Destra di Popolo.net

E’ RECORD DI POLITICI IN CONFLITTO DI INTERESSI

Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile

ELETTI CHE SVOLGONO ATTIVITA’ DI CONSULENZA

Abbiamo raccontato dei politici italiani che, usciti dal parlamento, iniziano subito a lavorare per aziende private come consulenti, lobbisti o manager sfruttando le conoscenze accumulate negli anni precedenti. La pratica è totalmente lecita visto che, a differenza di molti paesi occidentali, da noi non esistono leggi che prevedono un periodo di pausa tra il lavoro pubblico e quello privato.
Ora ci occupiamo di un’altra declinazione del conflitto di interessi. Rappresentata da coloro che tengono il piede in due scarpe. Sono quelli che, mentre rappresentano i cittadini alla Camera o al Senato, svolgono anche attività privata. Il caso più noto è quello di Matteo Renzi, al contempo senatore della Repubblica italiana e consulente privato: di aziende e, indirettamente, di governi stranieri.
RENZI D’ARABIA
Come rivelato quasi tre anni fa da Domani, Renzi lavora per la monarchia dell’Arabia Saudita, tra gli stati più autoritari al mondo. Il principe ereditario, Mohammed bin Salman, paga ancora oggi l’ex premier italiano per far parte del consiglio d’amministrazione della fondazione Future Investment Initiative.
Inoltre, almeno fino al 2021, Renzi era membro del comitato consultivo della Royal Commission of Alula. In entrambi i casi si tratta di organismi controllati dal regime saudita, dunque il senatore toscano risulta essere contemporaneamente pagato dai cittadini italiani e da uno Stato straniero che lo ha ingaggiato come consigliere.
Per la legge italiana è tutto regolare. Come ha sottolineato più volte lo stesso Renzi, nel nostro paese non esistono norme che gli impediscano di farlo, né sono mai stati approvati dal parlamento regolamenti interni per proibire la pratica. Essere al contempo rappresentante politico e consulente privato è talmente legale che Renzi ha addirittura fondato una società per fare attività privata. Si chiama Ma.Re e, si legge nello statuto costitutivo, si occupa tra le altre cose proprio di consulenza.
L’ex premier si trova così a dover rappresentare gli interessi dei cittadini italiani che lo hanno eletto in parlamento e quelli di chi lo paga come consulente. I nomi dei suoi clienti non si sanno, perché Renzi non è tenuto a dichiararli.
Per quanto noto, il senatore toscano è il politico che si è spinto più in là, anche se tra parlamento e Consiglio dei ministri non mancano casi simili. Essendo parte della maggioranza di governo, i più controversi al momento sono quelli di Maurizio Gasparri, Guido Crosetto e Daniela Santanchè.
Lo storico senatore di Forza Italia dal 2021 è presidente di Cyberealm Srl, società italiana che si occupa di sicurezza informatica insieme a una serie di altre aziende controllate. Gasparri non aveva mai dichiarato l’incarico, come prevede il regolamento del Senato.
Cyberealm è di proprietà dell’italo-israeliano Leone Ouazana, che ha dichiarato a Report di condurre «attività abbastanza sensibile in Israele». L’azienda ha avuto rapporti commerciali con enti pubblici italiani e con società di stato
GOVERNO IN CONFLITTO
