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DAL 2019 CASAPOUND HA PERSO PIÙ DELLA METÀ DELLE SEDI DI PARTITO, I POCHI RIMASTI PUNTANO A FARSI VEDERE CON LE ADUNATE IN STILE “ACCA LARENTIA”

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

SE NE SONO ANDATI DI STEFANO E LA CHIARALUCE… “ORMAI SONO UN MOVIMENTO PERSONALE DI IANNONE CHE TRA PUB, NEGOZI E TRATTORIE SI DEDICA PIU’ AL COMMERCIO CHE ALLA POLITICA”

“Effetto Acca Larentia”. Tre parole per riassumere un concetto semplice. Nelle chat dell’ultradestra il tam tam va avanti da 48 ore. L’eco e le reazioni alla versione 2024 dell’adunata nera organizzata da CasaPound – con i saluti romani e il “presente” militare sopra la gigantesca croce celtica, come ogni anno da anni – rischia di ridisegnare equilibri e assetti nella galassia neofascista italiana.
“Questa botta li ha rilanciati quando erano quasi spariti”, commenta uno dei tanti fuoriusciti di CasaPound Italia. Già, perché è questo che potrebbe succedere. Che dopo due anni a dir poco difficili, i “fascisti del terzo millennio” hanno ora la possibilità di uscire dalla sacca di irrilevanza nella quale si erano ficcati.
Era quello l’obiettivo di Acca Larentia. Perché il 7 gennaio rappresenta l’unica vera ipoteca politica rimasta a CasaPound. E quella si sono giocati. Ai camerati di Gianluca Iannone l’effetto volano non pare quasi vero. “Noi c’eravamo e ci saremo sempre”, hanno detto capi e capetti. A partire dal portavoce Luca Marsella il cui astro appare da tempo offuscato. “Un soldatino a servizio di Iannone”, lo descrivono sprezzanti alcune ex tartarughe. Sarà.
Secondo una voce diffusa negli ambienti dell’estrema destra romana “Acca Larentia è stato un paracadute, un colpo de c…”. Il riferimento è proprio allo stato di salute in cui gli organizzatori della manifestazione in memoria dei “camerati caduti” versavano da tempo.
Dopo giugno 2019, quando smette di essere un partito e torna movimento metapolitico, CasaPound non ne azzecca una. Impalpabili persino nella stagione delle proteste contro i vaccini e i Green Pass, che vede al centro Forza Nuova.
Fiaccati dalle fuoriuscite di nomi di presunto peso: prima l’ex segretario nazionale Simone Di Stefano con alcuni fedelissimi, e , più recentemente, la pasionaria Carlotta Chiaraluce. Il primo se ne è andato in polemica con Gianluca Iannone e il resto del gruppo dirigente, La seconda con modalità più soft. L’effetto della spaccatura si è sentito nelle sezioni: da oltre cento che erano, in tutta Italia, ne sono rimaste meno della metà. Con epicentro dell’emorragia al Nord.
Processi, inchieste giudiziarie, le grane legate allo stabile occupato a Roma dal 2003 (dove ancora hanno sede e dove abitano tuttora delle famiglie). CasaPound si era svuotata come era successo al competitor Forza Nuova. Aspirata ideologicamente da FdI e prima dalla Lega. “Ormai sono un movimento personale di Iannone, una specie di manipolo del gran capo e fondatore – racconta un camerata romano della vecchia guardia – Iannone che, tra pub, trattorie, concerti, negozi, si sta dedicando più al commercio che alla politica”.
A lanciare il “presente” a Acca Larentia – un premio e un onore per i neofascisti – c’erano i fedelissimi del capo, “Pelo” e “Atti”. Di fronte, schierati per file, i 500-600 (lontani i tempi dei 6mila sfilati in corteo nel 2018).
(da La Repubblica)

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SALVINI PENSA AL TRIDENTE VANNACCI, PARAGONE, PALAMARA

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

IL “CAPITONE” NON SI CANDIDA ALLE EUROPEE, PER NON METTERE LA FACCIA SU UN EVENTUALE BATOSTA E PUNTA SUI TRE MOSCHETTIERI: IL GENERALE, IL LEGHISTA DI RITORNO NO-EURO E L’EX MAGISTRATO CHE AVREBBE “SCOPERCHIATO IL SISTEMA”

