Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
TESTA A TESTA TRA FDI E PD, MENTRE LEGA E FORZA ITALIA SONO IN CADUTA LIBERA (META’ DEI LORO ELETTORI NON VOLEVANO CHE FACESSERO CADERE IL GOVERNO DRAGHI)
La crisi ha un prezzo e il prezzo lo pagano coloro che vengono additati come gli autori della crisi. Questa è la percezione a caldo degli elettori dopo cinque giorni dalla caduta del Governo.
Oggi in politica tutto è ciò che appare, e per adesso si addossano solo le colpe non ancora le proposte. Più che una crisi politica appare più come una crisi di sistema. Questo è quanto emerge dall’ultimo report di EuromediaResearch.
Un elettore su tre (27,5%) ha già dichiarato di voler riprendere in considerazione il voto al partito rispetto alle elezioni europee del 2019, tuttavia vedendo gli esiti dei sondaggi degli ultimi anni questo lo sapevamo già.
Il 61,8% degli intervistati non si dichiara contento della fine dell’esperienza del governo Draghi, e tra di loro troviamo il 63,2% degli elettori di Forza Italia e il 51,1% di quelli della Lega.
E’ scontato dire che gli unici appagati siano in maggioranza gli elettori di Fratelli d’Italia e del Movimento Cinque Stelle.
L’immagine rimane scolpita nella memoria, e il desiderio di far ascoltare la propria voce emerge dalla gente in maniera chiara: il 64,6% dei cittadini intervistati dice – a caldo – che terrà conto, nel bene e nel male, di quanto avvenuto nella propria scelta di voto il 25 settembre e tra questi si conferma ben il 60,3% di coloro che si dichiara ancora indeciso se andare a votare e per “chi” votare. E oggi a sessanta giorni dal fatidico richiamo alle urne è necessario comprendere dove sono attribuiti i meriti e le colpe.
Conte (65%), Salvini (58,5%), Grillo (53,5%), Berlusconi (52,9%), Di Maio (46,9%) vengono indicati come i maggiori portatori di “colpe” in questa crisi. Le motivazioni e il grado di responsabilità sono diverse e ognuna con una sua ragione alla base. Enrico Letta si divide tra l’avere avuto delle colpe e non aver avuto nessun ruolo. La sua posizione al Governo è stata garantista e riconoscibile dal suo elettorato. La presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, invece, è palese che ha riscosso il suo successo nell’operazione essendo semplicemente testimone di quanto stava accadendo a suo beneficio e che andava incontro al suo desiderio di sempre: andare al voto il prima possibile.
Oggi è prematuro definire i perimetri ufficiali delle alleanze politiche ancora in fase di costruzione, ad eccezione dei principali partiti del centrodestra. Tuttavia, i segnali di quanto è avvenuto si leggono chiari nelle intenzioni di voto registrate “a caldo” nel post crisi di governo. Fratelli d’Italia incassa con successo un +1,5% nel giro di una settimana, mentre i suoi alleati pagano il prezzo del momento con un -0,9% per Forza Italia e un -0,6% per la Lega.
Sull’altro fronte il Partito democratico, guidato dal segretario Enrico Letta, guadagna un punto percentuale (22,8%), Azione di Carlo Calenda lo 0,6% (5,1%), e Italia Viva di Matteo Renzi lo 0,5% (3,1%).
La memoria è la capacità di ritrovare e custodire le informazioni e le esperienze del passato e nelle scelte di voto in più occasioni gli elettori hanno dimostrato di far pre-valere altre spinte. Memoria da pesciolino rosso? Siamo a sessanta giorni dalle elezioni politiche, così vicine, con una pausa estiva nel mezzo.
I toni della campagna elettorale iniziano a farsi sentire in tutta la loro pienezza e creatività. Sono impegni generalmente basati su previsioni rosee per il futuro, ma in realtà oggi la situazione presenta delle previsioni basate su scenari molto complicati e difficili da risolvere. Quanta memoria ci sarà per richiedere di mantenere le promesse?