Differente il caso di Guido Crosetto. Attuale ministro della Difesa, prima di entrare in carica era a capo di Aiad, la lobby dei produttori italiani di armi, associazione che rappresenta le principali aziende del settore difesa. Quando era già stato eletto parlamentare e nominato ministro, Crosetto era ancora titolare di una società (tra le varie che controllava), la Csc & Partners, che nel suo statuto dichiara di fare lobbying per conto di imprese. L’aveva fondata due anni prima, quando non era in parlamento. Dopo che la notizia è uscita sui giornali l’impresa è stata chiusa. Il ministro finora non ha mai dichiarato chi sono stati i suoi clienti.
Gli eletti italiani sono tenuti a dichiarare pubblicamente le cariche e le partecipazioni azionarie detenute in aziende private. Non c’è limite all’ambito d’azione delle società, né al loro numero. Funziona così per deputati e senatori, e anche per i ministri. Daniela Santanchè è in parlamento da 23 anni, già sottosegretaria con Silvio Berlusconi tra il 2010 e il 2011, ora ministra del Turismo nel governo Meloni.
Negli anni ha investito in pubblicità editoriale (Visibilia), prodotti alimentari (Ki Group) e turismo (Twiga). Dopo la nomina a ministra, sebbene non fosse obbligata, ha ceduto tutte le sue quote azionarie ai soci (tra cui il compagno Dimitri Kunz). Si è scoperto poi, come raccontato da Domani, che continua ad avere rapporti economici importanti con una delle sue ex aziende, il Twiga.
L’inchiesta della procura di Milano per falso in bilancio sulla sua ex Visibilia ha ricostruito come, nel tentativo di ripianare i debiti e salvarla dal fallimento, è stata usata una società costituita nell’aprile del 2023, che attualmente gestisce e incassa i ricavi proprio dello stabilimento balneare più famoso di Forte dei Marmi.
Se anche fosse successo, non sarebbe un reato: per la legge italiana Santanchè potrebbe tranquillamente continuare a gestire un grande stabilimento balneare mentre fa la ministra del Turismo.
LOBBISTA DI SÉ STESSO
Il primo a esibirsi pubblicamente nella pratica del fare il lobbista di sé stesso è stato, 30 anni fa, Silvio Berlusconi. In molti paesi europei ci sono norme che impediscono di avere incarichi retribuiti o quote di aziende mentre si ricopre il ruolo di parlamentare. In Italia una legge per evitare questo tipo di conflitto di interessi non è mai stata approvata. Il risultato è che oggi il fondatore di Forza Italia ha diversi epigoni che non danno nell’occhio come lui.
Tra i più importanti, per potenza economica, ci sono Antonio Angelucci e Claudio Lotito. In parlamento dal 2008, oggi con la Lega, il primo gestisce uno dei più grandi gruppi italiani della sanità privata (quasi 30 centri di riabilitazione e cliniche private convenzionate con lo stato) ed è editore di giornali (attualmente Libero, il Giornale, Il Tempo) che godono di sgravi fiscali decisi dal parlamento.
Claudio Lotito, eletto per la prima volta nel 2022 con Forza Italia, ha invece interessi più variegati. Oltre al calcio come proprietario della Lazio, ha aziende dai nomi poco noti attive nei servizi di pulizia, catering e vigilanza privata: fatturano decine di milioni di euro anche grazie a forniture a enti pubblici.
Il suo partito l’ha scelto come membro delle commissioni Bilancio e Finanze alla Camera. Quello del deputato Lotito è «un conflitto di interessi grande come una casa», diceva un anno fa, discutendo dei benefici fiscali concessi in finanziaria alle società di calcio come la Lazio, il senatore Renzi. Proprio lui, «uno dei più grandi esperti di conflitto di interessi della storia recente», gli ha risposto Lotito. Tuttavia, il parlamento non ha in programma di discutere una legge sul conflitto di interessi.
(da editorialedomani.it)

