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GIORGETTI A DAVOS CON IL CAPPELLO IN MANO, MA GLI INVESTITORI SCAPPANO DALL’ITALIA: IL COLOSSO DEI CHIP, INTEL, HA CONFERMATO CHE NON COSTRUIRÀ UNO STABILIMENTO NEL BELPAESE

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

ALLA KERMESSE IN SVIZZERA I PAESI COMUNICANO LA LORO STRATEGIA DI SVILUPPO MA QUELLA DELL’ITALIA NON SI VEDE

«Tutti sono qui a Davos per attirareinvestimenti, l’Italia è qui per vendere il suo debito». Sintetizza così la differenza un manager finanziario europeo. Chiedendo di restare anonimo: non è escluso che un po’ di debito italiano, o qualche pezzo delle aziende di Stato, decida di comprarlo anche lui. Perché quello che l’Italia mette in vendita in questo momento è considerato merce di qualità, si capisce al World economic forum. Gli investitori internazionali «sono molto interessati» al nostro piano di privatizzazioni, ha detto il ministro Giancarlo Giorgetti mercoledì, la giornata che ha trascorso in cima alle Alpi svizzere incontrando a porte chiuse – ma con fotografie per testimoniare e diffondere – alcuni dei nomi più noti del mondo della finanza. Jamie Dimon, numero uno di JpMorgan, Ray Dalio di Bridgewater, re dei titoli di Stato, Brian Moynihan di Bank of America, manager che con le loro scelte possono spostare miliardi.
Il governo vuole sfruttare questa luna di miele con i mercati per l’obiettivo più urgente, mettere soldi in cassa. Perché quest’anno il Tesoro dovrà collocare oltre 400 miliardi di euro di titoli di Stato, un ammontare record nell’era dell’euro, senza più gli acquisti di emergenza della Bce e con quelli delle famiglie che potranno compensare fino a un certo punto. E perché in vista della prossima manovra bisognerà trovare quasi 16 miliardi solo per rinnovare il taglio del cuneo fiscale e dell’Irpef.
Sarà fondamentale, perché se sui mercati oggi domina l’ottimismo, nell’economia reale molto meno. La media delle stime sulla crescita italiana è di sei decimi, la metà di quanto prevede il governo, e qui i rischi appaiono al ribasso. Il Pil dovrebbe ripartire timidamente nella seconda metà dell’anno, quando la Bce potrebbe tagliare i tassi, ma le guerre o altri choc potrebbero peggiorare il quadro.
Nel frattempo gli investimenti delle imprese sono congelati, nel momento in cui tutto il mondo sta cercando e mobilitando risorse per finanziare la transizione ecologica, quella digitale e nuove politiche industriali. Il fatto che proprio qui a Davos il colosso dei chip Intel abbia confermato che non costruirà uno stabilimento in Italia è un campanello d’allarme: sono soprattutto gli investimenti industriali delle aziende straniere, quelli che portano Pil, posti di lavoro e tecnologia, che gli altri sgomitano per attrarre. Diversi dagli investimenti finanziari che servono a puntellare i conti pubblici.
I primi hanno orizzonti più lunghi, necessità diverse. E per assicurarseli bisogna mostrare altro. Andrea Illy, presidente dell’omonima multinazionale del caffè, parla di visione. «L’Italia è stata resiliente, d’altra parte noi italiani facciamo meglio nelle crisi, e questo governo ha limitato i danni. C’è stabilità, ma dove andiamo? Qual è la nostra visione a cinque anni? Abbiamo di fronte macigni come il cambiamento climatico, il tema dell’immigrazione che diventerà sempre più centrale», dice.
Non è certo l’unico posto dove farlo, né certo il più importante, ma al World Economic Forum di Davos tanti Paesi provano proprio a comunicare dove vogliono andare, una strategia di sviluppo. E tra le tante visioni in mostra qui, più o meno convincenti, quella dell’Italia non si vede. «Dove sono gli italiani?», chiede un connazionale che lavora in una grande banca estera.
Sono pochi: qualche azienda di Stato come Enel ed Eni, le due banche Intesa e Unicredit, una manciata di imprese industriali. Soprattutto, si muovono da soli. Altri governi a Davos fanno sistema, affittano – a caro prezzo – uno spazio “nazionale” nella Promenade per mettere la loro bandiera in vetrina, organizzano incontri con le grandi multinazionali dell’industria o del digitale, presenti in massa.
L’anno scorso il nostro governo mandò il solo ministro dell’Istruzione Valditara, disertando invece un appuntamento proprio con i manager Intel, cosa che li spiazzò non poco. Quest’anno ha fatto un passo oltre: è venuto il ministro dell’Economia, ma è rimasto meno di ventiquattrore, il tempo di illustrare il piano di privatizzazioni ai big della finanza.
«La mia impressione è che l’Italia sia come aggrappata all’iceberg dell’Europa», aggiunge Illy. Iceberg che non si capisce bene dove vada. Al Forum se ne è parlato molto: della necessità di completare il mercato unico, tema su cui è al lavoro l’italiano Enrico Letta, e di tenere il passo nella corsa per la competitività tra Stati Uniti e Cina, argomento del dossier che sta preparando Mario Draghi.
Dal palco il presidente francese Macron ha rispolverato gli eurobond, il premier belga De Croo ha parlato della necessità di un grande piano industriale Ue finanziato con debito comune. [Doveva intervenire anche Giorgetti, ma è ripartito in anticipo.
(da La Repubblica)