Alessandra Ghisleri
(da “la Stampa”)
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Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
FEDRIGA E GIORGETTI, INCAPACI DI CONTRASTARE SALVINI ED EVITARE LA CADUTA DEL GOVERNO DRAGHI, ORA FRIGNANO … SONO I LAMENTOSI DEL GIORNO DOPO, “GOVERNISTI” A CHIACCHIERE: LA LEGA E’ L’ULTIMO PARTITO BOLSCEVICO E IL DISSENSO NON E’ UN LUSSO PER CHI HA PALLE DI STRACCHINO
«Su alcuni temi di interesse generale per il Paese si possono trovare anche
convergenze tra destra e sinistra». Massimiliano Fedriga sembra voler portare avanti il metodo di lavoro intrapreso dal governo Draghi. Con o senza di lui. Nel segno del pragmatismo e della ragion di Stato.
Nei giorni scorsi, il governatore del Friuli Venezia Giulia ha mantenuto la bocca cucita sulla scelta intrapresa dal Carroccio in Aula, non ha però lesinato parole di apprezzamento a Draghi: “ha condotto un ottimo percorso in mezzo a molte difficoltà con una maggioranza estremamente eterogenea”. La stessa che, secondo il governatore, andrebbe rilanciata per far fronte alle emergenze .
All’anelito del governatore, si è sommato, ieri, anche il rammarico di Giancarlo Giorgetti. Che, ancora con l’amaro in bocca, ha risposto senza esitazioni alle domande dei giovani giurati del Giffoni Film Festival: «io sono uno di quelli che ha condiviso la decisione di Draghi di dimettersi». «Non ho capito il perché di un rito in Parlamento che ha dato un’immagine del Parlamento, a mio giudizio, molto negativa».
Poi sono quelli che non hanno le palle per mandare Salvini ai giardinetti.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
GRAMELLINI SPERNACCHIA IL “CAPITONE” CHE SOFFRE LA CONCORRENZA DELLA MELONI E RIPROPONE I SOLITI SLOGAN, TRA INVASIONE DEGLI IMMIGRATI E DITTATURA DEL GENDER
L’Agenda Salvini è già uno spasso. Al primo comizio elettorale, tenuto nell’incolpevole Domodossola, l’animatore della Lega ha preso di petto i veri problemi del Paese, denunciando l’infame abitudine di alcune scuole italiane di chiamare gli studenti per cognome. «Non ci sono Elena, Giorgio, Riccardo, Antonella, Matteo, Maria Grazia… (La lista completa dei nomi è disponibile solo per gli abbonati al servizio «I grandi elenchi di Salvini», ndr ). Eh no!
“Si fa l’appello per cognome, per non discriminare, perché magari a sette anni c’è qualche bambino che si sente fluido. Questo non è futuro, è follia assoluta!». In effetti questo non è futuro, ma il passato di tutti noi, che degli anni della scuola ricordiamo almeno quello: gli appelli venivano fatti per cognome, sui quaderni il cognome andava scritto davanti al nome e alle elementari ci si chiamava per cognome anche tra compagni.
Io ero «Grame» e ricordo con affetto Annese, sempre il primo a essere interpellato dalla maestra, così come l’invidia che per il motivo opposto ci provocava un certo Voglino.
Eravamo dei fluidi inconsapevoli, e prima di noi lo era stata l’intera classe del libro «Cuore», tranne l’io narrante Enrico. Qualcuno si ricorda il nome di Franti? E quelli di Garrone e Coretti? (per l’elenco completo, vedi nota precedente).
La verità è che «Cuore» era un manifesto transgender e De Amicis un dannato radical chic, ma nessuno prima di Salvini aveva ancora avuto il coraggio di dirlo.
Massimo Gramellini
(da il “Corriere della Sera”)
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Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
IL POS E’ OBBLIGATORIO, MA CONTINUANO A FARE IL CAZZO CHE VOGLIONO
C’è un filmato, condiviso dalla stessa protagonista, diventato virale nelle ultime ore.
Si tratta del video in cui la ginnasta italiana Carlotta Ferlito racconta di una discussione avuta a bordo di un taxi con l’autista. L’atleta dell’Esercito, classe 1995, ha spiegato di avere pochi soldi contanti e di aver chiesto al proprietario della vettura – che svolge un servizio pubblico a pagamento – la disponibilità di pagare con la sua carta di credito. Lui le ha detto di no e da lì è nato un alterco che, poi, è stato raccontato dalla stessa ginnasta sul suo seguitissimo profilo TikTok.
Questa è la fonte originale di quel video, ovvero TikTok. Come si può notare, il contenuto è recente ma non recentissimo. Il filmato, infatti, è stato realizzato e condiviso lo scorso 24 maggio. Due mesi fa.
E lì Carlotta Ferlito ha raccontato di quella giornata in cui si è recata in una stazione di taxi ed è salita a bordo del primo che si è liberato.