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SANITA’, LA GRANDE FUGA DEI MALATI PER CURARSI FUORI REGIONE: INCREMENTO DEL 27,6%

Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile

PIU’ DI UN EURO SU DUE FINISCE NELLE CASSE DEL PRIVATO

Dopo il mezzo black out del Covid è di nuovo boom dei viaggi della speranza per andarsi a curare fuori Regione, soprattutto da Sud a Nord e spesso nel privato, al quale è andato un euro su due di quelli spesi per rimborsare le prestazioni fornite fuori dai confini regionali.
Dal 2020 al 2021 l’incremento è stato del 27,6%, con circa 800 mila emigranti della salute che hanno portato la spesa complessiva attribuibile alla mobilità sanitaria da 3,33 a 4,25 miliardi. A fornire i dati è un Report della Fondazione Gimbe, che evidenza anche saldi estremamente negativi per le regioni meridionali e il Lazio e all’opposto bilanci con il segno più per le regioni settentrionali. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – Regioni capofila dell’autonomia differenziata – raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo. «La mobilità sanitaria – spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese. Un gap diventato ormai una “frattura strutturale” destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute».
Ecco perché, in occasione dell’avvio della discussione in Aula al Senato del DdL Calderoli, continua Cartabellotta, «la Fondazione GIMBE ribadisce quanto già riferito nell’audizione in 1a Commissione Affari Costituzionali del Senato: la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie».
Le regioni da dove si emigra e quelle che attraggono pazienti
Nel gruppo delle Regioni saldo positivo troviamo in testa la Lombardia (18,7%), seguita da Emilia-Romagna (17,4%), Veneto (12,7%) raccolgono quasi la metà della mobilità attiva, un ulteriore 25,6% viene attratto da Lazio (9,5%), Piemonte (6,8%), Toscana (4,9%) e Campania (4,4%). Il rimanente 25,6% della mobilità attiva si distribuisce nelle altre 14 Regioni e Province autonome. «I dati della mobilità attiva – commenta il Presidente – documentano una forte capacità attrattiva delle grandi Regioni del Nord e, con la sola eccezione del Lazio, quella estremamente limitata delle Regioni del Centro-Sud».
Sono invece tre le Regioni con maggiore indice di fuga generano debiti per oltre € 300 milioni ciascuna: in testa Lazio (12%), Lombardia (10,9%) e Campania (9,3%), che insieme compongono quasi un terzo della mobilità passiva. Il restante 67,9% della mobilità passiva si distribuisce nelle rimanenti 18 Regioni e Province autonome. «I dati della mobilità passiva – commenta Cartabellotta – documentano differenze più sfumate tra Nord e Sud. In particolare, se quasi tutte le Regioni meridionali hanno elevati indici di fuga, questi sono rilevanti anche in 4 grandi Regioni del Nord che presentano un’elevata mobilità attiva. Una conseguenza della cosiddetta mobilità di prossimità, determinata da pazienti che preferiscono spostarsi in Regioni vicine con elevata qualità dei servizi sanitari». In dettaglio: Lombardia (-€ 461,4 milioni), Veneto (-€ 270,3 milioni), Piemonte (-€ 253,7 milioni) ed Emilia-Romagna (-€ 239,5 milioni).
Complessivamente, l’86% del valore della mobilità sanitaria riguarda i ricoveri ordinari e in day hospital (69,6%) e le prestazioni di specialistica ambulatoriale (16,4%). Il 9,4% è relativo alla somministrazione diretta di farmaci e il rimanente 4,6% ad altre prestazioni (medicina generale, farmaceutica, cure termali, trasporti con ambulanza ed elisoccorso).
La mobilità sanitaria avvantaggia il privato
Oltre 1 euro su 2 speso per ricoveri e prestazioni specialistiche finisce nelle casse del privato: esattamente € 1.727,5 milioni (54,6%), rispetto a € 1.433,4 milioni (45,4%) delle strutture pubbliche. In particolare, per i ricoveri ordinari e in day hospital le strutture private hanno incassato € 1.426,2 milioni, mentre quelle pubbliche € 1.132,8 milioni. Per le prestazioni di specialistica ambulatoriale in mobilità, il valore erogato dal privato è di € 301,3 milioni, quello pubblico di € 300,6 milioni. «Il volume dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private – spiega Cartabellotta – varia notevolmente tra le Regioni ed è un indicatore della presenza e della capacità attrattiva delle strutture private accreditate, oltre che dell’indebolimento di quelle pubbliche». Infatti, accanto a Regioni dove la sanità privata eroga oltre il 60% del valore totale della mobilità attiva – Molise (90,5%), Puglia (73,1%), Lombardia (71,2%) e Lazio (64,1%) – ci sono Regioni dove le strutture private erogano meno del 20% del valore totale della mobilità: Valle D’Aosta (19,1%), Umbria (17,6%), Sardegna (16,4%), Liguria (10%), Provincia autonoma di Bolzano (9,7%) e Basilicata (8,6%).
(da La Stampa)

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IL RAPPORTO DELL’INTELLIGENCE ESTONE: “I PAESI DELLA NATO HANNO DAI TRE AI CINQUE ANNI PER PREPARARSI A UN POTENZIALE CONFLITTO MILITARE CON LA RUSSIA”

Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile

I MEMBRI NATO “LAVORERANNO SU UN TENTATIVO DI RESPINGERE L’AGGRESSIONE RUSSA CONTRO UNO DEI PAESI”

