Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
A TORINO DAMILANO PAGA L’ASTENSIONE DEGLI ELETTORI DELLA LEGA SCONTENTI DI SALVINI, A NAPOLI META’ DEGLI EX ELETTORI DELLA LEGA HANNO VOTATO MANFREDI
A Torino l’astensionismo della base leghista costringe al ballotaggio da
secondo il candidato del centrodestra.
A Roma, invece, gli over 54 scelgono Enrico Michetti mentre i più giovani hanno votato Roberto Gualtieri e Virginia Raggi.
A Napoli, invece, il successo di Gaetano Manfredi passa dall’alleanza Pd-M5s, capace di attrarre pure i voti che alle europee andarono al Carroccio.
Sono questi gli elementi principali che emergono dalle prime analisi dei flussi elettorali relative alle elezioni comunali condotte dall’Istituto Cattaneo di Bologna e da Swg.
Questo turno elettorale è stato segnato soprattutto dall’altissima astensione: un dato che per i ricercatori bolognesi è storico anche perché inverte un gap storico. Se, negli ultimi anni, alle elezioni di carattere generale il Nord Italia ha vota più del Sud, in alcuni casi con una differenza anche di oltre dieci punti percentuali, nelle ultime amministrative il sud ha ‘battuto’ il nord, di oltre 2,8 punti.
È la conclusione a cui è giunta una prima analisi dell’Istituto Cattaneo di Bologna sulla partecipazione alle elezioni comunali.
Non si tratta di una novità: è un fenomeno già osservato da circa un decennio, ma domenica ha raggiunto un’entità mai così ampia in precedenza.
“La spiegazione di questa ‘anomalia’ della partecipazione alle comunali – dicono i ricercatori del Cattaneo – deve probabilmente essere cercata nel peso della personalizzazione dei consensi, tradizionalmente più presente nelle regioni meridionali: il voto di preferenza (assente nelle politiche, presente nelle europee però su collegi elettorali molto ampi che rendono difficili i contatti diretti tra candidati ed elettori) ha nel voto comunale un peso decisivo, soprattutto al Sud, e contribuisce ad accrescere la partecipazione elettorale in queste aree”.
La partecipazione alle comunali ha però un’altra particolarità: più grandi sono le città dove si è votato, maggiore è l’astensionismo. si evidenzia infatti come le città più grandi (oltre i 350.000 abitanti) sono quelle dove più bassa è la partecipazione.
Nelle ultime elezioni ci sono ben 12 punti di scarto rispetto ai Comuni con meno di 15mila abitanti. Una differenza che invece non esiste o è estremamente più contenuta, rispetto alle politiche o alle europee. La spiegazione, anche in questo caso, è da ricercare nella maggiore conoscenza diretta fra eletti ed elettori che c’è nei centri medio-piccoli rispetto alle città.
A Torino il centrodestra paga l’astensione della Lega
Per quanto concerne le grandi città, l’analisi del Cattaneo a Torino evidenzia come il centrodestra abbia pagato l’astensione degli elettori leghisti: è per questo motivo Paolo Damilano è andato al ballottaggio solo da secondo in classifica ed è costretto a inseguire Stefano Lo Russo.
“Il vantaggio del candidato di centrosinistra – spiegano dal Cattaneo – sembra determinato dal fatto di essere riuscito a limitare le perdite verso l’astensione e, dall’aver recuperato qualcosa dal bacino elettorale del M5s. Al contrario, il bacino originario del centrodestra ha avuto perdite più consistenti verso l’astensione e dal M5s non ha recuperato nulla”. Lo Russo ha sostanzialmente tenuto gli elettori che avevano votato il Pd alle europee: ha perso qualcosa verso il centrodestra, ma lo ha recuperato da chi votò Lega o M5s.
