Destra di Popolo.net

IL SERVIZIO DEL TG1 SU GIOVENTU’ NAZIONALE DEFINITI “NON MILITANTI POLITICI” PER NASCONDERE CHE SI TRATTA DELL’ORGANIZZAZIONE GIOVANILE DI FDI

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL PD: “IL DIRETTORE CHIOCCI HA TOCCATO IL FONDO, VENGA A RISPONDERNE IN COMMISSIONE VIGILANZA RAI

Dopo i toni enfatici su Atreju lo scorso dicembre, nuova polemica sul tg1. A provocare le rimostranze del Pd che chiede l’audizione “immediata” del direttore Gian Marco Chiocci in Vigilanza, è questa volta un servizio sul corteo di Gioventù Nazionale, movimento di Fratelli d’Italia, andato in onda nell’edizione odierna delle 13.30.
Il pezzo racconta della passeggiata tra i viali del cimitero monumentale del Verano di Roma “per rendere omaggio ai caduti”, di “più di trecento ragazzi di Gioventù nazionale”, che “nel mese di gennaio da 40 anni” rendono omaggio “a tutti gli eroi italiani”.
“Non militanti politici, – spiegano gli organizzatori – ma “visionari del Risorgimento, i ragazzi degli anni di Piombo, le vittime del terrore, i patrioti delle grandi guerre”. A partire da Goffredo Mameli.
Le celebrazioni della ‘cantera’ di FdI, già Giovane Italia, hanno luogo sulle note di un violino: tre cuscini deposti, un minuto di silenzio “sui monumenti più simbolici della storia italiana”. Poi l’immancabile inno nazionale, e “il tricolore regalato ai bambini perché il futuro passa dal ricordo della storia”.
Un servizio di circa un minuto, incastonato tra il pastone sulle Regionali e la vicenda del quattordicenne ucciso a Montecompatri, alle porte di Roma, che non sfugge ai membri dem della Vigilanza.
La Rai “ha toccato il fondo con il servizio di oggi del Tg1 su una manifestazione organizzata dal movimento Gioventù nazionale, definita non politica ed elevata a evento patriottico culturale”, afferma il capogruppo Pd nella commissione, Stefano Graziano.
“Il direttore Chiocci venga a spiegare in Vigilanza Rai se ha cambiato ruolo e se è diventato il portavoce dei movimenti giovanili di destra che hanno sede in via della Scrofa. La misura è colma”, ha concluso l’esponente dem.
“Una cosa è la propaganda altro è il giornalismo. E il Tg1 è diventato il megafono per eccellenza di TeleMeloni’, dichiara Sandro Ruotolo, responsabile Informazione della segreteria nazionale. “La destra che occupa i tg non ha più freni”, la nota dei capigruppo in Parlamento Chiara Braga e Francesco Boccia.
(da La Repubblica)

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MELONI-SCHLEIN, IL 56% DEGLI ITALIANI DAVANTI ALLA TV

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL DUELLO CHE PUO’ CAMBIARE L’ESITO DELLE ELEZIONI, VENTI MILIONI GLI INDECISI

