Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
“BANDI AD HOC, CODICE DEGLI APPALTI INUTILE, SIAMO AL LIBERISMO CORRUTTIVO”
Luca Bertrami Gadola oggi è direttore di Arcipelago Milano, il giornale online più vivace nella discussione sulla città, dopo essere stato per 46 anni costruttore edile.
È tornato a scrivere di corruzione. Perché?
Per lo scoppio dello scandalo Verdini. È l’ultimo episodio del malaffare in materia di appalti che conferma quello che vado dicendo e scrivendo da quasi quarant’anni.
Oggi è tornata un’emergenza corruzione come ai tempi di Tangentopoli?
È un’emergenza che non è mai cessata ma che ha visto gli operatori muoversi con strategie diverse, quasi sempre più raffinate: non circolano più mazzette ma “altre utilità”, ossia favori, scatti di carriera, assunzioni. O commercio di influenze. L’abolizione del delitto di abuso d’ufficio e la riformulazione del traffico di influenze illecite sono ovviamente il cavallo di battaglia del governo Meloni: il liberismo corruttivo.
Sono servite le norme varate in questi anni, dalla Legge Merloni al Codice dei contratti pubblici?
No, non sono servite a nulla, solo a far capire agli operatori disonesti quali fossero gli anelli deboli della filiera definita dal Codice degli appalti pubblici: sono previste commissioni di valutazione che non devono giustificare pubblicamente le loro scelte, in definitiva scelgono il vincitore. Chi cerchereste di corrompere?
Nel suo ultimo intervento su “Arcipelago Milano” accenna a una “chiavetta” e a un bando “sartoriale”.
È la prima volta che io vedo comparire in un caso di corruzione una chiavetta Usb: un “pizzino tecnologico” che non lascia tracce e che può essere bloccato con password. Può contenere un bando di gara con tutti i suoi allegati. Averlo in anticipo dà un enorme vantaggio, perché le stazioni appaltanti danno pochissimo tempo tra la pubblicazione e il termine di consegna delle offerte. Quella del “bando sartoriale” è una bella locuzione inventata dall’Autorità nazionale anticorruzione: si riferisce a gare che prevedano condizioni possedute da una sola impresa, come il tipo di lavori fatti o il possesso di tecnologie particolari, sapendo che ve n’è una sola o quantomeno poche che possiedano i requisiti richiesti. Gli appalti del 2022 sono stati banditi da 3.300 stazioni appaltanti. Controllarle tutte è assolutamente impossibile.
Servono le gare al “massimo ribasso”?
Sono quelle che richiedono alle imprese soltanto uno sconto sul prezzo indicato nel bando: sono state accusate di spingere le imprese a offrire sconti spropositati, con conseguente uso furibondo di subappalti in danno sia dei lavoratori sia delle norme di sicurezza e della qualità dei lavori. Ma gli altri sistemi previsti dal Codice dei contratti non hanno affatto contrastato questo fenomeno. Con il sistema oggi più in vigore – quello “dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, sistema complesso che dovrebbe proprio ovviare ai ribassi eccessivi – l’impresa Mantovani con lo sconto del 41,8% si è aggiudicata i lavori di Expo 2015. Lo stesso che se fosse stato applicato il banale tanto deprecato “massimo ribasso”. Che dire?
È grande la torta in ballo? Di quanti soldi parliamo?
L’Autorità anticorruzione nel 2022 parlava di 290 miliardi di euro di cui in opere edili 108 miliardi. La cifra esatta è comunque difficile da definire perché oltre ai fondi del Pnrr vi sono quelli spesi autonomamente da tante altre stazioni appaltanti per servizi e finalità diverse.
E ora che cosa succederà con la valanga di appalti del Pnrr?
Difficile dirlo, se non che la storia della corruzione non cambierà. Non dimentichiamoci che al momento di presentare i progetti da candidare ai fondi Pnrr molte amministrazioni, colpevolmente colte alla sprovvista, si sono limitate a tirare fuori dal cassetto vecchi progetti mai realizzati non essendo in grado di formularne di più adatti a questi fondi.
E le olimpiadi Milano-Cortina del 2026? A che cosa servono le regole se poi i commissari straordinari decidono in deroga (come fu per Expo 2015)?
La risposta sta già nelle domanda, ci sarà un ricorso massiccio ai commissari e a loro saranno assegnati tutti i poteri di deroga fino al limite dello scandalo, dimenticando che esiste una Procura europea che ha competenze specifiche sugli appalti legati ai fondi Pnrr, per controllarne la regolarità.
Ci sono ricette tecniche possibili per il sistema degli appalti?
Sì, molte e siamo in molti a conoscerle. Ma certo non saremo interpellati perché né le imprese, né i partiti politici, né la burocrazia hanno un qualche interesse a che le cose cambino.
(da il FattoQuotidiano)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
LA STORIA DI FRANCESCA, 36 ANNI, ARRIVATA NEGLI USA A 29 ANNI… VIVE CON SUO MARITO A BOSTON E INSEGNA ITALIANO
Francesca, 36 anni, è arrivata dalla Puglia negli Stati Uniti nel 2016.
Dopo aver visitato il Paese un anno prima, ha deciso di trasferirsi stabilmente prima a Chicago e poi a Boston, dove fa l’insegnante di italiano.
“Sono arrivata la prima volta negli Usa quando mio marito, dopo aver provato a cercare un posto di dottorato in Italia con borsa di studio senza successo, ha fatto domanda qui ed è stato preso alla North Western di Chicago. Anche io non avevo avuto grandi opportunità: ho studiato Scienze storiche e potevo insegnare, ma non avendo trovato altro facevo ripetizioni private ai bambini e ho lavorato anche in un call center”, racconta a Fanpage.it.
Ora Francesca vive negli Usa da 8 anni, a Boston da 3, con tutte le soddisfazioni ma anche le difficoltà che la vita da expat comporta: “All’inizio c’è un la cosiddetta ‘luna di miele’, noi italiani cresciamo un po’ con l’idea del ‘sogno americano’. Qui succedono davvero le cose che si vedono nei film e ti dici: ‘Ah, ma allora è vero!’. Poi però ci sono anche quei piccoli problemi che devi imparare ad accettare facendo compromessi”.
