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L’ESILARANTE INTERVISTA DI BERLUSCONI A LA STAMPA: “NON SIAMO STATI NOI A CACCIARLO, DRAGHI SI E’ DIMESSO PERCHE’ ERA STANCO”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“AL SEGUITO DI SALVINI? IO SONO PIU’ INTELLIGENTE, COMPETENTE ED ESPERTO”

«Su, adesso basta con le sciocchezze. Io stimo Mario Draghi, lo sanno tutti. E tutti si ricordano che lo portai io al vertice della Banca Centrale Europea nel giugno 2011. Però adesso finiamola con questa storia che siamo stati noi a farlo fuori e a cacciarlo dal governo…».
È ora di pranzo, e nella calura di Villa Grande la voce del Cavaliere risuona forte e chiara come non si sentiva da tempo. Al telefono, Silvio Berlusconi ha qualche sassolino dalla scarpa che si vuole togliere, il giorno dopo la “Vergogna”, come ha titolato la Stampa di questa mattina: avevamo la migliore riserva della Repubblica alla guida del Paese, orgoglio e vanto per l’Italia nel mondo, e siamo riusciti a bruciare pure quella.
Protagonisti della “political assassination” sono stati, in combutta, i capi-bastone della curva ultrà gialloverde, quelli che stravinsero le elezioni del 2018: Giuseppe Conte ha innescato la miccia per conto dei Cinque Stelle, Matteo Salvini l’ha fatta esplodere mettendo la firma della Lega.
Ma stavolta c’è di peggio: la novità è che ad aggregarsi alla congiura dei “Draghicidi” si è aggiunto anche il padre-padrone di Forza Italia. Che invece di bagnare le polveri, le ha infiammate. Com’è stato possibile?
«Ecco, facciamo un po’ di chiarezza…», risponde Berlusconi dalla sua magione romana, dove in questi giorni il centrodestra ha bivaccato a più riprese per venire a capo – senza riuscirci, se non al prezzo di sacrificare SuperMario – della crisi più pazza del mondo.
«Io ho letto il titolo del suo giornale, vergogna, ha scritto, ma noi non dobbiamo vergognarci di nulla. Noi non abbiamo buttato giù il governo. Draghi si è buttato giù da solo, prima con le cose che ha detto in aula, poi con le decisioni successive!».
Ma come? La non-fiducia sul termovalorizzatore l’hanno decisa i grillini la settimana scorsa, e la non-fiducia alla mozione Casini l’hanno decisa insieme Forza Italia e Lega ieri…
Il Cavaliere la vede in un altro modo: «Senta, io ieri ho parlato con tutti. Ho chiamato il presidente della Repubblica Mattarella e il presidente del Consiglio Draghi, e a tutti e due ho letto il testo della nostra risoluzione. Nessuno dei due ha sollevato obiezioni. Lì dentro non c’era scritto mandiamo a casa Draghi, ma il contrario. Noi ci eravamo già meravigliati per il fatto che Draghi la settimana scorsa aveva ribadito che questo governo non esiste senza i Cinque Stelle. Ma l’abbiamo seguito sulla sua stessa linea. Poiché i grillini vogliono uscire, ne prendiamo atto e facciamo subito un Draghi bis, senza di loro, e cambiando alcuni ministri. Questo gli ho detto: ripartiamo, e andiamo avanti. Bastava che Draghi accettasse, e oggi sarebbe tutto un altro film…».
Ancorché romano, l’Uomo di Arcore è un fiume in piena. Ma come si fa a pensare che Super Mario, dopo i calci che aveva tirato nei denti ai partiti, avrebbe potuto accettare un Draghi bis alle condizioni imposte dal centrodestra, cioè un rimpastone che presupponesse magari anche la fuoriuscita di ministri come Lamorgese e Speranza?
“Premesso che non abbiamo mai parlato di nomi, io le rispondo certo che avrebbe potuto, per il bene del Paese. Ma non l’ha fatto, e la responsabilità è sua, non nostra”.
A Draghi non faranno piacere, queste parole…
«Capisco, ma le confesso che sono rimasto davvero perplesso per i suoi comportamenti. Anche questa mattina alla Camera avrebbe ancora potuto ricucire tutto. In fondo aveva preso la fiducia con 95 voti al Senato…».
Ma pensare a una retromarcia, dopo quello che era successo ieri a Palazzo Madama, sarebbe stato davvero troppo…