Salvini ora legge Simenon. E’ il segretario che guarda passare Meloni. Non si candida alle europee. Lei sì. Al posto di Salvini tre. Oltre al generale Vannacci, che ringrazia e riflette sull’eventuale candidatura, è pronto a correre un leghista di ritorno.
E’ Gianluigi Paragone, già direttore della Padania, inventore del programma “La Gabbia”, ex senatore del M5s, fondatore di ItaliExit, movimento che ha lasciato. Si dovrebbe candidare nel nord ovest. Il terzo sarebbe l’ex magistrato Luca Palamara che ha scoperchiato il “Sistema” marcio della magistratura.
Salvini prometterà il paradiso catodico: l’abolizione del canone Rai. In Sardegna il governo mangia intanto la sua carne come Ugolino con i figli. Salvini fa dunque lo spettatore ma pure l’avvocato, il garantista, di Chiara Ferragni. La mancata candidatura del segretario ha il dritto come il suo rovescio. Il dritto: se non corre, Salvini non si pesa con Meloni. Il rovescio: se non si candida Salvini, perché dovrebbero farlo i governatori, Zaia, Fedriga e Fontana?
Il timore dei leghisti è che se Meloni dovesse gareggiare, superare il trenta per cento, farà ostaggi. In FdI sono convinti che Salvini stia per “abbassare le pretese” almeno sulle regionali. Sulla Sardegna siamo alla sceneggiata. Il candidato di FdI è sempre Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari. Quello di Salvini resta Solinas. Si è riunito un altro tavolo locale e la Lega voleva segare una gamba quando ha scoperto che per Meloni la Dc di Rotondi pesa quanto la Lega.
Meloni ama l’aritmetica. [Invita tutte le sigle del centrodestra a sedersi. [Lo racconta chi a questi tavoli ci partecipa: “C’è la sigla di Barca Bertulla, i Riformatori al peperoncino. Alla fine si fa la somma per Meloni. Ovviamente con questo metodo ogni regione avrà un Truzzu della premier”. Così non funziona”.
C’è un precedente che la Lega cita come esempio. Sono le regionali della Puglia. Raffaele Fitto, oggi ministro, perse contro Emiliano: “Era il migliore di loro ma non è bastato”. Al momento, per risolvere il caso Sardegna, non è fissata una riunione tra leader.
Giovanni Donzelli di FdI garantisce che come sempre si “troverà una soluzione pacifica”. E’ pacifico che il candidato sia il suo, di FdI.
Sembra tramontato pure lo scambio Sardegna e Basilicata, tra Lega e Forza Italia. L’idea: Pittalis, di FI, candidato in Sardegna, Pepe, della Lega, in Basilicata. Ieri alla Camera sono ripresi i lavori.
L’estero della Lega ormai è Venezia. Il terzo mandato ha sostituito l’autonomia. In Veneto, tra i consiglieri regionali, la minaccia è che se Salvini non “lo ottiene, dopo le Europee, non potrà presentarsi qui. Lasciare a Meloni il campo, non candidarsi, rischia di essere una resa”.
Non c’è cattiveria, è solo Darwin, sopravvivenza. La Lega vive un momento difficilissimo. Alle prossime regionali, in Veneto, senza la lista Zaia, rischia di scendere da 33 consiglieri a 7. Alla Lega, il partito del dito medio, resta ora la tattica. Tutta la campagna per le europee Salvini intende farla contro la Rai, il suo canone. Libera nos a Pino Insegno è il nuovo “Prima gli italiani”.
(da il Foglio)

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CON LA NUOVA NORMA CHE CANCELLA IL TRAFFICO DI INFLUENZE TUTTI SALVI, DA TOMMASO VERDINI A PALAMARA, DA ALEMANNO FINO A GRILLO

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

LA RIFORMA PREVEDE INFATTI CHE, PER ESSERE PUNITO, IL FACILITATORE DOVRÀ RICEVERE SOLDI E GIRARLI AL PUBBLICO UFFICIALE NELL’ESERCIZIO DELLA SUA FUNZIONE. CIOE’ UN CASO SU MILLE

«Dobbiamo evitare di cadere nel famoso traffico di influenze: dobbiamo stare molto attenti». Sarebbe bastato ancora un po’ di tempo a Tommaso Verdini per poter stare un po’ più tranquillo: perché il reato che tanto temevano lui e i suoi soci della Inver, lo stesso che aveva dato il via all’indagine che li ha portati agli arresti per corruzione, tra qualche mese probabilmente non ci sarà più.
Il governo, così come sta facendo con l’abuso di ufficio, vuole infatti cancellarlo. Non formalmente ma praticamente sì: così come è stata riscritta la norma, dicono infatti i giuristi, la sua applicazione diventerà praticamente impossibile. Dando così un colpo di spugna a decine di inchieste aperte in tutta Italia e permettendo la riabilitazione anche di condannati per quella fattispecie: Luca Palamara e Gianni Alemanno, due nomi su tutti. La riforma prevede infatti che, per essere punito, il facilitatore dovrà ricevere soldi e girarli al pubblico ufficiale nell’esercizio della sua funzione. Un caso su mille.
I Verdini con la loro Inver, come si diceva, erano terrorizzati dalla possibile applicazione del reato
Tanto che al momento di assumere una nuova collaboratrice la istruivano proprio su cosa fare e cosa no: mai nessun documento conservato, non lasciare tracce, “perché la nostra è un’attività molto mal vista perché molto borderline…”.
Avevano ragione Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri. Come ha spiegato al Parlamento il magistrato italiano che più si è occupato di corruzione in Italia negli ultimi anni, Raffaele Cantone, procuratore di Perugia ed ex numero uno dell’Anac. «Depenalizzando le condotte di abuso » ha detto proprio in commissione giustizia al Senato il 13 settembre scorso, spiegando il perché abolire l’abuso di ufficio e modificare in questo senso il traffico di influenze possa rivelarsi una catastrofe, «si finisce per far venir meno uno dei tre presupposti necessari per considerare illecite alcune delle azioni tipiche dei faccendieri. Rischierebbe di diventare, per esempio, lecito il pagamento di una somma di denaro ad un soggetto per “spingere” su un magistrato perché decida in un modo piuttosto che in un altro.
O il pagamento anche di una grossa somma di denaro a chi promette una raccomandazione nei confronti di un componente di una commissione di un concorso pubblico, con cui ha rapporti personali, per far risultare vincitore il suo “cliente”.
Lasciando senza regole i lobbisti, dice Cantone, «si arriverebbe a qualificare come legittima attività lobbistica comportamenti di faccendieri di questo tipo che però, che in nessuno Stato occidentale sarebbero mai tollerate».
Cantone parla con cognizione di causa. Per esempio: l’ex magistrato Luca Palamara ha già patteggiato per traffico di influenze davanti al gup di Perugia per “avere messo a disposizione di imprenditori le sue funzioni e i suoi poteri”. Ora potrebbe chiedere al giudice di dichiarare l’estinzione del reato. Lo stesso vale per Gianni Alemanno, condannato a un anno e dieci mesi dalla Corte d’Appello di Roma per traffico di influenze – dopo la derubricazione del reato da parte della Cassazione – in uno dei filoni nati dall’indagine “Mondo di Mezzo”.
Deve rispondere di traffico di influenze dalla procura di Firenze anche Alberto Bianchi, l’avvocato fiorentino vicinissimo a Matteo Renzi ex presidente della fondazione Open: chissà che fine farà quell’indagine. Mentre probabilmente non partirà mai il processo a Beppe Grillo per i suoi rapporti con l’armatore Vincenzo Onorato: chiusa l’indagine a marzo scorso, la Procura di Milano stava valutando il da farsi vista anche la situazione normativa. Se cambia la legge, inutile nemmeno cominciare.
(da La Repubblica)