A Torino gli operai scelgono il centrodestra, i giovani il centrosinistra
Più di un quarto degli elettori che votarono Lega due anni fa, invece, non sono andati a votare. Secondo Swg, poi, a scegliere Lo Russo sono stati soprattuto i giovani, anche se quasi due su tre non hanno espresso il voto, mentre Damilano è in vantaggio tra gli adulti dai 35 ai 54 anni.
L’analisi dell’istituto diretto da Alessandra Dragotto evidenzia un’elevata astensione tra gli operai torinesi, ma tra chi ha votato prevale nettamente Damilano col 45,6. Coloro che si sono trasferiti nel capoluogo piemontese più di recente, invece, risultano meno motivati a votare e più orientati verso il centrosinistra
A Napoli elettorato Pd-M5s saldato. A Manfredi pure i voti della Lega
Secondo l’istituto Cattaneo la vittoria di Gaetano Manfredi a Napoli è spiegabile con una sorta di saldatura fra gli elettorati del Pd e del M5s, che hanno apprezzato e premiato l’alleanza. L’elettorato che alle europee aveva votato Pd, in parte ha premiato Bassolino, ma nella stragrande maggioranza ha seguito Manfredi.
E anche dal Movimento 5 Stelle non ci sono state perdite: anzi, i tre quarti dei (tanti) voti M5s delle europee hanno premiato l’alleanza di centrosinistra e il candidato Manfredi, senza subire grosse perdite nell’astensionismo.
Secondo le stime dell’istituto di ricerca è però la Lega a subire una perdita di una certa consistenza: quasi la metà del suo bacino delle europee ha votato il candidato del centrosinistra.
“Un flusso che può apparire anomalo – dicono al Cattaneo – ma che probabilmente è spiegabile col fatto che l’elettorato leghista al Sud, cresciuto in fretta, non è ancora ben consolidato e radicato: per questo una parte di esso non ha seguito le indicazioni del partito a favore di Maresca ma ha preferito altre scelte di voto, in linea probabilmente con le forze politiche da cui questi stessi elettori confluiti sulla Lega nel 2019 provenivano. Alle europee, infatti, la Lega aveva raccolto elettori dai 5 stelle e dall’astensionismo. Non possiamo dire se e in che misura si tratti degli stessi elettori, ma ovviamente sono tra i più indiziati di aver poi lasciato il partito di Salvini”.
A Roma i giovani scelgono Gualtieri e Raggi, gli over 54 Michetti
A Roma, invece, la preferenza per il candidato del centrodestra, Enrico Michetti, prevale in modo più marcato tra gli over-54, mentre i giovani hanno optato principalmente per il candidato del centrosinistra Roberto Gualtieri e per la sindaca Virginia Raggi, molti laureati invece hanno scelto Carlo Calenda.
Secondo l’analisi Swg, che si è occupata anche dell’autocollocazione politica degli elettori di Carlo Calenda, il suo elettorato “è politicamente trasversale, ma con una forte concentrazione nel centrosinistra”.
Prendendo in considerazione solo i due candidati arrivati al ballottaggio, di centrodestra e di centrosinistra, alla domanda per quale motivo ha scelto di votare per Michetti o per Gualtieri, in entrambi i casi la maggior parte degli interpellati ha risposto “perchè è sostenuto dal partito che voto”.
A Milano Sala recupera il voto delle donne rispetto al 2016
La riconferma al primo turno di Giuseppe Sala a Milano si spiega anche con la conquista, nel corso del primo mandato, del voto delle donne.
Sono sempre i dati Swg a rivelarlo, che spiegano anche com il voto dei giovani converga su Sala in misura molto più ampia di 5 anni fa. Due terzi dei laureati hanno scelto Sala, si spiega, mentre Bernardo ha ottenuto il risultato migliore tra “i meno scolarizzati”.
Il 44% di chi ha votato Sala, poi, spiega di averlo fatto perché è “il più competente“, mentre il 42% di chi ha scelto Bernardo dice di averlo fatto solo perché era “sostenuto dal partito che vota abitualmente”.