La paura dell’incertezza nel futuro è un sentimento comune che si verifica quando le persone si trovano di fronte a situazioni ambigue nelle quali è complicato prevedere il risultato. Osservando i primi dati delle rilevazioni del nuovo anno di Euromedia Research si scopre che proprio l’incertezza compare come novità di quest’anno e come prima emozione del campione di italiani intervistati per affrontare il 2024 (27,7%). L’ottimismo e la fiducia (13,7%; – 4,1% in un mese) hanno lasciato spazio al dubbio. Un italiano su 3 infatti si dichiara smarrito e preoccupato nell’affrontare il futuro. In generale la natura umana spinge ciascuno ad inseguire una maggiore sicurezza e un buon controllo per organizzarsi al meglio, ovviamente per quanto possibile -. Ognuno si chiede in cuor suo, tra speranza e scaramanzia, cosa riserva il futuro, come affrontare le sfide impreviste e come prendere decisioni quando i risultati sono incerti. Tra coloro che manifestano il maggiore senso di inquietudine si registrano gli elettori del Movimento 5 Stelle (37,4%) e del Partito Democratico (35,2%), come è facilmente prevedibile. La generazione Z è più concentrata sull’attesa (31,9%). Non leggono l’incertezza come primo sentimento verso il futuro, ma si arrovellano cercando di trovare la loro personale opportunità di crescita per entrare a far parte di quel mondo, l’universo degli adulti, che la maggior parte di loro, oggi guarda ancora da lontano. Si conferma l’onda del pessimismo resistente (47,5%) che da Natale ad oggi cresce addirittura di quasi 2 punti percentuali (1,6%). Del resto guardando nel proprio portafoglio quando i risultati sono incerti ci si arrovella per affrontare le sfide impreviste. L’inflazione e l’aumento dei prezzi (41,4%) insieme al tema della sanità (29%) e alle tasse troppo alte (23,1%) rimangono sul podio delle emergenze segnalate dai cittadini anche per questo inizio di anno. Queste preoccupazioni sono caratterizzate dalla paura e dall’ansia nei confronti del disordine, della confusione e della trascuratezza generata dal disagio per le situazioni di imprevedibilità da dover affrontare. Tra tutte le questioni cresce anche la paura rispetto alla situazione geopolitica internazionale di questa guerra definita a pezzi ma che sembra rimpaginare tutte le sue parti. In tutto questo il 37,1% dei cittadini italiani maggiorenni promuove il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il suo operato, mentre il 53,2% lo boccia. Se però in questi risultati non si prendono in considerazione coloro che non vogliono votare o che si sentono ad oggi indecisi, questo rapporto cambia in maniera importante e coloro che appoggiano l’operato del Premier arrivano al 44,4% mentre i suoi detrattori scendono al 50,3%. È evidente che nel campo dell’astensione si ritrovano molti voti connessi ai partiti delle opposizioni. Ad oggi si rilevano tra i 19 e i 21 milioni di italiani poco propensi ad esprimere la loro preferenza politica. Calcolando che la popolazione adulta che può votare è intorno ai 50 milioni, ad oggi si proietta un’affluenza al di sotto dei 30 milioni, perfettamente nel solco delle elezioni Europee del 2019 dove la partecipazione al voto fu di poco più di 27,6 milioni (56,09%). A questo punto, al di là della raccolta pubblicitaria super vantaggiosa per l’editore che riuscirà ad aggiudicarsi il confronto politico tra le due donne leader, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, potrebbe aiutare gli elettori a prendere decisioni “informate” sulla base delle diverse visioni che potranno raccontare argomento per argomento.
Il 56,1% degli italiani dichiara che sarebbe interessato a seguire l’evento, con un coinvolgimento che spicca tra i più giovani e gli over 65 anni. Ognuna di loro potrà raccontare la sua versione al di là delle caratteristiche di ciascuna che ne hanno delineato il singolo profilo fino ad oggi agli occhi degli elettori. È evidente che Giorgia Meloni avrà l’opportunità di esporre la sua visione evidenziando i successi ottenuti dal suo Governo, le iniziative in corso e gli obiettivi futuri includendo le politiche economiche, sociali, sanitarie, educative, e di altri settori chiave, rispondendo alle possibili critiche con l’opportunità di difendere le proprie posizioni in maniera chiara e convincente, mettendo a disposizione tutta la sua ampia esperienza politica. Il segretario del Partito Democratico Elly Schlein avrà l’occasione di avvalorare a sua volta di essere all’altezza della figura di leader del principale partito dell’opposizione e di fare una buona concorrenza al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, dimostrando la sua disponibilità al dialogo e mostrando tutta la sua empatia rimasta un po’ sottotraccia fino ad oggi. Entrambe sono in predicato per candidarsi alle elezioni europee come capolista dei rispettivi partiti – nel bene e nel male -, contendendo il maggior numero di preferenze e voti ai propri alleati per il centro destra e dimostrando di essere una leader per il centrosinistra. E, salvo imprevisti, queste saranno le ultime elezioni nazionali per i prossimi tre anni e mezzo.
(da agenzie)

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LA LEGALIZZAZIONE DELLA CANNABIS IN SVIZZERA STA FUNZIONANDO: A LOSANNA – 5% DI SPACCIO IN UN MESE

