Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
IL FUTURO CANDIDATO DELLA MELONI A MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ORA SI ACCORGE DELLE INTERFERENZE RUSSE SULLA CRISI ITALIANA
Influenze russe sulla caduta del governo Draghi? A rilanciare l’ipotesi di un intervento di Mosca sulle vicende politiche nazionali è il magistrato Carlo Nordio, candidato di Fratelli d’Italia alla presidenza della Repubblica.
Colui che viene già tirato in ballo da alcuni come potenziale ministro della Giustizia in un governo a guida di Giorgia Meloni, va duro contro gli alleati di Giorgia Meloni: «Sono rimasto inorridito dalle parole di Berlusconi e Salvini che rappresentavano una sorta di endorsement a Putin. L’aggressione russa all’Ucraina è folle, criminale e ingiustificata, e sarebbe inammissibile un governo che non sostenesse, in politica estera, la linea di Draghi, ovvero un sostegno all’Ucraina senza se e senza ma».
Nordio specifica che non ci sono prove, ma ha parlato di «coincidenze che sono diventate indizi gravi, precisi e concordanti».
A fare eco alle parole del magistrato arriva il presidente del Copasir, Adolfo Urso, che nel corso del convegno UpLodi, ha precisato: «Qualora dovesse affermarsi quella che è la prima forza politica del paese secondo i sondaggi se i russi devono temere qualcosa, quelli siamo innanzitutto noi. Fdi – ha spiegato – è stata la forza politica che con più determinazione ha affermato che l’Italia dovesse schierarsi con i partner europei e atlantici, con il popolo ucraino e contro la Russia».
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
SALVINI CHE NON RISPONDE AL TELEFONO E IL LAPSUS DI UN ESPONENTE DEL CENTRODESTRA
La caduta del governo Draghi è frutto di un «divorzio unilaterale». In cui il
centrodestra (ovvero: Salvini e Berlusconi) ha sfruttato l’occasione offerta da Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle. Per anticipare la corsa alle urne a cui puntava dall’inizio.
Questo pensa Mario Draghi sulle sue dimissioni secondo un retroscena del Corriere della Sera. In cui si riepilogano le tante difficoltà degli ultimi mesi, con il leader della Lega accusato di non rispondere nemmeno alle telefonate e il Cavaliere pronto a giocare a specchio. «Siete dei rompiscatole», diceva Draghi al termine dei colloqui con alcuni settori della maggioranza: «Tanto lo so che domani vi inventerete un’altra cosa».
Per questo, spiega SuperMario, non sarebbe servito a nulla un atteggiamento più accomodante in Senato. «Perché tutto era stato già deciso», conclude il premier in carica ormai solo per gli “affari correnti“.
La ricostruzione del premier
Anche ieri Draghi aveva fatto trapelare alcune delle sue verità sulle dimissioni. In una serie di retroscena circolati dopo l’intervista in cui Berlusconi lo definiva «stanco» aveva fatto sapere di sentirsi «mandato via». Il che è un modo elegante per dire “cacciato“. Il presidente del Consiglio ha fatto anche trapelare la sua «irritazione» per come sono andate le cose. Dicendosi convinto che l’offerta del centrodestra di un nuovo governo senza M5s fosse una trappola. E che il nuovo esecutivo sarebbe durato «un giorno».
Nel retroscena a firma di Francesco Verderami si fa un passo in più. La storia comincia dall’«errore di Conte», che spinge Draghi a salire al Quirinale. Lì Sergio Mattarella lo convince invece a presentarsi in Parlamento: «Mi ha detto di andare e io ci vado», avrebbe spiegato ai collaboratori. Ma il «tentativo genuino» di provare a rimettere insieme i cocci della maggioranza si scontrava con la percezione che mancasse la volontà dei partiti di collaborare. Come se questo fosse «l’epilogo naturale delle elezioni del 2018».
Una resa dei conti con lui protagonista involontario. E un aneddoto che si riferisce all’incontro serale di martedì, con il centrodestra, convocato in fretta e furia dopo quello con Letta che aveva provocato le lamentele di Salvini e Berlusconi. «Letta aveva chiesto di vedermi», risponde il premier all’obiezione. «Allora gli ho detto di venire qui. Sarà stato un errore ma…». «Mario», lo interrompe Tajani: «Nessuno di noi ha mai messo in dubbio la tua malafede». Soltanto un lapsus, certo. Ma indicativo del clima costruito intorno a lui.
