Destra di Popolo.net

UNGHERIA, SI DIMETTE LA CONSIGLIERA DI ORBAN DOPO LO SCHIFOSO DISCORSO SULLA “RAZZA MISTA”: “PAROLE DEGNE DI GOEBBELS”

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

“POSIZIONE VERGOGNOSA CHE CONTRADDICE I MIEI VALORI”… IL SILENZIO ASSORDANTE DI GIORGIA MELONI SU QUESTO FIGURO RAZZISTA

«Un discorso nazista degno di Goebbels». Con queste parole Zsuzsa Hegedus, una delle consigliere più longeve di Viktor Orbán, ha rassegnato le dimissioni dopo le parole pronunciate dal primo ministro ungherese sabato scorso in Romania, in cui annunciava di voler impedire all’Ungheria di diventare un paese di «razza mista».
Nella lettera di dimissioni presentata a Orbán, Hegedus ha motivato la sua decisione, spiegando che la «posizione vergognosa» espressa dal primo ministro ungherese «contraddice tutti i miei valori fondamentali». La consigliera del premier, responsabile per l’inclusione sociale, ha spiegato che il discorso è andato «oltre il limite dell’accettabilità».
Il limite, ha detto Hegedus, era stato già superato con la legge volta a vietare la “promozione dell’omosessualità” tra i minori, ma «nonostante questi precedenti sono rimasta sorpresa dal discorso».
«Non so – ha detto Hegedus rivolta a Orban – come abbia fatto a non accorgerti che stavi trasformando la tua precedente posizione anti-migranti e anti-europea in un testo puramente nazista, degno di Goebbels».
(da agenzie)

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MARA CARFAGNA: “IL CENTRODESTRA NON PUO’ RIVENDICARE I SUCCESSI DEL GOVERNO DRAGHI. IO SI’, A TESTA ALTA”

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

“L’ITALIA MODERATA MERITA RISPETTO E NON NUOVI INGANNI”

“Ma che avete fatto? Avevamo il governo più rispettato d’Europa, un governo che sosteneva cittadini e imprese, avanzava con le riforme, otteneva risultati nel miglioramento dell’economia e nella riduzione del debito, e lo avete fatto cadere dieci mesi prima della scadenza naturale?”. È la sintesi delle migliaia di messaggi che ricevo dal 20 luglio, attraverso i social, le mail e whatsapp, da elettori moderati, amministratori sul territorio, imprenditori, professionisti, e non so cosa rispondere. L’enormità dell’errore commesso da Forza Italia e dalla Lega mi sconcerta ancora.
E mi stupisce la mancanza di visione di chi, per il tornaconto di un voto anticipato che (forse) garantirà una più rapida vittoria, ha interrotto un’esperienza apprezzata da oltre metà del Paese e dalla quasi totalità di chi produce lavoro e reddito.
Tra gli effetti collaterali di questa scelta c’è l’impossibilità di rivendicare i risultati ottenuti dall’esecutivo di salvezza nazionale di Mario Draghi. Certo, né FI, né la Lega, né FdI potranno vantare la crescita del 6,6 per cento del Pil, la riduzione del 4,5 del debito, le migliaia di assunzioni nella Pubblica amministrazione, i cantieri in corso di apertura per scuole, ferrovie, servizi sanitari e sociali.
Toccherà nasconderli, sperare che gli elettori non se ne ricordino, e così sfuggire alla domanda a cui è impossibile rispondere: se davvero il governo Draghi ha fatto tanto, perché gli avete revocato la fiducia?
Ecco, io mi sottraggo a questa trappola.
Io voglio raccontare a testa alta gli imponenti investimenti che negli ultimi 17 mesi abbiamo deciso a favore delle italiane e degli italiani del Sud, primi tra tutti i fondi per garantire decine di migliaia di nuovi posti all’asilo nido, un assistente sociale ogni 5mila abitanti, il trasporto scolastico a migliaia di bambine e bambini disabili.
Voglio difendere a viso aperto il patto europeo del Pnrr, che impegna 200 miliardi in opere pubbliche, servizi, infrastrutture materiali e digitali. Voglio rivendicare a testa alta, senza incertezze, la riforma dei concorsi che ha permesso di mettere a bando in otto mesi 45mila posizioni di lavoro; la riforma della Giustizia che ha finalmente abolito il “fine pena mai”; i 33 miliardi messi in campo a sostegno di cittadini e imprese colpiti dai rincari di gas e benzina; gli interventi sul fisco con gli 8 miliardi di tagli del 2021 e il previsto intervento sul cuneo fiscale.
Voglio ricordare agli italiani la spinta sugli investimenti e le misure di protezione dei redditi delle famiglie che hanno consentito di chiudere in sicurezza il biennio del Covid, potenzialmente catastrofico.
Voglio farlo perché ho imparato a conoscere l’Italia moderata, l’Italia stanca di avventure, che vuole meno fuochi di artificio e più fatti.
È l’Italia moderata in cui mi sono sempre riconosciuta, quella che manda avanti l’economia, la società, le famiglie: merita il nostro rispetto, non nuovi inganni.