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

LA COMMERCIALIZZAZIONE LEGALE FA CALARE LO SPACCIO

Un solo mese di commercializzazione legale della cannabis in un negozio di Losanna, in Svizzera, ha fatto diminuire del 5% lo spaccio.
A dirlo, in un’intervista rilasciata all’emittente Rsi, è stato Frank Zobel, vicedirettore di Addiction Suisse, Ong per la prevenzione, la ricerca e l’aiuto nelle dipendenze.
L’uomo è stato interpellato per valutare i risultati del primo negozio del cantone Vaud dove, da dicembre, sono in vendita, legalmente, la cannabis e i suoi derivati nell’ambito di un’iniziativa che rientra nel progetto pilota “Cann-L” (lanciato nel 2022) finalizzata ad osservare gli effetti di un modello di vendita controllata senza scopo di lucro, sia in termini di salute che di sicurezza.
Secondo i dati diffusi sui media locali il progetto sta già producendo risultati soddisfacenti: il negozio di Losanna, città con circa 140mila abitanti, aperto non casualmente in un quartiere di forte spaccio, ha già venduto 4,5 chili di cannabis a 320 persone. “Pensiamo di aver sottratto il 5% dal mercato nero”, ha affermato Zobel sottolineando il successo dell’iniziativa tra i partecipanti al progetto. Altri 600 adulti, secondo quanto da lui annunciato, hanno giù contattato la Ong per chiedere di poter entrare nel progetto pilota finora costato l’equivalente di circa 1,7 milioni di euro.
Visti i risultati a Losanna il progetto potrebbe essere velocemente replicato in altre realtà come Basilea, Zurigo e Ginevra. La vendita di canapa e derivati è da tempo autorizzata in Svizzera – precisa Addiction Suisse – ma solo con un tenore di tetraidrocannabinolo (Thc) inferiore all’1%. Il ‘plus’ del progetto non sarebbe solo quello di fermareil fenomeno dello spaccio, ma anche di tenere monitorata e valutare saltuariamente la popolazione che fa uso di sostanze stupefacenti. Le piantagioni svizzere che riforniscono di ‘materia prima’ il negozio di Losanna restano coperte dal più totale riserbo delle autorità: non si sa assolutamente dove si trovino e quanti siano gli addetti alla coltivazione che, peraltro, per contratto non possono rivelare alcun particolare sulla loro attività lavorativa neppure in famiglia.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI, CON L’APPOGGIO DI TAJANI, HA DATO ORDINE DI AFFOSSARE IN PARLAMENTO OGNI PROPOSTA SUL TERZO MANDATO AI GOVERNATORI

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

UN ALTRO BOCCONE AMARO PER LA LEGA DOPO LA SARDEGNA: IL “SUO” SOLINAS NON SARA’ IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA

Dentro la Lega temono che i Fratelli d’Italia stiano cucinando un altro boccone amarissimo per Matteo Salvini. L’affossamento del terzo mandato, agognato dai governatori del Nord, a partire da Luca Zaia
Chi pensava che Giorgia Meloni in conferenza stampa, era il 4 gennaio, avesse concesso un’apertura, avrà modo di ricredersi a stretto giro.
La premier ha sì affidato la pratica al Parlamento per lasciare morire la proposta lì, senza intestarsi un diniego. Basta sentire i ragionamenti di diversi parlamentari meloniani di rango per capire che l’ordine di scuderia è già arrivato alle truppe di Montecitorio. E suona così: la legge non si farà mai. Di sicuro non in tempo per le regionali del Veneto, nel 2025.
Il Carroccio, per stanare FdI, questa settimana ha fatto la mossa, presentando una proposta per introdurre il tema. E da via Bellerio trapela che il segretario veneto Alberto Stefani abbia discretamente sondato gli altri partiti, anche fuori dalla maggioranza, raccogliendo la disponibilità a ragionarci da un pezzo di Pd. Per dire: Piero De Luca, figlio del governatore della Campania Vincenzo, un altro che briga per restare governatore «nei secoli dei secoli» (parole sue, di ieri), si dice «assolutamente favorevole» alla proposta leghista. E non è «questione di personalismi», giura, ma di «superare un meccanismo obsoleto. Nel Pd dobbiamo discuterne».
De Luca jr non parla più solo in quota “figlio di”: è appena stato nominato coordinatore nazionale di Energia Popolare, il correntone di Stefano Bonaccini, anche lui alla fine del secondo giro da presidente dell’Emilia Romagna. Ma la manovra leghista pare destinata ad avere vita brevissima. Perché da via della Scrofa, informalmente, hanno fatto capire che non si arriverà a dama. Sicuramente per il Veneto, dove i meloniani spingono per il senatore Luca De Carlo.
Come dire: capitolo chiuso. Tanto più che la premier, su questo, può giocare di sponda con l’altro vice, il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, che anche ieri ribadiva il concetto: «Il terzo mandato non è nel programma di governo », insomma «nulla di vincolante». Tajani ormai lo dice anche in chiaro: «Va mantenuta la legge attuale»
Un’altra sberla, per Salvini. Dopo la Sardegna. Che rende il clima nel Carroccio più che mai tormentato
Ma se questa doppietta deludente fosse accompagnata da un risultato stentato alle Europee di giugno (cioè con una Lega sotto all’ 8,8% delle Politiche), tanti sbuffi ancora sotterranei verrebbero a galla. E la resa dei conti nel partito sarebbe inevitabile. Salvini ha chiesto ai tre governatori del Nord – cioè oltre a Zaia, il lombardo Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga del Friuli Venezia Giulia – di correre per Bruxelles. Peccato che dagli interessati non siano arrivate risposte elettrizzate. Anzi. Una corsa che non ha molti precedenti [
C’è poi un’altra questione che inizia a farsi largo nei ragionamenti di Lega e FdI. Il profilo del nuovo commissario italiano in Ue, che Meloni proporrà dopo il voto. Qualche leghista sta provando a inserire il tema nella trattativa in corso su Regionali ed Europee. Richiamando la famosa “logica di pacchetto”. Ma FdI non intende affrontare il dossier oggi. Anche perché intorno a Meloni per ora girano due ragionamenti opposti. Chi vorrebbe che la nomina fosse comunque appannaggio di FdI e chi invece non esclude che l’incarico possa finire ai leghisti. Costringendo Salvini a votare per la nuova commissione Ue, senza superare Meloni a destra.
(da La Repubblica)