Bologna, Lepore scelto “per la competenza” sia dai giovani (18-34 anni) che dagli over 64
Secondo la rilevazione Swg, la scelta degli elettori è stata motivata: a sinistra per la “competenza” e a destra “perché poteva rappresentare il cambiamento”. Qui il candidato del centrosinistra Matteo Lepore ha vinto con il 61 per cento dei voti e, stando ai sondaggi dell’istituto di ricerca, i suoi sostenitori hanno scelto per il 34% la competenza, il 27% lo ha scelto perché esponente “del partito che voto” e il 24% perché “ha risposte credibili”.
Per quanto riguarda invece il fronte opposto, gli elettori di Battistini hanno optato per lui “perché è in grado di cambiare le cose” (22%); “perché è una figura forte” (20%); “per battere la vecchia politica” (20%).
Interessante anche notare come si sono divisi gli elettori per età: il candidato del centrosinistra è stato scelto dalla fascia 18-34 anni (66,7% dei voti degli intervistati) e dalla fascia over 64 (67%); mentre si sono schierati con Battistini i 45-54 anni (43% delle preferenze). Da segnalare che il 12 per cento dei 35-44enni che non si è sentito rappresentato né da Lepore né da Battistini e ha scelto altri candidati.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
ORA SALVINI SI INVENTA UNA BATTAGLIA CONTRO UN NEMICO CHE NON ESISTE, NESSUNO VUOLE ALZARE LE TASSE…IL TREDICI ANNI FUORICORSO ALL’UNIVERSITA’ VUOLE SFASCIARE IL PAESE
Buone notizie per il Centrosinistra. Non bastasse il successo elettorale, la Lega ha già ricominciato con i distinguo nel governo, abbandonando il Consiglio dei ministri sulla delega fiscale.
Così, archiviato velocemente il flop nelle grandi città con l’alibi dei candidati scelti male, Salvini riprende subito a giocare più parti in commedia – un po’ in maggioranza e un po’ all’opposizione – noncurante del fatto che questo espediente di successo in passato oggi non funziona più, e semmai allontana gli elettori.
Di tutto ciò molti dirigenti del suo stesso partito sono ormai consapevoli, ma a quanto pare al segretario non importa, sicuro com’è che alla fine nessuno chiederà sul serio un congresso per sfilargli la poltrona.
Dunque si riprende con lo stile della casa, alimentando l’instabilità in un Esecutivo di cui si fa parte pur di lucrare un po’ di visibilità, e in questo caso impossessarsi di una nuova bandiera, quella del Fisco, da affiancare all’altra, un po’ sbiadita ma sempre buona, dei migranti da sgombrare.
Un trucchetto da prestigiatore di parrocchia, visto che di aumentare le tasse non parla nessuno, e dunque la Lega va in battaglia contro un nemico da inventare, vaneggiando di aumenti catastali smentiti dall’invarianza sul gettito fiscale garantita dal ministro Franco.
Si continua, insomma, con la presa in giro degli elettori, invece di affrontare il tema di una linea univoca e una leadership nel Centrodestra. Argomento che per le loro ambizioni personali né Salvini né Meloni vogliono affrontare. Pure a costo di affondare.
(da La Notizia)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
“HA DATO DEL BUGIARDO A DRAGHI, NON CAPISCE CHE LA RIFORMA FISCALE E’ NECESSARIA PER ACCEDERE AI SOLDI DEL RECOVERY”
“Lo strappo di Salvini è gravissimo e irresponsabile. La riforma fiscale è
fondamentale per avere i soldi del Pnrr. Non so” se uscirà dal governo” sta a lui chiarire, ma c’è un nesso evidente tra il disastro elettorale della Lega e il tentativo di far saltare il banco.
Salvini ha detto cose di una gravità enorme sul premier, gli ha dato del bugiardo e chiede agli italiani di scegliere tra lui e Draghi. Noi difendiamo il premier e penso anche gli italiani”.