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SGARBI INDAGATO, IL CASO ARRIVA ANCHE SUL NEW YORK TIMES: “IL GOVERNO ITALIANO RESTA IN SILENZIO”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

I MEDIA USA STUPITI DI COME IL GOVERNO ITALIANO NON PRENDA POSIZIONE SULLA VICENDA

Italian Culture Official Investigated in Stolen Art Case“. Ovvero: “Sottosegretario italiano alla Cultura indagato per un caso di opera d’arte rubata”. Il titolo è inequivocabile, la vicenda è ormai arcinota, la testata è la più importante del mondo.
Perché a raccontare tutta la storia dell’indagine a carico di Vittorio Sgarbi, accusato di riciclaggio per il quadro di Manetti rubato nel castello di Burzio, ora è addirittura il New York Times.
In un lungo articolo, il quotidiano statunitense – punto di riferimento dei media di tutto il pianeta – ha ripercorso tutte le tappe dell’inchiesta del Fatto Quotidiano e di Report, entrambi citati: si parte dalla denuncia per furto del 2013, quando la tela venne trafugata, per arrivare al 2021, ovvero alla mostra di Lucca in cui l’opera magicamente riappare. Poi si arriva ai giorni nostri, con l’iscrizione del sottosegretario del Governo Meloni nel registro degli indagati e con il sequestro della tela all’interno del deposito di un immobile di Ro Ferrarese di proprietà di Sgarbi. Il New York Times, inoltre, ha provato a raccogliere la versione del critico tramite il suo legale.
“L’avvocato di Sgarbi, Giampaolo Cicconi, ha rifiutato di essere intervistato da un giornalista del New York Times – si legge nell’articolo – scrivendo in una email che “in questa fase delicata non intendo rilasciare dichiarazioni”.
A questo punto, il giornale ha inserito nel suo pezzo quanto Sgarbi ha affermato nelle scorse settimane, raccontando che il suo dipinto è stato ritrovato nella soffitta di una villa acquistata dalla madre nel 2000, che le due opere sono diverse, sottolineando che il suo dipinto presenta una piccola torcia in alto a sinistra, mentre il dipinto piemontese (conosciuto solo tramite fotografie) no.
“Gli esperti della Procura – si legge sul Nyt – cercheranno di stabilire se la fiaccola del dipinto di Sgarbi sia stata dipinta nel XVII secolo o aggiunta successivamente”. Non solo. Il giornale americano ha ricordato anche che Sgarbi (“conosciuto per il suo carattere irascibile e l’uso di un linguaggio volgare”) recentemente è stato coinvolto in un’altra polemica, perché “pur essendo un membro del Parlamento, è stato pagato per eventi pubblici, tra cui conferenze o presentazioni di libri, portando una delle autorità antitrust italiane a verificare se Sgarbi sia stato coinvolto in attività “incompatibili con l’essere parte del governo”.
Si tratta, neanche a dirlo, dell’altra inchiesta del Fatto Quotidiano sul critico d’arte. Non manca, infine, un lungo passaggio dell’articolo dedicato alle reazioni della politica. È stato sottolineato che le opposizioni hanno chiesto la rimozione di Sgarbi dalla carica e, soprattutto, che il governo è rimasto zitto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“NON FACCIAMO CHE TI DEVO METTERE LE MANI ADDOSSO. TANTO LA MELONI NON PARLA”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

LA GIORNALISTA DI “PIAZZAPULITA” ROBERTA BENVENUTO VIENE MINACCIATA A BOLOGNA DA UN UOMO CHE SCORTA GIORGIA MELONI – “IL FATTO QUOTIDIANO”: “LA MELONI COSA NE PENSA DI QUEL MODO DI ALLONTANARE LA GIORNALISTA?”

