Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
“LA GUERRA POTREBBE DURARE ALL’INFINITO COME IN AFGHANISTAN“
Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica italiana, dice oggi in un’intervista rilasciata al Messaggero che con le nuove armi arrivate dall’Occidente l’esercito ucraino passerà al contrattacco.
Cambiando le modalità di combattimento e i destini della guerra. «Credo che la dinamica per la parte ucraina sia utilizzare al meglio la guerriglia urbana», esordisce il generale, «non accettando un conflitto aperto in cui verrebbe massacrato».
E proprio in questa ottica «le armi potrebbero dare un contributo determinante. Parliamo di strumenti abbastanza semplici da usare, non dico per un cittadino comune ma sicuramente per un soldato».
Per Tricarico le città sotto assedio sono la spia di una tattica “conservativa” della Russia, che ha tentato di prendere l’Ucraina senza raderla al suolo.
«Per questo Putin ha usato poco droni e aviazione», dice il generale. Ma nell’approvvigionamento dell’esercito russo «c’è un problema di risorse, pensate per una guerra di pochi giorni». Gli ucraini potrebbero quindi approfittare di queste difficoltà, «ma servono le armi. Ho sentito alcuni pacifisti dire che non bisognerebbe inviarle alla resistenza. Questo significa vietare a un paese il suo legittimo diritto alla difesa. Ma non mandare le armi significa negare la possibilità di difendersi al popolo». L’ultimo pronostico è su quanto durerà la guerra: «C’è chi dice due settimane, chi dice vent’anni. Potrebbe però durare all’infinito, come in Afghanistan. Oggi nessuno può dirlo».
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
DAVIDE MARTELLO VIVE IN GERMANIA MA E’ DI ORIGINI ITALIANE
Le immagini del pianista che suona mentre poco più in là infuria la guerra in Ucraina
sono diventate virali. Si tratta di un uomo che vive in Germania di origini italiane, il 40enne Davide Martello, che non è nuovo a iniziative simili in situazioni altrettanto critiche.
Davide Martello era noto già per le sue esibizioni a Parigi dopo l’attentato al Bataclan, ma non solo. Aveva suonato anche a Istanbul dopo le rivolte in Turchia di Gezi Park, nel 2013, la sera prima dello sgombero voluto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ma anche a piazza Maidan, a Kiev nel 2014 durante la rivoluzione e la guerra civile nel Donetsk.
Ha portato il suo pianoforte a un passo dalle bombe russe su un rimorchio a due ruote viaggiando per 15 ore: ma cosa lo spinge a suonare in un contesto così straniante?
“Ci ho messo 15 ore ad arrivare fin qua, ma ne valeva la pena. I profughi hanno sentito per giorni solo il rumore dei bombardamenti, ora voglio che sentano solo la musica” e ancora “Ho pensato che era giusto così, ho viaggiato tanto ma ne è valsa la pena”. Così mentre suona “Over te rainbow” e “Imagine” fa impressione vedere una rifugiata che si avvicina a lui
Vero che la bellezza salverà il mondo, speriamo che sia un buon viatico per rivedere le politiche per tutti i profughi, che fuggono da tutte le guerre.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
LE RICHIESTE PERVENUTE OGGI
Quel che sta accadendo dallo scorso 24 febbraio in Ucraina sta provocando una serie di reazioni a catena da parte di molti altri Paesi che orbitano geograficamente ai confini della Russia.
E per questo motivo Moldavia e Georgia hanno presentato – nel giro di poche ore di distanza l’una dall’altra – la richiesta ufficiale di ingresso all’interno degli Stati membri che fanno parte dell’Unione Europea.
Una mossa che vuole anticipare i tempi per scongiurare il rischio di ritrovarsi nella stessa situazione in cui si è trovata l’Ucraina.