Lo dice il segretario del Pd, Enrico Letta, in un’intervista al “Corriere della Sera” nella quale, malgrado la decisione presa ieri dalla Lega di non partecipare al cdm che ha approvato la delega fiscale, continua a pensare che il voto delle amministrative abbia rafforzato il governo.
“Salvini e Meloni sono adatti a governare il Paese? “No, sono un problema per l’Italia – risponde Letta – lo ha detto anche Berlusconi. Sono una anomalia per le loro ambiguità sul passato e per certi collegamenti con l’estero. Evitare che il potere vada a loro è un problema di tutti gli italiani”
“Mi auguro che questa sconfitta nazionale – aggiunge riferendosi al risultato di Lega, Fi e Fdi – provochi a destra un cambio radicale. Spero che qualcuno trovi il coraggio di far nascere un centrodestra europeista che possa contrapporsi a noi in modo sano, senza che a ogni elezione debba scattare l’allarme per la salvezza del Paese”.
Non so se sia Giorgetti la persona che può far evolvere le cose – prosegue esprimendo un giudizio sulla possibilità che nella Lega prevalga l’ala governista – ma io vedo una destra incattivita, che soffia sul fuoco dei sentimenti del Paese. Giorgia Meloni ha detto che non c’entra niente con il razzismo e il neonazismo, ma non ha detto che non c’entra niente col fascismo. Il fatto che non si ponga il problema lascia esterrefatti. Quando ho capito che il mondo economico dava per scontata la vittoria di questa destra, ce l’ho messa tutta per vincere, a cominciare da Siena”.
“Io oggi vengo consacrato e avrei anche interesse ad andare alle urne. Se non lo faccio è perché oggi c’è un allineamento di pianeti che capita una volta in un decennio o due. C’è un governo che fa bene, ci sono i soldi dell’Europa, la crescita al 6% e tante ferite che hanno bisogno di cura”.
“Bisogna che questo schema duri. Merkel era il capo dell’Europa e ora che lei non c’è e Macron entra in campagna elettorale, è Draghi il leader più forte a Bruxelles, dove si riforma il patto di stabilità e si decidono le cose importanti per il futuro dell’Italia”, conclude il segretario del Pd.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
PROPOSTA ADDIRITTURA NEL CONDOMINIO UNA RIUNIONE ALLO SCOPO DI RACCOGLIERE LE FIRME PER MANDARLI VIA… OTTIMA IDEA, APPONETE LA FIRMA E POI VI TROVATE TUTTI DENUNCIATI COSI’ FINITE DI ROMPERE I COGLIONI AL PROSSIMO
E’ inaccettabile che una coppia omosessuale non riesca ancora a vivere serenamente la propria vita in questo paese retrogrado che è l’Italia.
A Torino una coppia gay è da mesi minacciata e insultata dagli altri condomini. “Si propone una riunione interparte allo scopo di raccogliere le firme per mandarli via. Estirpiamo questo cancro!”, si legge in uno dei volantini affissi nel palazzo e addirittura nel quartiere.
Vittime Alex, 44 anni, e il compagno: i due abitano lì dal 2018. La loro vita diventa un inferno e, nonostante le denunce, le aggressioni verbali non finiscono.
“Siete affetti da un’ignoranza che è seconda solo alla vostra sete di riscatto sociale che non avverrà mai! Ci fate pena!”, “Presto vi manderemo via da questo condominio. Quelli come voi non sono graditi”, sono due dei tanti messaggi offensivi.
Alex, racconta vuole cambiare l’amministratore e per questo decide di rivolgersi agli avvocati. Alcuni condomini sono d’accordo, altri invece no. Secondo lui, proprio da questa vicenda (una normale discussione condominiale) nasce il clima di insulti.