“Non facciamo che ti devo mettere le mani addosso. Non parla. Scusami tanto”. Scusami tanto? Dopo aver minacciato una giornalista, che in modo assolutamente fermo e altrettanto educato ha posto delle domande al primo ministro – o prima ministra che dir si voglia – d’Italia.
Primi minuti della puntata di giovedì 18 gennaio di Piazzapulita di Corrado Formigli; dopo il suo editoriale lancia il primo servizio. Il tema è come Giorgia Meloni si rifiuti di rispondere, partecipare o far partecipe qualsivoglia esponente del partito di Fratelli d’Italia alla trasmissione che va in onda su La7.
L’inviata Roberta Benvenuto segue Meloni in una uscita a Bologna; la professionista formula delle domande. Meloni dice di non voler rispondere in nessun modo alla trasmissione. Ironizza un paio di volte.
Ad un certo punto si sente quella voce – polizia di Stato? Carabinieri? Scorte varie? – la cui frase è nello screenshot allegato: Giorgia Meloni sorridente mentre le chiedono un selfie, mentre tutti fanno finta di niente. Come se la giornalista non esistesse. Solo un piccolo elemento di disturbo a cui mettere addosso le mani nel caso continui a fare il suo lavoro.
Il metodo è: prima ti minaccio, ti spavento, cerco di rabbonirti e poi ti tratto come una poveretta. Ecco una professionista trattata come una poveretta. Quella voce roca dell’uomo che rappresenta il potere e la violenza.
Chiedo a Giorgia Meloni cosa ne pensi di quel modo di allontanare la giornalista, chiedo al primo ministro o prima ministra – per me poco cambia in una situazione del genere – se si tace su una frase come “facciamo che non ti devo mettere addosso le mani”.
Chiedo che Meloni prenda provvedimenti nei confronti di quel tizio, perché dal mio punto di vista è solo un tizio che si fa valere con le minacce – anche se fosse il capo di altre persone.
(da Il Fatto Quotidiano)

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COLPO DI MANO DI MOLLICONE: IL REGISTA LUCA DE FUSCO È STATO NOMINATO DIRETTORE GENERALE DEL TEATRO DI ROMA TRA LE PROTESTE DEL CAMPIDOGLIO: ”CDA FARSA, È STATA UNA RIUNIONE PRIVATA”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL MELONIANO MOLLICONE HA IMPOSTO IL DIRETTORE GENERALE DELLA FONDAZIONE TEATRO DI ROMA (DE FUSCO ERA IL CANDIDATO COL CURRICULUM PIÙ SCARSO)… LA DELIBERA RISULTEREBBE ILLEGITTIMA VISTO CHE IL PRESIDENTE DEL CDA (SICILIANO), CHE È COLUI CHE CONVOCA E DECIDE L’ODG, NON HA PARTECIPATO. FINIRÀ A RICORSI

Colpo di mano di Mollicone! Il regista Luca De Fusco è stato nominato direttore generale del Teatro di Roma tra le proteste del Campidoglio: ”Cda farsa, è stata una riunione privata”. Il Ministero della Cultura e la Regione Lazio mettono 1.5 milioni contro i 7 del Comune di Roma, ma è il meloniano Mollicone che ha imposto il direttore generale della Fondazione Teatro di Roma (De Fusco era il candidato col curriculum più scarso). La delibera è illegittima visto che il presidente del cda (Siciliano), che è colui che convoca e decide l’odg, si è rifiutato di partecipare. Finirà a ricorsi…
Il regista Luca De Fusco è stato nominato direttore generale del Teatro di Roma, ma lo scontro è totale, con l’assessore alla Cultura del Comune di Roma che parla di “tentativo di occupazione da parte della destra”.
Questa mattina è andata in scena una situazione mai vista prima, con i tre componenti del Cda che rappresentano Regione Lazio e ministero della Cultura asserragliati in uno degli uffici della fondazione, in via Barbieri.
Il presidente Francesco Siciliano e la consigliera Natalia Di Iorio che rappresentano il Comune di Roma, invece si sono rifiutati di partecipare e durante una conferenza stampa di fuoco hanno messo in discussione la validità del Cda in corso, definito da Siciliano “una riunione privata”. Entrambi, avrebbero preferito come direttore generale Ninni Cutaia perché “al contrario di De Fusco che è un artista, è un manager e noi di questo abbiamo bisogno”.
Siciliano ha anche ricostruito la situazione finanziaria che, come ricostruito da Repubblica nei giorni scorsi, prevede 6,5 milioni di euro di fondi da parte del Comune e 1 milione dalla Regione Lazio. In più il Comune è proprietario dei teatri (la fondazione gestisce l’Argentina, l’India e il teatro di Villa Torlonia).
Nonostante questo, Roma Capitale e regione hanno entrambi due consiglieri. Con quello che rappresenta il Mit schierato dalla parte di De Fusco, ecco che il Campidoglio si è ritrovato in minoranza.
“Questo incontro – incalza l’assessore alla Cultura Gotor – è, nei fatti, abusivo perché non rispetta le prerogative del Presidente Siciliano che ieri sera aveva disposto di aggiornare la riunione del Cda già da lui convocato, come previsto dallo statuto. È evidente quindi che è in corso un tentativo di occupazione da parte della destra di una fondamentale realtà del sistema culturale romano e italiano che denunciamo e a cui ci opporremo con tutte le nostre forze. La libertà e l’autonomia della cultura sono valori non negoziabili. Spero che nelle prossime ore prevalgano la ragionevolezza e il buon senso”.
(da Dagoreport)

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SPARO ALLA FESTA DI CAPODANNO, TUTTI I PUNTI OSCURI, DALLA SCENA INQUINATA ALLA MANCATA PROVA DELLO STUB SU TUTTI I PRESENTI

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

PERCHÉ DELMASTRO AVEVA CON SÉ SOLO METÀ DELLA SCORTA? IL SOTTOSEGRETARIO DOV’ERA? E COME MAI IL DEPUTATO MELONIANO, INTERROGATO IN PROCURA, HA SCELTO DI NON DIRE NULLA?