Nella serata di giovedì la Presidente della Moldavia, Maia Sandu (da sempre vicina ai valori europei), ha ufficializzato la richiesta di adesione, motivandola con queste parole:
“Vogliamo vivere in pace, prosperità, essere parte del mondo libero. Mentre alcune decisioni richiedono tempo, altre devono essere prese in modo rapido e deciso e sfruttando le opportunità che derivano da un mondo che cambia”.
Una mossa che segue quella già fatta dalla Georgia, con il Presidente Irakli Garibashvili che ha deciso di seguire (ovviamente in un contesto storico differente) quanto fatto dall’Ucraina subito dopo le minacce e l’invasione da parte della Russia. E proprio la Georgia nel 2008 era finita nel mirino del Cremlino per la rivendicazione del territorio dell’Ossezia del Sud.
Corsi e ricorsi storici. Ovviamente, per il momento, la precedenza va garantita all’Ucraina e le richieste di Moldavia e Georgia potrebbero convincere ancor di più l’Unione Europea a sburocratizzare l’ingresso del Paese ucraino all’interno dell’elenco degli Stati membri.
Ma anche le altre due situazione appaiono delicate. La Moldavia, infatti, confina con la zona sud dell’Ucraina; la Georgia, invece, si affaccia sempre sul Mar Nero ma al proprio confine Nord lambisce proprio con la Russia.
E visti i venti di guerra e i piani chiari (ma solo fino a un certo punto) di Vladimir Putin, lo scudo europeo potrebbe garantire ai due Paesi uno scudo maggiore in caso di attacco russo.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
GLI SCATTI SIMBOLO DELLA RESISTENZA UCRAINA
Nella giornata mondiale del libro, lo scorso 3 marzo, è iniziata a circolare sui social
un’immagine della resistenza ucraina – diffusa dalla giornalista ucraina Katerina Sergatskova – che ritrae la vista dalla strada dell’abitazione di Lev Shevchenko, architetto urbanista di Kyiv.
Dalla finestra si vede un muro di libri, eretto come una sorta di “barricata” per proteggere la sua abitazione da una eventuale esplosione che potrebbe mandare in frantumi i vetri.
“Giorno otto” è la didascalia che l’uomo ha usato per accompagnare lo scatto, che potrebbe diventare iconico della resistenza della popolazione sotto l’assalto russo.
Dall’esplosione del conflitto, Shevchenko ha iniziato a documentare come poteva la vita in città con l’imminente minaccia delle bombe russe.
“Stiamo tornando agli anni ‘50”, osserva. Già nei giorni prima dell’attacco, nella prima metà di febbraio, lanciava appelli alla comunità internazionale affinché comminasse sanzioni economiche contro il Cremlino, in particolare contro la moneta russa, il rublo. E criticava l’attenzione dei media, riaccesasi soltanto quando Putin ha iniziato ad ammassare truppe al confine con il Donbass mentre da otto anni – dall’invasione della Crimea – gli ucraini convivono con questa minaccia.
Il suo gesto come simbolo del trionfo della cultura e della bellezza contro la brutalità della guerra: al confine tra Polonia e Ucraina, dove continua incessantemente il flusso di profughi, Davide Martello, artista tedesco di origini italiane suona il suo pianoforte per provare a rendere il più accogliente possibile l’arrivo nell’Unione europea di chi scappa dal conflitto. La sua musica diventa colonna sonora delle migliaia di manifestazioni di solidarietà, simboliche o concrete, che da giorni prendono vita alla frontiera dell’Europa.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2022 Riccardo Fucile
INTERVISTA A VIRGINIA DRONOVA
Con l’inizio del conflitto in Ucraina, Virginia Dronova, Segretaria internazionale e vice Segretaria generale di Solidarietà Europea, partito politico con il quale l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko è salito al potere nel 2014, ha deciso di lasciare il Canada dove vive da due anni per tornare a Kiev dove è nata e cresciuta per prendere parte alla resistenza civile e militare contro le truppe russe.