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LA SAGRA DEL DILETTANTE NEL DISASTRO DELL’EX ILVA

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

UN FIASCO CLAMOROSO DEL GOVERNO SOVRANISTA

Dev’essere stata una scena imbarazzante: in meno di due ore il figlio del re dell’acciaio, Aditya Mittal, giunto a Palazzo Chigi direttamente da Londra, ribadisce che la sua multinazionale non è disposta a mettere più un soldo negli impianti ex Ilva, manda a stendere quattro ministri e un sottosegretario decisamente più anziani di lui, saluta e se ne torna in aeroporto.
Un fiasco clamoroso del governo sovranista, forse l’insuccesso più spettacolare dacché è in carica. Un fiasco annunciatissimo, per giunta, dato che le intenzioni della multinazionale erano palesi da almeno 4 anni. Le aveva segnalate perfino il presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, rassegnando le dimissioni che il governo ha finto di ignorare, visto che l’ad Lucia Morselli (scelta all’uopo da Mittal) non gli ha mai lasciato toccare palla. §
Fino all’ultimo hanno sperato che il disastro si consumasse in silenzio, di rinvio in rinvio, coi ministri che agivano l’uno all’insaputa dell’altro, complice un’informazione sempre pronta a prendersela coi magistrati e gli ambientalisti, ma restia (per sudditanza) a segnalare il vicolo cieco in cui s’è cacciato il più grande stabilimento industriale italiano.
Che nel frattempo invecchiava e dimezzava la produzione di una materia prima essenziale. È così che pensano di rilanciare l’apparato produttivo italiano, di salvare i posti di lavoro e di bonificare l’area di Taranto?
Forse Giorgia Meloni ha calcolato di poter addossare la colpa ai premier che l’hanno preceduta. In conferenza stampa le hanno chiesto delle future privatizzazioni, ma nessuno s’è peritato di farle una domanda sull’onerosa, forse inutile ri-nazionalizzazione dell’Ilva, ora inevitabile. Sempre che, senza un euro in cassa, l’azienda non debba dichiarare lo stato d’insolvenza. Mentre loro, i ministri, andrebbero denunciati per totale inadempienza.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ZARA, H & M E PRIMARK: TESSUTI TOSSICI E INQUINAMENTO?