Poi la ginnasta spiega cosa è accaduto subito dopo la sua richiesta – molto prima di arrivare alla sua meta – di pagare con la carta di credito non avendo abbastanza contanti: “Ho solo dieci euro e spero che bastino. Lui dice che sarebbero bastati e io commento dicendo che nel 2022 è impensabile non poter pagare con carta”.
E da lì inizia una discussione tra i due, con la ginnasta che decide di scendere dal taxi e di memorizzare la targa (oltre a fare fotografie) per denunciare l’accaduto alle autorità competenti: “Gli dico che non sapeva fare il suo lavoro e che avrei segnalato l’auto. Scendo, faccio le foto alla targa”.
Carlotta Ferlito e il tassista proseguono nella loro lite dialettica, con l’uomo che la invita a cancellare le foto. Poi il colpo di scena: “Ha cominciato a dirmi che mi avrebbe denunciata perché non potevo fotografare la targa. Dico che avrei comunque segnalato perché avevo memorizzato l’auto. Cambia tono e mi dice di risalire. Io, sempre molto tranquilla, gli dico ‘ho scritto scema in fronte’?”.
Alla fine, dunque, la vicenda si è conclusa con la ginnasta che racconta di aver preso un altro mezzo. Non sappiamo se poi la stessa Ferlito abbia denunciato il tassista per questa vicenda, ma le date sono importanti.
Ovviamente nulla cambia per quel che riguarda l’obbligo di pos a bordo di un taxi (la norma fu approvata dal governo Monti, ma senza sanzioni e confermata nel 2019 quando si è aperto il capitolo multe per chi non permette pagamenti elettronici, ancor prima della nuova stretta – generalizzata – entrata in vigore alla fine del giugno 2022).
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
“LA DESTRA LIBERALE HA ABDICATO AL SOVRANISMO”
Dopo l’addio di Mariastella Gelmini e di Renato Brunetta le voci su altri abbandoni autorevoli in Forza Italia erano state cancellate da Licia Ronzulli.
La pasionaria del Cavaliere, accusata di aver detto «prenditi uno Xanax» alla ministra degli affari regionali, aveva smentito il possibile saluto di Mara Carfagna. Che invece arriva oggi, insieme a un J’Accuse a Berlusconi e al centrodestra.
Anche se ufficialmente nell’intervista rilasciata a Repubblica dice «tirerò le somme a breve», per la ministra del Sud del governo Draghi «la riflessione che sto facendo parte da due dati di fatto: gli applausi di Putin alla crisi e le centinaia di messaggi di sindaci e imprenditori che da giorni mi dicono “ma siete impazziti?”».
E ancora: «Ora mi chiedo: ha un senso proseguire una battaglia interna? O bisogna prendere atto di una scelta di irresponsabilità e instabilità, fatta isolando chi era contrario, e decidere cosa fare di conseguenza?».
Il lungo addio
Il lungo addio di Carfagna a Forza Italia passa per le «cose pratiche, concrete, che bisognava mettere in sicurezza prima del voto del marzo prossimo e rivendicare come successi un minuto dopo. Era questo l’esame di maturità che FI avrebbe dovuto chiedere a Lega e FdI: dimostriamo agli italiani, all’Europa e all’Occidente che siamo un fronte responsabile, serio, capace di rispettare i patti fino in fondo. Si è fatto il contrario. Ciò che conta ora è ripristinare l’affidabilità italiana, messa gravemente a repentaglio dalla crisi e da chi l’ha provocata».
Per la ministra «Meloni ha tutto il diritto di proporre la sua premiership: se l’è guadagnata, guida un partito che ha ampiamente sorpassato la Lega e ha il triplo di voti di FI. A Draghi si è sempre opposta, per molti versi è la più coerente. Ma la sua idea dell’Italia non è la mia. Io penso che l’Italia non debba somigliare all’Ungheria di Orbán, ma alla Germania di Merkel».
E ancora: «Penso che Steve Bannon sia un cattivo maestro. Penso che l’integrazione politica ed economica europea siano un’ancora di salvezza, non un pericolo per il nostro Paese». E secondo la ministra «la mancata fiducia a Draghi indica la rinuncia a ogni autonomia della componente liberale dalla destra sovranista.