Subito dopo arriva la richiesta di elezioni a marzo in cambio dell’appoggio al governo. «Fosse per me si potrebbe votare anche a febbraio», risponde Draghi, «ma non sono io a decidere la data delle elezioni». Così come la richiesta di tenere fuori il M5s da un nuovo esecutivo avrebbe comunque rotto qualcosa. Perché Draghi si è sempre sentito un premier super partes grazie all’appoggio di gran parte del Parlamento. Così sarebbe cambiato tutto.
«Basta con la politica»
Draghi fa anche sapere che alcune forze politiche – e non è difficile indovinare quali – gli avevano chiesto il permesso di usare la sua immagine per la campagna elettorale. Ponendosi come una continuazione dell’esperienza del suo esecutivo. «Lasciatemi fuori», è stata la prima reazione. La seconda è stata ancora più convinta: «Basta con la politica. Ho altre idee per me in futuro».
Le altre ricostruzioni, come quella di Renzi su Franceschini e Speranza che cercano di convincere Conte a votare la fiducia, sembrano stare più sullo sfondo. Anzi, il premier riconosce che il ministro della Cultura si è «adoperato per ricucire» ed evitare la crisi. Ora ha intenzione di completare il lavoro fatto – il Decreto Aiuti Bis è il primo punto all’ordine del giorno – e poi lasciare al nuovo governo le incombenze più politiche. «D’altronde – dicono i suoi collaboratori – era la prima volta nella sua lunga esperienza che si trovava con tante persone intorno. Nemmeno alla Bce».
Il pranzo da Berlusconi per decidere su Draghi
Intanto Politico.eu pubblica un retroscena in cui dà conto di un grande pranzo organizzato da Berlusconi per decidere le sorti di Draghi. A Villa Grande martedì 19 luglio c’era anche Salvini oltre a Giorgia Meloni. «Nel giro di 24 ore, il destino di Draghi era segnato. I complottisti avevano ritirato il loro appoggio alla sua grande coalizione e al primo ministro non restava altro che andare al Quirinale, dove giovedì mattina ha rassegnato le dimissioni», si legge nell’articolo firmato dal corrispondente a Roma.
E gli effetti, per Politico.eu, sono chiari. «L’Italia si trova ora ad affrontare mesi di agitazione. Probabilmente ci vorranno diverse settimane dopo le elezioni del 25 settembre prima che si possa mettere insieme una nuova coalizione».
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
I DISASTRI DI ROMA E VERONA NON HANNO INSEGNATO NULLA: UNITI SOLO A PAROLE, POI E’ CACCIA ALLA POLTRONA
La coalizione di centrodestra formata da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, capace di produrre disastri politici come la candidatura congiunta a sindaco di Roma di Enrico Michetti, apparso subito inadeguato e battuto dal dem Gualtieri, oppure la spaccatura Sboarina-Tosi che ha consegnato le chiavi di Verona a Damiano Tommasi, o ancora il semplice fatto di chiamarsi “coalizione” stando però per due terzi al governo e per un terzo all’opposizione, ora è chiamata all’unità in vista delle elezioni del 25 settembre. Le ha invocate per mesi Giorgia Meloni, le hanno scelte strategicamente Salvini e Berlusconi negando la fiducia al governo Draghi.
A chi spetta la leadership nella coalizione di centrodestra? Non si sa
Un accordo tra i tre leader – che si vedranno in un vertice istituzionale all’inizio della prossima settimana – stabilisce che la leadership (e quindi l’indicazione del prossimo presidente del Consiglio) sarà decisa dagli italiani: chi alle urne raccoglie più voti avrà l’onere di scegliere chi mettere a Palazzo Chigi. E stando agli ultimi sondaggi la decisione sarà in capo a Meloni, che punta ad essere la prima donna premier in Italia. Per Salvini sembra non ci siano problemi in merito, come ribadito ieri in un tweet, mentre da Forza Italia il coordinatore nazionale Antonio Tajani frena in un’intervista a Repubblica: “Per ora è importante rafforzare la coalizione, avere un progetto per gli italiani, poi si vedranno quali saranno le regole. Prima bisogna vincere, avere una squadra forte e un buon allenamento. Poi chi alzerà la coppa, si vedrà”.