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO LA SVOLTA ECOLOGICA DEL FAST FASHION E’ UN INGANNO

Nel mondo della moda domina il fast fashion, che significa una produzione massiccia di capi d’abbigliamento progettati per essere indossati per un periodo breve (bassa qualità e bassissimo prezzo) e poi gettati e sostituiti da nuovi modelli. Un sistema produttivo che però sta generando un impatto ambientale e sociale a carico dell’intera collettività. Le aziende lo sanno, e cercano di migliorare la loro immagine con promesse di sostenibilità che spesso non hanno nessun riscontro concreto. L’inganno al consumatore, che passa da vaste campagne di comunicazione con le quali si lascia intendere che l’intero modello produttivo è «green», si chiama greenwashing. Ma come fa il consumatore a distinguere un’etichetta falsamente ecologica, da una vera?
Il rapporto più dettagliato è quello di Greenpeace «Greenwash danger zone» che ha esaminato le etichette di presunta sostenibilità di 29 marchi, inclusi i partecipanti all’iniziativa «Detox commitment» come Zara, H&M e Primark. Etichette che potrebbero nascondere una realtà molto diversa da quella che ci viene presentata.
Sostenibilità del cotone BCI
Il cotone è una delle fibre più utilizzate nell’industria della moda ed è associato ad un importante impatto ecologico, come l’enorme uso di acqua (circa 2.700 litri per produrre una sola t-shirt), pesticidi, fertilizzanti, e l’impiego di semi OGM. Nel 2005 è stato introdotto il Better Cotton Initiative (BCI), con l’obiettivo di promuovere una produzione più sostenibile attraverso pratiche agricole che riducono l’uso di agenti chimici nocivi. Nel 2021 secondo il rapporto di Organic Cotton Accelerator del 2021, solo il 20% del cotone coltivato globalmente è certificato BCI. Poca cosa. E quel poco non è detto che sia effettivamente sostenibile perché l’intera filiera, ovvero il percorso del cotone che parte dalla coltivazione per arrivare alla produzione finale, non è trasparente, e inoltre lo standard non impone una soglia di restrizioni all’uso di pesticidi obbligatoria. Nella realtà quindi succede che, rispetto al cotone tradizionale, quello marchiato BCI usa pesticidi fino al 67% (rapporto di Textile Exchange del 2021). H&M, che produce circa 3 miliardi di capi d’abbigliamento all’anno, certifica con standard BCI il 70% dei suoi capi in cotone.
Il falso mito del poliestere riciclato
Quando si parla di «poliestere riciclato» nei tessuti, ci si riferisce al riciclo di bottiglie di plastica (PET) da cui si ricavano fibre di poliestere da utilizzare nella produzione di abbigliamento o altri prodotti tessili. Ma al contrario di ciò che avviene con una bottiglia, il riciclo del poliestere una volta trasformato in tessuto, si ferma, perché non è più riutilizzabile. Con due aggravanti:
1) il processo di produzione genera circa 1,5 tonnellate di CO2;
2) ad ogni lavaggio vengono rilasciate 1.900 microfibreche vanno ad incrementare la contaminazione degli ecosistemi acquatici. Zara produce in media 800 milioni di vestiti ogni anno, soprattutto in poliestere.
Viscosa & Co
Le fibre cellulosiche artificiali, come la viscosa, sono spesso presentate come una scelta sostenibile. Vediamo. Ogni kilogrammo di fibra prodotta richiede un consumo di acqua che si aggira tra i 70-140 litri d’acqua. Inoltre, è necessario l’utilizzo di sostanze chimiche nocive come il disolfuro di carbonio (Rapporto CanopyStyle). La materia prima per la produzione di cellulosa necessaria a produrre il tessuto proviene dagli alberi. Secondo la Forest Stewardship Council (FSC), solo il 14% della cellulosa utilizzata per la produzione di viscosa proviene da fonti certificate, ovvero da foreste che sono state valutate e gestite secondo standard riconosciuti a livello internazionale per la sostenibilità forestale come lo stesso Forest Stewardship Council (FSC) o il Programme for the Endorsement of Forest Certification (PEFC). Quando un bosco o una foresta sono certificate significa che la loro gestione segue le buone pratiche di conservazione della biodiversità, la protezione dei diritti delle comunità locali e la gestione sostenibile delle risorse forestali.
La linea Zara
Zara con la sua etichetta «sostenibile»Join Life Care for Water/Care for Planet sta cercando di uniformarsi alle politiche green, eppure continua a utilizzare il poco sostenibile cotone BCI. Nel giugno del 2022, l’azienda spagnola ha lanciato una collezione in edizione limitata in collaborazione con LanzaTech, una startup che si occupa della trasformazione delle emissioni di carbonio in abiti. Questa nuova tecnologia cattura la CO2 dai processi di smaltimento dei rifiuti industriali, agricoli o domestici. Successivamente, attraverso un processo di fermentazione, il CO2 viene trasformato in etanolo (mono etilenglicole -MEG), componente fondamentale nella produzione dei filati di poliestere. Tuttavia, i tessuti risultanti non sono composti al 100% da carbonio catturato. Il MEG fornito da LanzaTech rappresenta solo il 20% del poliestere finale, mentre l’80% proviene da acido tereftalico purificato (PTA).
La collezione Primark
Primark, l’azienda irlandese da quasi 6 miliardi di fatturato annuo, ha sviluppato un programma di sostenibilità interno, denominato PSCP (Primark Sustainable Cotton Program) in cui autocertifica la qualità dei materiali utilizzati. I dati però non sono riportati da nessuna parte e al momento non sono ancora stati resi noti quelli relativi ai benefici ambientali. In più non esiste una verifica esterna da parte di terzi sull’operato sostenibile dell’azienda, necessaria per materiali come il cotone biologico e il poliestere riciclato. Nel 2022 Primark ha lanciato anche una collezione limitata denominata «EarthColors® by Archroma», composta da 22 capi realizzati con tinture naturali provenienti da scarti alimentari e vegetali. È un passo virtuoso, ma stiamo parlando di 22 capi mentre il resto del gigantesco catalogo resta ancorato all’utilizzo di coloranti tossici a base chimica.
H&M accusata di greenwashing
H&M, la seconda azienda di abbigliamento al mondo per volume di vendite, nel 2022 è stata trascinata in tribunale a seguito di un’azione legale per greenwashing, intentata dalla studentessa di marketing americana Chelsea Commodore. La controversia riguardava la collezione «Conscious Choice». Commodore, dando seguito a un’indagine condotta da Quartz, noto sito statunitense di notizie e media online, ha affermato che le informazioni sulla sostenibilità fornite da H&M erano fuorvianti. H&M utilizzava un sistema di punteggio basato sull’Indice di sostenibilità dei materiali Higg (MSI) della Sustainable Apparel Coalition (SAC) per informare i clienti sulla sostenibilità ambientale di ogni prodotto, mentre (secondo Quartz) più della metà dei punteggi li rappresentavano più ecologici di quanto fossero in realtà. In seguito alla denuncia H&M ha rimosso i punteggi dai suoi articoli e il gruppo SAC ne ha sospeso l’utilizzo.
L’Unione Europea e il Green Deal
Negli ultimi 20 anni la produzione di vestiti è raddoppiata: 100 miliardi di capi nel 2022 e si prevede che raggiungerà i 200 miliardi di capi nel 2030. Tutta l’industria tessile nel suo insieme è responsabile del 5-10% delle emissioni globali di gas serra. L’aspetto critico è proprio la mancanza di sostenibilità nella produzione intensiva: dal consumo di acqua, all’inquinamento con oltre 3.500 sostanze chimiche.
L’Unione Europea, con il Green Deal, ha proposto un piano per realizzare un modello di crescita efficiente e sostenibile per affrontare i cambiamenti climatici e proteggere l’ambiente. Nel campo della moda, l’accordo sulla Responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde, è stato approvato dal Consiglio e Parlamento Europeo a settembre 2023.
L’obiettivo è quello di realizzare un’economia circolare attraverso quattro ambiti di intervento:
1.Ecodesign: la direttiva stabilisce requisiti minimi (sostenibilità, materiali, riciclabilità, durata nel tempo, riparabilità, riutilizzo) che i produttori devono rispettare per accedere al mercato europeo.
2.Tracciabilità e trasparenza della filiera: i produttori dovranno fornire informazioni dettagliate sulla provenienza delle materie prime, le condizioni di lavoro nella catena di produzione e l’impatto ambientale complessivo del ciclo di vita del prodotto.
3.Responsabilità estesa del produttore (EPR): impone ai produttori di gestire i rifiuti in modo sostenibile implementando per esempio i programmi di raccolta differenziata, collaborando con organizzazioni di riciclaggio specializzate, promuovendo design sostenibili.
4.Commercio dei prodotti: i produttori che rispettano normative di sostenibilità lungo l’intera filiera produttiva, saranno promossi attraverso gli accordi commerciali Ue.
Un esempio virtuoso: il progetto Slow Fiber
Alla fine è sempre la sensibilità dei consumatori a spingere le aziende a modificare i modelli di produzione. Più sono consapevoli, e più difficile diventa il greenwashing. In Italia il progetto Slow Fiber, nato nel novembre 2022, sta creando un modello di produzione sostenibile ed etico lungo l’intera filiera. Le aziende che aderiscono devono rispondere ai principi ESG, e prevedono audit e verifiche. Ad oggi le aziende che già soddisfano i requisiti richiesti sono una ventina: Oscalito l’Opificio, Quagliotti, Remmert, Pettinatura Di Verrone, Tintoria 2000, Angelo Vasino Spa, Olcese Ferrari, Tintoria Felli, Manifattura Tessile Di Nole, Holding Moda, Lane Cardate, Italfil, Pattern, Maglificio Maggia, Vitale Barberis Canonico, Gruppo Albini, Botto Giuseppe, Finitura e Tintura Ferrari. Tutte sono in grado di tracciare interamente la filiera tessile (o la maggior parte di essa), e possiedono le principali certificazioni quali OEKO-TEX, RWS, FSC, GRS, GOTS Global Organic Textile, ZDHC. Ovviamente i prezzi sono un po’ più alti, ma il prodotto è di qualità migliore, ha una maggiore durata, i lavoratori sono tutelati, e i processi produttivi meno impattanti.
Marta Camilla Foglia e Milena Gabanelli
(da il corriere.it)