Il 44enne trova anche la sua auto danneggiata. Gli riferiscono che una donna minaccia di ricorrere al nipote “grande e grosso” per dargli una lezione. Ma la coppia ha deciso di non cedere: continuerà ad abitare in quel condominio.
(da NextQuotidiano)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
UN PASSATO ALLE SPALLE DA DIPENDENTE, POI 10 ANNI IN POLITICA
Jamil Sadegholvaad è il nuovo sindaco di Rimini. 
Sostenuto dal Pd e da alcune liste civiche, si è imposto al primo turno con il 51,32% dei voti, contro il 32,94% del candidato del centrodestra Enzo Ceccarelli.
Rimini ha scelto Jamil Sadegholvaad, 49 anni, di papà iraniano e madre romagnola, che ha portato il Pd alla vittoria. È il primo sindaco di un comune capoluogo di origine straniera.
Qualcuno la immagina come una storia romantica, di quelle che potrebbero essere raccontate in un film. Il perchè non è dato saperlo. Sadegholvaad è italiano a tutti gli effetti. E già questa è una considerazione non troppo illustre da restituire a chi legge. Nato da padre iraniano e mamma riminese, ha vissuto in Italia e ora con ampie maggioranze ha anche raggiunto la poltrona di sindaco.
Laureato in Scienze politiche, ha iniziato lavorando nel negozio di tappeti persiani del padre. Tra i primi ad aderire al Partito democratico, è stato assessore provinciale e poi titolare alla Sicurezza dal 2011 al 2021 in Comune con il dem uscente Andrea Gnassi. Vedi le differenze con Voghera nella scelta dei profili per la sicurezza, figure che denunciano le diverse mentalità: inclusione ed esclusione.
“Ho un nome strano, però credo che i riminesi ormai mi conoscono”, ha dichiarato Sadegholvaad subito dopo la vittoria con il 51,32% dei voti. “E anche se credo che l’integrazione sia un pezzo fondamentale dell’Italia del futuro, non voglio diventare il simbolo di nulla. Voglio essere giudicato per quello che saprò fare per Rimini o meno, e non tanto per il nome o il cognome più o meno strano”.
In alcuni sport si direbbe. gioco, partita e incontro.
(da NextQuotidiano)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
MACRON SI GODE IL DUELLO RUSTICANO TRA SOVRANISTI
È stata una bella rimpatriata nel castelletto di Montretout, sulla collina di Saint-Cloud, con vista sullo skyline azzurro-cenere di Parigi.
Jean-Marie Le Pen padrone di casa, invitati Ursula Painvin e Éric Zemmour. È successo nel gennaio 2020, ma quale miglior momento di rivelare questo incontro conviviale se non adesso che Zemmour veleggia intorno al 15 per cento di intenzioni di voto per la presidenziale di primavera?
È ormai a poche incollature da Marine Le Pen nei sondaggi e pur non essendo ufficialmente candidato è diventato l’uomo della campagna.
E dunque nessuno si è scandalizzato né ha smentito lo scoop firmato Le Monde su questo pranzetto tra amici di quasi due anni fa. Tanto più che da Berlino Frau Painvin ha fatto ora arrivare a Zemmour il suo incoraggiamento con “ammirazione e amicizia”. E al vecchio Le Pen (93 anni) un altrettanto ammirativo “bisognerebbe clonarti!”
Che il clone tanto atteso di un padre che ha ripudiato la figlia Marine sia davvero Zemmour? E perché tanto clamore intorno a quel convivio?
Perché Ursula Painvin, 88 anni, è la figlia di Joachim von Ribbentrop, il ministro degli Esteri di Hitler, condannato a Norimberga e impiccato come uno dei gerarchi più vicini al führer.
Irresistibili suggestioni ne sono nate e se le colpe dei padri non ricadono certo sulle figlie, come si può non appiccicare all’immagine già sufficientemente scabrosa di Zemmour, dichiarato ammiratore del maresciallo Pétain capo della Francia collaborazionista, un evidentemente gradito accostamento al soffio neonazi?