Mara Carfagna

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LA RETE DEI SINDACI A SOSTEGNO DELLA LISTA DI MAIO

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

IL PROGETTO DI UNA SERIE DI CANDIDATI CIVICI IN AIUTO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI

Che ci faceva il sindaco di Milano Beppe Sala nell’ufficio di Enrico Letta a Roma insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio?
Si è parlato di una lista verde, si è parlato di un aiuto alla lista di Insieme per il futuro, la formazione di Di Maio.
Si è parlato dell’aiuto che potrebbe dare Sala al Partito Democratico e alla coalizione di centrosinistra in quel Nord Italia che, come si sa, è stato nell’ultimo ventennio terreno di assoluta supremazia per lo schieramento avverso, il centrodestra.
Ma in verità il motivo principale per cui all’incontro c’era anche Sala è un progetto ben preciso, che a quanto pare è stato pensato proprio da Enrico Letta: l’idea è quella di un sostegno civico alla lista di Di Maio da parte dei sindaci progressisti delle grandi città.
Come è noto, i primi cittadini hanno già esercitato un ruolo di inatteso rilievo solo pochi giorni fa con il loro appello a Mario Draghi perché restasse al suo posto.
Ma qui c’è qualcosa di diverso e di più corposo: c’è la rete dei sindaci del Pd pronta a giocare un ruolo. Quale? Visto che molti nella loro elezione alla guida delle città hanno utilizzato la spinta di liste civiche, dovrebbero ora riversare questo patrimonio in aiuto alla lista di Di Maio. Non dimentichiamo che iscritti o vicini al Pd sono i sindaci di alcune delle principali città italiane, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Bari.
Con il loro aiuto, con il loro patrocinio a una serie di candidature civiche potrebbero davvero far decollare la lista di Di Maio, che non si chiamerà Insieme per il futuro, verso quell’agognato 3% che permetterebbe al ministro degli Esteri e a una rappresentanza degli scissionisti del Movimento 5 Stelle di entrare in Parlamento, senza chiedere l’ospitalità di qualche seggio sicuro ai vertici della coalizione.
Ma che nomi ci saranno? Ne circolano già due: quello dell’archistar milanese Stefano Boeri, che ha inaugurato la stagione della Triennale che presiede proprio con Di Maio ospite d’onore, e quella di un ex sindaco, che molto prima di Di Maio diede l’addio al M5s: Federico Pizzarotti.
(da agenzie)

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LE PREVISIONI DELL’ISTITUTO CATTANEO: CON QUESTO SISTEMA ELETTORALE IL CENTRODESTRA FARA’ CAPPOTTO NEI COLLEGI UNINOMINALI