Tre centimetri, forse meno, hanno fatto la differenza. Se non ci fossero, oggi – venti giorni dopo – saremmo qui a raccontare una storia completamente diversa sulla notte di Capodanno a Rosazza, sulle montagne del Biellese. Meno di tre centimetri è la distanza che c’è tra l’arteria femorale e il punto in cui è passato il proiettile sparato dalla mini pistola del deputato di Fratelli d’Italia, Emanuele Pozzolo, che ha ferito alla coscia sinistra l’elettricista biellese Stefano Campana. I medici non hanno dubbi: «Tranciare quell’arteria porta alla morte in pochi minuti».
Ma, per una cosa che quella notte è andata molto bene, ce ne sono molte altre che potevano andare diversamente. E oggi, forse, avremmo già le risposte che ancora non ci sono. Prima fra tutte: chi ha davvero sparato a Campana?
Gli errori di quella notte
Per capire meglio bisogna tornare lì, alla festa. Con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, sono presenti la moglie, i figli e i loro amici, il caposcorta Pablito Morello, sottufficiale della Polizia penitenziaria, che partecipa con la figlia e il genero (l’uomo rimasto ferito). Poi ci sono la sorella di Delmastro – Francesca – che è anche la sindaca del paese, e un amico. Alle 2, o poco prima, c’è lo sparo. Che parte dalla pistola dell’onorevole Pozzolo (passato a salutare il sottosegretario). Ha il porto d’armi per difesa personale da appena due settimane. E la pistola calibro 22 più o meno dallo steso tempo. Arriva, la fa vedere in giro, e c’è lo sparo.
Quando arrivano i carabinieri è passata già più di mezz’ora dal ferimento. La pattuglia viene da Vigliano Biellese. E i due carabinieri fanno ciò possono, e sanno. Avvisano il magistrato di turno, che però non sale a Rosazza. Avvisano la loro centrale: avere a che fare con il sottosegretario alla Giustizia e con un deputato – poco collaborativo – è complicato e cercano sostegno. Servirebbe un ufficiale di esperienza e autorevolezza. Ma non arriva nessuno. Non – ovviamente – il comandate provinciale, Mauro Fogliani, che deve passare gli ultimi due giorni a Biella prima che sia operativo il suo trasferimento a Genova. Non il comandante del Reparto operativo che è in ferie. Non il comandante della compagnia, che non c’è. E non arriva neppure quello del nucleo operativo. Se la devono cavare da soli. E la gente intanto va, viene, torna.
La scena s’inquina: il peggio del peggio quando ci sono indagini da fare. E non arriva neppure il loro comandante di stazione. Ma quello del paese di Andorno, la stazione più vicina.
Il test e il mancato sequestro
Siamo nel 2024 e con i cellulari ormai tutti filmano tutto. Ma nessuno pensa di farli sequestrare, almeno temporaneamente. Peccato. Magari si poteva trovare qualcosa di utile alle indagini.
È già passato parecchio tempo. L’onorevole Pozzolo intanto si ribella: non vuole sottoporsi allo Stub (la ricerca di elementi della combustione della polvere da sparo) da parte dei tecnici della scientifica, che nel frattempo sono arrivati alla Pro Loco di Rosazza dov’è accaduto il patatrac. Pozzolo si lascia convincere soltanto dal padre, che giunge più tardi.
Per ottenere la certezza di chi c’era davvero attorno a quel tavolo lo Stub – in casi come questo – va eseguito su tutti i presenti. Cosa che non viene fatta. Perché? Mistero.
Basta? No. Dov’era la scorta dell’onorevole Delmastro, i quattro uomini che si occupano della sua tutela? Lì ce n’erano soltanto due: il «capo» Morello e Salvatore Mangione. E gli altri? Erano stati fatti andare via prima della festa. Ma anche questa è una violazione delle regole per la tutela di una persona che ha un livello di protezione piuttosto alto. E che a fine festeggiamenti deve rientrare a casa.
La doppia versione
Campana, dopo tre giorni, denuncia Pozzolo. «Ha sparato lui», dice. Ma è la parola di uno contro quella di un altro. Perché se su Pozzolo fossero trovati resti di Gsr, potrebbe – in astratto – anche averli raccolti se avesse sparato prima, magari a mezzanotte, mentre era con i suoi parenti. Attenzione: è un’ipotesi. Ma lì sarebbe la parola del ferito contro quella del parlamentare. Che interrogato in procura ha scelto di non dire nulla se non «mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Per fortuna ci sono anche i ricordi del suocero del ferito – il caposcorta Morello – che gli danno ragione.
Ancora una domanda: il sottosegretario dov’era? Non a 200 metri dalla Pro loco a portare il cibo in auto. Ma, a quel che si è riusciti a capire fin qui, era fuori. C’è un testimone: un ragazzo che gli chiede una sigaretta. Che lui non gli dà. I tempi coincidono? Lo dirà la procura di Biella che deve mettere in fila gli elementi. E dare risposte certe.
(da La Stampa)