Secondo il Messaggero gli azzurri non vorrebbero porre alcun veto, ma avrebbero espresso scetticismo verso l’ipotesi Meloni premier, perché farebbe oscurerebbe la parte moderata della coalizione, rappresentata appunto da Forza Italia. Sull’argomento la leader di Fratelli d’Italia però taglia corto: “Questa regola ha sempre funzionato: chi vince governa. Non abbiamo nemmeno il tempo di cambiarla”, dice in un’intervista a La Stampa.
Il nodo sui collegi uninominali
Parla immaginando già di essere incoronata vincitrice delle prossime elezioni, ma in vista della chiamata alle urne c’è già un primo problema da affrontare con gli “alleati”: l’assegnazione dei collegi, che Forza Italia vorrebbe tripartita perfettamente al 33% dei posti negli uninominali. La posizione di Fratelli d’Italia è chiara: oggi il partito vale da solo circa il 50% della coalizione, e quindi chiede più spazio. Nel centrodestra si litiga già, e la campagna elettorale è iniziata da appena due giorni.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
SONO PREVISTI FONDI PER PIANTARNE MOLTI DI PIU’
Poteva mancare una spolverata di greenwashing sulla campagna elettorale di Forza
Italia? Dopo aver annunciato un aumento delle pensioni a “minimo mille euro”, tredicesima inclusa, riciclando slogan elettorali già proposti nel 2001 (c’era ancora la Lira) e nel 2006, Silvio Berlusconi rilancia mostrandosi preoccupato per l’ambiente a promette che verranno piantati “un milione di alberi l’anno” in Italia.
I numeri tondi fanno sempre effetto, peccato però che questa volta il leader azzurro abbia proposto un passo indietro rispetto a quanto già sancito negli impegni del G20 e nel Pnrr.
Come fa notare la sottosegretaria al ministero della Transizione ecologica nell’ormai ex governo Draghi Ilaria Fontana (M5S), “Nel PNRR sono già previsti 330 milioni di euro di stanziamento per piantare un totale di 6,6 milioni di alberi per le 14 città metropolitane: 1.65 milioni di piante entro la fine dell’anno e la parte restante entro il dicembre 2024”.
Dare spazio a proposte ambientaliste in campagna elettorale è sicuramente una nota di merito, a patto che siano coerenti con l’approccio collettivo che si intende avere una volta al governo e soprattutto tenendo conto che si tratta di temi da affrontate molto seriamente. Programmi per ripopolare di piante il territorio proliferano un po’ ovunque, fa notare il sito Esg News.
La Cina ha ad esempio recentemente preso un impegno a piantare e conservare 70 miliardi di alberi entro il 2030, la stessa Unione europea si è impegnata a piantarne 3 miliardi, il Canada 2 miliardi e il Regno Unito 1 miliardo.
L’ex segretario di Stato americano Henry Paulson, in un intervento al Financial Times, ha fatto notare come questi programmi possano essere utilizzati come scusa per non intervenire sulla decarbonizzazione. “Troppo spesso tali programmi vengono utilizzati dai governi che cercano compensazioni di carbonio quando non sono disposti a intraprendere misure più difficili per proteggere gli ecosistemi esistenti o per fornire gli incentivi finanziari o il quadro normativo necessari. Di conseguenza, i benefici sperati potrebbero rivelarsi illusori”.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
IL PREMIO STREGA NEL 2019 NON LESINA CRITICHE AI POLITICI
Con la sua penna ha sempre raccontato storie e romanzi che hanno fatto la storia della letteratura italiana contemporanea. Ma Antonio Scurati non si è mai tirato indietro quando gli è stato chiesto di dare un suo giudizio, una sua visione, sullo stato di salute del nostro Paese. A livello sociale, economico e anche politico.
E oggi lo scrittore ha un parere molto severo nei confronti di quegli attori della politica nostrana che hanno prima provocato la crisi di governo e poi hanno affossato l’esecutivo prima della fine della legislatura e del completamento di provvedimenti necessari (per esempio quelli legati al PNRR).
Intervistato dal quotidiano La Repubblica, Antonio Scurati ha analizzato quanto accaduto nelle ultime settimane. Il suo parere attorno a questa ragnatela di mosse e decisione prese dai vari leader politici è molto negativo, per usare un eufemismo: “Abbiamo assistito a una ricerca del tornaconto personale, a un calcolo partitico miserabile a discapito dell’interesse generale. Una sciagurata manifestazione di irresponsabilità”.