“Quello che stiamo subendo è un atto barbarico, ingiustificato e soprattutto non è, come dicono molti, frutto di una provocazione – ha spiegato a Fanpage.it da un rifugio di Lviv – voglio che il mondo sappia che nessun posto è sicuro in Ucraina, i missili russi possono raggiungere ogni posto: questa non è una guerra lontana, non sta accadendo altrove. Questa follia deve finire, se la Russia conquista il mio Paese, il resto del mondo sarà il prossimo”.
Dove ti trovi in questo momento Virginia?
Sono in Ucraina, fino a due giorni fa ero a Kiev, poi sono dovuta andare via, perché i bombardamenti si sono intensificati, continuo a lavorare per la Ukranian Society in difesa del mio paese.
Eri in Canada fino a qualche giorno fa, poi hai deciso di tornare in Ucraina dopo l’inizio della guerra
Sì, ho vissuto in Canada per due anni, poi circa otto giorni fa ho deciso di partire per tornare nel mio paese, l’Ucraina, dove sono nata e dove ho vissuto. L’ho fatto perché la mia gente aveva bisogno di me. Mi sono sempre occupata di politica e per questo ho capito subito che la situazione era drammatica e che sarebbe peggiorata col passare dei giorni: so che è pericoloso e che ho messo a rischio la mia vita ma ho deciso di partire comunque. La notte successiva al mio arrivo a Kiev, sono iniziati i bombardamenti nella città: erano le 5 del mattino quando abbiamo sentito le prime esplosioni. Quindi ho lasciato la mia casa e da quel giorno sono sempre in movimento, alternando giorni nei rifugi e nei vari luoghi dai quali stiamo organizzando la resistenza. Poi mi sono spostata verso ovest, e anche da qui cerco di fornire supporto materiale al nostro esercito e soprattuto cerco di informare la comunità internazionale di quanto sta accadendo.
Dove ti trovi ora?
Ora sono a Lviv (Leopoli), ma anche qui la situazione si sta complicando. L’Ucraina è tutta sotto attacco. Le bombe sono ovunque, tutti noi dormiamo nei rifugi. Ma noi continuiamo la nostra battaglia, perché non vogliamo abbandonare il nostro Paese, quello che stiamo subendo è un atto barbarico, ingiustificato e soprattutto non è, come dicono molti, frutto di una provocazione. Queste cose non dovrebbero accadere nel 2022.
In che modo stai supportando il tuo Paese?
Prima di trasferirmi in Canada sono stata Segretaria Nazionale del Partito Solidarietà Europea, uno dei principali partiti di opposizione in Ucraina. Stiamo coordinando l’informazione innanzitutto affinché tutti sappiano davvero cosa sta accadendo qui e soprattutto cerchiamo di fornire beni di prima necessità e risorse ai civili e ai militari che stanno combattendo contro l’esercito russo. Qui abbiamo bisogno di tutto.
Cosa ti ha spinto a tornare in Ucraina?
Ti racconto una storia: sono stata in Italia solo tre settimane fa perché mia madre ha vissuto in Italia per più di 20 anni, viveva a Livorno. Purtroppo è morta di Covid a fine gennaio e quindi sono venuta nel vostro Paese per dirle addio e poco dopo essere tornata in Canada, è scoppiata la guerra in Ucraina, ed è in quel momento che ho sentito il dovere, per lei, per noi che siamo partiti, di tornare a casa e combattere per la mia patria. Ho paura come tutti qui, ma se non difendiamo noi stessi ora cosa succederà dopo? Dobbiamo aspettare che 50 milioni di ucraini vengano uccisi? O che la Russia invada altri paesi europei? Noi dobbiamo fermare questa follia, questa barbarie, è nostro dovere fornire qualsiasi tipo di aiuto in questo momento
Cosa pensi che debbano fare gli altri Paesi in questo momento?