Quando e perché sei arrivata negli Stati Uniti?
Sono arrivata negli Stati Uniti insieme a mio marito. Dopo aver cercato un posto di dottorato in Italia con borsa di studio senza successo, ha fatto domanda anche qui ed è stato accettato alla North Western University di Chicago. In un primo momento l’ho seguito solo con l’Esta (documento che consente di viaggiare negli Usa senza visto, ndr).
Anche io non ero riuscita a trovare molto. Sono laureata in Scienze storiche e posso insegnare, però in Italia davo ripetizioni private di inglese ai bambini e per un breve periodo avevo pure lavorato in un call center. Siamo arrivati nell’estate del 2015 e per un mese siamo rimasti nello studentato dell’università: avevamo un nostro appartamento e tutto il periodo era dedicato a fare l”esperienza americana’, una possibilità offerta agli studenti internazionali. Abbiamo conosciuto persone da tutto il mondo e durante questo ‘summer camp’ gli studenti potevano migliorare il loro inglese e anche fare esperienze tipiche, come il barbecue all’aperto o le visite della città.
In questo modo anche io mi sono potuta avvicinare alla vita americana. Dopo abbiamo cercato un appartamento in città, visto che mio marito doveva iniziare a lavorare nel campus biomedico. Lì è stato abbastanza difficile perché essendo immigrati non avevamo storia di credito. Siamo riusciti a sistemarci, anche se io sono rimasta solo un altro mese, perché con il mio visto più di tre mesi non potevo rimanere. Per un anno abbiamo avuto una relazione a distanza, poi ci siamo sposati e sono tornata negli Stati Uniti a settembre 2016. E qui ho trovato lavoro come insegnante di italiano per adulti.
Ora invece vivete a Boston, perché vi siete trasferiti?
Sì, questo è il nostro terzo anno qui, perché mio marito è stato preso ad Harvard per lavorare come ricercatore. Per quanto riguarda me, invece, già prima della pandemia la scuola per stranieri per cui lavoravo si era ‘spostata’ online e anche io ho cercato studenti su altre piattaforme. Mi sono accorta che c’è stato un forte incremento di studenti dopo la pandemia perché ha portato le persone a fare più cose online, anche se qui già da tempo esisteva il lavoro da remoto.
Cosa ti piace di più della vita a Boston?
Della vita negli Stati Uniti, in generale, mi piace il sistema meritocratico che si vede, il fatto di avere delle possibilità a ogni età e di poter fare carriera. Quando sono arrivata, temevo di essere fuori dal mercato del lavoro, mi consideravo già vecchia e invece qui ai colloqui non ti chiedono l’età perché a loro interessa solo se hai l’esperienza e voglia di fare. Quando ti assumono poi valutano se sei una persona che vale oppure no.
Non siamo stati a lungo in Italia dopo la fine degli studi ma mio marito, che ha terminato il suo percorso prima di me, non riusciva davvero a entrare da nessuna parte con una borsa di studio. Lui fa ricerca sui tumori e lavorava finanziato da associazioni, ma solo per brevi periodi, per il resto del tempo non veniva pagato. Quando abbiamo raccontato questa cosa qui si sono tutti stupiti perché per loro è assurdo lavorare gratis.
Boston mi piace perché è molto europea rispetto alle altre città americane. Noi venivamo da Chicago che è il tipico centro del Midwest, gigantesco, dove per andare da una parte all’altra della città ci vuole un’ora e mezza di mezzi pubblici. Qui invece è tutto più a misura d’uomo. La città è anche una delle più antiche, ci sono tanti musei e c’è molta attenzione alla cultura.
Cosa non ti piace invece?
Il grosso problema qui è sicuramente il costo esagerato di alcuni servizi, in particolare della sanità. Ovviamente, bisogna avere un’assicurazione sanitaria e c’è una quota che bisogna raggiungere per essere coperti quasi al 100%. Quando si fanno visite o grandi cose conviene essere coperti perché altrimenti si pagano delle somme importanti. Anche gli affitti qui costano molto.
Tutto ruota intorno al denaro in questo Paese e questo purtroppo ti porta avere una vita molto stressante perché bisogna lavorare tanto per fare più soldi e potersi permettere un determinato stile di vita. Questo è quello che mi piace meno.
A Boston invece non mi piacciono tanto i trasporti pubblici che sono leggermente peggio di quelli delle altre città, ma è una cosa minima. Ci siamo trovati bene fin da subito, mentre invece a Chicago avevamo un po’ paura perché è sicuramente più pericolosa. Qui non ho mai avuto il timore che avevo lì. Di Boston ci sono più cose positive che negative.
Con il clima e il cibo come va?
Io da pugliese ti dico che il clima è stato difficile da accettare, ho vissuto in due città freddissime. Anche se, pure non amando il freddo, adoro la neve. Ci ho messo un po’ ad abituarmi a queste temperature ma ce l’ho fatta, con i giusti vestiti e con gli anni. Poi noi siamo una coppia sposata, quindi la sera non usciamo più tanto.
Per quanto riguarda il cibo, invece, dipende un po’ da dove si vive. Nelle grandi città il cibo italiano si trova ma con un prezzo che è il doppio, il triplo di quello che si trova in Italia. So invece che in altri centri più rurali degli Stati Uniti praticamente non esiste nulla.
Noi troviamo quasi tutto, pure la mozzarella di bufala, ma tutto ciò che è italiano qui è considerato ‘di lusso’, il made in Italy è molto apprezzato. Però noi alla fine accettiamo di pagare un certo prezzo perché dopo aver provato per un po’ cose americane, abbiamo pensato: ‘Ma chi ce lo fa fare?’.
Dell’Italia cosa ti manca?
Sicuramente lo stile di vita, dopo tanti anni mi rendo conto che qui è tutto davvero molto stressante. Poi mi mancano il mare pugliese, non sono riuscita a trovarne uno così bello da nessuna parte, e la mia famiglia.