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LA TELA DI SGARBI: LA VERA STORIA DEL FURTO DELL’OPERA

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DELLA VICENDA CHE VEDE IL SOTTOSEGRETARIO INDAGATO

Tutto inizia a Brescia, in un antico palazzo, a due passi da piazza della Loggia, tra cavalletti, stucchi, vernici e solventi. Lavora lì, da molti anni, Gianfranco Mingardi, importante restauratore di opere d’arte antiche. Ha lavorato per numerose sovrintendenze in tutto il nord Italia e ha tra i suoi clienti più illustri il critico d’arte e politico Vittorio Sgarbi, oggi sottosegretario alla cultura del governo Meloni. Per lui, durante almeno due decenni, ha restaurato decine di opere d’arte. Ma una su tutte colpisce la memoria di Mingardi: si tratta di una grande tela arrotolata, che gli viene consegnata per conto del critico d’arte nel maggio 2013 al casello autostradale di Brescia, da un trasportatore alla presenza di Paolo Bocedi, storico collaboratore di Sgarbi e presidente dell’associazione antiracket Sos Italia.
La tela è arrotolata, piena di buchi, in pessime condizioni, ma specialmente appare ritagliata, come se fosse stata asportata dalla cornice originale con un taglierino. Mingardi ha le prove, mostra le foto e l’elenco delle opere riconsegnate a Sgarbi nel 2018. Cosa spinge Mingardi a parlare con Report e col Fatto Quotidiano? Certamente i pessimi rapporti economici col sottosegretario: sono in causa per i mancati pagamenti dei suoi restauri. Ma anche un fatto, che lo preoccupa molto. Lo stesso quadro che lui ha restaurato viene esposto pubblicamente, in una mostra intitolata “I pittori della Luce”, che inaugura l’8 dicembre del 2021 a Lucca. Curatore: Vittorio Sgarbi. Proprietà dell’opera: fondazione Cavallini-Sgarbi.
A differenza del dipinto restaurato da Mingardi, quello esposto a Lucca in alto a sinistra presenta una fiaccola. Nel testo curatoriale, redatto insieme al professore Marco Ciampolini, Sgarbi scrive che l’opera – fino a quel momento inedita – proviene da Villa Maidalchina, cioè da casa sua. Sgarbi racconta che fu ritrovata in un’intercapedine, arrotolata. Si intitola: la cattura di San Pietro. Autore: il caravaggesco Rutilio Manetti. Valore: alcune centinaia di migliaia di euro.
IL FURTO NELLA VILLA
Febbraio 2013, Buriasco, nei pressi di Pinerolo. La Signora Margherita Buzio è proprietaria di un castello risalente al ‘300. Da qui è stato rubato un quadro, raffigurava la Cattura di San Pietro, la stessa scena di quello esposto da Sgarbi e restaurato da Mingardi. Al posto dell’opera è stata attaccata, con una spillatrice, una fotografia di scadente qualità dello stesso dipinto.
La tela è sparita, è stata asportata con un taglierino. La signora corre a sporgere denuncia. Racconta ai Carabinieri che alcune settimane prima del furto un signore di nome Paolo Bocedi si era recato a visitare il castello, per due volte, chiedendo di acquistare l’opera. Una semplice coincidenza?
Nell’intercapedine tra la fotografia e la cornice c’è ancora un frammento dell’opera, un triangolino dell’antica tela. Dopo l’inchiesta di Report e del Fatto Quotidiano è stata sequestrata dai Carabinieri. Il frammento si incastra perfettamente in uno dei buchi dell’opera fotografata da Gianfranco Mingardi.
LO SCANNER
Samuele De Petri ha investito molti soldi nell’acquisto di uno scanner, capace di rivelare profondità millimetriche dei dipinti, e di una stampante in grado di ricreare quelle profondità. Nell’ottobre del 2020 De Petri riceve una richiesta da Sgarbi.
Deve recarsi a Padova, recuperare un dipinto e portarlo nella sua azienda per scansionarlo e stampare una copia su tela. L’opera è sempre la stessa: la cattura di San Pietro di Rutilio Manetti. Solo che in alto a sinistra, questa volta, presenta una candela. Poi scopre che il quadro potrebbe essere lo stesso rubato a Buriasco. Non vuole finirci in mezzo. Si rende conto che il quadro è pieno di screpolature, come sempre accade nelle opere che hanno secoli di età. Invece nella zona dove si trova la candela non solo non ci sono screpolature, ma si vedono ancora i colpi di pennello, come fossero stati recentemente aggiunti. Nella zona centrale dell’opera si nota anche una piegatura, forse una cucitura della tela antica. Anche questo dettaglio coincide con l’opera fotografata da Mingardi.
Infine, De Petri realizza la riproduzione richiesta e seppur con notevole ritardo Sgarbi paga la fattura. La sua ha solo un difetto. Appare un errore di stampa: delle linee perfettamente parallele. Due diversi amatori, che visitano la mostra di Lucca a gennaio e febbraio del 2022, fotografano il Manetti. Ci fanno vedere le loro fotografie: presentano lo stesso errore di stampa. Sgarbi cioè potrebbe aver esposto a Lucca non l’originale ma la copia della Cattura di San Pietro. Senza comunicarlo ai tanti visitatori della mostra.
Sgarbi è un collezionista, critico d’arte. Ma è anche un uomo di governo. Il compito dell’informazione, a maggior ragione del servizio pubblico televisivo per il quale ho l’onore di lavorare, è esercitare la propria funzione di controllo sui poteri pubblici. Il sottosegretario ha risposto con querele, interviste senza contradditorio, insulti (ladri, farabutti, impostori, stalker), per restare a quelli riproducibili senza scadere nel turpiloquio. Ha detto che la sua opera è l’originale, quella rubata una copia. Di certo ora dovrà spiegare cosa è avvenuto ai magistrati di Macerata, che lo hanno indagato per autoriciclaggio.
(da editorialedomani.it)