Ci sono passaggi decisivi che l’Unione Europea ma anche i singoli Stati possono fare. La Russia deve essere isolata, deve capire che questo follia ha delle conseguenze. La prima cosa da fa e è accogliere le migliaia di cittadini ucraini che lasceranno la propria casa: in molti hanno imbracciato le armi, sia donne che uomini, decidendo di restare qui e combattere per tutto il tempo necessario. Noi siamo delle vittime, non abbiamo attaccato nessuno, c’è un invasore che è venuto a casa nostra, dobbiamo resistere per difendere la democrazia e soprattutto perché se cadiamo noi allora tutti i Paesi occidentali possono subire la stessa sorte dell’Ucraina.
Cosa ne pensi della mossa del presidente Zelensky che ha chiesto proprio ora l’ingresso nell’Unione Europea?
La decisione formale non può essere presa in questo momento, ma un segnale politico deve essere lanciato per dimostrare che l’Ucraina fa parte dell’Occidente.
Hai perso qualcuno in questi giorni di battaglia?
Ci sono vittime e ce ne saranno ancora. La gente muore per le strade, uccisa. Il racconto dell’operazione militare speciale non è veritiera: i missili colpiscono case, siti civili, non hanno nessuna pietà. Ho amici nell’esercito, nella Difesa, temo per le loro vite, ma so anche molto bene che ogni giorno rischiano la vita. Io stessa impugnerei un’arma ma al momento forse servo più qui, però non escludo che possa accadere, anche domani magari. Ho lasciato tutto per venire qui e combattere per il mio Paese: è mio dovere farlo. Voglio che il mondo sappia che nessun posto è sicuro in Ucraina, i missili russi arrivano ovunque e non bisogna pensare che questa guerra sia qualcosa di lontano da noi. Questa follia deve finire, se la Russia conquista il mio Paese, il resto del mondo sarà il prossimo.
(da Fanpage)
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Marzo 4th, 2022 Riccardo Fucile
CHI MANIFESTA FINISCE IN CARCERE, NON SI POSSONO POSTARE VIDEO E SMS ANTI-PUTIN, BLOCCATI I MEDIA INDIPENDENTI
Cosa sta succedendo in Russia? Mentre Putin ha affondato la tregua e non alcuna
intenzione di fare un passo indietro, i russi subiscono le conseguenze delle scelte di Mad Vlad. Se nel Paese c’è una larga fetta di popolazione obnubilata dalla propaganda del Cremlino, c’è un’altra parte del Paese che assiste sotto choc, con il terrore di scendere in piazza a manifestare e con la certezza di un futuro incerto.
Ed è la paura il sentimento a cui sono relegati milioni di antiputiani che vivono nell’angoscia che un semplice messaggio che racconta ciò che accade nel Paese possa trasformarsi in un boomerang.
Da giorni viene annunciata una nuova legge che isolerebbe completamente la popolazione, tagliando le gambe a ogni possibilità di sapere cosa accade in Russia: si è annunciato, infatti, che entrerà in vigore una nuova norma secondo la quale qualsiasi informazione passata a chi vive in un “paese ostile” può configurarsi come tradimento alla nazione. Il terrore è che possa essere incriminato anche chi invia un semplice messaggio a un amico che non vive sul territorio russo.
Già adesso la Russia ha approvato una legge che modifica il Codice penale per “contenere la diffusione di “fake news” sulle forze armate russe. In due parole non c’è più la possibilità di condividere video e informazioni che non rientrano nella propaganda del Cremlino. Pena: 15 anni di carcere.
Intanto la vita quotidiana in Russia è già stravolta. Molti negozi europei e americani stanno abbassando le saracinesche. Ha chiuso il colosso Ikea, ma anche Apple e Mango hanno lasciato Mosca. Per non parlare dell’inflazione alle stelle che colpisce i generi di prima necessità e che, di questo passo, porterà la popolazione alla fame.
Ma sui russi incombe anche lo spauracchio della mobilitazione della popolazione, con gli uomini abili a combattere chiamati a indossare una mimetica e a imbracciare le armi.