Quando diventi genitore a tua volte e vorresti avere i nonni vicino, è davvero difficile. E durante la pandemia è stato ancora più complicato, visto che noi andiamo avanti con l’idea di tornare in Italia almeno una volta all’anno, mentre con il Covid eravamo proprio bloccati.
A chi consiglieresti gli Stati Uniti e a chi li sconsiglieresti?
Li consiglierei a chi sa adattarsi, anche alle grosse differenze, visto che, pur essendo un paese occidentale, è tanto diverso. Diciamo che tutti gli italiani che sono venuti a vivere qua e con cui ho parlato hanno avuto più o meno le stesse difficoltà.
Anche a chi sa vedere il positivo, pure nelle piccole cose, e a chi non ha paura di lavorare tanto. C’è la meritocrazia e si fa carriera, ma non ci si può aspettare di arrivare e spaccare tutto subito. All’inizio, soprattutto se si parte da zero, è difficile. Però alla fine ne vale la pena, i risultati noi li abbiamo visti.
Li sconsiglio invece alle persone meno adatte ai cambiamenti, poco indipendenti e che non accettano le diversità. Qui non c’è solo la cultura statunitense ma anche quelle di tanti altri Paesi. Il primo insegnamento che si impara è proprio quello di non giudicare mai. E questo mi permette di scoprire sempre cose nuove.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
“COSA FAREBBE SE AVESSE UN FIGLIO GAY?”: “PROVEREI A FARLO DIVENTARE ETEROSESSUALE”
Ho incontrato il generale Roberto Vannacci a Tregnago, a margine di uno dei tanti eventi cui sta partecipando in queste settimane. Questo è ciò che mi ha detto, sulla politica e sul mondo in generale.
Buongiorno Generale Vannacci, se avesse un figlio gay?
Non avrei nessun problema, lo supporterei nelle sue attitudini.
Voleva dire nel suo “orientamento”.
Sì, nel suo orientamento, grazie per la correzione. Lo supporterei assolutamente nei suoi orientamenti perché lo scopo dei genitori è supportare i figli, e non imporre ai figli quello che vogliono i genitori. Però lo dico anche un’altra cosa: nel limite del possibile cercherei di orientarlo verso l’eterosessualità, perché sono convinto che il gene dell’omosessualità, per quanto lo stiano cercando, non l’abbiano ancora trovato, e che quindi molto dipenda dal condizionamento sociale. E perciò così come cerco di educare mio figlio a tante altre qualità, cercherei se possibile di orientarlo verso l’eterosessualità.
L’eterosessualità però non è una qualità.
Se ciò invece non fosse possibile o non si dimostrasse realizzabile, o il figlio fosse effettivamente convinto del suo orientamento sessuale, lo supporterei come un padre supporta sempre i propri figli.
Ho una curiosità: in che modo lei proverebbe a indirizzarlo verso l’eterosessualità? Che si fa in questi casi?
Ma guardi, io credo, credo perché non ho la bacchetta magica, e non sono neanche sociologo e non ho fatto neanche il corso per essere genitore… Credo che parlando con lui, orientandolo nelle sue amicizie, nei luoghi che frequenta, nelle società che frequenta, e cercando di seguire la sua educazione, si possa esercitare una certa influenza sui propri figli, come lo facciamo sempre, no? Cerchiamo di renderli educati, renderli rispettosi del prossimo, cerchiamo di instillare loro un certo comportamento, come lo facciamo? Facendo esattamente queste cose.
E quali sono invece, secondo lei, i luoghi che possono indirizzare verso l’omosessualità, o il tipo di amicizie che possono far diventare omosessuali?
Ma guardi, se una persona dovesse frequentare quasi esclusivamente delle società, dei posti, dei settori dove la grande maggioranza è omosessuale, probabilmente verrebbe influenzato da questo. Se dovesse vedere dei film, o delle trasmissioni dove la stragrande maggioranza degli attori sono omosessuali, probabilmente potrebbe essere influenzato da questi comportamenti. Se invece crescesse in una società dove l’omosessualità è rappresentata secondo la sua effettiva presenza statistica, forse si svilupperebbe in un altro modo.
Si può diventare omosessuali guardando la TV? Guardando i programmi a maggioranza omosessuale?
A mio avviso si può diventare omosessuali essendone condizionati socialmente. Perché il condizionamento sociale è una delle cose che condiziona lo sviluppo della personalità delle persone. Lei l’ha letto il libro?
Sì, l’ho letto, mi può interrogare. Quando ragiona sul fatto che nessun immigrato fugge dalla guerra e dalla povertà.
Ho detto un’altra questione che mi sembra abbastanza naturale: che se uno sfugge da una guerra, o comunque dal pericolo di perdere la propria vita, e nel proprio percorso trova tanti altri posti dove la sua vita non è in pericolo, come mai invece arriva fino in Europa per trovare la fine della sua fuga? Perché probabilmente c’è una questione di convenienza.
Perché il primo Paese a democrazia riconosciuta si trova in Europa.
Ma non è solamente il diritto alla democrazia che garantisce il diritto alla sopravvivenza. Se io scappo da un Paese lontano, e ne trovo tanti nel frattempo, che garantiscono la sopravvivenza, come mai arrivo fino all’Europa? Perché probabilmente è più conveniente.
Grazie Generale.
Grazie a lei. L’ho convinta?
No, però è stata una bella intervista. Arrivederci.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
SMANTELLATA L’AGENZIA PER LA COESIONE, CHIUSE LE ZES, TAGLIATO IL FONDO PEREQUATIVO
Dalle finestre di Palazzo Chigi il Sud non si vede più. Il governo di
Giorgia Meloni ha abbandonato le politiche per il Mezzogiorno: non solo per i tagli alla spesa stimabili in circa 20 miliardi, ma anche per la gestione dei finanziamenti.