Non fa nomi e cognomi, non indica i partiti. Perché tanto la storia recente ha già messo in mostra l’identità di chi ha messo in scena la crisi di governo e l’ha cavalcata, fino alla morte di questa legislatura. Lo scrittore è un grande ammiratore di Mario Draghi. Del suo ruolo, della sua storia e della sua autorevolezza (nazionale e internazionale). Per questo quella ferita inferta all’uomo (Draghi) ha lasciato e lascerà una cicatrice sulla pelle del tessuto civile.
A settembre, poi, si andrà al voto. Secondo Scurati il risultato non è scontato (nonostante i sondaggi) e la destra (Fratelli d’Italia, Lega e quel che resterà di Forza Italia) non può essere equiparata a quella del passato. Insomma, nessun rigurgito fascista, ma sicuramente si parla di partiti basati sul quel mix tra populismo e sovranismo. Il reale problema, infatti, riguarderebbe la fine di processi consolidati (e diventati sempre più forti grazie a Mario Draghi): “Un arresto del processo storico di formazione di un’unità politica europea e di una sua indipendenza militare, che la guerra in Ucraina ha dimostrato necessaria. Credo che i grandi problemi epocali di questi giorni possano essere affrontati solo da un’Europa politicamente unita”.
Le premesse, quelle che arrivano da Fratelli d’Italia e Lega, vanno nell’esatta direzione opposta.
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
RONCONE: “FANNO CALCOLI E RAGIONAMENTI MISERABILI: PER LA MAGGIOR PARTE DI LORO SARÀ IMPOSSIBILE ESSERE RIELETTI”… “TORNATE TRA NOI, ONOREVOLI. RISALITE NEI VOSTRI CONDOMINI. CHI CE L’HA, RIPRENDA IL VECCHIO MESTIERE”
Hanno smesso di ridere. Hanno improvvisamente capito di non aver organizzato un
funerale politico a Mario Draghi (perché quello – appunto – anche lontano da Palazzo Chigi era e resta comunque Mario Draghi): ma a loro stessi. Panico grillino. Terrore puro.
Guarda un po’: il senatore Danilo Toninelli non sghignazza più. Com’ è grigio, com’ è mogio. Senatore, cos’ è che canticchiava l’altro giorno a Palazzo Madama? “Eh eh Il governo/ viene giù/ viene giùùù!”.
Fanno calcoli e ragionamenti miserabili: per la maggior parte di loro sarà impossibile partecipare, o anche sperare di essere rieletti, alle elezioni che hanno provocato. Sono quasi tutti stretti in una morsa micidiale. Adesso che ci pensano, gonfi di amarezza: «Porcaccia miseria: pure la morsa ce la siamo costruita da soli».
Da un lato, c’è il risultato di una loro grande battaglia: la contrazione del numero dei parlamentari (in totale, con la nuova legge, saranno 600: 400 alla Camera e 200 al Senato); e, quindi, visto che nei sondaggi il Movimento viene dato in una forbice che sta tra il 5 e il 10%, i grillini rieletti saranno da un minimo di 30 a una massimo di 60. E poi c’è la leggendaria questione del doppio mandato.
Un limite che Gianroberto Casaleggio stabilì tra un Vaffa e l’altro, immaginando quello che poi si è puntualmente verificato: i suoi onorevoli sono rimasti prigionieri del potere che avevano promesso di combattere; hanno trovato soffici le poltrone e irrinunciabile lo stipendio (e ti credo); adorano i sedili in pelle delle auto blu; e poi c’è quel brivido di eccitazione, una lunga vertigine quando vedono i commessi scattare in piedi al loro passaggio, tra i velluti rossi e i lampadari sempre accesi. E adesso? Dovremo mica cercarci un lavoro fuori dal Parlamento?