Fino al 19 luglio FI non avrebbe avuto alcun dubbio sulla linea in caso di problemi del governo: favorire la conclusione ordinata della legislatura, mettere in sicurezza famiglie e imprese, sostenere il premier più rispettato d’Europa per poi poterne rivendicare i successi in campagna elettorale. Dal 20 luglio il Rubicone è stato varcato. È stata fatta una scelta di totale discontinuità con la nostra storia e con le nostre relazioni europee e occidentali».
L’approdo da Calenda?
Infine, nel colloquio con Francesco Bei arriva una risposta a Carlo Calenda, che si era augurato il suo approdo nel fronte repubblicano: «Credo che l’esperienza del governo di salvezza nazionale, una esperienza davvero patriottica fondata su una visione concreta dei problemi e degli impegni internazionali dell’Italia, meriti un secondo tempo. Ci serve più europeismo e più credibilità verso ogni nostro alleato. È necessario affrontare le grandi questioni dello sviluppo, delle tasse, del lavoro, per risolverle e non per fare propaganda. Il mio “fronte” è questo, questa sarà la mia battaglia del futuro».
(da Open)
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Luglio 26th, 2022 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “IL TEMA NON MI APPASSIONA”… TAJANI: “SERVE UNA SQUADRA, NON UNA PERSONA SOLA AL COMANDO”… SALVINI: “DISCUTERNE E’ TEMPO PERSO”
Giorgia Meloni ha lanciato un aut aut agli alleati di centrodestra sull’indicazione del
candidato premier della coalizione in base alla regola per cui il partito che prende un voto in più indica chi va a Palazzo Chigi. Ma Silvio Berlusconi non prende impegni.
Il Cavaliere concede un’intervista al Corriere della Sera e non vuole rispondere: “È un tema che non mi appassiona e non credo appassioni gli italiani”. Oltretutto “non mi sembra che a sinistra abbiano indicato alcun candidato”. Considera però gli alleati assolutamente all’altezza di approdare a Palazzo Chigi, ma non prende impegni: “Giorgia Meloni sarebbe un premier autorevole, con credenziali democratiche ineccepibili, di un governo credibile in Europa e leale con l’Occidente. Allo stesso modo lo sarebbero Matteo Salvini, o un esponente di Forza Italia”.
E sulle voci che lo vogliono futuro presidente del Senato, spiega che non si candida per alcun ruolo: “Ricompensa? Vuole scherzare? Io non ho bisogno di alcuna ricompensa. Ho avuto l’onore di guidare il mio Paese per 10 anni, sono la persona al mondo ad avere presieduto più volte il G7 e il G8, e nella vita ho realizzato qualcosa di significativo anche fuori dalla politica. Le pare che possa desiderare altro dalla vita pubblica? Naturalmente chi ha voluto indicarmi per la Seconda Carica dello Stato ha compiuto un atto di riguardo e di amicizia nei miei confronti che apprezzo particolarmente. Devo però aggiungere che non sono in alcun modo interessato a quel ruolo”.
Del tema “premiership” a destra non vuole parlare neanche Antonio Tajani, intervistato dalla Stampa. “Non se ne deve parlare adesso, i leader troveranno una regola” dice il vice presidente di Forza Italia, secondo cui “bisogna aspettare le elezioni” e poi “decideranno i leader. Il tema non mi appassiona – fa eco Tajani – la legge elettorale non lo impone e nelle altre elezioni non c’era un candidato unico. Ogni partito ha il suo. L’importante è avere un programma. Qui bisogna vincere, se troviamo un candidato premier, ma poi non vinciamo, resta solo un candidato. Delle regole si troveranno. Insistere su questo dibattito comporta un rischio. Si rischia di oscurare i programmi e fare il gioco della sinistra che ci vuole divisi. Più che la leadership l’importante è avere una classe dirigente seria con esperienza in grado di governare il Paese. Serve una squadra, non un uomo o una donna sola al comando”.
E ancora: “Ci presentiamo con la nostra lista, non facciamo federazioni. Non è un caso che il Ppe ci abbia dato pieno appoggio”. Proprio i popolari europei lo avrebbero indicato come candidato premier gradito, ma Tajani dice che “di questo non so niente. Non mi sono candidato a niente. ”
Sul fronte Lega, Matteo Salvini afferma a Rtl 102.5 che “discutere di leadership è tempo perso”, il centrodestra deve anzi “concentrarsi sui programmi” e fra i leader “meno si litiga meglio è”.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
NELL’ESILARANTE COMIZIO DI DOMODOSSOLA SE LA PRENDE CON LE SCUOLE CHE “PER NON DISCRIMINARE QUALCHE BAMBINO CHE SI SENTE FLUIDO FANNO L”APPELLO PER COGNOME”… E’ SEMPRE STATO COSI’. MA LUI DOVE HA STUDIATO?