«Sì, ma solo per un motivo – risponde secco Berlusconi – e cioè che lui aveva già deciso tutto. Lo sanno tutti che non ne poteva più, lo sanno tutti che ne aveva le scatole piene. Dimettersi era una sua volontà precisa, a prescindere da quello che avrebbero fatto, detto e votato i partiti. Vuole che le riveli un’indiscrezione?». Il Cavaliere non resiste: «Sa cos’ha detto Draghi a un comune amico? Basta, non ne posso più, qui mi fanno lavorare il doppio di quanto lavoravo alla Bce…».
La maldicenza? Il venticello della calunnia? Vai a sapere. Certo è che nel “day after”, quando fatti, opinioni e mercati dimostrano che l’Italia è ripiombata nel caos, la Bce ha chiuso l’ombrello e noi non abbiamo più il suo ex governatore a proteggerci, il centrodestra anche agli occhi di un’opinione pubblica sconcertata ha un disperato bisogno di cancellare le impronte digitali dalla “scena del crimine”.
Ma poi, dopo quello che è successo, di che centrodestra parliamo? Anche questo è stato uno strappo, stavolta interno a quella metà del campo. Berlusconi, che in questi tre anni ha cercato di rivestirsi con i nobili panni dello statista, conservatore europeo e moderato, responsabile e repubblicano, alla fine si è fatto trascinare sulla via del Papeete dal Capitano leghista.
E qui il Cavaliere ha un sussulto, si indigna, non ci sta: «Eh no, questo non lo voglio neanche sentir dire! Ma secondo lei se mettiamo vicino Berlusconi e Salvini, chi prevale tra i due per competenza, esperienza, cultura e savoir-faire? Dai su, non scherziamo. Io non sono affatto spinto da Salvini. Il centrodestra sono io…».
Il Patriarca non accetta il suo autunno. Anzi, ha già detto e ripete che è pronto a candidarsi. Tanto ormai si va a votare. «Anche su questo ho qualche perplessità – aggiunge – ho visto che il Capo dello Stato sta pensando a una delle ultime due domeniche di settembre. Non sono convinto: che facciamo, una campagna elettorale di due-tre settimane? Troppo poco, non va bene…».
Perché una cosa è sicura: lui la campagna elettorale la farà. È pronto a candidarsi al Senato, il Tempio dal quale fu “cacciato”, lui sì, in virtù della legge Severino, dopo la condanna definitiva per frode fiscale. Tornare a Palazzo Madama ha dunque il sapore della rivincita. Magari, chissà, in cuor suo ha persino l’illusione di esserne eletto presidente, benché dopo la Casellati sia un assurdo peccato di “ubris”.
Ma insomma. È anche sicuro che Forza Italia, con lui risceso in campo, possa arrivare al 20 per cento. Volontà di potenza o delirio di onnipotenza? Più la seconda, a occhio e croce. Anche perché, nel frattempo, il partito azzurro perde i pezzi. Gelmini e Brunetta annunciano l’addio.
E qui il Cavaliere abbassa il tono di voce. Sembra quasi rattristato: «A queste persone ho dato tutto. Non mi merito che facciano questo. La Gelmini, poi… Ricordo che se ne voleva andare già ai tempi di Monti. Ma comunque… Non mi merito nemmeno che queste persone, andandosene, dicano quelle cose: ‘Forza Italia non è più la stessa, Berlusconi è diventato un’altra persona…’. Tutte sciocchezze. Sono loro che sono cambiati, non io. Sono loro che mancano di riconoscenza nei miei confronti. Ma le dico io una cosa, e la dico anche e soprattutto a loro: non hanno futuro. E non lo sostiene nemmeno Silvio Berlusconi, lo dimostrano i fatti di questi anni: guardi che fine hanno fatto, tutti quelli che sono usciti da Forza Italia… Perché la verità, alla fine, è questa: tutti quelli che mi lasciano non hanno futuro, punto e basta».
La telefonata finisce così.
Da Villa Grande si sente in sottofondo una voce femminile che chiama la servitù: «Attenzione, il cane ha fatto la cacca sul tappeto…». Nella testa resta solo una domanda sospesa: e Silvio? Silvio, seduto sul Carroccio a fianco a Matteo, lanciato all’inseguimento di Giorgia e dei suoi Fratelli? Questa livorosa e litigiosa carovana destrorsa, che futuro ha?
(da La Stampa)