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IL DISASTRO DELL’ECONOMIA RUSSA, IN UN ANNO PER MOSCA MENO 170 MILIARDI DI DOLLARI DI ESPORTAZIONI (-30%)

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

GAS E PETROLIO GUIDANO IL CROLLO (-24%… IL GREGGIO AI MINIMI DA SEI MESI

Il disastro dell’economia russa, in un anno per Mosca meno 170 miliardi di dollari di esportazioni (-30%). Gas e petrolio guidano il crollo, -24%. Il greggio ai minimi da sei mesi
Le esportazioni russe sono crollate di 170 miliardi di dollari in un anno. Lo si ricava dai dati del servizio russo ufficiale Rosstat. No, la Russia non sta vincendo la guerra. E sta precipitando in una crisi economica seria, se si guardano numeri e dati, usando peraltro fonti ufficiali di Mosca. Proviamo a farlo.
Fino a oggi i prezzi alti del petrolio avevano aiutato l’economia russa a evitare il collasso, ma ora i prezzi si stanno abbassando. Secondo il Ministero delle Finanze russo, nel 2023 il prezzo medio del principale marchio di petrolio russo, Urals, è stato inferiore del 17% rispetto all’anno precedente: 63 dollari al barile contro 76,1 dollari nel 2022. I proventi delle vendite di petrolio e gas per il bilancio federale russo sono scesi di circa il 24% a 99,4 miliardi di dollari, secondo i dati del ministero delle Finanze.
Ciò determina un tracollo del volume generale di tutto l’export russo. L’anno scorso le esportazioni russe (dati Rosstat e Banca centrale russa elaborati da Moscow Times) sono arrivate solo a 422,7 miliardi di dollari, 169,4 miliardi di dollari (quasi il 30%) in meno rispetto al 2022 (quando erano state 592,1 miliardi di dollari): è la valutazione preliminare fornita dalla Banca Centrale russa. Siamo ai minimi storici recenti per la Russia, numeri catastrofici. Per capirci, solo nel primo anno della pandemia Covid è andata peggio.
Le importazioni sono invece aumentate di 27,9 miliardi di dollari (10%) e sono tornate al livello ante guerra – 304,4 miliardi di dollari, come nel 2021. Questo determina il crollo del saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di quasi 5 volte, da 238 miliardi di dollari nel 2022 a 50,2 miliardi di dollari. Una catastrofe, sia detto chiaramente.
Guardiamo il solo petrolio. Nel solo dicembre 2023, i ricavi per la vendita di petrolio russo sono stati ai minimi da 6 mesi, 14,4 miliardi di dollari (fonte IEA). E dire che la Russia ha aumentato le forniture all’estero di 500mila barili al giorno, a 7,8 milioni, il livello più alto da marzo). In sostanza, la Russia cede in giro (soprattutto via India e Cina) molto più del suo petrolio, ma ci ricava molto molto meno. No, la Russia non sta vincendo la guerra.
L’export di gas russo, come si sa, è crollato ancora peggio del petrolio russo. L’esportazione di carbone, scrive la Banca Centrale riferendosi alle compagnie carbonifere, registra perdite di questo livello: «Perdite tangibili sta subendo la più grande regione carbonifera del paese, Kuzbass, dove il declino delle esportazioni, che prosegue da due trimestri consecutivi, ha già portato a una riduzione della produzione nel periodo agosto-ottobre in media del 5% al mese. I piani per l’esportazione del carbone non sono stati realizzati a causa della mancanza di capacità di trasporto». Riassumendo, il calo è del meno 13% nei metalli, meno 23% nei macchinari e attrezzature, meno 37% nei prodotti chimici. Le principali esportazioni di materie prime e prodotti minerari (che comprendono anche, ma non solo, petrolio e gas) calano del 35%.
La morale della guerra della Russia all’Ucraina è che stanno crollando i ricavi di tutti i generi di esportazione russi, esclusi quelli alimentari, che hanno portato a Mosca ricavi per 36 miliardi di dollari nel periodo gennaio-ottobre, il 9,1% in più rispetto all’anno precedente. Non si conosce il dato disaggregato della vendita di grano – forte è il sospetto di alcuni analisti che l’aumento sia dovuto all’export di grano che però è ucraino, non russo.
Stanno diventando estremamente più difficili anche le transazioni, collegate a queste esportazioni o importazioni. Izvestia ha riferito giovedì, con alcune fonti nel mondo finanziario russo, che le banche cinesi si sono rifiutate di accettare pagamenti in dollari da società russe, e alcune hanno interrotto i rapporti con le banche russe. Il 22 dicembre gli Usa avevano inasprito ulteriormente le sanzioni a chi traffica con la Russia e hanno minacciato le banche straniere di sanzioni secondarie – per le quali la Cina non è disposta a immolarsi. E tutto avviene nel quadro di una sostanziale rinuncia ormai, della Banca centrale russa, ai 300 miliardi di dollari di riserve in valute occidentali, che l’Occidente ha sequestrato e sta ora discutendo concretamente come dare (più che il “se” darli) all’Ucraina. «Abbiamo già detto addio alle riserve»: 4 fonti di Reuters che hanno familiarità con la posizione del governo e della Banca centrale hanno spiegato che governo e Banca Centrale russa hanno ammesso riservatamente l’impossibilità di fermare la confisca di 300 miliardi di dollari congelati in Occidente. No, la Russia non sta vincendo la guerra.
(da La Stampa)