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SALVINI LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA, TRINCEA MELONI IN SARDEGNA

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

SCHERMAGLIE O LA LEGA E’ DISPOSTA A ROMPERE?

Da ora alle elezioni europee, quella tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni sarà una estenuante partita a scacchi. I due leader sono già in aperta concorrenza: Meloni davanti con il suo quasi 30 per cento e Salvini in cerca di spazio politico per superare la soglia psicologica del 10 per cento. Magra consolazione, dopo il trionfante 34 per cento della Lega alle europee del 2019, l’apice un attimo prima del tonfo del Papeete che la ha portato all’opposizione.
Oggi che si trova a rincorrere, la strategia del leader leghista per recuperare elettori e identità politica è quella di punzecchiare, infastidire e tentare sgambetti alla premier.
Del resto i dossier delicati sono molti e riguardano sia il governo sia le scelte politiche del centrodestra. E Salvini sta sfruttando ogni spazio per anticipare decisioni che solo fino a qualche tempo fa venivano prese collegialmente tra alleati, costringendo Meloni a muoversi di conseguenza.
La presidente del Consiglio, però, non è nota per la sua pazienza né per lo spirito coalizionale che aveva invece caratterizzato la leadership di Silvio Berlusconi quando i numeri erano ribaltati.
LA CANDIDATURA EUROPEA
Il primo passo di Salvini è stato quello di annunciare a Quarta repubblica che non si candiderà alle elezioni europee. «Continuerò a fare il ministro» ha detto, volutamente ignorando l’input che Meloni aveva dato alla conferenza stampa del 4 gennaio. In quella sede, la premier aveva ammesso di riflettere sull’opportunità di una sua candidatura, ma anche che la decisione sarebbe stata presa insieme agli altri leader della maggioranza, di cui pure aveva paventato l’ipotesi di una corsa europea. Con l’obiettivo di fare il pieno di voti ma anche di pesarsi una volta di più. Invece Salvini ha scelto subito di sfilarsi: troppo rischioso andare alla conta delle preferenze personali proprio nel momento in cui FdI è al massimo e per la Lega è un test delicato, anche perché il rischio sarebbe stato quello di concorrere non solo con Meloni, ma anche con l’altro nome di peso della Lega, quello di Luca Zaia, pronto a scendere in campo se le regole attuali non cambiassero, mantenendo il vincolo dei tre mandati in regione.
Che tuttavia Salvini sia deciso a rincorrere non tanto Meloni quanto lo zoccolo duro dei suoi elettori più estremi, lo ha dimostrato l’invito esplicito al generale Roberto Vannacci a candidarsi con la Lega. Vannacci certamente si farà desiderare eppure, se alla fine la sua candidatura sotto il simbolo di Alberto da Giussano andasse in porto, Salvini avrebbe guadagnato un candidato molto competitivo sullo stesso terreno degli alleati-avversari di FdI.
LA SFIDA SUI BALNEARI
Il capitolo di governo su cui Salvini sta più insistendo, invece, riguarda le concessioni balneari. L’Unione europea ne imporrebbe la messa a gara a rischio di una procedura di infrazione, ma il ministro dei Trasporti ha fatto capire di non voler «svendere i sacrifici degli italiani» in nome delle norme europee e la linea della Lega è quella di difendere gli interessi degli attuali proprietari delle concessioni. Fino a che punto, però? In questo caso fonti leghiste mettono in chiaro che la partita «dipende dal ministro Fitto».
La Lega ha fatto la sua mossa nell’ultimo Cdm, quando Salvini ha svolto una informativa e inserito nella sua circolare esplicativa una proroga tecnica delle concessioni per tutto il 2024. Tuttavia l’onere di negoziare una via d’uscita con la Commissione europea per non rischiare la multa spetta al ministro di FdI, che dovrà anche intestarsi eventuali ripercussioni negative. E, anche se sarà probabilmente costretto a cedere perchè una soluzione per evitare le gare di fatto non può esistere, Salvini potrà comunque rivendicare di aver difeso le prerogative della lobby dei balneari.
Le regionali
Al netto delle schermaglie sulle europee e dei tatticismi sulla legge Bolkenstein, il vero punto su cui il rapporto già teso tra Meloni e Salvini rischia di spezzarsi sono le candidature alle regionali. Questo è il vero tema su cui il leghista è deciso ad andare al muro contro muro, «anche a costo di presentarsi divisi», azzarda un leghista. In discussione, infatti, è una delle prassi più consolidate della coalizione di centrodestra: il governatore uscente ha sempre diritto a un altro mandato.
Meloni, forte dei risultati elettorali, è decisa a riequilibrare il numero di regioni governate da FdI: non ci è riuscita con il Trentino, dove la Lega ha tenuto duro riconfermando l’uscente Maurizio Fugatti, ma è decisa a farlo in Sardegna, dove ha un nome forte nell’ex “generazione Atreju” e attuale sindaco di Cagliari Paolo Truzzu, che già parla da candidato presidente al posto del leghista uscente Christian Solinas.
La battaglia è molto più che locale ma di sistema: se la ricandidatura dell’uscente verrà messa in discussione ora, salterebbe il banco ovunque in un domino che colpirebbe anche la Basilicata guidata da Forza Italia o l’Abruzzo sempre in quota Lega.
Per questo la posizione fatta filtrare è netta: «Sosteniamo tutti gli uscenti», compreso il governatore uscente di FdI in Abruzzo, e «nessuna riunione di coalizione in programma» su questo. Il grande non detto – anche se per ora la Lega non intende aprire il capitolo – è che, se non cambierà il divieto di quarto mandato per i governatori delle regioni, nel 2025 si aprirà la partita in Veneto.
Dunque quello di ora è un azzardo: non cedere nulla in questa tornata di regioni minori significa che, nel riequilibro chiesto da FdI e senza più Zaia candidato, Meloni rivendicherà la regione traino del nord-est.
Il rischio è quello di una corsa a due nel centrodestra il Sardegna, il minore dei mali a cui Salvini è disposto ad andare incontro per non mettere in discussione il principio della ricandidatura tenendo fuori il dibattito sul Veneto, già rivendicato ancora come «leghista» anche nel 2025 per voce del vicesegretario Andrea Crippa.
Forza Italia sta tentando la mediazione, ma nella testa dei meloniani la questione è chiara: la Lega governa 5 regioni e una provincia autonoma, quattro sono di Forza Italia e solo tre di Fratelli d’Italia. Inaccettabile per Meloni, decisa a far pesare la sua superiorità elettorale, e una trincea sempre più difficile da difendere per Salvini, che per ora non intende arretrare
(da editorialedomani.it)