Santo Cielo, un po’ di dignità. Però, forse, sì. Tornate tra noi, onorevoli. Risalite nei vostri condomini. Chi ce l’ha, riprenda il vecchio mestiere. Una buona notizia per Barbara Lezzi: è ancora aperta la fabbrica che produce pezzi di ricambio per orologiai dove era impiegata prima di diventare ministro per il Mezzogiorno (e spiegarci che il Pil dell’Italia aumentava grazie all’uso smodato dei condizionatori d’aria). E la mitica Paola Taverna? Anche lei, due mandati esauriti. Il tempo vola. Sembra ieri che urlava: «A bbellooooo! Nun so’ mica ‘na politica de professione, io» (traduzione: amico mio, non penserai mica che io sia una professionista della politica).
Poi la scoperta delle borse Louis Vuitton, la vicepresidenza del Senato, le ospitate in tv, le forchette giuste per il pesce, sempre però curando l’immagine di grillina dura e pura con la quale, in queste ore di possibile ritorno al precariato, cerca di mettere pressione dentro al Movimento. «Aho’, famo a capisse: io me ricandido, nun ce piove» (traduzione: cerchiamo di capirci, la mia ricandidatura appare certa).
Tremano, meno spavaldi, molti altri senatori che pure si sono battuti contro il governo: Airola, Castaldi, Crimi, Cioffi («Io però sono l’ultimo che ha visto in vita Casaleggio: non so, fate voi»). Teme di non farcela persino Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno negli ultimi tre governi (nonostante la convinzione che l’uomo non sia mai atterrato sulla Luna, e che Tito Stagno, quella notte, fece la telecronaca di una gigantesca messinscena organizzata dagli Stati Uniti).
Angosciato Alfonso Bonafede, dimenticabile ministro della Giustizia, noto anche con il soprannome di Dj Fofò (perché lui alla consolle ci ha lavorato sul serio, non come Salvini, solo per un pomeriggio al Papeete Beach): Luigi Di Maio gliel’aveva detto, «Fofò, qui è finita», ma lui niente, convinto di poter contare sull’indulgenza di Conte (fu Bonafede a introdurlo nel mondo dei 5 Stelle).
Macerie calcinate, osservano divertiti quelli che sono già saltati sul carrozzone di Giggino (come Carla Ruocco: «Ci siamo evoluti», e sì, certo, vabbé; o Sergio Battelli, uno che non voleva tornare a fare il commesso nel negozio di animali dove aveva lavorato per dieci anni).
E lei, Buffagni? (Stefano Buffagni, consigliere regionale in Lombardia, poi sottosegretario nel Conte 1 e viceministro allo Sviluppo economico nel Conte 2). «Sono commercialista: tornerò nel mio studio. L’ipotesi di lasciare il Parlamento non mi spaventa».
L’altro giorno, mentre veniva giù tutto, lei ha detto: la gente ci impala. «La politica deve dare risposte. Ho sofferto umanamente. E poi non voglio che mio figlio, un giorno, pensi che il padre aveva perso la testa per una poltrona».
Fabrizio Roncone
(da il “Corriere della Sera”)
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Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile
NESSUNA DEROGA, ECCO I NOMI DI CHI LASCIA IL PARLAMENTO… TAVERNA, FICO E CRIMI TRA I 49 CHE NON SARANNO RICANDITATI.. PER RAGGI UN COLLEGIO A OSTIA, SI ALLONTANA IL RITORNO DI DI BATTISTA
Beppe Grillo schiaccia il tasto game over per 49 parlamentari del Movimento 5 Stelle. “Quelli del secondo mandato”, come li chiamano i colleghi al primo giro nel Palazzo. Paola Taverna, Vito Crimi, Alfonso Bonafede, Danilo Toninelli. La scatoletta di tonno si richiude.
Non saranno ricandidati. Anche Giuseppe Conte ormai si è rassegnato: “Beppe su questa regola non cede”, ripete da giorni ai suoi. E oggi è arrivata l’ufficialità, via post sul blog del fondatore: “Possiamo essere morti tra 15 giorni, non lo so. Ma so che questi nostri due mandati sono la luce nella tenebra, sono l’interpretazione della politica in un nuovo modo, come un servizio civile. Sia io che Casaleggio quando abbiamo fatto queste regole non l’abbiamo fatto per ‘l’esperienza’, per andare avanti, ma perché ci vuole una interpretazione della politica in un nuovo modo”.