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SE IN CASA FUNZIONA “IO SO’ GIORGIA E VOI NON SIETE UN CAZZO”, IN EUROPA VOLANO STRACCI BAGNATI CONTRO LA MELONI

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

L’ALTOLA’ UE SU MANOVRA E MES: “L’ITALIA ORA CAMBI LINEA”… IL VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE, IL FALCO DOMBROVSKIS, INCALZA LA DUCETTA SUI CONTI PUBBLICI: “ROMA SI TENGA PRONTA A MODIFICHE SULLA MANOVRA”… DOPO LE EUROPEE L’ITALIA RISCHIA LA SANZIONE PER DEFICIT ECCESSIVO

Lo spettro della manovra correttiva continua ad agitare il dibattito politico italiano, anche se la Commissione europea ha già deciso che non farà alcuna richiesta prima delle Europee e molto probabilmente nemmeno dopo.
Ieri è bastato che il vicepresidente Valdis Dombrovskis, rispondendo a una domanda di SkyTg24, ripetesse quanto era già stato scritto nelle opinioni approvate il 21 novembre scorso – la manovra «non sembra essere pienamente in linea con le raccomandazioni del Consiglio» e proprio per questo l’Italia deve «tenersi pronta a prendere le misure necessarie» – per scatenare le reazioni di maggioranza e opposizione.
Un polverone che ha costretto la stessa Commissione a diffondere in serata una nota per dire che la posizione sul bilancio italiano «rimane invariata» e che «non c’è stato alcuno scostamento dal nostro parere di novembre».
Fonti Ue fanno notare che la traduzione simultanea dell’intervista non sarebbe letterale rispetto alle parole pronunciate da Dombrovskis, il quale è anche tornato a spronare Roma sulla mancata ratifica del Mes: «Sarò in contatto con le autorità italiane per decidere i prossimi passi, speriamo di poterli vedere quanto prima».
Anche il Ministero del Tesoro ha diffuso una precisazione sulla manovra, sottolineando che «le parole di Dombrovskis ripetono il giudizio espresso dalla Commissione il 21 novembre scorso».
A gettare ulteriore benzina sul fuoco, in mattinata, era stata anche la pubblicazione di uno studio sulle manovre dei Paesi europei da parte dell’ufficio parlamentare di bilancio. Nel documento viene riportato il giudizio della Commissione sulla manovra, e cioè che l’Italia «dovrebbe tenersi pronta ad adottare le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio nazionale per garantire che la politica di bilancio 2024 sia in linea con le raccomandazioni del Consiglio».
Anche in questo caso, nulla di nuovo sotto il sole, ma il combinato disposto di questo report e dell’intervista di Dombrovskis ha subito riacceso lo scontro politico.
Tornando alla questione dei conti pubblici, quel che è certo e che ieri è stato ribadito da Dombrovskis è che «in primavera» (comunque dopo le Europee) saranno aperte le procedure per deficit eccessivo: «Abbiamo ripetutamente raccomandato ai Paesi membri di spostarsi verso posizioni fiscali più prudenti, considerando i livelli di deficit e di debito». L’apertura di una procedura non è legata a una richiesta di manovra correttiva per l’anno in corso, ma mette il Paese destinatario su un percorso di aggiustamento che dovrà essere seguito a partire dall’anno successivo. In particolare, le regole prevedono che i Paesi in procedura debbano assicurare un aggiustamento strutturale annuo pari allo 0,5% del Pil, che per l’Italia vuol dire circa 10 miliardi di euro.
(da la Stampa)

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SONDAGGIO IPSOS: FRATELLI D’ITALIA STABILE AL 29% CON LA LEGA ALL’8,7% E FORZA ITALIA AL 7%.