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MANTOVANO, TANTO FUMO E ZERO ARROSTO: DOVEVA ESSERE IL “GIANNI LETTA” DELLA MELONI, E’ FINITO A FARE IL PASSACARTE DELLA SORA GIORGIA

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO ERA CONSIDERATO IL “PONTE” CON MAGISTRATURA, IMPRESE, VATICANO E APPARATI MA E’ RIMASTO UN ESECUTORE DI VOLONTA’ ALTRUI: SUI DOSSIER PIU’ CALDI NON HA TOCCATO PALLA

Il potere non gli manca di certo. A palazzo Chigi continua a essere molto ascoltato e riverito nel ruolo di messaggero di Giorgia Meloni. Ma Alfredo Mantovano, silente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, esce un po’ ammaccato o addirittura ridimensionato da quest’anno abbondante al fianco della premier. Ha perso smalto o comunque non è stato all’altezza delle aspettative.
Per molti doveva essere il “Gianni Letta” del governo Meloni, ricalcando le orme del grande mediatore degli anni del berlusconismo. Un profilo chiamato a sbrogliare le matasse del fondatore di Forza Italia. Da Letta c’era la fila per accreditarsi: dal mondo economico e bancario fino a quello culturale, passando per i grand commis di stato. […] a pensare a risolvere i problemi c’era «il dottor Letta»
Con la diplomazia felpata sminava il terreno, laddove possibile, spargeva rassicurazioni, smussava le forzature a ogni strettoia. Letta indossava i panni del grande ambasciatore che non appartengono all’attuale sottosegretario. Anche per l’indole caratteriale intransigente, spigolosa, marcatamente più ideologica. È storia nota che il Mantovano abbia posizioni cattoliche radicali, ultraconservatrici, che lo hanno portato a sposare delle battaglie senza troppi compromessi.
L’unico, vero, tratto comune con Letta è probabilmente la capacità di coltivare i silenzi pubblici, muoversi lontano dai riflettori. Tanto che il compito di interlocutore viene affidato più a Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni, che però ha un ruolo tecnico. Non ha il mandato politico che invece sarebbe proprio del sottosegretario.
La scarsa volontà di Mantovano sul farsi mediatore è stata palese per quei settori della giustizia che speravano in una sponda del sottosegretario rispetto ai dossier più scottanti. Su tutti il rapporto, quantomeno complicato, con la Corte dei conti, entrata spesso in rotta di collisione con palazzo Chigi. Soprattutto quando di mezzo c’è stato il Pnrr.
La magistratura contabile avrebbe auspicato di trovare un interlocutore pronto a recepire le istanze. Solo che Mantovano, quando c’è stata la polemica sul controllo concomitante della magistratura contabile, ha parlato con toni meloniani. «La Corte dei conti non ha i poteri di sostituirsi alla Commissione europea sul vaglio del Pnrr», ha detto in uno dei rari interventi pubblici. Mettendo una pietra tombale sul dialogo.
Stesso discorso è stato applicato alla riforma della giustizia, altro punto su cui Mantovano era guardato con interesse. Solo che, per l’ennesima volta, non ha rispettato le attese. Da magistrato apparteneva alla corrente di destra Magistratura indipendente e non è certo avvezzo al dialogo con altre settori della magistratura. Difficile possa farsi interprete di certe preoccupazioni, come quelle emerse dalla riforma Nordio attualmente all’esame del parlamento.
Tanto che i vertici della Corte oggi guardano al Colle più alto delle istituzioni, il Quirinale, quando ravvisano eventuali scontri. Ma, si sa, il presidente della Repubblica non può andare oltre una moral suasion. Le decisioni vengono prese altrove, a palazzo Chigi.
Il potente sottosegretario diventa esecutore, una parte politica complementare al pensiero della premier. Ai tavoli Mantovano partecipa solo per portare il “verbo” della sua leader, interpretando le sue azioni. Lei detta la linea, lui la segue.
SERVIZI E SCONFITTE