Nel suo comizio nel corso della festa della Lega a Domodossola, Matteo Salvini ha dato sfogo ad anni di campagna elettorale repressa tirando fuori gli argomenti più disparati giustificandoli con esempi del tutto campati per aria.
Sul palco se l’è presa ad esempio con “alcune scuole” che farebbero l’appello chiamando gli studenti per cognome: “Non ci sono ‘Elena’, ‘Giorgio’, ‘Riccardo’, no. Si fa l’appello per cognome, per non discriminare, perché magari a sette anni c’è qualche bambino che si sente fluido. Questo non è futuro ma una follia assoluta”.
Un messaggio volto a denigrare le minoranze sessuali esasperando un concetto costruendo una realtà fasulla: l’appello viene sempre fatto per cognome, dalle elementari alle superiori.
E certamente non per evitare di colpire la sensibilità di bambini che potrebbero sentirsi non binari.
Nella retorica di chi attacca i movimenti Lgbt i bambini vengono continuamente tirati in mezzo, molto più che dai promotori di campagne progressiste, che si limitano a parlare di “giornate di sensibilizzazione”. Emblematica la reazione di Riccardo Molinari, presidente del gruppo della Lega alla Camera, che appena capisce dove sta andando a parare il discorso di Salvini inizia a fare delle smorfie e poi guarda verso il basso. Chissà se si è pentito di trovarsi su quel palco.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
DAI RAPPORTI CON L’EX AMBASCIATORE LEWIS EISENBERG ALLA SCELTA DI ISCRIVERSI ALL’ASPEN INSTITUTE, TRA I PIÙ PRESTIGIOSI THINK TANK D’OLTREOCEANO: PROSEGUE LA MARCIA VERSO I POTERI FORTI
Un mese fa, nella ressa di Villa Taverna, un brusio ha iniziato a farsi sentire, “è
arrivata”. Chi ha messo via i flute, chi ha staccato gli occhi da un hamburger e le orecchie dal jazz set sul palco. Alla tradizionale festa del 4 luglio all’ambasciata americana Giorgia Meloni è stata un’osservata speciale. Un mese dopo tornano ad accendersi su Fratelli d’Italia
Non arriva impreparata, la Meloni. Perché non da mesi, ma da anni ha iniziato a tessere una tela di relazioni che disinneschi la più tipica delle mine sul cammino della destra verso il governo. E cioè i dubbi e le preoccupazioni di quell’establishment internazionale dal cui expedit, piaccia o meno, bisogna passare per governare il Paese: finanza, cancellerie europee, Washington DC.
Su quest’ultimo fronte l’ex ministra della Gioventù ha fatto i compiti a casa. Lavorando per sfatare il cliché di una destra italiana intrisa di antiamericanismo. Missione compiuta? Si scoprirà nelle prossime settimane.
Meloni vanta ottime entrature a Via Veneto, era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari uscente, Thomas Smitham, pronto a lasciare il posto al successore Shawn Crowley. Un anno fa poi la scelta – svelata da Formiche.net – di iscriversi all’Aspen Institute, tra i più prestigiosi think tank d’oltreoceano.
Un lavoro di squadra. Perché a costruire il “recinto” di sicurezza americano in questi anni non c’è stata solo la presidente del partito. C’è Adolfo Urso, senatore e presidente del Copasir, un veterano. Che nel tempo ha lavorato per accreditare FdI oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, la fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia.
Ad Urso, già ministro del Commercio estero nel governo Berlusconi due, si deve fra l’altro la recente connection con il più grande think tank americano di ispirazione repubblicana, l’International Republican Institute.
Fondato negli anni ’80 sotto l’egida di Ronald Reagan, è un punto di riferimento per l’“old party” moderato, si ispira alla figura dello scomparso John McCain e nel team conta pezzi da 90 dell’Elefantino, da Mitt Romney a Tom Cotton fino a Marco Rubio. Da più di un anno il pensatoio americano ha iniziato a muoversi a Roma, con la regia del direttore del Programma Europa Thibault Muzuergues, e ha trovato in FdI una sponda solida.