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ACCA LARENTIA, CINQUE DENUNCIATI E DECINE DI IDENTIFICATI DALL’AGENZIA FOTOGRAFICA VIMINALE

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

RIFLESSIONE DELLA GENTE COMUNE: O C’E’ UN REATO E ALLORA SI IMPEDISCE SUBITO CHE VENGA COMMESSO O NON C’E’ E ALLORA E’ INUTILE FARE FOTO PER I POSTERI

Sono cinque le persone denunciate e decine quelle identificate dalla Digos, dopo la trasmissione della prima informativa sulla commemorazione di Acca Larenzia dello scorso 7 gennaio.
Come riporta la Repubblica, dall’analisi dei filmati sono stati indicati i primi soggetti che hanno partecipato al raduno con saluti romani e il grido «Presente!» per commemorare le vittime di Acca Larenzia, la via di Roma dove il 7 gennaio del 1978 due giovani attivisti del gruppo post fascista Fronte della Gioventù furono uccisi in un agguato davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano (un terzo morì poche ore dopo in uno scontro con le forze dell’ordine).
Tra loro ci sarebbero soggetti già noti alla polizia che fanno parte dei gruppi dell’estrema destra romana, considerati vicini a CasaPound e Forza Nuova.
E poi ci sarebbero anche componenti degli Ultras Lazio, ritenuto il più influente nella curva laziale e nato dopo lo scioglimento degli Irriducibili di Fabrizio Diabolik Piscitelli.
A organizzare il raduno, seguito alle commemorazioni istituzionali della mattina, sono stati militanti di CasaPound con i giovani di Blocco Studentesco, che dal 2019 hanno preso il controllo dell’ex sede dell’Msi. Gli inquirenti ora lavorano sui contenuti video registrati nel corso della manifestazione come mai era accaduto in questi anni. La celebrazione avviene ogni anno, generalmente con meno partecipanti, ma le forze dell’ordine non hanno mai trasmesso informative in merito. La procura ora valuta l’apertura di un’inchiesta per apologia di fascismo.
(da agenzie)

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MELONI & SCHLEIN, COM’E’ DURA LA CANDIDATURA

Gennaio 10th, 2024 Riccardo Fucile

SALVINI E TAJANI NON CORRONO, LA SEGRETARIA PD PRENDE TEMPO, LA MELONI “VALUTA”