Tanto più che il suo cavallo di battaglia è l’immigrazione con la denuncia dell’invasione aliena, scandita a tamburo battente e senza giri di parole, come se il fatto di essere un francese di origine ebraica e berbera gli desse la libertà di dire qualunque cosa.
Per esempio fustigando i genitori musulmani che mettono nomi francesi ai loro figli per sottrarli all’evocativa ripetizione di Mohammed. O affermando che “non c’è differenza tra islam e islamismo” con la conseguenza incendiaria che tutti i musulmani (6 milioni in Francia) appaiono come potenziali terroristi.
Sessantatre anni, giornalista al Figaro (ex), formidabile e seguitissimo polemista in tv, aggressivo, sferzante, spietato, magrissimo, dalla mimica nevrotica, Zemmour è l’autore di un libro “Le suicide Français” (centoventimila copie vendute in una settimana) che nel 2014 ha cambiato il dibattito politico legittimando tesi come quella del “grand remplacement” fino ad allora un’ossessione agitata come uno spettro dall’estrema destra intellettuale.
Secondo questa teoria gli immigrati arabi e neri sarebbero in procinto di prendere il sopravvento nella Francia e nell’Europa bianca e sulla sua cultura giudaico-cristiana. È il rilancio del ricorrente sentimento francese per la perdita della “grande nation”, l’invettiva contro questo casino del mondo globalizzato, contro l’appiattimento dell’Europa miscredente e multiculturale.
È il pacchetto che chiamiamo usualmente populista-sovranista-nazionalista, confezionato da Zemmour in un mattone di oltre 500 pagine. “La France se couche, la France se meurt”.
Tutta colpa delle élites eredi del 68 che “sputano sulla tomba e calpestano il cadavere fumante della Francia – scrive -. Hanno disintegrato il popolo, privandolo della sua memoria nazionale per incultura, lo hanno frantumato attraverso l’immigrazione selvaggia…”
È questo il rumore di fondo della politica che ha segnato questi anni e accompagnato la crescita di Marine Le Pen nel 2017 arrivata al ballottaggio per l’Eliseo contro Emmanuel Macron, ampiamente perso ma con un non disprezzabile 33 per cento di voti.
Senonché madame, apparsa irrimediabilmente inadeguata nel faccia-faccia tv con il tecnocrate secchione Macron, in questi cinque anni si è persa, sconfitta a nord e a sud nelle elezioni regionali e dipartimentali, finendo alla fine sfigurata nel suo ossessivo tentativo di normalizzarsi.
Ma può una Le Pen de-lepenizzarsi? Può la figlia del duce nero Jean-Marie, cresciuta nel parco di quel castelletto di Montretout che fu donato al padre dall’erede di una grande famiglia di industriali filonazisti, far finta di essere a capo di un partito né di destra né di sinistra?
Siamo ben oltre l’impresa di Giorgia Meloni che deve emanciparsi dal suo passato missino, senza ripudiare la militanza nel partito di Almirante. Ma se in Fratelli d’Italia si troverà sempre qualcuno che fa il saluto romano o peggio, Marine Le Pen ha a che fare con l’ombra ingombrante di un padre che stilla tuttora gocce di veleno sulla figlia accusandola di aver abbandonato il campo della destra patriottica e annunciando che appoggerà Zemmour, se sarà meglio piazzato di Marine.
In questo frattempo lui ha coltivato se stesso, libro dopo libro (l’ultimo è stato rifiutato dall’editore Albin Michel) ha levigato la sua immagine che correva parallela – ma in senso contrario – all’evoluzione della Le Pen.
Tanto lei convergeva sul centro, quanto più lui andava a destra comparendo qua e là, applauditissimo, in occasioni di partito, ma soprattutto punteggiando di provocazioni i suoi interventi sulla CNnews Tv dell’arrembante finanziere corsaro Vincent Bolloré (chiedere a Berlusconi per i dettagli sui cinque anni di battaglie per il controllo di Mediaset) già sponsor e supporter di Nicolas Sarkozy.