I segnali inquietanti si susseguono. Dopo il documento segreto delle forze armate tedesche – che si preparano a un possibile attacco di Putin alla Nato l’estate delle 2025 – e il lavorìo comune ormai costante delle intelligence placche e lituane per unificare una strategia di azione (l’attacco avverrebbe nell’area polacco-baltica, nel “Corridoio Suwalki”), oggi la premier estone rilancia e, alla luce delle informazioni dell’intelligence di Tallin – considerata di gran lunga una delle migliori in Europa, e forse la migliore assieme ai polacchi sulla minaccia russa – invita la Nato a prepararsi alla guerra con la Russia entro tre anni.
Kaja Kallas racconta al Times che i paesi della Nato hanno dai tre ai cinque anni per prepararsi ad un potenziale conflitto militare con la Russia. «La nostra intelligence stima che ci vorranno dai tre ai cinque anni, e ciò dipende in gran parte da come manteniamo la nostra unità e la nostra posizione sull’Ucraina».
Kallas cita esplicitamente un report del servizio di intelligence estero dell’Estonia, nel quale è scritto che la Russia ritiene i paesi baltici «la parte più vulnerabile» del blocco Nato, e potrebbe realisticamente avviare azioni ostili contro di loro, passando dalla guerra ibrida (che già da lungo tempo è in corso) alla guerra “kinetic”, sul campo. Ma la Russia potrebbe davvero averne ancora le forze, fiaccata e indiscutibilmente provata dalla guerra in Ucraina? Secondo Kallas, «dal punto di vista dei paesi baltici, la Russia ha ancora abbastanza forza per esercitare una vera pressione militare nella nostra regione».
Kallas in questo chiede una strategia di «contenimento» comune della Nato, in stile Guerra Fredda, e cita come problemi principali la carenza di armi e la difficoltà di dispiegare rapidamente un gran numero di truppe in prima linea. Vanno nella stessa direzione le preoccupazioni dell’intelligence britannica. Ieri la Difesa di Londra ha comunicato – in maniera assai pubblica e rivolta all’esterno: volevano che si sapesse – che il Regno Unito alzerà il livello di impegno nelle esercitazioni annuali della Nato, le “Steadfast Defender”, previste da fine marzo. Londra invierà 20mila soldati. Le manovre coinvolgeranno un gruppo d’attacco della portaerei di otto navi e sottomarini, il cui centro sarà la portaerei di classe Queen Elizabeth, come i caccia F-35 Lightning e gli aerei di sorveglianza Poseidon P8.
Il teatro sarà, non casualmente, proprio la Germania e la Polonia assieme ai tre paesi baltici, fin davanti ai confini della regione russa di Kaliningrad. Cosa interessante, mentre fino a oggi le esercitazioni Nato avvenivano sempre come mero «scenario di addestramento», quindi con nemici di fantasia e luoghi di fantasia, in primavera il luogo sarà ben preciso e realistico al massimo (appunto, l’area del Corridoio Suwalki), e il nemico è chiarissimo: Mosca.
Circa 16mila soldati Nato, e carri armati, artiglieria e elicotteri, verranno posti di base nell’Europa orientale dal prossimo febbraio a giugno. La Royal Navy britannica ospiterà più di duemila marinai nel Nord Atlantico, nel Mare Norvegese e nel Mar Baltico. E più di 400 Royal Marine Commandos saranno schierati oltre il Circolo Polare Artico: rappresentano il nucleo della Task Force aviotrasportata che deve essere pronta a uno sbarco nei territori dell’estremo Nord della Nato in Europa.
Fonti di intelligence occidentali riferiscono che i membri del blocco militare «lavoreranno su un tentativo di respingere l’aggressione russa contro uno dei paesi». E anche il ministro della Difesa britannico Grant Shapps non esita a nominare la Russia, come lo spettro che richiede tutto ciò: «I vecchi nemici rinascono. Le linee di battaglia sono ridisegnate. I carri armati sono letteralmente sulla terra dell’Ucraina. Le fondamenta dell’ordine mondiale stanno tremando. Siamo a un bivio», ha spiegato Shapps. «Stiamo entrando in una nuova era e dobbiamo essere pronti a frenare i nostri nemici, guidare i nostri alleati e proteggere la nostra nazione quando viene ricevuta una chiamata del genere».
Londra insomma darà circa la metà dei soldati delle esercitazioni (il totale sarà di 41mila soldati e più di 50 navi). Durante le manovre l’aereo di comando britannico farà da 500 a 700 sortite di combattimento. Certo, il direttore del Centro di eccellenza per la comunicazione strategica della nato, Janis Sarts, ha osservato ieri che lo scenario descritto nel documento segreto delle forze armate tedesche è una situazione ipotetica che viene simulata per testare le capacità militari del blocco. Ma non l’ha affatto smentito, anzi. E la simulazione è molto reale. Il nemico delle democrazie europee e angloamericane si sa benissimo ormai chi è.
(da La Stampa)