Una scelta che inizia il 22 ottobre 2022. È il giorno del giuramento al Quirinale del governo e la neo presidente del Consiglio non sa a chi assegnare la delega per il Meridione. Nel comunicato ufficiale va all’ex governatore siciliano Nello Musumeci, che avrebbe fatto il ministro unico del Mezzogiorno. Invece dopo 22 giorni di balletti e retroscena viene affidata al ministro Raffaele Fitto, che aveva già le deleghe agli Affari europei, al Pnrr e alle Politiche di coesione. Un ministro che in questo anno di governo ha dimostrato di non riuscire a gestire tutti i dossier che ha sulla scrivania. Il risultato è l’abbandono di un pezzo del Paese.
Ma andiamo per ordine. Dopo l’affidamento della delega a Fitto, il primo decreto legge varato dal governo smantella l’Agenzia per la coesione: le competenze di «programmazione e coordinamento» dei fondi comunitari e nazionali per il Sud «passano al Dipartimento per le politiche di coesione di Palazzo Chigi». È il primo accentramento di potere fatto dalla presidente Meloni, proprio sul Sud. Ma il travaso, di personale e risorse, si rivela tutt’altro che fluido. Nel guado restano ad esempio i consulenti che lavorano per l’Agenzia. Solo il 27 dicembre scorso, ad appena quattro giorni dalla scadenza, vengono informati del rinnovo della collaborazione, ma solo per due mesi. Intanto i ritardi si fanno sentire: e a oggi non c’è traccia della relazione chiamata a certificare il rispetto o meno della clausola Pnrr che destina al Mezzogiorno almeno il 40% dei finanziamenti. Eppure la riduzione dei divari interni, in particolare quelli Nord-Sud, è una delle ragioni che hanno convinto l’Europa a concedere all’Italia l’importo più elevato del Recovery Fund tra i paesi Ue.
E proprio il Pnrr finisce al centro della seconda scure sul Mezzogiorno. Con la proposta di revisione del Piano arriva un taglio di 15,9 miliardi: 7,6, la metà, fanno riferimento a progetti finanziati al Sud, dalla riqualificazione delle periferie ai Piani urbani integrati. Il grande investimento per la riconversione green dell’ex Ilva di Taranto, a cui il Pnrr aveva destinato 1 miliardo, viene cancellato. Ma non solo. Restano al palo anche i 900 milioni del Fondo di transizione equa per la riconversione industriale della città pugliese. E dai radar del governo scompaiono anche il Contratto di sviluppo per Salerno (250 milioni), oltre a una serie di altre iniziative.
A tagliare le gambe al Mezzogiorno arriva anche la chiusura delle sei Zone economiche speciali (Zes), da Palermo a Napoli. Tutte legate alle aree portuali, che dopo anni e anni di burocrazia erano finalmente partite attraendo i primi investimenti. Con un decreto fortemente voluto da Fitto, nasce la Zes unica per tutto il Sud. A gestirla una struttura, anche in questo caso, accentrata a Roma: sessanta dipendenti a occuparsi di tutte le autorizzazioni alle nuove imprese, perfino per aprire un cinema. A sei mesi dall’istituzione di questo “mostro” burocratico le attività delle Zes si sono fermate.
Ma c’è di più. Mentre in Parlamento marcia spedita l’autonomia differenziata cara alla Lega e al ministro Roberto Calderoli, con l’ultima manovra di bilancio arriva il taglio quasi totale del Fondo perequativo infrastrutturale: 4,4 miliardi promessi al Sud dal 2021. Non arriveranno più. Cestinati. Eppure il Fondo era stato ideato, quindici anni fa, per ridurre il deficit infrastrutturale delle diverse aree del Paese, Sud in testa, proprio in vista dell’avvio del disegno federalista. L’unico investimento annunciato al Sud è il Ponte sullo Stretto sbandierato dal ministro Matteo Salvini, che ha rimesso in vita il carrozzone della Stretto di Messina spa. Ma in attesa della grande opera (a oggi non c’è un progetto esecutivo con le autorizzazioni ambientali), la beffa: 1,6 miliardi di fondi Fsc destinati a Sicilia e Calabria sono stati ceduti al Ponte. Erano soldi che servivano per realizzare strade e ferrovie nelle Regioni più lente d’Italia. E si arriva all’ultima polemica. Il governatore campano Vincenzo De Luca vuole denunciare Fitto perché il ministro non sblocca nemmeno i fondi della nuova programmazione dell’Fsc.
Scelte precise di Palazzo Chigi che in fondo si spiegano bene con il silenzio sul Sud da parte della premier nella conferenza di inizio anno. Il Mezzogiorno non è nel vocabolario del governo.
(da La Repubblica)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
RALLENTANO I TRENI, AUMENTANO I PREZZI
La puntualità fra l’arrivo di un treno e la partenza di un altro si chiama «coincidenza». La scelta delle parole non è mai casuale. Molti certamente ricordano quando da Milano a Roma le distanze improvvisamente si accorciarono, e per coprire i 480 chilometri della tratta bastarono appena tre ore. Era il dicembre 2008, la gente scendeva dall’aereo e saliva sul treno. «Finalmente l’Italia fa qualcosa che funziona bene» titolava l’Ansa il 15 gennaio 2009. Sulla linea ad alta velocità Milano-Roma nove Frecce su dieci arrivavano puntuali. Quindici anni dopo i ritardi sono una garanzia. Anche se questo ufficialmente viene «mascherato». Trenitalia, nella relazione sulla qualità dei servizi, pubblicata nel 2023 (dati 2022), dice che l’1,9% delle Frecce viaggia con un ritardo superiore ai 60 minuti, mentre il 98% arriva con un ritardo compreso tra zero e 60 minuti». Aggiungendo che in questo calcolo «sono compresi anche i treni che arrivano in orario». Ma come si può ben capire, tra zero e 60 minuti, c’è un buco nero. E allora quali sono i veri ritardi?