E ora persino Macron, che non si era mai scomodato neppure di citarlo, pur rappresentando l’idealtipo del suo bersaglio, si è peritato di controbattere con un’allusione al rullo identitario di Zemmour: anche noi coltiviamo l’identità, ma per allargarla, non restringerla.
Colpi di fioretto dalla distanza, mentre la destra che fu gollista non ha ancora scelto il suo candidato (Xavier Bertrand, governatore del Nord, o Valérie Pecresse, governatrice dell’Île de France?) e la sinistra si divide in quel fazzoletto di opinione pubblica che non va oltre il 25 per cento tra la socialista verde sindaca di Parigi Anne Hidalgo e il verde molto greenpeace Yannick Jadot, fresco vincitore al 51 per cento di contrastate primarie nell’universo ecolò.
Al primo punto del suo programma, la demolizione dell’istituzione presidenziale, che per un candidato presidente è piuttosto audace.
Dunque, profetizza Franz-Olivier Gisbert, ex direttore di Le Point, macronista, ma brillantissimo biografo di presidenti, la destra ha “davanti a sé un boulevard”, Zemmour dice quello che nessuno ha il coraggio di dire, bisognerà vedere se avrà anche il coraggio di fare. O se alla fine, lui e Marine sommeranno voti e sentimenti in una candidatura unica da giocarsi a testa e croce.
Macron, per ora, sorride a questo duello rusticano e iscrive il labrador Nemo tra i militanti di campagna: “I cani fanno parte della vita dei francesi”, è la sua ultima esternazione politica di ieri sera dall’Eliseo. Applausi dagli animalisti.
(da Huffingtonpost)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
SECONDO I MEDIA L’IPOTESI DI REATO E’ FAVOREGGIAMENTO DELLA CORRUZIONE
Perquisizioni stamattina a Vienna in Cancelleria e nella sede dell’Oevp, il
partito del cancelliere Sebastian Kurz. L’interesse degli inquirenti, riferiscono i media, era rivolto soprattutto a documenti e supporti informatici di “stretti collaboratori” di Kurz.
Da alcuni giorni diversi media ipotizzavano imminenti perquisizioni che non riguarderebbero però la già nota inchiesta sulle nomine della Casino Austria, ma una campagna di annunci sul quotidiano ‘Oesterreich’. Secondo Die Presse, l’inchiesta riguarderebbe anche l’ex ministra Sophie Karmasin e gli editori di ‘Oesterreich’, Helmuth e Wolfgang Fellner.
Die Presse e Der Standard sui loro portali scrivono che il cancelliere Kurz è indagato per “favoreggiamento della corruzione”.
Risulterebbero indagati anche stretti collaboratori del leader del partito popolare Oevp, soprattutto dello staff stampa.
L’inchiesta riguarda sondaggi pubblicati dal quotidiano “Oesterreich” e della tv privata “oe24”, entrambi di proprietà della famiglia Fellner.
Questi sondaggi sarebbero stati pagati dal Ministero delle finanze, ma “esclusivamente per scopi partitici”. Gli inquirenti vogliono anche vedere chiaro su 1,3 milioni di euro di annunci sui media dei Fellner.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
IL SUICIDIO POLITICO DI UN LEADER CHE NON HA CAPITO NULLA DALLA BATOSTA ELETTORALE
Dopo le polemiche sull’assenza del Carroccio al consiglio dei ministri che ha approvato la legge delega fiscale, Salvini conferma lo scontro
È ancora polemica tra la Lega e il governo. Dopo il botta e risposta di ieri tra il premier Mario Draghi e Matteo Salvini sulla defezione del Carroccio al consiglio dei ministri che ha approvato la legge delega fiscale, oggi il leader del Carroccio insiste: “No alla riforma del catasto, la casa degli italiani non si tocca”.