Solo che, alla lunga, il rischio è quello dell’effetto appiattimento per un politico navigato che veniva descritto come il “premier-ombra”, tanto per tornare al parallelo con Letta. Di risultati personali, invece, se ne vedono pochi. I mondi dell’economia non cercano di accreditarsi presso di lui. […] sui dossier più importanti per le sue sensibilità non ha portato a casa granché. Anzi. Il sottosegretario, con delega ai servizi (grazie a una norma ad hoc confezionata all’insediamento del governo), non è riuscito a piazzare Bruno Valensise alla guida del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis). Era un obiettivo su cui aveva lavorato silenziosamente.
Quando c’è stato il caso-Talò, il consigliere diplomatico di Meloni beffato da uno scherzo telefonico di comici russi, si era aperto uno spazio in cui incunearsi. Sfruttando le dimissioni di Talò, Mantovano ha cercato di far nominare Elisabetta Belloni, attuale numero uno del Dis, come consigliera diplomatica per promuovere Valensise. È andata diversamente: la premier ha voluto al suo fianco Francesco Saggio. E non c’è stato alcun spostamento al Dis.
Quella dei servizi è, del resto, una grande passione del sottosegretario. Fin dal suo insediamento aveva annunciato la volontà di metterci mano, realizzando una grande riforma. Con il punto di approdo di un’unica agenzia per superare l’attuale divisione tra Aisi, che si occupa di sicurezza sul piano interno, e Aise, che invece svolge attività di intelligence al di fuori del territorio nazionale.
Mantovano la descrive come un’operazione di razionalizzazione dei servizi, che però ha creato malumori a più livelli. Sono scattate delle resistenze. Da qualche mese, quindi, il progetto è finito in stand-by. Anche se il dossier potrebbe essere riaperto con un blitz
Qual è il vero ruolo di Mantovano? Il sottosegretario è il filtro dei provvedimenti più delicati. I decreti pesanti, sia politicamente che economicamente, passano tutti dal suo tavolo, perché la presidente del Consiglio non ha sempre il tempo per valutarli nel dettaglio. E di «Alfredo» non dubita. Questo lavorio di cesello è anche un modo per evitare di entrare in contatto con l’altro potentissimo sottosegretario di palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari
(da editorialedomani)

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MILANO, GLI AFFARI DELLA CAMORRA NELLA RISTORAZIONE

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

DEBITI RIPAGATI COME SOCIO OCCULTO PER RICICLARE DENARO

Farsi carico dei debiti di ristoranti e pizzerie senza entrare nell’organigramma societario. Sarebbe questa, scrive il Corriere della Sera, la strategia della criminalità organizzata operativa a Milano. In particolare, dei clan camorristici che, con i D’Amico di Ponticelli, quartiere del Napoletano, hanno pianificato come ripianare le perdite dei locali meneghini o, persino, come aprirne di nuovi. L’obiettivo è non comparire negli approfondimenti documentali, ma lasciando i vecchi titolari oppure – spiega il giornalista Andrea Galli – piazzare dei prestanome, incensurati. In questa situazione, l’assenza di trasparenza delle operazioni finanziarie – alla base della pianificazione – potrebbe complicare gli accertamenti bancari da parte degli inquirenti. Fatto sta, spiega il quotidiano di Milano, che il possesso di locali (non sulla carta) aumenta la possibilità che questi possano essere e/o diventare luoghi per il riciclaggio di denaro sporco, indirizzato, in questo caso, vista la presenza dei D’Amico, sul traffico di droga.
Nel 1980 i D’Amico di Ponticelli, gruppo camorristico, erano entrati nella gestione dei fondi per la ricostruzione di aree popolari dove far abitare gli sfollati. In particolare, nel Rione Conocal: simbolo del degrado e della malavita, scrive Galli. Tuttavia, le condanne del periodo 2018-2020 hanno decapitato il vecchio organigramma, avviando però nel mentre il ricambio generazionale, che ha poi portato a muovere il clan nella direzione di Milano. Con ogni probabilità – spiega il Corriere – dopo un’adeguata preparazione con affiliati che hanno studiato e dopo l’arruolamento di professionisti che lavorano con i soldi quotidianamente: da notai a commercialisti, fino ai dirigenti di filiali di banca.
(da agenzie)