Per far digerire ai russi il boccone amarissimo, Putin non può che far leva sull’arma della propaganda. Nel Paese sono stati bloccati i media russi indipendenti. Il rischio è che i russi non avranno più accesso a un’informazione libera. Di contro, sui tg si giustifica l’operazione: “Stiamo liberando il popolo ucraino”. Vietato parlare di invasione, mentre in tv scorrono immagini fake di carri armati che entrano a Kiev. Un lavaggio del cervello che inizia già sui banchi di scuola.
In tutti gli istituti viene trasmesso un video in cui l’Ucraina e la Russia vengono mostrati come amici fino a quando gli ucraini non si macchiano di tradimento: “Vanya e Nikola erano amici; Vanya stava proteggendo Nikola, perché era più forte, ma poi Nikola ha avuto nuovi amici che gli hanno insegnato come ferire gli altri. Vanya ha dovuto prendere il bastone da Nikola perché nessuno si facesse male”.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2022 Riccardo Fucile
IL FRONTE DELLA GUERRA ORA E’ A ODESSA
In un silenzio assoluto e nel buio della notte la prima grande città ucraina è caduta nelle mani dei russi.
Anziani disarmati, donne con i bambini per mano e ragazzi arruolati nelle milizie volontarie si sono opposti ai tank e ai blindati di Putin. I soldati di Kiev hanno combattuto casa per casa, coperti dalle molotov fai da te lanciate da tetti e finestre. Prima dell’alba di ieri è stata una delegazione degli stessi abitanti a chiedere alle autorità di città e regione di fermarsi per evitare il definitivo massacro. Troppi morti e feriti.
I 290 mila residenti di Kherson da due giorni erano circondati dai russi: dalle rive del Dnipro, dalla foce sul Mar Nero, dalle colonne di carri armati che Mosca ha spostato via terra da Donbass e Crimea.
Da ore nella città deserta si muovevano solo mezzi militari e truppe nemiche, scaricate dagli elicotteri MI8 attorno ai luoghi decisivi. Senz’acqua potabile, cibo, energia elettrica, medicine, senza la speranza di una via di fuga a ovest, verso la costa del Mar Nero che conduce a Odessa e fino alla Moldavia.
I 60 chilometri della via di fuga fino a Mykolajiv, ultima roccaforte prima che l’avanzata russa irrompa a Odessa, sono oggi invasi solo dai reparti ucraini ritirati da Kherson. Migliaia di camion, tank, ambulanze e furgoni gonfi di soldati feriti, sfiniti e affamati. Ai lati, tendoni improvvisati dove i medici cercano di chiudere le ferite più gravi. Non uno si considera però sconfitto.
«È una guerra – dice Roman, capo dell’esercito di difesa territoriale costretto a ripiegare – non una battaglia. Se i russi vorranno prendere Mykolajiv dovranno accettare un impresentabile sacrificio». Sulla strada vengono scaricati centinaia di blocchi di cemento. Volontari alzano muri di mattoni. Donne e ragazzi dei villaggi trascinano migliaia di cavalli di Frisia anti-tank e seminano sull’asfalto ricci di ferro. Caterpillar scavano voragini. Ovunque crescono trincee fatte con sacchi di sabbia, vecchi copertoni, armadi e carcasse di auto.
La resistenza del Sud lotta anche contro la testa del nemico. Per disorientarlo i contadini sostituiscono i cartelli con i nomi dei luoghi e invertono le frecce. Centinaia di giovani incollano cartelloni che attaccano i russi. Su quelli con una nave a forma di Cremlino che affonda grondando sangue, c’è scritto «Nave militare russa vaffanculo». Altri recitano: «Russo non tornare a casa con la mani macchiate di sangue, per conquistare l’Ucraina Putin ha perso il resto del mondo».