Non ci saranno deroghe, nemmeno formato mini, come aveva suggerito Conte. Anche perché Grillo è il proprietario del simbolo M5S, che va presentato entro il 21 agosto per consegnare le liste. Non ci sono margini per andargli contro. “Noi siamo questi e la legge dei due mandati deve diventare una legge di Stato. L’Italia si merita una legge sui due mandati e sui cambi di casacca”, rilancia l’ex comico. Che ne ha pure per lo scissionista Luigi Di Maio, a cui manda un sonoro Vaffa, ribattezzandolo “Gigino ‘a cartelletta”. “Tutti questi sconvolgimenti, queste defezioni, sparizioni nel nostro Movimento sono provocate da questa legge sui due mandati che è innaturale, che è contro l’animo umano… – dice Grillo – Gigino ‘a cartelletta’ adesso è di là che aspetta il momento di archiviarsi in qualche ministero della Nato, è gente che fa questo lavoro, entra in politica per diventare poi una cartelletta”.
Chi entra e chi esce
Alfonso Bonafede, dopo un colloquio con Grillo durante l’ultima (infausta) trasferta romana del fondatore, ha cambiato l’immagine del profilo di Whatsapp. C’è il logo del suo studio legale, Bonafede & Partners. Tornerà in tribunale.
Altri invece ancora ci speravano: Paola Taverna e Vito Crimi da settimane si facevano vedere quasi tutti i giorni nella sede del partito (con pausa pranzo fissa al tavolo di Santovino) e tallonavano il leader. Anche Roberto Fico, terza carica dello Stato da presidente della Camera, ci ha sperato fino all’ultimo. Altri ancora – da Giulia Grillo a Danilo Toninelli – grillini doc, non avrebbero voluto la deroga nemmeno per loro.
C’è chi lascia lo scranno e chi scalpita per accaparrarselo. Virginia Raggi, in vacanza sulle Dolomiti, smania: dovrebbe avere un collegio a Ostia, periferia balneare di Roma dove anche nelle sciagurate elezioni di ottobre 2021 è andata forte. Chiara Appendino dovrebbe avere la candidatura a Torino.
Mentre Alessandro Di Battista, pronosticano i contiani di ferro, “alla fine non sarà in lista”. E Conte? Si candiderà probabilmente a Roma, al Senato (collegio plurinominale).
(da Open)
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Luglio 22nd, 2022 Riccardo Fucile
IL SONDAGGISTA LORENZO PREGLIASCO: “PUO’ ANCORA SUCCEDERE DI TUTTO, GLI INDECISI SONO TANTI”
Lorenzo Pregliasco, sondaggista politico e direttore di YouTrend. Sarà una campagna
elettorale lampo. Due mesi e si vota. Da quello che dicono i numeri delle simulazioni che avete pubblicato in questi giorni il centrodestra sembra avere la vittoria in tasca praticamente in ogni possibile scenario. Cioè con o senza campo largo dalle parti del centrosinistra. È davvero così? Les jeux sont faits?
Si e no. È vero che la campagna sarà breve e tra l’altro c’è di mezzo agosto. Però è anche vero che le campagne elettorali non sono mai scritte fino in fondo. Sappiamo qual è il punto di partenza ma non l’arrivo. Perché comunque ogni campagna espone i leader a dire la loro sui temi e i partiti a scegliere gli alleati. Ci troveremo in un contesto politico subito successivo a quello della caduta del governo. I partiti dovranno essere capaci di spiegare agli elettori il perché del voto anticipato, tra l’altro in un periodo così inusuale. In poche parole: può ancora succedere di tutto. Anche perché gli indecisi sono tanti, l’elettorato è fluido e non sappiamo ancora quale sarà l’effetto di queste elezioni a sorpresa sull’affluenza.
Come mai? Chi teme di più l’astensionismo?
La bassa affluenza – cioè sotto il 70% – potrebbe favorire maggiormente il centrosinistra, o comunque la sua area moderata. Rispetto ad un centrodestra che può potenziare il suo consenso a condizione che la partecipazione sia elevata. Mi riferisco in particolare a Fratelli d’Italia al Sud, un bacino in parte andato ai Cinque Stelle nel 2018 che però non è scontato che stavolta torni alle urne.
Con il combinato disposto di Rosatellum e minor numero di seggi parlamentari in gioco, il centrodestra ha la possibilità, in caso di vittoria irresistibile, di raggiungere quota due/terzi dei seggi in entrambe le camere. Ovvero quella maggioranza qualificata in grado, potenzialmente, di revisionare la Costituzione senza dover passare per forza dal referendum. È uno scenario possibile?