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LA VITA DEGLI INSEGNANTI PRECARI, DORMIRE SUL DIVANO DELL’AMICO PER UNA SUPPLENZA DI POCHI GIORNI

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

COME SI SOPRAVVIVE TRA UNA SUPPLENZA A 1.000 CHILOMETRI DA CASA E UNO STIPENDIO CHE ARRIVA CON TRE MESI DI RITARDO?

La campanella suona a metà anno scolastico per chi parte, cambia vita e città all’improvviso. Il giorno della convocazione è molto spesso inaspettato, ma non hai il tempo di pensarci perché bisogna prendere servizio 24 ore dopo. La chiamata arriva quando non ci pensi e ormai non ci speri più. Può succedere che la chiamata non sia improvvisa, ma preannunciata da una mail a cui bisogna rispondere in una finestra temporale spesso ravvicinata all’ora della ricezione e poi, in caso di convocazione, andare a scuola. Quindi, tu puoi rispondere ogni giorno alle mail ma non ricevere mai una chiamata. La logorante attesa confonde i giorni, le risposte diventano mute alle parole altrui: «dove vivi?», «tornerai a insegnare?», «ma fai altro», «ormai sono tutti in cattedra».
uccede se sei una docente precaria, se non sei in nessuna graduatoria, o meglio ci stavi ma hai dovuto cancellarti perché dalla tua provincia hai ricevuto proposte solo di un giorno.
Mentre salgo in treno mi sento parte di una storia collettiva atavica e mi chiedo qual è il confine fra il mio spirito d’iniziativa, il mio desiderio di imparare (e di insegnare) e le frane del sistema scolastico.
IL LAVORO È UN PRIVILEGIO?
Mi rendo conto, comunque, che godo di un privilegio: posso prendere un costosissimo treno, dormire sul divano di casa di una ex-collega, per una proposta di supplenza di due settimane che potrebbe essere prolungata e il cui stipendio arriverà due mesi dopo. Insegnare è diventato un privilegio? Mendicare per un posto di lavoro è, comunque, una forma di privilegio. Ma può solo essere una sfida personale? E chi non può spostarsi e affrontare tutte queste spese? Esiste una tutela per gli insegnanti fuori sede di fronte alle angherie della crisi abitativa? Come farò a trovare un alloggio se ho un contratto di due settimane e una stanza al nord costa dai 500 euro in su? Eppure, io sto andando a insegnare in una scuola pubblica al servizio del Ministero dell’istruzione e del merito. Quanto costa insegnare? Penso al film Diario di un maestro di Vittorio De Seta (1973).
Sarò anch’io come il protagonista che arriva ad anno scolastico iniziato in una classe complicata, rimasta chissà quanto tempo senza insegnante? Nel film, dopo averlo conosciuto in sala docenti bisbigliano “tu sei novellino, chi te lo fa fare”. Il futuro di quel mondo che dai banchi non si vede è uguale al passato. Mancano ancora diverse ore all’arrivo e ricevo un messaggio da A. «Hai visto, è uscito il concorso?», «Sì», le rispondo. A. sta insegnando in Piemonte, si trova sul divano di una sua lontana zia perché gli affitti lì sono costosissimi e non sa quanto tempo durerà la sua supplenza.
Parliamo lo stesso linguaggio, quello che prova a mettere in parole l’esperienza della perdita, la voglia di fare, il rapporto con il rischio e il tentativo di cambiare il sistema da dentro cercando di non sottrarre troppe energie alla didattica che, invece, dovrebbe essere al centro di interessi delle azioni legislative ed educative.
Ricevo un nuovo messaggio da A.: «Hai capito qualcosa del decreto dei 60 cfu?». Rispondo: «I vincitori del concorso straordinario durante l’anno di prova dovranno conseguire, a proprie spese, ulteriori crediti formativi i cui percorsi costeranno dai 2000 ai 2500 euro. Questi crediti si uniranno a quelli già precedentemente conseguiti come requisito per la partecipazione al concorso». Inoltre, scrivo ad A., le regioni che hanno maggiori posti disponibili, per la stragrande maggioranza delle classi di concorso, sono tutte al nord. A peggiorare il quadro c’è da considerare che il Concorso straordinario ter non è abilitante, per cui i docenti o lo vincono oppure, come direbbe Eduardo De Filippo, «abbiamo scherzato». Che fare? Può esistere un dialogo aperto che non normalizzi le storture del sistema scolastico considerando l’esercizio di un pubblico ufficio come una sfida personale? Possiamo sentirci parte tutte e tutti di una comunità educante senza accettare passivamente il ritornello «è sempre stato così». Se il percorso dell’insegnante si articola in ostacoli com’è possibile riuscire a recuperare le esperienze pedagogiche positive?
Io, nel frattempo, quello che posso fare è provare a non restare sul divano. Il divano dei posti vacanti, delle supplenze brevi, del proletariato intellettuale.
(da editorialedomani.it)