Attorno, migliaia di soldati e cannoni pronti a fare fuoco. Mykolajiv si prepara così alla sua battaglia. Sotto tiro il porto di Ocakiv, a sud della città: silurato dai russi un cargo del Bangladesh, almeno un morto tra i marinai dell’equipaggio. Drammatica la scelta sul ponte mobile che attraversa il fiume Bug, unico collegamento tra la penisola e la costa verso Odessa. «Se lo alziamo per fermare l’avanzata russa – dice il sindaco Oleksandr Senkevych – saremo in trappola anche noi. Se lo abbassiamo per salvarci, aiuteremo gli invasori. Se lo facciamo saltare, sarà un’ecatombe per tutti».
(da La Repubblica)
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Marzo 4th, 2022 Riccardo Fucile
SUL TRENO LEOPOLI-KIEV, PROSSIMA FERMATA L’INFERNO
Sul treno senza luci che avanza in direzione opposta a quella dell’istinto di sopravvivenza,
si aspetta in silenzio.
Zero voglia di avventurarsi in discorsi patriottici e analisi militari. Sette ore di viaggio e non un solo Slava Ucraini udito in carrozza.
Il diretto 750 Leopoli-Kiev va nella città da cui tutti vogliono fuggire e ci va al buio. Il sistema di illuminazione è stato disattivato per non diventare bersaglio per cacciabombardieri.
A quaranta chilometri dalla capitale che Putin pretende, il capotreno ordina di chiudere le tendine dei finestrini. Il macchinista accelera all’improvviso. Da un finestrino semi-aperto entra nevischio e odore di circuiti bruciati. Appaiono le prime case. Non si parla, si bisbiglia. Quasi che i russi ci possano sentire.
Diretto 750, partito alle 12 con mezz’ora di ritardo e in arrivo a Kiev, prima o poi. All’andata era strapieno di famiglie. Al ritorno i passeggeri sono tutti uomini. Le donne, i bambini e gli anziani li hanno lasciati sul piazzale della ferrovia di Leopoli con la speranza che possano attraversare il confine per la Polonia. Loro, i maschi tra i 18 e i 60 anni, no. Non possono. Devono tornare a Kiev, a Kharkiv, a Mariupol, a Odessa, comunque sotto i missili russi.
La nazione ucraina chiama, bisogna imbracciare il fucile e puntarlo contro gli invasori venuti da Mosca anche se non si è mai tirato un grilletto.
Normalmente da Leopoli a Kiev ci si mettono cinque ore e mezzo, ma il convoglio va a velocità ridotta e ogni tanto si ferma. Non c’è niente da fare e niente da guardare. Il paesaggio non cambia mai. Dopo un’ora, due ore, tre ore, la stessa brutta cartolina. Campagna innevata, alberi spogli, case basse col tetto a punta, stazioni anonime senza scalo, locomotive di quarant’anni fa su binari morti, serbatoi di cherosene, i check-point ai passaggi a livello, altra campagna e altri alberi secchi.
Il riscaldamento dello scompartimento è troppo alto, fa venire il mal di testa e secca la gola. Fino al tramonto il cielo è una coltre grigia e uniforme.
Victor della carrozza 5 fissa il finestrino, ma non è un raggio di sole che sta cercando.
Uno dei passeggeri
«Siamo vicini a Zytomar, qui hanno colpito coi razzi…». È un riflesso condizionato, più lo spettro di Kiev si avvicina e più gli occhi si alzano per controllare se piovono bombe. Victor ha 57 anni, un grosso zaino sul sedile, beve tè da una tazza con su scritto, in inglese, “L’elettricista è il miglior mestiere del mondo”. La guerra ha costretto gli ucraini a riconvertire le professioni. Fino al 24 febbraio Victor aggiustava fili e frullatori, adesso è soldato. «Sono un riservista, avevo fatto il servizio militare 30 anni fa. Torno a casa e poi raggiungo i miei amici che stanno al fronte».
A 57 anni, in prima linea. Paura? «Non so che dire». Vincerete voi alla fine? «Neanche questo so dire. Prima vado e sparo, poi torno e ti rispondo». Patrioti e prigionieri.