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PERCHÉ L’ITALIA DEVE PAGARE UN TERZO DI PIU’ DELLA SPAGNA PER FINANZIARSI SUI MERCATI? NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI DEBITO O DI ALTRI PARAMETRI ECONOMICI

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“L’ITALIA E’ CONSIDERATA MENO AFFIDABILE DELLA SPAGNA PERCHE’ IL POPULISMO DA NOI È PIÙ PRESENTE: NON SOLO NEI SONDAGGI O IN PARLAMENTO MA NELLA SOCIETÀ, NEL COSTUME, NEL LINGUAGGIO… POPULISMO IN ECONOMIA È IL NON SAPERE E NON VOLER SAPERE, NON INFORMARSI. È PROMETTERE, PUR DI SUSCITARE UN APPLAUSO”

Vi siete mai chiesti cosa può esserci di tanto diverso fra l’Italia e la Spagna? Qualcosa deve pur esserci, perché per il governo di Roma – dunque in proporzione anche per le famiglie e le imprese italiane – trovare credito costa un terzo di più. Era già così prima della crisi di governo e nel lungo periodo sono differenze enormi: come partecipare a una gara di fondo con la zavorra ai piedi oppure senza. Lo spread fra l’Italia e la Spagna, la differenza nei rendimenti dei titoli di Stato decennali, è di poco meno dell’uno per cento a favore di Madrid: non troppo diversa a quella che pure si è avuta fra l’Italia e la Germania in certi momenti degli ultimi anni. Dunque una differenza fra i due grandi Paesi dell’Europa del Sud c’è.
Già, ma quale? Perché non è facile trovarla nei dati. È vero che la Spagna ha un debito pubblico più basso (115% del prodotto lordo contro 150% circa), ma ha un debito privato più alto e infatti ha anche un debito lievemente più alto se si sommano lo Stato, le famiglie e le imprese. Ed è vero anche che la Spagna ha grandi imprese globali mentre l’Italia le sta perdendo, ma ogni occupato in Italia genera 68 mila euro di prodotto lordo all’anno e in Spagna 57 mila.
I tassi di crescita negli ultimi tre anni poi sono molto simili, così come lo è il deficit pubblico. E se lo choc dell’energia sta portando in profondo rosso la bilancia dei conti correnti dell’Italia con il resto del mondo – per la prima volta dalla crisi dell’euro – così è anche per la Spagna.
Allora perché tutta questa differenza, per cui noi dobbiamo pagare un terzo di più per finanziarci? Forse se si guarda alle grandezze economiche, si sta cercando dalla parte sbagliata. Forse la differenza che fa ritenere l’Italia meno affidabile della Spagna non è nelle condizioni concrete dei due Paesi, ma nella temperie che finisce sempre per esprimersi nella politica. Il populismo è più presente in Italia: non solo nei sondaggi o in parlamento (come si è visto anche nelle ultime ore), ma nella società, nel costume, nel linguaggio.
E la forza perdurante del populismo nell’offerta politica fa sì che ai finanziatori dei mercati internazionali o anche ai piccoli risparmiatori locali appaia più difficile capire la direzione dell’Italia che quella della Spagna dopo le prossime elezioni: gli investitori applicano un sovraccosto sul credito per questo. E se ciò spiega lo spread con Madrid, non spiega cosa sia il populismo in sé nel governo dell’economia e cosa lo renda tale.
Avanziamo una definizione possibile: populismo in economia è il non sapere e non voler sapere, non informarsi, non sforzarsi di capire il contesto attorno a noi e le conseguenze delle nostre azioni dopo di noi. È promettere e agire a prescindere, pur di suscitare un applauso qui e ora. Se questa definizione ha un senso, allora l’Italia attraversa in questi giorni un momento di intenso populismo perché il governo del Paese, oggi e in futuro, viene visto da troppi in parlamento e nella società in modo del tutto slegato dal significato della giornata di oggi.
Eppure proprio la data di oggi, 21 luglio, potrebbe segnare l’agenda dell’economia italiana ed europea per parecchio tempo a venire. Oggi (o comunque nei prossimi giorni) dopo si capirà se di quanto davvero la russa Gazprom decide di bloccare le forniture di gas via Nord Stream, proprio mentre noi europei cerchiamo di fare scorta per il prossimo inverno. E sempre oggi si capirà quanto la Banca centrale europea alzerà i tassi e in cosa consiste il «meccanismo» che dovrebbe proteggere l’Italia, ora che il costo del denaro salirà
Lo vedremo nelle prossime ore, ma qualcosa si intravede già: cambia la stagione delle politiche pubbliche e, dopo la fase di deficit spending inaugurata con la pandemia, torna il vincolo di bilancio.
Torna per due ragioni. In primo luogo perché, con l’inflazione e i tassi, salgono anche i rendimenti dei titoli del nostro debito pubblico da 2.700 miliardi di euro. Titoli per 500 miliardi sono da rinnovare o emettere ex novo a rendimenti più alti nel prossimo anno e mezzo; titoli per 800 miliardi entro il 2024. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che un aumento di un punto percentuale dei rendimenti, dopo tre anni, assorbe in interessi sul debito dieci miliardi di spesa pubblica in più. E l’aumento è già di oltre un punto, dunque è probabile che andranno trovate economie in altre parti del bilancio: più entrate dalle tasse o meno spese, oppure un mix di entrambe.
L’altra ragione per cui il vincolo di bilancio torna prima del previsto è che la Bce si dirà pronta a allargare la sua rete di sicurezza – il «meccanismo» anti-spread – solo se il Paese beneficiario riduce il deficit. Se l’Italia non lo facesse, la prospettiva della protezione da parte della Bce svanirebbe e noi ne pagheremmo immediatamente le conseguenze sui mercati.
Proprio per questo l’aprirsi di una crisi di governo adesso non può che complicare la situazione sia a Francoforte che a Roma. Per la Bce aiutare un paese senza governo nel pieno delle sue funzioni diventa molto più difficile. Populismo è rifiutarsi di vedere tutto questo, non capirlo, non considerarlo. In concreto, populismo è per esempio pretendere di ridurre il cuneo fiscale – il costo del lavoro che non va in busta paga – senza spiegare dove si trovano le risorse per farlo. L’opposto del populismo è invece cercare quelle risorse per tagliare, giustamente, il cuneo. E forse la vera linea di faglia che oggi divide il Paese passa proprio di qui.
(da il Corriere della Sera)