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GIORGETTI HA PROMESSO 20 MILIARDI DI PRIVATIZZAZIONI PER RASSICURARE I MERCATI SULLA GRADUALE RIDUZIONE DEL DEBITO ITALIANO: FIN QUI L’UNICO PASSO CONCRETO È STATA LA VENDITA DEL 25% DI MPS CHE HA PORTATO POCO MENO DI UN MILIARDO

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

IN BALLO CI SONO POSTE ITALIANE E FERROVIE, ANCORA AL 100% PUBBLICHE… BISOGNA TROVARE IL CASH: NEL CORSO DEL 2024 LA BCE ABBASSERÀ FINO AD AZZERARE IL SOSTEGNO ALL’ITALIA

Sentite cosa diceva due giorni fa il capoeconomista di Standard and Poor’s per il Sud europa, Sylvain Broyer: «Ci attendiamo che quest’anno lo spread italiano rimanga stabile rispetto al Bund tedesco». I rendimenti saranno mediamente del 4,7 per cento «contro il picco del 5 del 2023». I fondamentali dell’economia italiana «sono diversi rispetto a dieci anni fa: le banche sono in condizioni migliori rispetto alla crisi del debito». […] L’architettura europea del 2024 è molto diversa da quella che nel 2011 costrinse il governo Berlusconi […] a dimettersi sotto i colpi di sfiducia dei mercati.
Oggi il “Tpi” della Banca centrale europea – di fatto un credito di ultima istanza che allora non esisteva – è la garanzia contro le scommesse degli investitori. La quota di debito italiano detenuto da investitori internazionali è più bassa del 2011. Ma se in autunno la maggioranza a tre Meloni-Salvini-Tajani dovesse entrare in tensione, o se i venti di una guerra più larga dovessero fermare la prevista discesa dei tassi, il giudizio sull’Italia potrebbe cambiare rapidamente.
La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza dice che il debito italiano di qui al 2026 non scenderà: era previsto al 140,2 per cento a fine 2023 al 140,1 per cento nel 2024, appena mezzo punto più sotto (al 139,6) nel lontano 2026, l’ultimo anno della manna del Recovery Plan.
Solo quest’anno il Tesoro dovrà collocare sui mercati 350 miliardi di euro di titoli, più o meno lo stesso ammontare del 2023. Con un però: nel corso del 2024 la Banca centrale europea abbasserà fino ad azzerare il sostegno all’Italia. Il piano di reinvestimento dei titoli acquistati prima dalla Bce di Draghi, e poi – durante e dopo la pandemia – da Christine Lagarde, prevede quest’anno una riduzione al ritmo di 7,5 miliardi al mese.
Alla fine dell’anno, si saranno azzerati. Con l’eccezione del già citato Tpi, a quel punto il paracadute sui titoli italiani aperto da Mario Draghi a partire dal 2012 sarà virtualmente chiuso. L’unico acquirente di Btp saranno i privati, coloro che valutano il rischio Italia e a quel rischio danno un prezzo. Le precondizioni perché non salga è anzitutto un debito in discesa, anche se lieve.
È la ragione per cui Giancarlo Giorgetti ha promesso venti miliardi di privatizzazioni entro il 2026. Un concetto che la prossima settimana, alla sua prima al vertice di Davos, il ministro ribadirà a tutti gli investitori con cui ha un incontro in agenda. Fin qui l’unico passo concreto è stata la vendita del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena, un’operazione che è valsa poco meno di un miliardo. Per fare sul serio occorre ben altro: le Ferrovie, ancora al cento per cento pubbliche, o le Poste.
Nella conferenza stampa del 4 gennaio Meloni le ha citate entrambe, ma siamo ancora alle buone intenzioni. Non è ancora chiaro se di Fs il governo venderà solo le quote della controllata Trenitalia o tenterà la (complicatissima) vendita dell’intero gruppo, dentro al quale c’è rete ferroviaria e quella stradale di Anas.
È probabile che arrivi prima l’operazione Poste, già quotata in Borsa. L’ipotesi è quella di lasciare a Cassa depositi e prestiti il suo 35 per cento, cedendo invece il 29,26 per cento in mano al Tesoro. Ai prezzi di venerdì scorso l’introito varrebbe poco meno di quattro miliardi di euro. Non sarebbe abbastanza per tenere a bada il debito
(da la Stampa)