La ricerca
Ci vuole un po’ di tempo, ma si può scoprire consultando l’unico sistema «aperto» riservato al cittadino-viaggiatore: il portale «Viaggiatreno» di Trenitalia (inserendo il numero del treno, la data e la stazione di arrivo il sistema ti da l’orario esatto di arrivo). Abbiamo scaricato manualmente per venti giorni (gli ultimi dieci di novembre e i dieci prima delle feste a dicembre) gli orari di arrivo di tutte le Frecce, su tre tratte: Venezia Santa Lucia-Milano Centrale; Milano Centrale-Roma Termini e Roma Termini-Reggio Calabria: una consultazione di oltre 1200 orari (li potete trovare tutti di seguito, cliccando sui link relativi alle singole tratte, nei paragrafi qui sotto), che ci restituisce un carotaggio reale dell’alta velocità in Italia.
Venezia-Milano
Partiamo dalla Venezia-Milano: 267 chilometri (anche se di questi solo i 39,6 da Treviglio a Brescia sono integralmente ad alta velocità). Il tempo di percorrenza ufficiale è di 2 ore e 27 minuti. Abbiamo monitorato i tredici treni al giorno che collegano direttamente Santa Lucia a Centrale. Nei 10 giorni di rilevamento del mese di novembre il dato è impietoso (guarda qui i treni di novembre). Su 120 treni considerati, quelli arrivati in orario o in anticipo sono stati 7 (il 5,8%); in ritardo 113, ovvero il 94,2%. La media è di 13 minuti di ritardo per treno. Ma con oltre 10 minuti di ritardo arriva il 44% dei treni. Mentre il 17% supera i 20 minuti di ritardo.
Nei 10 giorni di dicembre di rilevamento non vanno meglio (guarda qui i treni di dicembre). Emergono subito alcuni treni costantemente penalizzati: quelli della sera, che fanno rientrare i pendolari a Milano: il «9748» e il «9762» di media accumulano oltre 15 minuti di ritardo ad ogni corsa. (come se alla tratta, in media, si aggiungessero 30 km in più).
Milano-Roma
Ad oggi chi vuole andare da Centrale a Termini impiega 3 ore e 10 minuti. E ogni giorno, tra queste due stazioni (e in questa direzione), ci sono 45 Frecce. Il ritardo medio durante i 20 giorni di osservazione, si è attestato a 12 minuti. Poco? Non proprio. Considerato che i treni in ritardo sono stati l’84%; con il 24% arrivati con un ritardo che va dai 15 minuti ai 120. Ma l’esito più interessante è, ancora una volta, quello che riguarda le fasce orarie. Tutta la prima parte del mattino, specie i primi giorni della settimana, i ritardi si attestano a 20 minuti di media per singolo treno (su un percorso di 3 ore!)
Tra i treni «peggiori» il «9519», quello che Francesco Lollobrigida dall’alto della sua carica di ministro ha potuto fermare per scendere, che di media ogni giorno, registra 27 minuti di ritardo. Ma il record è del «9515», quello che dovrebbe arrivare a Roma Termini alle 10:49 e che invece in 20 giorni ha raccolto in media un ritardo superiore ai 30 minuti. Nella fascia di arrivo tra le 14 e le 20 i ritardi medi improvvisamente crollano a 7 minuti. (guarda qui i treni di dicembre). Il segnale che ci conduce al punto: la saturazione della rete, sulla quale il 23 gennaio si inserirà il nuovo servizio che porterà alla capitale in 2 ore e 45 minuti, con arrivo e partenza a Rogoredo e Tiburtina. Buona fortuna.
Roma-Reggio Calabria
Anche qui il copione si ripete, ma si inverte. In sostanza: per la prima parte della giornata i treni sono puntualissimi (guarda qui i treni di novembre). Anzi, il primo treno della giornata, quello che arriva a Reggio Calabria alle 12.50 nei due periodi osservati è arrivato in media con 5 minuti di anticipo.
Ma è nel corso della giornata che la situazione si complica (guarda qui i treni di dicembre). I treni della sera poi sono una catastrofe, per esempio l’«8419» arriva con 41 minuti di ritardo medio. Medio.
E Italo?
Uno strumento di verifica analogo a quello di Trenitalia Italo non ce l’ha, e per sapere l’orario esatto di arrivo di un treno occorre avere il biglietto in mano. Dobbiamo quindi fidarci di quello che dice la società NTV, e nell’ultimo rapporto sulla qualità del servizio (2022) riferisce che su tutta la rete sono arrivati in ritardo il 61,4% dei suoi treni: il 58,3% entro un’ora dall’orario previsto; il 3,1% oltre un’ora. Se fosse vero, e non lo sappiamo, arrivano in orario meno di 4 treni su 10. Ma cosa è successo in questi 15 anni sulla linea dell’alta velocità?
Cosa succede sulla rete?
Che qualcosa non va lo dice proprio Trenitalia nelle pieghe del proprio bilancio annuale. «I valori di puntualità registrati nel 2022 (…) per il segmento AV risulta sotto obiettivo — si legge — si è registrata una flessione di performance più accentuata nei mesi centrali dell’anno, da ricondurre ad un generale incremento dei volumi del traffico e all’aumento dei guasti dell’infrastruttura e al materiale rotabile, correlati al caldo anomalo». Come abbiamo visto la performance è tragica anche a novembre e dicembre, mesi certamente non caldi. Nel documento Quality Report di Italo si legge che le cause dei ritardi sono così distribuite: il 16,1% per cause esterne; il 61,4% per colpa di RFI; 13,1 per colpa di altre compagnie; il 9,3% a causa di Italo stessa. Quindi per Italo la colpa è soprattutto del gestore della rete. Numeri alla mano il traffico è letteralmente esploso: sulla tratta Milano-Roma si è passati da 1 milione di passeggeri del 2009 ai 3,6 milioni del 2023, e il numero dei treni da 16.439 è salito a 51.358.
Si aggiunge la carenza di manutenzione, che comporta un aumento dei guasti all’infrastruttura e ai treni. Inoltre: eliminati i presidi dalle stazioni, è aumentata la presenza di estranei e animali sui binari. Risultato: in un modello di esercizio che prevede, nelle ore di maggior traffico, 12 treni all’ora per senso di marcia, il problema a un convoglio li rallenta tutti.