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

PD IN CRESCITA AL 19,7% E IL M5S IN CALO AL 16,2. DEM E 5 STELLE PESCANO NELLO STESSO BACINO E SI RUBANO VOTI A VICENDA

Ci eravamo lasciati poche settimane fa con la conclusione che le difficoltà dell’esecutivo e della coalizione non si ripercuotevano sulle intenzioni di voto degli italiani. Gli aggiornamenti dello scenario politico di questa settimana non fanno che confermare queste tendenze.
Andando in ordine sparso, l’inizio del nuovo anno non è stato particolarmente felice per le forze di governo. Dall’episodio di Capodanno con lo sparo partito dalla pistola di Emanuele Pozzolo, alle tensioni tra gli alleati in relazione alle Regionali che non riescono a trovare una composizione, dalle commemorazioni di Acca Larenzia fino alla difficile situazione dell’Ilva, dal caso Verdini alle perplessità espresse dal presidente della Repubblica sulla proroga delle concessioni ad ambulanti e balneari, tutto sembra creare difficoltà per l’esecutivo.
Ma ciò non incide sulla percezione degli elettori, che anzi migliorano il loro giudizio su governo e premier. Infatti, la valutazione dell’esecutivo (l’indice che calcola la percentuale di giudizi positivi escludendo chi non si esprime) risale di due punti e torna ad attestarsi sul 46, recuperando le perdite di fine anno. E lo stesso avviene per la presidente del Consiglio, che risale ancora più evidentemente, con un indice che sale al 47, recuperando tre punti rispetto al dato prenatalizio. Questo probabilmente perché in realtà l’evento mediatico che più ha colpito i cittadini è stata la conferenza stampa di inizio anno della presidente. Conferenza stampa che, a detta di quasi tutti gli osservatori, è stata un successo comunicativo, al di là della condivisione o meno dei contenuti espressi. Ancora una volta qualificandosi come empatica e «normale» (si pensi alla «scappata» in bagno).
Le intenzioni di voto segnano una sostanziale stabilità di Fratelli d’Italia, che si colloca al 29%, lo 0,3% in meno, e una ripresa della Lega che prima di Natale aveva fatto registrare un calo che la posizionava all’8% e oggi è all’8,7%. Stabile anche Forza Italia, con il 7% tondo, pochi decimali in più rispetto al dato prenatalizio. Complessivamente la coalizione di governo si colloca al 45,8%, in crescita di 0,7% nell’ultimo mese.
Tra le forze di opposizione, il Pd tende a crescere come la Lega, collocandosi al 19,7% attuale contro il 19% di circa un mese fa. Non rilevanti le variazioni delle altre due forze di centrosinistra: l’alleanza Verdi Sinistra al 4,2% (+0,2%) e +Europa al 2,1% (-0,3%). Complessivamente le forze di centrosinistra sono stimate al 26%, con una lieve crescita (+0,6%) da dicembre ad oggi. Un po’ più in difficoltà il M5S, che perde un punto, collocandosi al 16,2% contro il 17,2% di un mese fa.
Sembra insomma che ci sia una sorta di relazione tra l’andamento del Pd e quello del M5S: la crescita dell’uno vede normalmente un decremento dell’altro. E nell’ultimo mese la segretaria Elly Schlein è stata più presente e più visibile rispetto ad altri momenti recenti. Infine, le altre due forze di opposizione: Azione al 3,3%, stabilissima negli ultimi mesi, Italia viva al 3% con una perdita di circa mezzo punto. L’astensione, pur con qualche variazione, rimane sostanzialmente intorno al 42%.
Nando Pagnoncelli
(da corriere.it)

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LA CAMPAGNA DI ALBANIA DELLA MELONI SUI CPR: INVIATI MILITARI PER MISSIONE DI SOPRALLUOGO