C’è poi Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già ministro degli Esteri nel governo Monti. Voce ascoltata nel partito, suona uno spartito che piace nel mondo a stelle e strisce: durissimo con Russia e Cina, inflessibile sui diritti umani.
Andrea Delmastro, deputato e responsabile Esteri, è un altro tessitore di peso della rete meloniana fra Washington e Bruxelles. C’è anche la sua firma sulla netta presa di posizione della Meloni sulla guerra in Ucraina, con una condanna senza appello di Vladimir Putin, una carta che si può giocare nelle relazioni transatlantiche una volta al governo.
Conta ancora Carlo Fidanza: europarlamentare di punta, è sparito dai radar negli ultimi mesi dopo la polemica sulla “rete nera” in FdI nata da un’inchiesta di Fanpage, ma dietro le quinte è attivo e segue da vicino la diplomazia meloniana.
Sempre a Bruxelles, è attivissimo Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, prima linea di quel Partito conservatore europeo che la Meloni guida da più di due anni e che ripara FdI dallo “stigma” sovranista all’Europarlamento.
Negli ultimi mesi la rete si è allargata, anche ad esterni. Lo scorso aprile non è passato inosservato, ad esempio, l’intervento alla convention di Milano di Stefano Pontecorvo, ex inviato della Nato in Afghanistan, corteggiato dal partito e chiamato in causa come consigliere, anche se un ruolo attivo al momento è escluso.
Fratelli d’Italia, dunque, ma anche un d’America. Il cammino americano della Meloni ha imboccato due strade diverse, ma tangenti. La prima con un progressivo avvicinamento al Partito repubblicano. Con Donald Trump la leader di FdI ha condiviso per ben tre volte il palco della Conservative Political Action Conference (Cpac), la più importante kermesse conservatrice negli States, riunita ogni anno ad Orlando, in Florida. Risale a due anni fa, poi, il primo invito alla National Prayer Breakfast, appuntamento imperdibile per i repubblicani che vede Trump ospite fisso.
Una simpatia, quella verso l’ex presidente, che in Italia in un primo momento ha preso il volto di Steve Bannon, l’ex consigliere del Tycoon finito ora sotto processo al Congresso americano per l’assalto a Capitol Hill del 6 luglio.
L’ombra di Trump genera ancora sospetti fra le cancellerie europee, e non a caso negli ultimi tempi la Meloni ha riorientato la bussola americana del partito. Bannon non è stato più invitato ad Atreju, l’annuale convention romana, e nell’Elefantino sono altri i riferimenti cui guarda FdI, forte dell’appartenenza alla famiglia conservatrice europea che a Trump ha sempre guardato storto.
La seconda strada è fatta di rapporti istituzionali, e deve ancora essere battuta. Perché, se sul piano politico gli agganci americani sono ormai solidi, lo stesso non si può dire dell’establishment di Washington DC. “Con l’amministrazione Biden ci sono stati tre, quattro tentativi di avvicinamento, ma non hanno avuto grandi riscontri”, racconta una fonte interna. Un gap da colmare, se l’aspirazione è davvero trasferirsi a Palazzo Chigi
(da formiche.it)
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Luglio 25th, 2022 Riccardo Fucile
“DRAGHI BRUCIATO? NON FAREI PREVISIONI” : DITE AL LEGHISTA CHE LA POLITICA NON E’ PER I PAVIDI TERRORIZZATI ALL’IDEA DI PRENDERE UNA POSIZIONE
“Non farei previsioni di nessun tipo”. Così il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ribatte davanti alla platea dei giovani del festival di Giffoni a chi gli chiede se ormai la figura di Mario Draghi, dopo i fatti degli ultimi giorni, sia bruciata sia come premier che come presidente della Repubblica.
“Tutto può succedere, bisogna essere ottimisti – dice – ma soprattutto quello che dico spesso anche ai miei interlocutori stranieri è: ‘Non preoccupatevi troppo di quello che accade nella politica italiana. La forza dell’Italia non sta nella politica, sta negli imprenditori, in quelli che mandano avanti questo Paese nonostante la politica. Il nostro è un Paese che va avanti comunque, diciamo così, anche con una politica scadente. C’è una nostra capacità intrinseca, abbiamo anche una mostra molto bella sul genio italiano. Se avessimo anche una pubblica amministrazione e una politica d’eccellenza l’Italia arriverebbe subito dopo gli Stati Uniti, sicuramente prima della Germania”.
(da agenzie)
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