I prezzi invece salgono
La tariffa base del Frecciarossa Milano-Roma nel 2009 era di 109 euro per la Business, oggi è di 139; l’Economy è passata da 79 euro a 102. Italo debutta nel 2012 con tariffe un po’ più alte, e nel 2016 le abbassa: vende la prima classe a 88 euro e la seconda a 79. Oggi sono rispettivamente a 129,90 e a 89,90. Ma offre una grande varietà di offerte posizionandosi sul low cost. E può permetterselo, perché su una linea, interamente pagata dal contribuente, e costruita per viaggiare ai 300 km orari, Rfi ha concesso l’ingresso anche a quella flotta di Italo che non supera i 250.
Una delle chiavi di lettura della crisi del sistema, spiega il professor Paolo Beria, docente di Economia e Pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano che da anni monitora i prezzi dell’alta velocità «è che la vera concorrenza sull’Alta velocità, Italo e Trenitalia non l’hanno giocata sui prezzi ma proprio sulla quantità delle corse. È la cosiddetta concorrenza di Cournot: una gara ad occupare più spazio possibile, per ampliare al massimo l’offerta e la capacità di raccogliere clientela». Il cliente guarda gli orari, vede che ci sono tante partenze, ed è molto contento, ma alla fine se deve arrivare puntuale al lavoro o prendere una «coincidenza» è costretto a prendere il treno prima.
Milena Gabanelli e Giovanni Viafora
(da corriere.it)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
ALLA FINE LA PREFETTURA CONCESSE IL PORTO D’ARMI: SULLA BASE DI QUALI ELEMENTI? DOV’ERA DELMASTRO AL MOMENTO DELLO SPARO: ERA DAVVERO FUORI DAL LOCALE?… QUAL E’ IL RUOLO DEL SUO CAPOSCORTA, PABLITO MORELLO?
I dubbi invece di dissiparsi aumentano. A due settimane dal
Capodanno in cui un proiettile è stato esploso dalla pistola del deputato di FdI Emanuele Pozzolo — ferendo il 31enne Luca Campana — non c’è ancora una narrazione univoca
E in questo accavallarsi di punti interrogativi — chi ha sparato? chi mente? —, sullo sfondo della storia si affaccia un retroscena sul porto d’armi per difesa personale ottenuto da Pozzolo a metà dicembre. La richiesta dell’onorevole è di settembre Pozzolo possedeva già un porto d’armi ad uso sportivo, che giustificava anche la presenza nella sua abitazione di Vercelli di altre sei armi, tra cui alcune carabine, che ora verranno ritirate.
Ma dopo aver partecipato a un convegno sulle condizioni di vita dei cristiani in Iran (che segue per la commissione Esteri della Camera), si sentiva in pericolo per una possibile ritorsione da parte dei pasdaran. Da qui la domanda presentata alla Prefettura di Biella che, come di rito, chiede un parere ai carabinieri. I quali rispondono di «non essere in possesso di elementi utili alla valutazione».
Sta di fatto che a metà dicembre Pozzolo ottiene il nuovo permesso, giusto in tempo per comprare dal proprio armiere di fiducia il piccolo revolver che porterà con sé a Capodanno. Tutto regolare o l’iter del politico ha seguito una corsia preferenziale? Se lo domanda l’opposizione, con i dem che annunciano un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Ma non è questa l’unica domanda in sospeso. E le risposte le si attende dalla Procura di Biella, che ha disposto una perizia balistica per disegnare la traiettoria e spedito ai Ris di Parma i campioni dello stub (l’esame che rileva tracce di polvere da sparo su pelle e oggetti) eseguito sui protagonisti della vicenda. Pozzolo insiste: «Non sono stato io a sparare». E si sfoga sulle pagine de Il Foglio: «Sembra che si voglia tutelare più una terza persona, e buttare giù me dalla torre». Non solo, rilancia sul ruolo di Delmastro che fin dal primo giorno ha sempre sostenuto che al momento dello sparo era fuori, a caricare alcuni pacchi a bordo dell’auto e di aver saputo quello che era accaduto solo una volta rientrato nel salone.
CHI C’ERA E CHI NO
Deluso e ferito — «mi sento abbandonato» — dall’amico fraterno e collega di partito, Pozzolo chiarisce: «Andrea non c’era, bisogna essere onesti. Che poi lui abbia esagerato dicendo che era a Canicattì è un’altra questione». Continua: «Dentro Fratelli d’Italia stanno accadendo cose strane, si cerca di uccidere me per salvare altri». Chi va protetto e perché?
Oltre a Pozzolo e al ferito Campana, tra i protagonisti c’è anche Pablito Morello: suocero di Campana e caposcorta di Delmastro a cui è legato anche politicamente. Ha un ruolo chiave, alcuni invitati lo collocano al centro della scena. E sarebbe tra coloro che avrebbero puntato il dito contro Pozzolo, insieme con genero e figlia. Il deputato — indagato per lesioni colpose, accensione ed esplosioni pericolose e omessa custodia di armi — non è ancora stato sentito dai magistrati. L’appuntamento è rinviato alla vigilia della chiusura delle indagini.
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
TRA GLI ARRESTATI ANCHE L’EX PRESIDENTE DELL’ENIT
C’è l’ex capo della segreteria del Pd, Nicola Oddati, a lungo braccio destro di Nicola Zingaretti, tra le 11 misure cautelari eseguite stamane a Napoli con accuse di corruzione e turbativa intorno ad appalti del Rione Terra di Pozzuoli. Oddati è destinatario di un ordine di carcerazione: attualmente lavorava come dirigente di staff della Regione Campania, su nomina del governatore Vincenzo De Luca, con ufficio a Roma e il compito di curare i rapporti istituzionali dell’ente regionale con la Conferenza delle Regioni.
Il nome di Oddati spicca tra le misure cautelari chieste e ottenute dalla Procura guidata da Nicola Gratteri – pm Sergio Ferrigno, Stefano Capuano, Immacolata Sica – che hanno colpito anche l’ex sindaco Pd di Pozzuoli e consigliere comunale Vincenzo Figliolia (carcere), l’imprenditore puteolano Salvatore Musella, amministratore della Cytec srl direttamente coinvolta nell’appalto dei Rione Terra, l’ex presidente dell’Ente Nazionale Italiano del Turismo Giorgio Palmucci, attuale vice presidente Confindustria Alberghi Italia.