Non lo escludo ma non è tra gli scenari più probabili. Per avere quel tipo di risultato il centrodestra dovrebbe vincere praticamente in tutti i collegi uninominali. E dovrebbe andare molto forte anche nel proporzionale. Sensibilmente sopra a quello che è il suo livello di consenso attuale.
Quali sono le condizioni che possono portare il centrodestra non dico a stravincere ma comunque ad assicurarsi una maggioranza di governo?
Sicuramente un centrosinistra diviso. In particolare se il polo liberal riformista di centro si presenterà da solo questo potrebbe far vincere al centrodestra molti più collegi uninominali di quanti possa vincerne contro un’area centrista unita al Pd.
A proposito di centro. Che ne pensa della variabile Calenda? Oggi il leader di Azione ha detto un secco no ad alleanze con M5s, Verdi e Sinistra Italiana, aggiungendo di volersi candidare nel collegio uninominale Roma 1, cioè in casa del Pd. Ce la può fare?
Dipende dallo schema di gioco. Se corre da solo contro il Pd e contro il centrodestra penso che avrebbe chance molto ridotte. Alle comunali è andato forte nella zona corrispondente al collegio in questione. Ma erano elezioni locali, un contesto politico diverso. Anzi, penso che un Calenda da solo faticherebbe ad eleggere anche un solo deputato in un collegio uninominale in tutta Italia. Persino a Roma 1 con lui stesso candidato. Certo, se supera il 3% i seggi del proporzionale scattano lo stesso. Altro discorso è un Calenda appoggiato anche dal Pd. A quel punto a Roma 1 sarebbe più competitivo in uno scontro con il centrodestra. Se non favorito.
Con l’imminente entrata in Azione di Maria Stella Gelmini, i calendiani cercano di occupare lo spazio elettorale che Forza Italia ha sacrificato sull’altare dell’alleanza con Meloni e Salvini. Ma non è che questa variabile Calenda potrebbe fare indirettamente il gioco del centrodestra? Oppure proprio al contrario far evadere voti di elettori dalla coalizione avversaria – indebolendola – verso un terzo polo centrista a trazione Renzi-Calenda?
Le mosse di Calenda di queste ore nascono dalla necessità di aggregare quel consenso moderato e liberale che è rimasto spiazzato dalla scelta di Forza Italia di provocare la crisi di governo insieme a Salvini. Una scelta che dal mio punto di vista va a smentire quello che era diventata Fi nell’ultimo periodo, cioè un partito che era da tutti descritto, anche da loro stessi, come una forza moderata, europeista, responsabile e soprattutto fortemente draghiana.
Viene meno il tratto distintivo del partito azzurro nell’alleanza con Lega e Fdi
Sicuramente questa mossa la spinge molto verso destra. Potrebbe risentirne sensibilmente. L’elettorato che le era rimasto non voleva questo tipo di crisi. Ci saranno molti elettori azzurri che diranno: “Se l’obiettivo è portare la Meloni al governo, perché devo votare Forza Italia? A quel punto metto la croce direttamente su Fdi”.
Ed è qui che si inserisce Calenda, e torno alla domanda che le ho fatto poco fa.
Sì ma attenzione perché molto spesso c’è una sovrarappresentazione mediatica di alcuni mondi e di alcuni leader, penso a Calenda che è molto presente sui social, ma è una figura che poi nelle intenzioni di voto rimane comunque intorno al 4-5% sommando Azione a +Europa. Quando sondiamo la fiducia e la notorietà dei leader politici, Calenda non è tra i più brillanti. È la prova che i leader più mediatici non sono automaticamente quelli più bravi a tradurre la centralità sugli schermi in consenso reale.
Fattore Draghi. Che ne pensa di ciò che ha detto oggi Franceschini – subito spalleggiato da Di Maio – e cioè che nelle urne la sfida sarà tra chi ha difeso Draghi e chi lo ha tradito, proponendo dunque un rassemblement elettorale di tutti draghiani? Siamo sicuri che l’elettorato ragionerà in questi termini?