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IL RAPPORTO SPECIALE CHE LEGA CONTE, SALVINI E PUTIN: “NEL 2019 L’ESPRESSO RIVELA GLI INCONTRI IN UN ALBERGO DI MOSCA, IL METROPOL, TRA ESPONENTI DELLA LEGA E RUSSI CHE PROMETTEVANO FONDI AL PARTITO ITALIANO. UN EPISODIO MAI CHIARITO, MA MAI SMENTITO, CHE LASCIÒ SALVINI INTONTITO”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

UNA VICENDA CHE HA LASCIATO SU DI LUI E SU CONTE (ANCHE LUI IN QUEL PERIODO, IL 2018, PROTAGONISTA DI MOLTE VISITE A MOSCA) UN PERMANENTE SOSPETTO, RITORNATO ALLA GRANDE IN QUESTI GIORNI

I coccodrilli hanno asciugato rapidamente le loro lacrime, e festeggiavano ieri pomeriggio, la pancia piena dei resti di una legislatura. Una soddisfazione almeno tocca a chi guarda, orripilato, tanta allegria: il velo è caduto, la maggioranza più larga della storia recente, si è rivelata per quello che era – una malmostosa, rabbiosa, silente comunità politica che lodava in pubblico il suo premier e complottava in privato di mangiarselo.
Nemmeno essere Mario Draghi è stato sufficiente.
La figura più influente del nostro Paese – per provato curriculum e risultati (qualunque cosa se ne voglia pensare) – è stato politicamente fatto a pezzi nel giro di pochi mesi. Prova finale che la crisi delle istituzioni – nell’ordine ascendente: Partiti, Parlamento, Presidenza del Consiglio, e Quirinale – innescata dieci anni fa dalla fine del governo Berlusconi e il ricorso a un governo tecnico, quello di Mario Monti, è arrivata al punto di non ritorno. L’Italia è anche ufficialmente, da questo momento, e agli occhi di tutto il mondo, un sistema politico fallito.
La fine della storia è arrivata senza nemmeno un po’ di onore: i coccodrilli sono usciti, accalcandosi, dal portone del Senato, ridendo com’ è giusto per un branco che ha vinto una battaglia. Ma la corsa felice serviva soprattutto a lasciare in tempo l’aula così da non dover votare; così, cioè, da non mettere il proprio nome sul “draghicidio”.
Sapevano che nella prossima campagna elettorale l’eliminazione di Mario Draghi costituirà una scelta di campo, una definizione politica. Ed hanno ragione a temere. Le conseguenze di quello che è successo nel Parlamento italiano sono destinate ad essere, nella dinamica europea, una evoluzione che riapre una lotta politica interna al continente come da tempo non vedevamo.
L’unico modo per capire davvero quello che sta succedendo è strappare questa vicenda dal qui e ora, e riconnetterla con quello che è successo all’inizio di questa legislatura, alla formazione del governo giallo-verde nel 2018.
Ripartendo dalla domanda di oggi – chi ha ucciso Mario Draghi? Risposta semplice: Giuseppe Conte, e Matteo Salvini. Ancora loro due.
È dal 2018 che questa coppia pur nelle divisioni e negli scontri, nei momenti più rilevanti della storia politica del Paese si rivela un’alleanza di ferro.
La coppia funzionò perfettamente all’inizio del governo giallo-verde, si divise nel secondo governo Conte, ma sotto la tensione è sempre rimasta un’automatica convergenza di sentimenti e decisioni: furono loro due a lavorare contro l’elezione di Mario Draghi al Quirinale, e loro due sono stati la testa di ponte dell’assalto al suo governo. L’assonanza fra i due è talmente spontanea, talmente limata, da sfociare spesso senza neanche accorgersene in perfette sovrapposizioni. Salvini e Forza Italia infatti mossi da un feroce sentimento anti-Conte, al punto da porre a Draghi il diktat di formare un nuovo governo senza Conte, colpevole di aver affossato l’Unità nazionale, in assenza del consenso di Draghi a questo piano, hanno dato loro il colpo finale al governo affossato, a loro dire, da Conte.
La novità di questa coppia è che si è aggiunto stavolta nel “draghicidio”, a consacrazione dell’egemonia di Salvini, Silvio Berlusconi, che, ammaliato dalla prospettiva del voto subito in chiave di competizione con la Meloni, ha abbandonato il ruolo di capo del partito della moderazione e dell’Europeismo di destra, in Italia.
Come si vede, il sottofondo di tutto quello che è successo continua a tornare a un punto preciso della formazione della nostra classe politica: la vittoria nel 2018 di due partiti populisti, Lega e M5S. Non durò molto, l’esperimento. Ma qualcuno si ricorda perché , in queste ore?
Quella vittoria presa in Italia come una delle tante giravolte di un instabile panorama politico, creò un vasto allarme in Europa. Così vasto da avere forte eco anche oggi.
Si ricorderà che il successo elettorale dei populisti nel 2018 avvenne nell’infuocato clima della crisi dei migranti da una parte e nel formarsi di un forte fronte anti-Europa. Non si scherzava in merito. Un vero e proprio fronte costituito da Orban, Salvini, e Le pen (ci limitiamo ai nomi più rilevanti) che portava avanti, in vista delle Europee del 2019, la parola d’ordine: «Vinceremo noi e cambieremo le regole Europee».
Salvini in Italia fece di quella promessa il traino della sua prima fase di governo. L’Europa, dietro le frasi di circostanza – la Merkel era una maestra in questa arte di dissimulazione delle sue rabbie- temeva fortemente questo progetto. Progetto finanziato e apertamente sostenuto dalla Russia di Putin.
Il Presidente Russo, già implicato nella guerra in Ucraina dal 2014, sosteneva apertamente Orban, la Le Pen, ( per sua stessa ammissione finanziata con 5 milioni di Euro) e Salvini in Italia.
Era il momento del successo della Brexit, del governo neonazista in Austria, del movimenti antieuropa in Olanda. L’Europa della Merkel tremava e dissimulava. Ma non stette a guardare.
A pochi giorni dalle europee del 2019 venne diffuso un video che mostrava Heinz-Christian Strache, vicepremier e leader del Partito delle libertà (Fpö), di estrema destra, mentre tratta con una pseudo-oligarca russa durante una serata alcolica a Ibiza. Sebastian Kurz, capo del governo austriaco, scelse di dimettersi immediatamente, annunciando elezioni anticipate.
Nel 2019 l’Espresso rivela gli incontri in un albergo di Mosca, il Metropol, tra esponenti della Lega (Salvini era in città ma non nell’albergo) e Russi che promettevano fondi al partito italiano. Un episodio mai chiarito, ma mai smentito, che lasciò Matteo Salvini intontito sotto il peso di una vicenda più grande di quel che immaginasse. Una vicenda che ha lasciato su di lui e sul suo alleato di allora Conte (anche lui in quel periodo, il 2018, protagonista di molte visite a Mosca) un permanente sospetto, ritornato alla grande in questi mesi di guerra, di una relazione un po’ troppo speciale con Putin.
Va ricordato, tuttavia, che la rottura sui soldi di Mosca, fu la fine del governo Conte 1, e del rapporto fra i due alleati, nonché la ragione della brillante presa di distanza che portò Conte al suo secondo mandato costruito stavolta con il Pd.
Eppure quella relazione fra Salvini e Conte è tornata sempre a galla, quando si è trattato del governo Draghi, come abbiamo scritto. Da ieri quella relazione si rafforza, anche senza la volontà dei due leader. Conte e il fronte della destra marciano nella stessa direzione. In Europa le orecchie sono già alzate.
(da La Stampa)