Obbligo di firma per l’ex consigliere regionale della Calabria Sebastiano Romeo e per l’ex consigliere provinciale Pd di Taranto Luciano Santoro. A notificare le 11 misure cautelari i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza e i poliziotti della Squadra Mobile di Napoli.
L’inchiesta deflagrò nell’aprile 2022 con le perquisizioni di una dozzina di indagati. Gli investigatori del nucleo Pef della Finanza di Napoli lavorarono su una mole di intercettazioni e di relazioni fotografiche dalle quali emersero tracce di appalti cuciti su misura per Musella, amico di Oddati, che si prestava agli interessi dell’imprenditore fornendogli informazioni riservate ed introducendolo nei salotti delle decisioni politiche. Le indagini si concentrarono in particolare sugli appalti di riqualificazione del Rione Terra e sul progetto di un parcheggio multiplano nell’ex cava Regia.
In alcune di queste fotografie si vedeva l’esito di un controllo allo zaino di Oddati compiuto alla stazione centrale di Roma: conteneva 14 mila euro in contanti. Oddati li giustificò affermando che erano i soldi del tesseramento Pd di Taranto, di cui all’epoca era commissario. Fu sbugiardato dal tesoriere nazionale Walter Verini, che sentito dai pm disse: “Noi accettiamo solo contributi tracciabili ed eventualmente corrisposti nel rispetto delle leggi… certamente non è usuale e le modalità in atto per il tesseramento sono altre”.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
AVVIATA NEL 1992, CI E’ GIA’ COSTATA 9 MILIARDI, ORA ALTRI 450 MILIONI SENZA GARE E RESPONSABILITA’ PER LE IMPRESE
Nel 1992 si decise di realizzare il Terzo Valico ferroviario tra Genova e
Milano, assegnando l’appalto senza gara per una spesa di 2 miliardi di Euro. Oggi la previsione dei costi è arrivata a 9 miliardi.
Eppure, questo modello fallimentare che è tutto a vantaggio di chi realizza l’opera lo si vuole applicare oggi anche al Ponte sullo Stretto, di cui sappiamo quanto costerà (12 miliardi) ma senza avere un progetto che sarà approvato l’anno prossimo.
Le infrastrutture sono indispensabili allo sviluppo, ma come è possibile continuare con errori di questa dimensione che impediscono di portare avanti le scelte che davvero servono al Paese?
È passata sotto silenzio a fine anno la notizia di uno stanziamento di 450 milioni di euro per il completamento della linea ad alta velocità per i treni tra Genova e Milano. Come se si trattasse di una questione per addetti ai lavori e non di una vicenda che continua a provocare danni enormi alle casse dello stato, caratterizzata da un incredibile intreccio di errori, interessi privati e politici, che non vanno dimenticati. Soprattutto ora che quegli stessi errori li stiamo ripetendo.
Ma facciamo un passo indietro, risale a più di 30 anni fa la scelta di inserire la tratta del cosiddetto Terzo Valico nell’ambito del grande progetto di Lorenzo Necci dell’alta velocità ferroviaria.
Al governo c’erano prima Giulio Andreotti e poi Giuliano Amato e la costruzione fu affidata senza gara al Consorzio Cociv – di cui faceva parte perfino il gruppo Ferruzzi-Montedison – per una spesa stimata di 2 miliardi di euro. La domanda che non si può eludere è perché nel 2024 servano altri soldi per quest’opera che oramai ha superato, secondo le ultime stime, i 9 miliardi di euro di spesa per coprire appena 54 chilometri?
PROGETTI SENZA GARA
Chi può essere contrario a completare il collegamento veloce tra Genova e Milano, a liberare tracce ferroviarie per le merci che dal porto di Voltri risalgono verso l’Europa? Nessuno.
A maggior ragione ora che finalmente sono stati inaugurati i primi 8 chilometri. E quindi, perché non stanziare ad ottobre 700 milioni di euro, nel decreto Asset, e ora altri 450 quando si scopre che le rocce nel cantiere di Radimero sono più friabili del previsto.
In fondo è quello che si è fatto in tutti questi anni, ogni volta che i costi lievitavano e per una ragione molto banale, che stava scritta in quell’atto firmato nel 1992. Non solo l’affidamento era senza gara, ma la stima della spesa era fatta sulla base di un progetto di massima, inevitabilmente approssimativo e da aggiornare in corso d’opera. Tanto lo stato avrebbe coperto tutta la spesa e pazienza per i ritardi.
Attenzione, non è vero che tutti i governi hanno chiuso gli occhi su questa vergogna. Pier Luigi Bersani, quando nel 2007 era ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi, cancellò questo sistema. Proprio perché i lavori non erano ancora partiti e bisognava responsabilizzare le imprese, ridurre la spesa e ridare finalmente trasparenza a un meccanismo che era andato fuori controllo.
Salvo che con il ritorno di Silvio Berlusconi quella decisione fu cancellata e riaffidato tutto al Consorzio. Che nel frattempo era passato a Impregilo e, dopo le varie traversie finanziarie e societarie, a Webuild.
La decisione di Bersani era dettata anche dal fatto che sulle altre linee in costruzione i prezzi erano quadruplicati rispetto ai preventivi, con costi 2-3 volte superiori per chilometro agli altri paesi europei, per via di un continuo aumento della spesa. Tutto filava liscio, fatti salvi i periodici interventi della magistratura, anche su questa tratta, con arresti e denunce. Perché questa vicenda ci riguarda nel 2024? Perché lo stesso identico modello si vuole applicare al grande progetto del Ponte sullo Stretto di Messina del ministro Matteo Salvini.
E ORA IL PONTE
Per chiarezza, le infrastrutture sono fondamentali per lo sviluppo di un paese, ma non siamo più negli anni Cinquanta e si dovrebbe superare la fase infantile del dibattito sulle scelte da prendere.