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“LA BREXIT STA DANNEGGIANDO ECONOMIA E STIPENDI DEI CITTADINI. BASTA NASCONDERSI”: IL SINDACO DI LONDRA, SADIQ KHAN, DENUNCIA IL DISASTRO DELL’USCITA DALL’UE PER LA GRAN BRETAGNA

Gennaio 14th, 2024 Riccardo Fucile

“GLI ABITANTI DI LONDRA HANNO PERSO 3.400 STERLINE ALL’ANNO, LA CITTÀ 30 MILIARDI E IL PAESE 140. RIAVVICINIAMOCI ALL’EUROPA”

“È inutile continuare a nasconderci. La Brexit non sta funzionando. Sta danneggiando la nostra economia e la vita dei nostri cittadini”. A lanciare il duro attacco all’uscita del Regno Unito dall’Ue è il sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan, che due sere fa ha parlato alla Mansion House di Londra durante una cena di gala. Khan ha presentato un rapporto speciale sulla Brexit da lui commissionato alla Cambridge Econometrics. I risultati di questo studio indipendente sono preoccupanti.
A causa della Brexit l’economia di Londra si sarebbe ristretta di ben 30 miliardi di sterline (oltre 36 miliardi di euro) e quella nazionale britannica di addirittura 140 miliardi di sterline (circa 160 miliardi di euro). La capitale, per lo stesso motivo, avrebbe 290mila posti di lavoro in meno, mentre il Regno Unito ne avrebbe persi 1,8 milioni. Secondo Cambridge Econometrics, se non si agisse il prima possibile, la scivolata sul piano inclinato della Brexit potrebbe essere ancora più rovinosa: e cioè 350 miliardi bruciati dall’economia britannica entro il 2035, e di questi 60 si riferiscono proprio a Londra.
Le brutte notizie dello studio continuano. Il cittadino britannico medio a causa della Brexit si è impoverito di circa 2mila sterline nel 2023, ma ancora peggio è andata ai londinesi: in media hanno perso 3.400 sterline (circa 4mila euro) l’anno scorso rispetto a quello precedente. Ciò, stando allo studio, a causa di inflazione e costo della vita esacerbati dalle “conseguenze dell’uscita dall’Ue”. Solo per quanto riguarda gli alimenti, la Brexit a Londra avrebbe contribuito al 30% del loro aumento dal 2019 al 2023.
Per questo, il sindaco Khan ha chiesto pubblicamente di “riavvicinarsi il più possibile alla Ue. È inutile nascondere la testa sotto la sabbia. Invece, dobbiamo avere una onesta e matura discussione. La Brexit non sta funzionando”, ha continuato, “e questa sua versione dura sta affondando la nostra economia e aumentando il costo della vita dei cittadini: ha reso il cibo più caro, aumentando la pressione finanziaria sulle famiglie. Non solo: la Brexit sta avendo un effetto negativo su vari settori della nostra economia, come la ristorazione, l’ospitalità, l’edilizia e i servizi finanziari”.
“Le conseguenze della Brexit possono essere mitigate solo se abbiamo un approccio maturo nei confronti di questa situazione e ci avvicineremo sempre di più ai nostri vicini europei”. Inoltre, ha concluso Khan, “abbiamo bisogno di migranti. Io non sono d’accordo con la politica delle frontiere aperte o di una immigrazione incontrollata. Allo stesso tempo, l’immigrazione non è parte del problema, ma parte della soluzione. È un argomento che deve essere sostenuto da fatti, non da pregiudizi, anche perché in questo momento a Londra abbiamo gravi carenze occupazionali. Abbiamo bisogno dei lavoratori britannici ma anche di quelli stranieri
(da La Repubblica)

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