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SIAMO TORNATI ALLA REALTÀ: L’ALTO “PROFILO REPUBBLICANO” INVOCATO DA DRAGHI NON E’ COMPATIBILE CON UN PAESE E UN PARLAMENTO DI BASSO PROFILO

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

IL PALAZZO E’ ESPRESSIONE DEL PAESE, META’ DEGLI ITALIANI NON SA NEANCHE COSA SIGNIFICHI LA REPUBBLICA E , SE LO SA, LA ODIA

L’«alto profilo repubblicano» ( copyright Mattarella), evocato da Draghi come condizione della sua permanenza a Palazzo Chigi, è la più spietata delle condizioni. Altro che i tira e molla con bagnini e tassisti, altro che l’inceneritore di Roma, altro che i punticini di Conte, altro che il bullismo ritrovato del Salvini, con il patetico patrocinio di ciò che resta di Berlusconi
Non siamo un Paese di alto profilo e dunque non abbiamo un Parlamento di alto profilo: chiederlo equivale a pretendere dai parlamentari un salto di qualità che non è alla loro e alla nostra portata. Dico anche “nostra” perché la diffusa ciancia sul Palazzo indegno è consolatoria.
Il Palazzo è espressione del Paese, così che potremmo rovesciare il celebre slogan dell’Espresso scalfariano: “Nazione infetta, capitale corrotta”.
Il basso profilo della nostra rappresentanza politica, con poche e consolanti eccezioni, è conclamato. E se c’è una cosa da rimproverare a Draghi, e anche a Mattarella, è avere “fatto finta” che esistesse, in Italia, una classe dirigente in grado di fiancheggiare il loro disegno «repubblicano».
Metà del Parlamento (metà degli italiani) la Repubblica non sa nemmeno che cosa sia, e se lo sa la odia e ne desidera la fine. Il Salvini è il primo portavoce di questa eversione torva e menefreghista, ma certo non l’unico.
Draghi è planato sulle nostre miserie prescindendo dalla loro esistenza: ma esistono, e la politica, povera lei, è anche un attento rendiconto delle miserie che la innervano.
Ora si torna alla mediocrità e al caos, ovvero alla realtà.
(da La Repubblica)