Negli altri paesi europei nessuno si azzarderebbe a proporre progetti che non siano motivati sulla base di chiari criteri pubblici e analisi costi-benefici indipendenti. Anche per spiegare perché alcune decisioni vengono prese, ad esempio quando il ritorno dell’investimento è lontano, rivendicando la scelta politica, dettata da ragioni di coesione territoriale o di strategicità di lungo termine.
Solo in Italia decisioni su investimenti di questa portata vengono prese sulla base di slogan, promesse di posti di lavoro, di nuovi cantieri che più sono grandi e meglio è. Sembra un secolo fa, ma nel 2001 non si parlava d’altro che del diluvio di investimenti infrastrutturali che grazie alla semplificazione impressa dalla legge Obiettivo si sarebbero sbloccati in Italia.
Bruno Vespa e Berlusconi disegnavano in televisione tracciati sulla lavagna. Veniva assicurato che banche e investitori privati erano pronti a finanziare autostrade e linee ferroviarie, a realizzare a proprio rischio il collegamento tra Messina e Reggio Calabria. Tutto scritto in atti parlamentari e poi trasformato in leggi e decreti attuativi. Risultato: l’unica autostrada realizzata con contributi privati, la Brebemi, è stata un clamoroso fallimento finanziario mentre tutte le altre promesse sono rimaste sulla carta.
Venti anni dopo, il ministro Salvini riprende in mano il Ponte sullo Stretto con l’impegno a realizzarlo senza un euro dai privati. Scelta politica, legittima, ma quello che è inaccettabile è che il modello scelto sia lo stesso fallimentare sperimentato in questi anni.
Nella legge di Bilancio è previsto che l’opera costerà 11,6 miliardi di euro. L’indicazione della cifra non è casuale, serve a evitare che la Commissione europea obblighi a fare una nuova gara, come prevedono le direttive, per l’aumento dei costi rispetto alla proposta del Consorzio (guidato da Webuild) che 19 anni fa aveva vinto la gara.
La cosa incredibile è che manca il progetto, che sarà redatto e approvato proprio quest’anno. E nessuna garanzia esiste che stavolta ci saranno controlli indipendenti e responsabilità a carico dell’impresa. Ma come è possibile fidarsi ancora di un meccanismo del genere? Quello che conta per il governo e per le imprese è partire. Poi, quando l’opera rientrerà nella categoria delle incompiute, scatterà l’indignazione collettiva, e una strada in Italia si trova sempre per finanziarne il completamento e dimenticarsi degli errori.
A pagare sarà il sud, a cui già sono stati sottratti oltre 2 miliardi di euro dai fondi europei di coesione, ma anche tutte le altre opere che servirebbero ad avere un paese davvero più moderno e vivibile. Perché tutta la spesa pubblica per le infrastrutture è previsto che vada qui.
Quando ci chiederemo, tra qualche anno, perché non passano i treni, di come mai le nostre città sono così diverse dalla Spagna o dalla Francia, evitiamo di usare luoghi comuni. Dipenderà dalle scelte che si stanno prendendo ora e la responsabilità sarà anche di chi all’opposizione avrà scelto, o meno, di combatterle.
(da editorialedomani)
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Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
IL PADRE DI EMANUELA PERINETTI: “DECISIONE SCONCERTANTE”
Il governo Meloni ha tagliato il fondo per i disturbi alimentari istituito da Draghi con la Legge di Bilancio 2022. Il fondo aveva un finanziamento di 25 milioni di euro in due anni. Era destinato alle Regioni per combattere disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. E per aggiornare i Livelli Essenziali di assistenza su anoressia, bulimia e sindrome di alimentazione incontrollata (Binge eating disorder o BED). Anche gli emendamenti per il rifinanziamento in Senato sono stati respinti. E oggi famiglie e operatori sono in allarme. Il 19 gennaio ci sarà una protesta in 19 città. Una manifestazione promossa dalla rete di studenti universitari Chiedimi come sto e da Fiocchetto Lilla: «Perché di Dca si muore», dicono gli organizzatori oggi a Repubblica.
Casi moltiplicati
Mentre la psichiatra Laura Dalla Ragione dice che «i casi si sono moltiplicati dopo il Covid, come dimostra una survey nazionale che dal 2018 al 2023 ha evidenziato un aumento del 30% dei malati». Oggi i pazienti sono 3.678.362. Ma il numero appare sottostimato perché molti alle cure non hanno accesso. Il 90% sono di sesso femminile, ma anche i maschi sono in aumento. Sul territorio nazionale ci sono 126 strutture, in alcune regioni come il Molise mancano del tutto. E 40 associazioni hanno scritto a Meloni e Schillaci: «Senza rinnovo le liste di attesa, che già arrivano a un anno, si allungheranno ancora. Quando nella vostra regione cercherete un luogo di cura pubblico e non ci sarà, quando dovrete rivolgervi al privato con costi proibitivi, scoprirete che non c’è una politica che abbia investito nella tutela della salute».
Il malato non si rende conto
Intanto Giorgio Perinetti, padre di Emanuela morta di anoressia a 34 anni, dice di essere «sconcertato. I disturbi dell’alimentazione, purtroppo, mi paiono talmente in espansione, che è davvero grave non pensare a contenere e prevenire questo problema. Spero che il taglio non sia un colpo di grazia, ma certamente è un provvedimento che rischia di disperdere quel poco che si stava facendo fino ad oggi. Così perde efficacia il lavoro di prevenzione e si tolgono gli strumenti a chi combatte queste malattie». Il rischio è che «i malati siano abbandonati a sé stessi». Perinetti dice che le normative sui disturbi alimentari sono ipocrite «perché, nella maggior parte dei casi, il malato non si rende conto delle sue condizioni di salute. Rifiuta le cure e qualsiasi tipo di riabilitazione nutrizionale. In più, se è maggiorenne, la cura non può essergli imposta. Se non tramite misure coercitive e procedure lentissime, che fanno solo perdere tempo prezioso».
(da Open)
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