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

CON LE PERCENTUALI ATTUALI AL CENTROSINISTRA RIMANGONO POCHI COLLEGI

La mancata alleanza tra PD e M5S potrebbe consentire al centrodestra di prevalere in circa il 70% dei collegi uninominali di Camera e Senato.
È quanto rileva una analisi dell’Istituto Cattaneo che ha provato a stimare i risultati delle prossime elezioni sulla base degli ultimi sondaggi applicandoli al Rosatellum, il sistema elettorale misto attualmente in vigore, con una quota di proporzionale e una di maggioritario attraverso i collegi uninominali (il candidato con più voti, vince).
L’analisi del Cattaneo parte dal presupposto che nel centrosinistra convergano tutti i partiti più o meno vicini ai dem (Sinistra, Verdi, Azione di Calenda), Italia Viva di Renzi), Insieme per il Futuro di Di Maio).
Secondo il Cattaneo, i collegi blindati per il centrosinistra risulterebbero confinati in una parte della ex zona rossa (Emilia-Romagna, Toscana) e nelle grandi città (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli). Se ciò si verificasse, FDI, Lega e FI otterrebbero una confortevole maggioranza assoluta di seggi sia alla Camera che al Senato.
Nel complesso, considerando le medie di tutti i sondaggi pubblicati in luglio, ai tre partiti di centrodestra (FdI, Lega, FI) viene attribuito circa il 46% delle intenzioni di voto sul piano nazionale, al complesso dei soggetti di “centrosinistra” viene accreditato il circa il 36% delle intenzioni di voto, al M5S circa l’11%.
Secondo le proiezioni del Cattaneo, alla Camera il Centrosinistra potrebbe ottenere fino a 96 seggi per la quota proporziononale, 41 per quella uninominale, e tre nella circoscrizione estero per un totale di 141 seggi su 400, come previsto dalla legge costituzionale approvata nel corso della legislatura che ha disposto il taglio degli eletti per Camera e Senato. Il centrodestra invece può sperare di ottenere ben 121 seggi nella quota proporzionale e ben 103 in quella uninominale, oltre a 4 scranni per la circoscrizione estero. Per un totale di 228 seggi. Al Movimento 5 Stelle resterebbero solo 28 seggi nella quota proporzionale, nessuno in quella uninominale e uno solo all’estero.
Stessa storia al Senato: su 200 seggi, al Centrosinistra andrebbero 48 per la quota proporzionale e solo 18 per la quota maggioritaria, in totale 68 inclusi due scranni per la circoscrizione estero. Al centrodestra potrebbero essere riconosciuti 61 seggi in quota proporzionale e ben 54 in quella uninominale, per un totale di 117 seggi, quasi il doppio rispetto al centrosinistra. Ai 5 Stelle resterebbero solo 13 seggi a Palazzo Madama
(da Huffingtonpost)

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QUANDO GIORGIA MELONI SFILAVA CON “IL BARONE NERO”, IL CAPO DELLA “LOBBY NERA” CONDANNATO PER ODIO RAZZIALE

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

POI LA MELONI SI LAMENTA DELLE CRITICHE SU SUOI RAPPORTI CON AMBIENTI NEONAZISTI? LO HA CANDIDATO IN FDI NEL 2018

Sfilano insieme in corteo nei quartieri ad alta densità di immigrati dove lui dice “siamo bianchi e cristiani e questa è la nostra identità” e lei rilancia “sono scesi cinque rom a dire ai cittadini guardate che controlliamo cosa fate”.
Brindano e scherzano all’esterno di un locale e si tengono a braccetto. “Grazie Roberto”, dice Giorgia.
Eccoli, Giorgia Meloni e il “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, il neonazista candidato nel 2018 da FdI, già condannato a due anni di reclusione per apologia di fascismo aggravata dall’odio razziale e ritenuto il capo della “lobby nera” sulla quale, dall’ottobre scorso, indaga la Procura di Milano.
Nelle immagini – siamo nel 2017-2018 – la leader di FdI e Jonghi Lavarini. Insieme a loro, si riconoscono Carlo Fidanza – anche lui indagato come Jonghi nell’inchiesta “lobby nera” – e Ignazio La Russa.
(da La Repubblica)

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RENZI VA ALLE ELEZIONI DA SOLO: MA CHI SE LO ACCOLLA?

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

ITALIA VIVA E’ RIMASTA CON IL CERINO IN MANO, RIPUDIATA DA CALENDA E DAL PD, E “PER IL MOMENTO” DOVRA’ AFFRONTARE LE ELEZIONI IN AUTONOMIA… SOLO UN MESE FA AVEVA CHIESTO A LETTA 4-5 POSTI PROTETTI IN LISTA NEL PROPORZIONALE, DESTINATI AI PRETORIANI (BOSCHI, BONIFAZI, BELLANOVA). MA LA SPERANZA È DURATA POCO