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L’EDITORIALE DI TONY BARBER SUL “FINANCIAL TIMES”: “COME CINCINNATO, DRAGHI È STATO CHIAMATO A ESSERE IL SALVATORE. LE SUE PAROLE E LE SUE AZIONI HANNO AVUTO PIÙ AUTORITÀ DI QUASI TUTTI I PREMIER ITALIANI POST-1945, LA FINE DEL GOVERNO È ARRIVATA TROPPO PRESTO”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“POTREBBE ESSERE PIÙ DIFFICILE ATTUARE LE MISURE RICHIESTE PER ASSICURARSI I FONDI EUROPEI”

‘L’Italia perde Mario Draghi in un momento pericoloso’.
E’ il titolo di un editoriale del Financial Times firmato da Tony Barber e dedicato all’ex presidente della Bce. Un editoriale in cui Draghi è paragonato a Lucio Quinzio Cincinnato. “Come Cincinnato Draghi è stato chiamato a essere il salvatore dell’Italia”, osserva il Financial Times aprendo il sito con le dimissioni dell’ex presidente della Bce.
“Fra lo sgomento degli alleati dell’Italia e della Nato, per i quali le parole e le azioni di Draghi hanno avuto più autorità di quasi tutti i premier italiani post-1945, la fine del governo è arrivata troppo presto”, aggiunge. Ma non è “molto accurato comunque suggerire che l’Italia è ora nel caos.
Anche se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dovesse optare per le elezioni in settembre o ottobre, non c’è motivo per cui il parlamento italiano non possa approvare la manovra per il prossimo anno prima della fine di dicembre – mette in evidenza il Financial Times -. Potrebbe però essere più difficile per qualsiasi altro governo attuare le misure richieste per assicurarsi i fondi europei”, aggiunge il quotidiano, paventando l’ipotesi che se la crisi divenisse molto acuta “a un certo punto in futuro l’Italia potrebbe chiamare un’altra personalità rispettata non politica per aiutare a risolvere i suoi problemi”.
(da agenzie)

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ANCHE IL “WALL STREET JOURNAL” VEDE NERO PER L’ITALIA: “CON UN ALTRO PREMIER, SENZA LA CREDIBILITÀ E LE DOTI CONCILIATORIE DI DRAGHI, APPROVARE LE RIFORME SARÀ PIÙ DIFFICILE”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“I 17 MESI CON LUI COME PREMIER HANNO DATO ALL’ITALIA E ALL’UE MOTIVO DI OTTIMISMO SUL RILANCIO DELLA MORIBONDA ECONOMIA ITALIANA”

“I 17 mesi di Mario Draghi come premier hanno dato all’Italia e all’Unione Europea motivo di ottimismo” sulla possibilità di un rilancio della “moribonda economia” italiana verso una “strada di crescita sostenibile”.
Lo afferma il Wall Street Journal in un articolo dedicato alle dimissioni dell’ex presidente della Bce.
“La maggior parte del credito della veloce e resiliente ripresa economica dell’Italia dalla pandemia è del governo Draghi” commenta Mariana Monteiro, analista di Credi Suisse, con il quotidiano.
“Con un altro premier, senza la credibilità e le doti conciliatorie di Draghi, approvare le riforma sarò probabilmente più difficile”, aggiunge Monteiro.
(da agenzie)

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FORZA ITALIA, L’ADDIO DI CANGINI: “SU DRAGHI ABBIAMO CAMBIATO LINEA CONDIZIONATI DA SALVINI, UN DEMAGOGO INCAPACE DI COSTRUIRE”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“NON HO ALCUN RISPETTO PER IL POLITICO SALVINI”

Hanno detto addio due ministri di peso, Maria Stella Gelmini ieri sera e oggi Renato Brunetta. Ma la diaspora in Forza Italia dopo il no alla fiducia al governo Draghi non è finita.
Il senatore Andrea Cangini, che ieri ha votato sì alla mozione che doveva tenere in piedi la maggioranza, sta rassegnando le dimissioni: «Mi metterò ora a sbrigare le pratiche burocratiche che per la verità non conosco. Non mi ha chiamato nessuno ma so benissimo che con la decisione che ho preso ieri mi sono messo fuori dal partito, la mia è stata una scelta in coerenza con la linea tenuta fino a quel momento sull’importanza del governo Draghi, il premier aveva anche aperto su alcune richieste di Forza Italia».
Cosa è cambiato in Forza Italia?
«Inseguire Salvini sui temi e sui modi del salvinismo – dice Cangini a Open – non ho alcun rispetto per il politico Salvini. La cultura di centrodestra è realista, Salvini è un demagogo che non costruisce nulla». Dopo le due dimissioni di ieri nessun contatto con gli altri che hanno lasciato il partito fondato da Silvio Berlusconi: «Non mi sono coordinato con nessuno, ho fatto politica per dare un senso più alto a quello che faccio ma posso tornare al mio lavoro. Per ora non ho ancora sentito né Gelmini, né Brunetta. È possibile che molti pur dissentendo preferiscano restare»
(da agenzie)