Sebbene il presidente del Consiglio ieri abbia assicurato che “nessuno pagherà di meno o di più, le rendite catastali restano invariate”, Salvini protesta: “Oggi e domani dalla Lega un secco no”.
Sulla questione interviene anche Alberto Bagnai, responsabile economico della Lega. “Noi – dice a RaiNews24- abbiamo dato prova di uno spirito costruttivo, di senso di responsabilità, di volonta di condivisione, abbiamo fatto proposte concrete su tanti temi, dal sanitario all’economico”, dice Bagnai cercando di giustificare l’atteggiamento della Lega, definito “gravissimo” dal segretario del Pd, Enrico Letta, e dal leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte.
Ma Bagnai insiste e minaccia indirettamente un’uscita della Lega dalla coalizione che regge il governo: “È un po’ difficile stare in maggioranza essendo trattati come se si fosse all’opposizione senza che ti vengano dati i documenti, con tempi per l’esame che vengono imposti”.
Parole, quelle di Bagnai, che ricalcano la linea di Salvini che ieri aveva accusato il presidente del Consiglio invitandolo a cambiare metodo sostenendo che i ministri avevano ricevuto il testo della legge delega solo poco prima del cdm.
Da Italia viva la ministra alle Pari opportunità e alla Famiglia, Elena Bonetti avverte a Skytg24 avverte il leader del Carroccio: “Non credo che alla Lega convenga aprire una crisi di governo”.
(da agenzie)
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Ottobre 6th, 2021 Riccardo Fucile
PER MORISI POTREBBE CADERE L’ACCUSA DI CESSIONE DI DROGA… CONFERMATA LA TARIFFA DI 2.000 EURO ANTICIPATI E 2.500 A SALDO CHE POI MORISI NON AVREBBE VOLUTO PAGARE
“Poi ti portiamo anche G. Vedrai ti piacerà molto, ti assicuro”. “Conosco, non
lo faccio da un sacco. Io anche fornito: oggi C”. C’è una chat, non ancora agli atti dell’indagine, che sembra fare chiarezza sulla storia di Luca Morisi e la sua notte, il 13 agosto scorso, con due escort.
Morisi è indagato per cessione di stupefacenti: a un controllo dei carabinieri, i due ragazzi romeni che avevano passato 12 ore con lui hanno raccontato di aver ricevuto da lui il Ghb, la cosiddetta droga dello stupro. Circostanza questa però sempre negata da Morisi che ha raccontato che a portarla a casa sua erano stati i ragazzi.
La sua versione sembrerebbe confermata dalle chat di quella notte, di cui ha dato conto il Corriere della sera.
Di “G”, cioè Ghb, parla infatti il ragazzo romeno che lui contatta su un sito di annunci on line. Mentre Morisi ha la “C”, cioè la cocaina, che effettivamente i carabinieri trovano a casa sua. Per il resto le chat confermano il racconto che Peter, uno dei due escort aveva fatto.
È Morisi a cercarli. “Cerco qualcuno con cui divertirsi, bere, sballarsi, quando sareste liberi? Perché io sono già in onda (…) Ospito e ho anche divertimento”.
Alexander si dice pronto a muoversi con un amico. La tariffa è di 4500 euro, duemila euro da versare subito, “il resto dopo quando siamo lì”. “Fatemi uno sconto…” scrive Morisi. “Basta che siete seri e non mi prendete in giro” aggiunge. “Certo, facciamo bene il nostro lavoro, non è la prima volta”. “Ok, per me è la prima volta” risponde l’ex dirigente della Lega.
I due partono da Milano alle 4.37 del mattino e arrivano a Belfiore alle 6.30. La giornata, e la carriera politica del braccio destro di Salvini, terminerà 12 ore dopo con l’arrivo dei carabinieri.
(da agenzie)
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