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL GOVERNO VUOLE VENDERSI LA PATACCA PRIMA DELLE ELEZIONI EUROPEE

Il governo Meloni non arretra sui centri per migranti in Albania. Domani può, infatti, rivelare che ieri personale dell’esercito è volato a Tirana per i primi sopralluoghi nelle località individuate nell’accordo con l’esecutivo di Edi Rama.
Un’accelerazione curiosa visto che la Corte costituzionale albanese, chiamata in causa dai partiti di opposizione anti Rama, non si è ancora pronunciata sulla loro legittimità. Il 18 gennaio, infatti, l’udienza è terminata con un nulla di fatto: rinviata al 24 gennaio in attesa di nuovi elementi che verranno depositati dal governo albanese. Evidentemente, nonostante lo stallo ufficiale, Meloni è certa del via libera definitivo nelle prossime settimane. Dunque meglio mettersi avanti con i sopralluoghi così da poter cominciare il prima possibile i lavori per la costruzione di due centri sul territorio albanese. Qui verranno “spediti” i migranti salvati da navi italiane in acque internazionali. La stima è di inviarne circa 3mila al mese.
Intanto sul fronte italiano il disegno di legge di ratifica dell’accordo, approvato dalle commissioni parlamentari, è atteso in aula alla Camera a partire da lunedì 22 gennaio.
Il gruppo dell’esercito volato in Albania andrà a verificare lo stato dei luoghi sui quali dovranno sorgere le nuove strutture: un hotspot verrà realizzato a Shëngjin sulla costa, nel nord del paese, la fine dei lavori è prevista in 120 giorni; un centro di accoglienza, invece, sarà operativo a Gjadër a una ventina di chilometri nell’entroterra.
Dalle informazioni ottenute da Domani, le strutture volute dal governo Meloni saranno entrambe di nuova realizzazione. La loro costruzione è già stata affidata al 3° Reparto Genio dell’Aeronautica Militare di Bari.
I costi per la costruzione delle strutture d’oltremare rimangono però un mistero. Tajani lo scorso dicembre ha precisato che saranno meno di 200 milioni. Un parametro utile per il confronto può essere la cifra stanziata per i nuovi cpr italiani: il governo ha messo già a disposizione una cifra totale di 150 milioni.
I CPR IN ITALIA
§Oltre all’operazione albanese, è in fase di attuazione il piano per i nuovi cpr italiani, da costruire ex novo. Un primo progetto, svelato da questo giornale, prevedeva la realizzazione di strutture circolari, sul modello carcerario del Panopticon, che permette di controllare ogni singolo detenuto.
Il Panopticon come simbolo di controllo e oppressione destinato a un sistema che non dovrebbe essere detentivo, perché le persone verranno trattenute non per aver commesso un reato ma per non avere un permesso di soggiorno. Ma per la detenzione amministrativa il governo di Giorgia Meloni ha progettato moduli abitativi da blindare come «celle di sicurezza».
LA LISTA DEI LUOGHI
Dall’elenco iniziale sono però scomparse alcune località, come Ferrara, dove il sindaco leghista Alan Fabbri si era detto disponibile ad aprire il suo territorio a un nuovo cpr. Fabbri sosteneva che la maggiore presenza di forze dell’ordine avrebbe portato più sicurezza in città, scontrandosi però con opposizioni, società civile e arcidiocesi, che ha preso posizione contro la realizzazione di un luogo di violazione dei diritti umani e di una «città carcere».
Rimane invece nella lista interna all’amministrazione Castelvolturno, dove il sindaco di Fratelli d’Italia Luigi Petrella si era detto pronto a realizzare alleanze contro il governo guidato dalla leader del suo partito. Confermato Catanzaro, in Calabria, e uno in Liguria a Diano Castello, in provincia di Imperia. Una nuova località è poi Marsala, che diventerebbe il terzo cpr siciliano, con il centro di Caltanissetta e di Trapani già funzionanti, in contrasto con quanto previsto dal governo che aveva annunciato un centro per rimpatri in ogni regione, «da realizzare in zone scarsamente popolate e facilmente sorvegliabili».
Rispetto ai progetti di fattibilità rivelati da Domani a ottobre, il numero di strutture si è ridotto a sei nuovi centri e due in ristrutturazione: Milano e Torino. Qui i lavori risultano già avviati. Nel capoluogo piemontese è all’opera il Primo reparto infrastrutture di Torino, a Milano il Primo reparto Genio dell’Aeronautica militare di Villafranca.
Due strutture al centro delle cronache anche recenti. Il centro di Torino è infatti stato chiuso a marzo 2023. Teatro di suicidi, abusi e reso inagibile dalle proteste dei trattenuti contro le condizioni di vita all’interno.
Il cpr di Milano invece è stato sequestrato poche settimane fa d’urgenza e commissariato dalla magistratura con l’accusa nei confronti dell’ente gestore di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, per il cibo scadente e maleodorante, servizi sanitari, legali e di mediazione assenti.
TEMPI E FINANZIAMENTI
Solo per la realizzazione e la ristrutturazione di queste otto strutture il governo ha stanziato, confermano fonti qualificate, 150 milioni di euro. Si possono stimare, quindi, quasi 20 milioni di euro per ogni centro. Una cifra presumibilmente più bassa per i centri di Milano e Torino già esistenti, e più alta per la costruzione di edifici ex novo.
A questi si devono aggiungere le spese di gestione. Secondo le stime del rapporto di Action Aid Trattenuti, dal 2018 al 2021, «il costo complessivo del sistema di detenzione per stranieri risulta essere di quasi 53 milioni di euro», si legge nel rapporto.
Se le ristrutturazioni sono iniziate, non si può dire lo stesso della consegna al genio militare dei moduli prefabbricati necessari per avviare le nuove strutture. Le fonti consultate da Domani a ottobre stimavano un periodo di almeno sei mesi per la produzione dei 100 moduli necessari per dare vita a un solo centro dei sei nuovi previsti. Impossibile, perciò, per il governo rispettare la tempistica di un anno, annunciata cinque mesi fa. Ci vorrà più tempo.
(da editorialedomani.it)

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