E ora chi glielo dice a Giorgia che non si deve candidare, che non può stravincere le europee? Tra Forza Italia e Lega si rimpallano l’ingrato compito. Prima del faccia a faccia decisivo – di tempo ce n’è – Antonio Tajani e Matteo Salvini il messaggio l’hanno affidato alla bottiglia del mare magnum mediatico. “O corriamo Meloni, Salvini e io, oppure è meglio che non lo faccia nessuno”, dice il leader di Forza Italia. “Continuerò a fare il ministro, non mi candido”, gli fa eco il titolare del Mit. Loro non si candidano, in una singolare convergenza parallela. Ma alle loro parole manca l’affondo finale: “Giorgia, non farlo”.
La presidente del consiglio è favorita dai sondaggi, che danno Fdi in crescita e gli alleati invece messi decisamente peggio: Forza Italia al 7 per cento, la Lega che punta a stare sopra il 10.
Alla conferenza stampa di fine anno ha fatto capire di essere pronta. “Io sono una persona per la quale niente conta di piu’ che sapere di avere il consenso dei cittadini, ogni volta che ho preso una decisione – ha detto – mi sono misurata con il consenso dei cittadini e anche adesso sarebbe utile e interessante”. La premessa tuttavia è che “una decisione andrà presa insieme agli altri leader della maggioranza”.
Sono gli alleati la palla al piede di Meloni in versione europea. La sua discesa in campo alimenta scenari da Transatlantico, con Fdi che vede crescere ulteriormente i consensi verso la soglia del 30 per cento, e Forza Italia e Lega a pagare pegno. Il Carroccio rischia di stare sotto la doppia cifra e Forza Italia vicino allo sbarramento. In queste condizioni che ne sarà della coalizione di centrodestra?
Il bivio di Giorgia Meloni è se stravincere, candidandosi in tutti i collegi, o accontentarsi di una vittoria netta, alla quale non aggiungere però l’amplificatore della personale discesa in campo.
La scelta non è presa, ma non è lontana, perché se il 9 giugno è di là da venire, è chiaro che il sacrificio della Meloni va ricompensato in una logica di coalizione che vede dentro anche le regionali, le amministrative, e anche il famoso patto anti-socialisti di Salvini. “La partita è complessiva”, dicono fonti di Fdi.
Stefano Candiani, decano leghista e grande esperto di candidature, ricorda la coerenza della scelta di Salvini. “Che uno venga eletto in Europa e poi si dimetta è un meccanismo usurato. Matteo ha fatto chiarezza”, dice Candiani all’Huffpost.
E Meloni, allora sbaglierebbe a candidarsi? “Dovrebbe riflettere. Motivi di coalizione le consiglierebbero di non candidarsi. Stravincere può nuocere alla coalizione”.
Ma tra i meloniani duri e puri circola invece un’altra narrazione: “Altro che coerenza… Salvini si è candidato alle europee da ministro dell’Interno. Ha preso il 33 per cento e non è rimasto a Bruxelles”. L’avvertimento dei leghisti, insomma, non risuona minaccioso alle orecchie di molti in Fratelli d’Italia. Anche di un moderato, democristiano docg, come Gianfranco Rotondi. “Che Meloni si candidi è la cosa più normale del mondo. Berlusconi lo ha sempre fatto. Quando uno sa di avere consenso, deve misurarlo nelle urne. E’ la regola principe della politica. Poi gli scenari che si aprono, si affrontano in un secondo momento. A tutto c’è rimedio”, dice all’Huffpost.
Una variabile di cui tenere conto è la candidatura di Elly Schlein. Se la leader dem correrà, Meloni potrebbe optare per la candidatura, quali che siano i consigli interessati dei vicepremier.
Ma da un po’ di tempo, anche nel Pd il partito della Schlein-candidata flette. Se Meloni deve vedersela con la zavorra degli alleati, Schlein deve schivare le correnti.
Lo stretto cerchio della segretaria mette in conto che Meloni si candiderà e preme perché la segretaria sia capolista nei cinque collegi, magari con una discesa in campo alla ‘non ci hanno visti arrivare’, decisa all’ultimo minuto per cogliere di sorpresa la rivale.
Ma mano a mano che si sposta a sinistra nella mappa dem, scema l’entusiasmo per questa soluzione. Matteo Orfini, all’Huffpost, ricorda che sono altri i partiti che puntano sul leader onnipresente. “Fdi è un partito personalista, ed è logico che pensino di candidare Meloni in tutti i collegi. Ma da noi non sarebbe compreso”, dice. “Più logica sarebbe la candidatura di Schlein in uno o due collegi, per dare una spinta in più. Ma a ben vedere non è necessario, e a dirla tutta non lo è neppure per Meloni. Ricordate Renzi? Prese il 40 per cento senza scendere in campo personalmente. Se un leader c’è si vede anche se non è scritto nella scheda elettorale”.
Anche Andrea Orlando ha messo in guardia dalla personalizzazione dello scontro. “Piuttosto Schlein deve lavorare a una classe dirigente in Europa che rispecchi la piattaforma programmatica che ha vinto il congresso, per un’Europa sociale che non si fermi al derby europeisti-antieuropeisti”, dice l’ex ministro.
Tiepida sulla candidatura di Schlein è infine l’area riformista di Stefano Bonaccini. La corrente avrà molti candidati – da Dario Nardella a Giorgio Gori, a Emanuele Fiano, Antonio Decaro- pronti a contarsi con quelli targati Schlein. E’ l’eterno congresso dem, una ragione forse per consigliare a Schlein di schivare le urne.
Ma c’è un ragionamento che accomuna le due contendenti, e porta ancora una volta al precedente di Matteo Renzi. La stravittoria del rottamatore nel 2014, con l’exploit del 40,8% inatteso anche per lui, gli coalizzò contro un variegato fronte di partiti che fece da incubatore alla sconfitta del referendum nel 2016.
Molti di quelli che votarono ‘no’ venivano da sinistra. Per questo nel Pd fanno conto che quando Meloni dice che non farà la fine di Renzi, forse significa che non adotterà quella strategia neppure alle Europee. Non stravincere ma sposare una logica di coalizione.
Il ministro Francesco Lollobrigida, l’uomo più vicino alla premier, interpellato dall’Huffpost, conferma questa lettura. “A noi interessa il centrodestra nel suo complesso, interessa il risultato della coalizione che deve essere grande e vincente. Il risultato di Fratelli d’Italia è secondario. Non vogliamo stravincere”. Che sia vero o meno si vedrà e c’è tempo per verificarlo. Ma le prime mosse di questa lunga campagna elettorale vanno in questa direzione. Di fatto in Sardegna con la candidatura di Paolo Truzzu al posto di Christian Solinas, la leader di Fdi incassa il primo passo indietro della Lega. E’ un segnale chiaro. Da qualche tempo, poi, non si sente più parlare del patto antisocialisti che Salvini sbandierava contro Meloni mentre la premier ha offerto ampia copertura al rivale sull’Anas-gate.
In maggioranza i rapporti sono amichevoli, come si capisce anche dai dettagli. Quando alla buvette s’incrociano il capogruppo forzista Paolo Barelli e lo stesso Lollobrigida, il ministro chiede una mano per sistemare le candidature di area. “Ma che facciamo con Svp? Li candidate voi o noi?”. Gli azzurri, un tempo fautori della discesa in campo di Berlusconi, sono tra i più tiepidi sostenitori della Meloni uber alles. “E’ una decisione che prenderanno insieme i tre leader. Ma noi di Forza Italia non siamo in crisi. Siamo pimpanti. Puntiamo al 10 per cento”, promette. Il famoso ottimismo berlusconiano, eredità preziosa di questi tempi.
(da Huffingtonpost)

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