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ELEZIONI: IL CENTRODESTRA NON AVRA’ DI FATTO UN CANDIDATO PREMIER, IL CENTROSINISTRA INDICHERA’ DRAGHI

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

INUTILE CHE LA MELONI DICA CHE SARA’ LEI, DOVRA’ RIPIEGARE SU UN NOME TERZO… IL CENTRO E IL PD FARANNO UNA CAMPAGNA PER RIPORTARE DRAGHI A PALAZZO CHIGI… E L’ESITO A QUESTO PUNTO NON E’ SCONTATO

Vediamo di esprimere alcune riflessioni sulla “tendenza” che si sta profilando in vista delle elezioni politiche di settembre che tanto scontate in realtà non sono.
Per una serie di ragioni che andremo ad elencare.
1) Il centrodestra è favorito solo perchè la somma dei tre partiti maggiori è intorno al 45% (in realtà lo è da una vita, anzi ha perso qualcosa negli ultimi mesi). Cambiano però i rapporti di forza all’interno.
Mentre prima (quando la Lega era oltre al 30%) il candidato premier era per tutti Salvini, da quando Giorgia Meloni ha effettuato il sorpasso la regola stranamente non pare più scontata.
Non a caso Lega e Forza Italia hanno tentato un’unione sperando di contenere l’avanzata di Fdi, ma ad oggi la Meloni è di poco avanti anche alla somma di Lega + Forza Italia, come avevamo previsto.

Il declino delle leadership prima di Berlusconi, poi di Salvini è inarrestabile, come avviene sempre in Italia (vedi Renzi e M5S). Una volta avviata non c’e’ ritorno di fiamma (varrà anche per la Meloni…)
Il centrodestra di fatto non potrà indicare un “sicuro” candidato premier perchè non sarà la Meloni, lo sa anche lei.
In caso di vittoria, la Meloni si limiterà a indicare una figura terza “presentabile” presso le cancellerie europee di oltre Oceano. Ma lo farà dopo le elezioni. Fermo restando che la Meloni con il 23% da sola non va da nessuna parte.

Conclusione: chi vota centrodestra, voterà al buio, convinto di votare una che non sarà mai premier.
2) Piccolo dettaglio istituzionale: poichè ogni partito si presenterà da solo è importante “chi fa primo” ai fini dell’assegnazione dell’incarico da parte del Presidente della Repubblica. Tradotto: se il Pd dovesse finire davanti a Fdi, Mattarella non potrebbe non indicare Letta come incaricato a formare un governo. Ovviamente se i numeri lo consentissero.
3) E’ vero che allo stato attuale i sondaggi danno una maggioranza risicata di seggi (tra uninominali e proporzionale) al centrodestra, ma abbiamo visto alle amministrative che contano anche i candidati che vengono proposti, non solo i partiti. Bastano dieci “sorprese” per non avere una maggioranza, per capirci.
4) Passiamo al Pd e ai centristi. Il Pd se aggrega Verdi-Sinistra-Leu-Mdp può raggiungere un 32-33%. I centristi oggi possono vantare un 10% (Azione+Europa. Italia Viva, Insieme per l’Italia e forze minori).
La somma delle due forze si avvicina al totale del Centrodestra.
Infine il M5S che finirà sotto il 10%, portando in solitaria in Parlamento solo gli eletti con il proporzionale.
5) Che campagna elettorale sarà e perchè il nome di Draghi potrebbe cambiare l’esito, rendendolo non scontato.
L’intenzione di Pd e centristi (vi sarà evidente nelle prossime settimane) è di indicare Draghi come futuro premier e questo cementerà i due schieramenti, fino ad oggi lontani.
Domanda: ma Draghi si esporrà? Risposta: no, ma non prenderà neanche le distanze.
Se il centrodestra dirà che “chi fa primo indicherà il premier”, nulla vieta al centrosinistra “di indicare” Draghi come premier ideale.
E non sarà un traino da poco, visto il trattamento che gli è stato riservato dai sovranisti e il credito personale e trasversale di cui gode in tutti i partiti (compresi Fdi, Lega e Fdi).
Una intelligente campagna elettorale di centristi e Pd potrebbe “spostare” il voto moderato verso nuovi lidi da parte di chi è rimasto disgustato dalla “cacciata” di una personalità tecnica che tutto il mondo ci invidia.
Necessitano due elementi: che i vari leader centristi mettano da parte il loro egocentrismo e si sacrifichino per la causa comune europeista e che si alzino i toni “politici” dello scontro, indicando chiaramente agli italiani una visione opposta e alternativa alla deriva sovranista che ci porterebbe nel baratro sociale, economico e valoriale.
In quel caso siamo convinti che, preso atto della volontà degli Italiani, Draghi non si tirerebbe indietro.
Ma le perplessità stanno nella considerazione che in Italia servirebbe un’altra sinistra e un altro centro, ad oggi caratterizzati da mille personalismi e distinguo.
Il tempo stringe e i putiniani sono alle porte. Se non volete finire come l’Ungheria datevi una mossa.
E’ tempo di eroi, non di servi.