Penso che come sempre le persone voteranno prevalentemente seguendo schemi di appartenenza e adesione a valori politici. Però quello che è accaduto è irrituale. Così come è irrituale votare in questo periodo. C’era comunque una netta maggioranza di persone che non voleva la fine dell’esperienza Draghi, preferendo andare al voto a scadenza naturale. Draghi ha avuto un consenso trasversale molto ampio per molto tempo. Questi sono fattori che secondo me peseranno in qualche modo. È vero che abbiamo tutti la memoria corta, è anche vero che però le elezioni saranno molto ravvicinate rispetto alla crisi di governo. Quindi secondo me il tema sul “Perché ci fate votare adesso? Perchè il governo è caduto?” giocherà la sua parte.
Chi dovrebbe temere di più il fattore Draghi?
Potrebbe creare qualche grattacapo a Lega e Fi. Il centrosinistra tenterà di usare la caduta del governo come grande elemento di cesura tra noi e loro, tra centrodestra e centrosinistra. Ma non sarà semplicissimo farlo capire agli elettori. Al contrario, il centrodestra farà il possibile per far dimenticare questa parentesi e cercherà di sfruttare l’onda lunga – l’inerzia – che li vede maggioranza relativa nel Paese fin dal 2018. Da quando ottennero come coalizione la maggioranza relativa alle elezioni, con il 37%, cifra poi cresciuta lungo tutta la legislatura e calata solo in parte durante la pandemia.
Insomma, ci sono sufficienti elementi per dire che la campagna elettorale non sarà priva di sorprese così come l’esito del 25 settembre.
Fino a prima della crisi si diceva: tra pandemia e guerra c’è voglia di rassicurazione, voglia di stabilità. Addirittura un mese fa alle amministrative i commentatori dicevano che la vittoria del centrosinistra suggellava il campo largo con tanto di crisi del centrodestra. Ecco: oggi dobbiamo cercare di evitare di eccedere nel senso opposto, cioè nel dire che Meloni, Salvini e Berlusconi abbiano in tasca le elezioni. Partono favoriti, ma non ricordo una tornata elettorale in cui non ci siano stati almeno dei passaggi che hanno poi messo in discussione la leadership di un’area politica. Nel 2006 ci si aspettava una vittoria tranquilla del centrosinistra di Prodi, che poi non c’è stata. Nel 2013 stessa cosa con Bersani ma poi ci fu l’exploit di Grillo. Cinque anni dopo non ci si aspettava il 33% degli stessi M5s. E questo ha reso impraticabile una maggioranza di governo tradizionale. Quindi facciamo attenzione: la campagna elettorale sarà molto breve, ma l’elettorato è molto fluido e non sappiamo come prenderà questa strana campagna di fine estate.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 22nd, 2022 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLA COALIZIONE SARA’ VOTATO DA UN’ASSEMBLEA DEI PARLAMENTARI ELETTI (DOPO LE ELEZIONI) … TRADOTTO: SE FORZA ITALIA E LEGA INSIEME AVRANNO PIÙ ELETTI, DECIDERANNO LORO
Il centrodestra è il grande favorito, sondaggi alla mano, ma il dato cruciale è: chi comanderà nella coalizione? Chi arriverà a Palazzo Chigi e darà le carte del prossimo governo?
Al programma, ha spiegato a Repubblica il leader di Forza Italia, “sto già lavorando da tempo e sarà avveniristico, ma dovrà essere presentato tra il 12 e 14 agosto, c’è poco tempo, Quindi la riflessione, pesantissima, sui rapporti con Giorgia Meloni e Matteo Salvini. La prima, leader di Fratelli d’Italia, appare la favorita alle urne.
E c’è chi per questo prospetta una lista unica Forza Italia-Lega, proprio per rovesciare gli equilibri interni. Berlusconi lo esclude: “Non stiamo pensando a liste uniche, ma a ciascuno con la propria identità. Ci sono differenze di posizione, linguaggio, di storia tra i vari partiti. Preferiamo continuare a mantenere la nostra identità”.
Quindi la bomba sulla scelta del leader della coalizione: “Ne parleremo insieme, è una delle cose da decidere.
L’idea che sta emergendo è che il leader venga votato da un’assemblea degli eletti. Una volta votato, potrebbero essere gli stessi parlamentari che sono stati eletti a riunirsi in Assemblea e votare il leader…”. Tradotto: se Forza Italia e Lega avranno più eletti, decideranno loro. Parole che, immaginiamo, non avranno fatto fare i salti di gioia alla Meloni.
(da agenzie)
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