Italia viva correrà da solo alle elezioni? “Al momento assolutamente sì”, è stata la risposta del leader di Iv Matteo Renzi, intervistato dal Tg5. Perché cambi la decisione, ha spiegato, serve “che qualcuno accetti le nostre idee: se non le accettano, noi abbiamo coraggio, libertà e fantasia per andare da soli. Quando abbiamo mandato a casa Conte e portato Draghi, tutti dicevano che era impossibile. Lo abbiamo fatto. Lo rifaremo”.
L’incontro con il leader di Azione Carlo Calenda è andato “bene, come sempre. Un incontro tra amici, ma l’amicizia non è sufficiente, bisogna vedere se condividiamo le idee”.
È sempre più isolato, Matteo Renzi. Da una parte ha Letta, non intenzionato ad accoglierlo nella grande coalizione che ha in mente per affrontare il voto del 25 settembre, e dall’altra c’è il 3% imposto dal Rosatellum per conquistare seggi in Parlamento. Una percentuale ad ora molto lontana, secondo quello che dicono i sondaggisti. Da qui il timore di restare a spasso.
Da tempo il leader di Italia Viva tenta un riavvicinamento al Pd. Solo un mese fa aveva chiesto a Letta 4-5 posti protetti in lista nel proporzionale, destinati ai pretoriani (Boschi, Bonifazi, Bellanova). Ma la speranza è durata poco, il Pd non ha voluto imbarcarsi l’amico-nemico e l’ex sindaco di Firenze ha dovuto ricalibrare piani e strategie tanto che ora si ragiona su una lista autonoma Iv, coalizzata con il Pd, che difficilmente arriverebbe al 3%; in questo caso il partito si schianterebbe ma Renzi punta a chiudere un accordo su un collegio uninominale per sé, accuratamente scelto in Toscana, e in gioco ce ne sarebbe anche un altro per la fedelissima Bonetti.
(da Il Fatto Quotidiano)

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M5S, ARRIVANO LE DEROGHE AL LIMITE DEI DUE MANDATI? PARE CHE GRILLO POTREBBE CONCERDERLE A POCHI BIG

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

TAVERNA, FICO, BONAFEDE E POCHI ALTRI I MIRACOLATI, MA GLI ALTRI STARANNO ZITTI E BUONI? … NESSUNO HA CAPITO SE CI SARANNO LE PARLAMENTARIE OPPURE CONTE SCEGLIERÀ I SUOI FEDELISSIMI SENZA CONSULTAZIONI

Beppe Grillo come Willy Wonka. In ballo, però, non c’è la fabbrica di cioccolato, ma un posto in Parlamento. Il fondatore del Movimento 5 stelle potrebbe regalare a pochissimi eletti la possibilità di restare alla Camera o al Senato nonostante i due mandati già fatti.
Ai cinque fortunati che avessero trovato un biglietto d’oro nella tavoletta di cioccolato, il signor Wonka avrebbe dato la possibilità di visitare la propria fabbrica, ricevendo una scorta di dolci da bastare per tutta la vita. La micro-deroga di Grillo consisterebbe in quattro o cinque «strappi» al monolite del secondo mandato, che non più tardi di 72 ore fa fungeva da guida come la «luce nelle tenebre».
Troppo difficile compilare le liste, organizzare le parlamentarie e fare una campagna elettorale lampo con degli sconosciuti. Forse una manciata di fortunati derogati potrebbe tornare utile.
L’idea viene dagli uomini più vicini a Grillo: il garante, racconta l’Adnkronos, sarebbe propenso ma non ancora del tutto convinto. I nomi che girano sono quelli di Paola Taverna, vicepresidente del Senato; di Roberto Fico, presidente della Camera; dell’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, che vanta nel curriculum la legge «spazza corrotti», uno dei risultati che il Movimento rivendica con maggior orgoglio.
Nel frattempo Grillo ha deciso di mandare in soffitta il cosiddetto «principio di rotazione», che in sostanza prevede lo stop alla candidatura in Parlamento se si sono già ultimati due mandati alla Camera e al Senato, ma via libera alla corsa per un seggio al Parlamento europeo o in Regione. A Grillo questo escamotage non piace più: due mandati e basta, ovunque li si abbia portati a termine.
Di nomi e candidature si parla in tutti i partiti, M5S compreso. Ieri Rocco Casalino, che potrebbe correre per il Senato, ha voluto precisare in merito alla sua candidatura che «nulla è stato ancora deciso, motivo per cui ogni ricostruzione che circola in queste ore è da intendersi come priva di fondamento e quindi totalmente inventata». Di contro, c’è chi ha capito che nel Movimento tira aria di tempesta e guarda altrove.
Max Bugani, assessore all’Innovazione al Comune di Bologna e storico volto del Movimento, è dato in uscita, direzione Pier Luigi Bersani: «Se lascio il M5S per aderire ad Articolo 1? Comunicheremo tutto nei prossimi giorni».
In questo caos, i parlamentari uscenti attendono una parola da Giuseppe Conte, che ieri non si è visto negli uffici di Campo Marzio. «Ci saranno le Parlamentarie?», si domandano in molti. Il nuovo statuto contiano all’articolo 7, lettera A, le prevede, ma i tempi sono stretti
Le regole dicono che per prendere parte alla selezione dal basso gli aspiranti deputati e senatori debbano presentare certificato penale, certificato dei carichi pendenti e il 335 cpp, ma solo se a conoscenza di indagini o procedimenti penali a carico. Difficile assolvere a tutta la burocrazia e mettere in piedi le parlamentarie in poche settimane, in pieno agosto.
(da la Stampa)