Svitlana, psicologa diretta a Kiev
Neanche volendo Victor avrebbe potuto seguire la sua Mariya in Polonia. Il presidente Zelensky ha bisogno di Victor e ha bisogno di Vladislav, 34 anni, cuoco. Fuma una sigaretta nell’intercapedine tra una carrozza e l’altra, per non affumicare gli altri e per cercare sollievo dal caldo. «Mia moglie e mia figlia sono passate, sono a Varsavia. Torno a Kiev, prendo i miei genitori e porto a Leopoli anche loro». La spola tra due capitali, quella di oggi e quella di domani nel caso i bombardamenti dovessero costringere il governo ucraino a riparare altrove. «Una volta fatto questo, mi metto a cucinare il rancio per i nostri ragazzi eroi». Il diretto 750 Leopoli-Kiev ha un sussulto.
Per le prime sette ore è andato a un passo soporifero. Ora invece accelera e negli scompartimenti si rimbalza contro le sponde dei seggiolini. Non è vero che i passeggeri, circa cento, sono tutti uomini. Nella carrozza 3 c’è Svitlana, la psicologa, che ha trovato un suo equilibrio e non solo interiore: ha messo i piedi sul sedile davanti e si è puntellata il fianco col grosso trolley, per ridurre le vibrazioni del locomotore diventato frettoloso.
«Ero in Egitto quando è scoppiata la guerra, mio figlio ha 28 anni ed è a combattere. Torno per stagli vicino, lo sento una volta ogni due giorni. Mi manda un messaggino, mi scrive ‘tutto ok’ e per me è l’unica cosa che conta». Svitlana non ha intenzione di rimanere a casa ad aspettare il figlio. «Andrò nei bunker a dare supporto psicologico ai bambini, che vivono con l’incubo delle sirene d’allarme e le esplosioni. Bisogna parlargli della guerra, farli cantare, proteggerli con l’abbraccio a farfalla».
Lo mima, mettendo il braccio destro dietro la scapola sinistra, e viceversa. Dice che funziona. «Li fa sentire sicuri», assicura Svitlana, che combatte e resiste con la psicologia, l’unica arma che ha.
Dima, 23 anni, cameraman
«Robert, mi chiamo solo Robert». Questo pezzo d’uomo alto due metri, con i pantaloni tattici, il collo tatuato e lo zaino gonfio, non è un tipo loquace. Nell’oscurità, il volto accigliato si illumina per lo schermo del telefonino acceso. Sta consultando le mappe geografiche dei dintorni di Kiev. Sulla giacca ha una toppa con i colori della Slovacchia. «Brigata internazionale», sono le uniche altre due parole che proferisce.
Il treno accelera ancora, poi si blocca, stride il ferro dei freni. Riparte. Imbocca nel silenzio il binario 11 alle 20.15. Stazione centrale di Kiev. Fuori c’è già il coprifuoco, i passeggeri del Diretto 750 troveranno una comoda sistemazione sul pavimento della stazione. Welcome to hell.
(da La Repubblica)
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Marzo 4th, 2022 Riccardo Fucile
ORA FORSE NON VA PIU’ IN POLONIA MA IN ROMANIA, E’ DIVENTATA UNA FARSA
Dopo aver annunciato l’approdo a Leopoli con Orbàn per una missione di pace, il Capitano ha via via ripiegato su un programma meno ambizioso.
Che prevede l’entrata in Ucraina dalla Polonia o, come scrive oggi il Corriere della Sera, dalla Romania.
Per questo Salvini sta programmando una missione concordata con le autorità diplomatiche e i servizi di sicurezza.
Che gli consenta di arrivare in una località di raccolta e transito dei profughi in uscita dall’Ucraina. I passaggi sono due: dalla Polonia o dalla Romania.
Tutto per fare quache selfie da mostrare sui social
(da agenzie)
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