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DIETRO LE ARMI, IL PIANO DI KIEV PER ARRIVARE ALLA PACE

Gennaio 17th, 2024 Riccardo Fucile

PORTARE DALLA SUA PARTE PAESI ASIATICI E CINA

Nel momento forse più difficile della guerra, che sta per compiere due anni, Volodymyr Zelensky a Davos sceglie di parlare di pace. Una «pace giusta», da conquistare «per l’Ucraina, per l’Europa e per il mondo intero», proposta come obiettivo proprio nel momento in cui, mai come prima d’ora, gli ucraini e l’opinione pubblica internazionale hanno bisogno di una prospettiva. Dopo la controffensiva che i quasi tutti i commentatori concordano nel definire «fallita», e la «stanchezza» ammessa perfino in molte capitali occidentali alleate, rispetto a una guerra che non sembra mostrare sbocchi, il presidente ucraino ha colto il bisogno di un messaggio che, oltre a ricordare la tragedia quotidiana dell’Ucraina e la minaccia della Russia putinista, proponesse anche una soluzione. Che dovrebbe arrivare a una conferenza di pace che si terrà quest’anno in Svizzera, e che dovrebbe vedere la partecipazione di diversi leader mondiali che sottoscriveranno la “formula della pace” promossa da Kyiv.
In realtà, il negoziato sulla proposta di pace di Zelensky va avanti da mesi, ma il risultato è stato rivelato soltanto alla vigilia del vertice di Davos, quando più di 80 emissari di diversi governi hanno approvato il piano.
Le condizioni principali prevedono il ritiro completo delle truppe russe da tutti i territori ucraini, il pagamento del risarcimento per i danni e un processo sui crimini di guerra commessi dai militari di Mosca.
Tra le tappe intermedie, ci sono gli scambi di prigionieri, garanzie di sicurezza per i siti nucleari ucraini, un corridoio per l’esportazione di grano ucraino e soprattutto le condizioni dell’incolumità dell’Ucraina da eventuali nuove aggressioni.
Con l’aiuto cruciale dell’Europa, alla quale Zelensky propone una Ucraina partner e non solo vittima da assistere: «Rafforzate la nostra economia e noi rafforzeremo la vostra sicurezza», ha proposto ieri, un altro segno di una visione che guarda a un dopo-guerra.
Un progetto condiviso e condivisibile, che però appare attualmente irrealizzabile, se non altro perché Vladimir Putin non ha nessuna intenzione di mettere in discussione i territori ucraini che considera già annessi. Spera di tornare all’offensiva, e scommette su un’Ucraina esausta e un Occidente diviso. Il piano di Zelensky infatti consiste nel creare una coalizione internazionale abbastanza larga da mettere il Cremlino di fronte alla necessità di considerare i rischi di un isolamento. Per questo, i diplomatici di Kyiv hanno dedicato particolare impegno a coinvolgere nella «formula della pace» i Paesi arabi e asiatici, sperando soprattutto nell’adesione della Cina e dell’India. Che non si sono presentate all’ultimo incontro tra gli ucraini e gli emissari del «Sud del mondo», ma che per ora non sembrano intenzionate nemmeno a schierarsi esplicitamente a fianco della Russia. Almeno fino a che non la vedranno chiaramente prevalere, e legalizzare le sue conquiste territoriali in un precedente che molti altri regimi stanno aspettando impazienti.
Il problema della diplomazia della pace è proprio questo: le sue prospettive dipendono da quello che accade sul terreno della guerra.
Un paradosso che a Davos è stato spiegato stavolta non da Zelensky – che ha preferito non ripetere le richieste di aiuti militari, limitandosi a ricordare che «i partner hanno la lista di quello che serve» – ma dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg: «Più saremo credibili con il nostro sostegno militare all’Ucraina, più è probabile un successo della diplomazia».
(da La Stampa)

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