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IL “BUON GOVERNO” DI FRATELLI D’ITALIA: “TU MI DEVI DIRE SOLO CON QUANTE PERSONE VIENI, CI PENSO IO A PRENDERTI UN BEL GAZEBO E TI METTO LA BENZINA”

Luglio 21st, 2022 Riccardo Fucile

PERMESSI FACILI PER I LOCALI DELLA MOVIDA E CARTE SCOMODE FATTE SPARIRE: TUTTE LE ACCUSE NEI CONFRONTI DELLA SINDACA DI TERRACINA ROBERTA TINTARI FINITA AGLI ARRESTI DOMICILIARI…IL RUOLO DI NICOLA PROCACCINI, EUROPARLAMENTARE DI FRATELLI D’ITALIA

Carte troppo compromettenti che dovevano sparire al più presto per evitare conseguenze. Così la sindaca Roberta Tintari decise di intervenire personalmente occultando i verbali di una riunione di Giunta nei quali si parlava dell’abusivismo all’Arena del Molo di Terracina.
Era sotto osservazione e su questo si basa una parte delle accuse che la Procura di Latina avanza proprio nei confronti della prima cittadina finita agli arresti domiciliari con altre cinque persone. Sull’indagine che scoperchia la rete corruzione nel comune del litorale pontino ora vengono fuori nuovi particolari.
I PASTICCI
Era il 25 settembre 2019 e la Tintari era ancora sindaco facente funzioni (fu poi eletta nel 2020 dopo il ballottaggio): la Giunta comunale quel giorno si riunì per affrontare il problema dell’abusivismo all’Arena del Molo. La Guardia Costiera aveva già effettuato le sue verifiche e la Tintari, secondo la ricostruzione dell’accusa, tentò di insabbiare tutto, facendo sparire le carte più a rischio, probabilmente con l’aiuto di qualcuno. Secondo il giudice Castriota, che nell’ordinanza di custodia cautelare ne ha tracciato un profilo, la sindaca risulta «ottimamente inserita all’interno del sistema dì collusioni e interferenze tra imprenditoria e amministrazione comunale».
Anche quando ricoprì la carica di vicesindaco, quando l’attuale europarlamentare Nicola Procaccini era primo cittadino, Tintari dimostrò di «disporre della connivenza di colleghi, ai quali si è rivolta non solo per soddisfare richieste illegittime del proprio elettorato ma anche per soddisfare interessi privati a scapito degli interessi della collettività, facendo mercimonio della propria funzione e infrangendo il rapporto di fiducia con chi le ha accordato il potere pubblico» scrive il giudice nell’ordinanza descrivendo la sindaca come una «personalità spregiudicata e particolarmente propensa al reato pur di soddisfare i propri interessi». Gli incontri per pianificare favori e iniziative si organizzavano, in alcuni casi, anche all’interno del palazzo comunale
Tra le accuse della Procura c’è anche la realizzazione di un ponte ciclopedonale grazie a un finanziamento europeo, un progetto inizialmente previsto come miglioramento delle aree di sbarco dei pescherecci, ma poi indirizzato verso una pista ciclopedonale con un passaggio sopraelevato. Intanto si attendono gli interrogatori di garanzia che sono stati fissati per lunedì con i primi tre arrestati: Roberta Tintari, Gianni Percoco e Corrado Costantino.
I PERMESSI FACILI PER I LOCALI DELLA MOVIDA
«Tu mi devi solo dire con quante persone vieni, ci penso io a prenderti un bel gazebo e sabato mattina ti metto la benzina». Lo stabilimento più alla moda del litorale di Terracina, il Whitebeach, poteva contare sugli aiuti del Comune per risolvere ogni tipo di problema. Nelle carte dell’inchiesta giudiziaria sulla corruzione si fa spesso riferimento alle attività estive gestite da persone con agganci importanti.
Nell’agosto del 2019 la Guardia Costiera effettua un’ispezione nel locale Whitebeach contestando una serie di abusi, a cominciare da un allargamento dell’area utilizzata come cucina con una serie di pannelli di legno, piazzati senza alcuna autorizzazione. Successivamente anche i carabinieri del Nas effettuano i loro controlli nello stesso locale, riscontrando una serie di irregolarità che portano alla sospensione della licenza.
E a questo punto gli amici si mettono all’opera. «L’ordinanza – scrive il giudice Giorgia Castriota – prima ancora di essere notificata ai diretti interessati e agli organi di polizia amministrativa, fu comunicata dal dirigente Corrado Costantino al tecnico Giuseppe Zappone». Da qui i ringraziamenti per la soffiata, con l’offerta di gazebo e benzina, con il chiaro obiettivo di ottenere aiuti per risolvere il problema.
(da Il Messaggero)

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