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CENTRODESTRA, SCONTRO ANCHE SULLE REGIONALI: LA MORATTI CONTRO FONTANA?

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

“ASPETTO UN CHIARIMENTO SULLA MIA CANDIDATURA A PRESIDENTE, ALTRIMENTI MI RITERRO’ LIBERA”

Al di là delle rassicurazioni di facciata, lo scontro all’interno del centrodestra è aperto. E non si consuma solo a livello nazionale, ma vede un secondo atto anche in Lombardia, attorno alla leadership della Regione.
Il ruolo è diverso, ma la sostanza non cambia: bisogna mettersi d’accordo su un candidato comune, ma di quale partito? Gli sfidanti, almeno, sono chiari: l’uscente presidente Attilio Fontana, fedelissimo di Matteo Salvini e la sua vice e assessora al Welfare, Letizia Moratti, storica presenza di Forza Italia e giunta alla Regione per rimettere a posto i cocci lasciati dalla precedente gestione Gallera.
L’ex sindaca di Milano ha smentito di avere alcuna aspirazione nazionale, ipotesi rilanciata qualche giorno fa anche dal Corriere della Sera, ma ha dichiarato di ambire ufficialmente alla poltrona più importante della Regione.
È lei stessa a ribadirlo, ospite a L’aria che tira di questa mattina 26 luglio: «Io sono concentrata sulla mia Regione. Ho dato la mia disponibilità in maniera convinta al centrodestra e la riconfermo. Ovviamente mi aspetto un chiarimento col centrodestra. Credo sia doveroso e urgente», ha detto Moratti su La7, rispondendo anche al presidente Attilio Fontana che l’aveva invitata a specificare quale fosse il campo in cui voleva candidarsi. «Bisogna cercare di capire un po’ di cose, in primis dove eventualmente intende candidarsi: ho letto nel centrodestra, nel centrosinistra, è intervenuto anche Letta per smentire una candidatura nel centro», aveva detto in mattinata Fontana al margine del Consiglio regionale.
«Aspetto un chiarimento dopodiché mi riterrò libera e indipendente di fare le mie scelte, come sono sempre stata», ha puntualizzato Moratti, strizzando l’occhio ad altre possibilità. «Non vedo steccati ideologici: io credo nei programmi, nell’ascolto e nel confronto, questa è sempre stata la mia bussola, la stella polare e sarà sempre così. Non si tratta di schieramenti ma di dare risposte. Credo che a un amministratore locale la gente chiede di essere bene amministrata e che si risolvano i problemi», ha spiegato. «Cerco di valutare prima i programmi e rispetto a quelli scelgo e determino le mie scelte e azioni. Il centrodestra è sempre stato europeista e atlantista e in questo mi ritrovo», ma «in questo momento si sono rotti gli schemi. Si stanno sfaldando e ricostituendo, si tratterà di vedere come. Alcune parti politiche stanno delineando già un proprio programma e questo mi sembra molto serio», ha concluso.
(da agenzie)

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KIEV SPINGE LA CONTROFFENSIVA “STIAMO LIBERANDO KHERSON”

Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile

L’ESERCITO UCRAINO HA SPOSTATO QUATTRO BATTAGLIONI PER L’ASSALTO

La controffensiva di Kherson continua, «entro settembre la regione verrà definitivamente liberata – assicura Sergiy Khlan, governatore dell’oblast ora in mano russa -. Tutti i piani degli occupanti falliranno».
L’obiettivo è ambizioso, ma per la prima volta dal 24 febbraio sul fronte Sud si stanno ammassando truppe ucraine. Sono i battaglioni smobilitati dal Lugansk e i volontari della difesa territoriale addestrati a Kiev. Al loro fianco l’artiglieria. Quella sovietica, datata ma ancora efficiente, e quella americana, i cannoni da 155 millimetri che hanno reso difficile l’avanzata russa in Donbas.
Il segnale d’inizio dell’offensiva è arrivato dal cielo quando quel che resta dell’aviazione ucraina ha colpito oltre le linee nemiche. «Due aerei da guerra hanno condotto un attacco su un deposito di munizioni russo e una caserma nell’area vicino a Snihurivka (oblast di Mykolaiv). In totale, «le forze armate ucraine hanno ucciso 65 soldati russi, distrutto un sistema di comunicazione mobile Redut-2US, 11 veicoli corazzati ed altri mezzi logistici», annunciava tre giorni fa il comando operativo ucraino.
«Nonostante le dichiarazioni degli occupanti russi, l’Ucraina sta liberando i suoi territori nel Sud – ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky -. Gli occupanti hanno cercato di prendere piede nella regione di Kherson, hanno rilasciato varie dichiarazioni audaci, ma le nostre forze armate stanno avanzando passo dopo passo in tutta la regione».
Almeno 4 battaglioni hanno lasciato il Donbass per spostarsi verso le coste del Mar Nero. Ora sono di stanza a Mykolaiv e presto potrebbero ricevere il nulla osta per un’avanzata di terra. Per muoversi verso i villaggi alle porte di Kherson da cui partirà l’assalto finale.
L’obbiettivo resta ambizioso ma raggiungibile. Mariupol è caduta, il Luhansk perso ed in Donbass i russi hanno una potenza di fuoco decisamente superiore.
Dopo la resa delle acciaierie Azov l’Ucraina ha cambiato strategia: basta difesa ad oltranza. Basta offrire prigionieri al nemico, benzina per la propaganda. Severodonetsk e Lysychansk sono state abbandonante quando i russi erano alle porte: quando gli uomini del Cremlino erano ad un passo da chiuderle a tenaglia.
Kherson ormai è un simbolo per entrambi i governi. Mosca ha più volte annunciato un referendum che non è mai stato indetto. L’autoproclamaznione non è mai avvenuta; in compenso il rublo circola da settimane, i cellulari si appoggiano a ripetitori russi e le banche sono tutte sotto il controllo di Mosca.
Stessa cosa per gli apparati statali. Una morsa militare e politica che non è riuscita a soffocare la resistenza interna. Nell’ultimo mese chi è ancora fedele a Kiev ha organizzato almeno 4 attacchi mirati. In uno, a fine maggio, ha preso la vita un amministratore filorusso.
Il Cremlino non resta a guardare. Nelle ultime 48 ore Mykolaiv è stata pesantemente bombardata. Attacchi via mare con i Kalibr alternati a bombardamenti aerei a suon di S-300. Tra gli obbiettivi colpiti una caserma in pieno centro città dove avrebbero perso la vita decine di soldati. Anche ieri mattina la città si è svegliata con il frastuono delle bombe. Il cielo corvino colore del fumo per ora, ma non ci sarebbero state vittime civili.
Mykolaiv, scalo portuale sul Mar Nero ad Est di Odessa, da mesi è una città di fronte, non passa giorno senza che venga bombardata. Lì si ammassano truppe e mezzi; da lì inizierà l’assalto per la liberazione di Kherson. Sull’operazione militare regna il riserbo. L’unico a rompere il selezione è Vitaly Kim, governatore della Regione che ha annunciato un possibile coprifuoco di 48 ore. Ha anche lanciato un appello ai suoi concittadini offrendo «ricompense in denaro a chi denuncerà spie o collaboratori filo russi».
La Russia, invece, ha scelto di giocare a carte scoperte. È lo stesso Serghei Lavrov, ministro degli Esteri e fedelissimo di Putin, ad annunciare che Donetsk e Lugansk non bastano più. «Ora la geografia è diversa – ha dichiarato all’agenzia di stampa Ria Novosti – ne fanno parte anche le regioni di Kherson, Zaporizhzhia e una serie di altri territori». La chiosa è una minaccia all’Ucraina ed a tutto l’Occidente: «Questo processo sta proseguendo in modo logico e persistente e la Russia potrebbe aver bisogno di spingersi ancora più a fondo».
(da la Stampa)

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