’è il confine sottile tra sicurezza e diritti. All’ombra della legge elettorale e degli
screzi sulle intercettazioni, un decreto legislativo del governo Meloni si prepara ad ampliare i poteri di polizia sul riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale. In maniera significativa. Per effetto di due norme che non coincidono con il regolamento europeo – l’AI act – che il documento è chiamato a recepire. Si spingono oltre.
Fino a sfiorare le vite di qualsiasi cittadino che si trovi ad attraversare un luogo interessato da esigenze di ordine pubblico. Una piazza predisposta per una manifestazione. Una strada dalla quale passerà un corteo. Uno stadio, una stazione.
È il punto più controverso, previsto all’articolo 10 del testo. Bersaglio delle critiche di giuristi e opposizioni insieme all’articolo 8, in base al quale, per le urgenze – minacce imminenti di terrorismo o la ricerca di persone scomparse – gli agenti potranno farsi autorizzare l’uso dei dati biometrici raccolti in tempo reale con l’intelligenza artificiale tramite «comunicazione, anche in forma orale» al pubblico ministero. Senza il via libera del gip. In barba all’Ue che richiede un’autorità giudiziaria terza.
Questi gli appunti di merito. Poi c’è il metodo. Lo strumento normativo: «Il decreto legislativo priva il parlamento di un controllo effettivo», ragiona Andrea Giorgis, giurista e capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali al Senato. «Su un tema così delicato si sarebbe dovuto scegliere la strada della legge ordinaria per permettere alle Camere una discussione su ogni singolo passaggio e la possibilità di presentare emendamenti». Invece il governo ha scelto un atto che interpella le commissioni parlamentari solo per i pareri non vincolanti. Che ora Palazzo Chigi vuole al più presto.
L’input politico – concordano fonti di maggioranza e opposizione – verrebbe dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Del resto già a giugno, il provvedimento approvato dal Cdm veniva trasmesso ai due rami del parlamento segnalando – con una lettera del ministro Luca Ciriani – «l’urgenza dell’esame». Ieri il primo blitz in commissione Politiche europee a Palazzo Madama: la maggioranza ha dato l’ok, le opposizioni sono insorte chiedendo un rinvio. Invano.
Alla Camera i dem hanno depositato nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali – chiamate ad esprimersi oggi – un “parere favorevole condizionato”. È il tentativo di chiedere dei correttivi, spiega Debora Serracchiani, responsabile Pd sui temi giudiziari: «Alla magistratura e alle forze dell’ordine devono essere forniti tutti gli strumenti che consentano loro di svolgere al meglio le indagini, ma con questo provvedimento si eccede nell’uso di strumenti estremamente invasivi».
Osservazioni condivise dal M5S, per voce del senatore Pietro Lorefice: «Una deriva pericolosa, il Parlamento non può essere degradato a mera formalità». Perché, concorda il collega di Azione Marco Lombardo, «il rischio è fondare l’attività investigativa su algoritmi privi di trasparenza». Intaccando la libertà di manifestazione, aggiunge il co-leader di Avs Angelo Bonelli: «Che si utilizzi l’IA per una profilazione di massa dei cittadini che partecipano a eventi politici è inaccettabile». Se non si corregge, rimarca la deputata di Iv Marianna Madia, «si spiana la strada verso un distopico Stato-Grande Fratello».
L’UE ACCENDE UN FARO
Il faro è già stato acceso. Al momento solo informalmente, ma a Bruxelles il decreto legislativo del governo italiano sul riconoscimento facciale sta facendo storcere più di un naso. E difficilmente passerà inosservato.
Tutto si basa sul Regolamento europeo entrato in vigore circa due anni fa e denominato Ai Act, che disciplina l’uso dell’Intelligenza artificiale. Il cuore del problema si concentra sull’articolo 5 di questo provvedimento che appare in chiara contraddizione con diversi punti del testo all’esame del Senato. Peraltro trattandosi di decreto legislativo, il Parlamento deve solo esprimere un parere e non un voto. La procedura è rapidissima. Se davvero le norme diventeranno operative nei prossimi giorni, palazzo Chigi dovrà comunque darne comunicazione alla Commissione europea. Su questa base — non prima di settembre — l’esecutivo comunitario inevitabilmente interverrà.
Si deve dunque partire da un presupposto: l’articolo 5 del Regolamento europeo vieta esplicitamente «l’uso di sistemi di identificazione biometrica remota “in tempo reale” in spazi accessibili al pubblico». Con delle eccezioni.
In ogni caso le norme comunitarie stabiliscono che tutte queste circostanze, soprattutto nei luoghi accessibili al pubblico, siano sottoposte a delle condizioni: la localizzazione o l’identificazione, ad esempio, è mirata a «una persona sospettata di aver commesso un reato, ai fini dello svolgimento di un’indagine penale, o dell’esercizio di un’azione penale o dell’esecuzione di una sanzione penale per i reati» puniti con la detenzione di almeno quattro anni.
Quindi una ricerca per un reato già commesso e non in via preventiva. Ma i veri problemi di compatibilità emergono con il cosiddetto riconoscimento facciale «in tempo reale». Si tratta di una modalità in cui tutti possono essere “ripresi” da un sistema di sorveglianza in un luogo aperto al pubblico: una piazza, uno stadio, un teatro o una manifestazione.
Dovrebbe essere un’attività «subordinata a un’autorizzazione preventiva rilasciata da un’autorità giudiziaria o da un’autorità amministrativa indipendente, la cui decisione è vincolante». Il decreto governativo invece prevede anche una semplice «comunicazione in forma orale» al Pubblico ministero entro dodici ore. E quindi potrebbe pure trattarsi di un permesso non «preventivo» ma successivo. Anche il Regolamento prevede «situazione d’urgenza» da autorizzare in un secondo momento ma sempre da autorità “terze” e non da un Pubblico ministero. In sostanza la norma europea fa riferimento alla decisione di un giudice.
C’è un ultimo aspetto: la conservazione delle registrazioni per sette giorni. Anche questa procedura potrebbe essere esaminata dalla Commissione in riferimento alla tutela della privacy.
Tutte contraddizioni che sono già in corso di segnalazione e che poi potranno essere rilevate quanto il decreto entrerà effettivamente in vigore. Tenendo presente che, sempre secondo l’AI Act, «gli Stati membri notificano tali regole alla Commissione al più tardi 30 giorni dopo la loro adozione». Significa che a settembre, in un modo o nell’altro, l’esecutivo Ue dovrà valutare la legge italiana e verificarne la compatibilità con il diritto comunitario. Dai primi segnali l’esame risulta già in salita.
(da agenzie)
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