Destra di Popolo.net

“L’ITALIA DICE UN PO’ SÌ E UN PO’ NO ALL’EUROPA. AGENDO COME COL MES, SI PERDE PESO LÌ DOVE SI DECIDE”: PRODI INFILZA GIORGIA MELONI ANCHE SU ACCA LARENTIA (“ALL’ESTERO QUELLE IMMAGINI CI DANNEGGIANO MOLTO”)

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“SE TRUMP VINCE LE ELEZIONI AMERICANE DEL PROSSIMO NOVEMBRE? FORSE L’EUROPA, CHE NON STA BENE, SI SVEGLIA”

A sei mesi dal voto europeo, il professor Romano Prodi guarda al giorno dopo: «Comunque andranno, dobbiamo recuperare il progetto e la visione che avevamo. Per far fronte al potere di Cina e Stati Uniti». E sogna 500 mila giovani che uniscano il Mediterraneo
Mentre parliamo, l’Inno alla gioia suona tre volte. È la suoneria del cellulare di Romano Prodi («La musica migliore mai scritta nella storia dell’umanità, non ti stanchi mai di ascoltarla»), ma anche l’inno che l’Europa si è data fin dal 1972, prima ancora che l’Unione nascesse.
La colonna sonora discreta e precisa di questa conversazione all’inizio dell’anno delle elezioni europee e nel giorno del secondo anniversario della morte del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, cui il professore era molto legato: «Un vero europeista, che intendeva l’Europa come unione tra popoli, non solo tra governi. È il messaggio più profondo che ci ha lasciato. In un tempo in cui la democrazia ha tempi corti, Sassoli sapeva immaginare disegni di lungo periodo. Quando gli parlai della costruzione delle Università del Mediterraneo sposò immediatamente il progetto».
Di che cosa si tratta
«Trenta università, sulle due sponde del Mediterraneo, nord e sud, paritarie: da Napoli a Tunisi, da Barcellona a Rabat. Stesso numero di studenti e docenti, un programma che preveda due anni di studi a sud e due a nord. Se prendiamo 500 mila ragazzi e li facciamo studiare insieme così, lavoreranno, faranno ricerca, si sposeranno, si impasticceranno tra loro e l’Europa riconquisterebbe il Mediterraneo senza far nulla. Invece lo stiamo lasciando a russi e turchi».
Un “Piano Atenei”, invece del Piano Mattei. A proposito, lei ha capito in che cosa consista il Piano Mattei del governo Meloni per l’Africa?
«No. Ma che un governo di destra abbia scelto di indicarlo col nome di un imprenditore di sinistra è abbastanza interessante».
§Professore, come sta l’Europa?
«Non bene. Due anni fa, nel dramma della pandemia, avevamo colto un messaggio: solo l’Europa può salvarci. Poi siamo ricaduti nel “vizio” pre-Covid: il primato degli obiettivi nazionali su quelli europei.
Ma la debolezza delle democrazie è un dramma mondiale. Nel 2024, 2 miliardi di adulti, metà della popolazione mondiale, andranno a votare, in Stati Uniti, Europa, India, in Russia, dove peraltro il risultato è scontato. Però in India ci sono tensioni fortissime, negli Stati Uniti uno dei due contendenti, peraltro avanti nei sondaggi, lancia vere e proprie accuse alla democrazia. La tendenza è di apprezzarla quando si vuole salire al potere e diventarle insofferenti una volta al governo. E così la democrazia è apparentemente fiorente ma in realtà affaticata. E faticosa».
Che cosa la logora?
«Lunghissime campagne elettorali e il trionfo dell’analisi demoscopica fanno sì che, dagli Stati Uniti all’Italia, si adatti la politica al consenso del momento e la politica estera all’interesse di quella nazionale. Nessuno fa più progetti a lungo termine. E poi c’è l’astensionismo, figlio della mancanza di aspettative soprattutto tra i giovani, che colgono questa assenza di un progetto nella politica».
Il 2024 è iniziato con l’addio a un padre dell’Europa, Jacques Delors. La sua lezione più preziosa?
«Un rarissimo mix tra concretezza e idealismo che gli ha consentito di costruire il mercato comune riuscendo contestualmente a far intravedere il futuro dell’Europa. Oggi di idealisti concreti come lui non ne vedo. Con la frammentazione della democrazia, le coalizioni sono diventate necessarie ai governi, ma allo stesso tempo li rendono inefficaci. In Italia accade da molti anni. È uno strano Paese il nostro, forse i secoli di servitù ci hanno resi politicamente più “creativi”. Abbiamo sempre anticipato i cambiamenti che hanno turbato la vita democratica: Mussolini è stato il maestro di Hitler, Berlusconi di Trump, i Cinquestelle maestri dei populismi».
Che succede se Trump vince le elezioni americane del prossimo novembre?
«Che forse l’Europa si sveglia. La posizione di Trump sull’Europa è nota e l’America diventerebbe nostra nemica, o almeno non amica. La domanda è: in quel caso sapremmo reagire? Un’Europa che si sentisse sola avrebbe una maggiore spinta verso il rafforzamento delle proprie istituzioni, costruzione di una difesa e di una politica estera comuni? Il nostro futuro sarà indotto più dalla necessità di far fronte allo strapotere americano e cinese che dalla visione».
E l’Italia?
«Dicendo un po’ sì e un po’ no all’Europa perde il suo ruolo politico. Il Consiglio europeo è un club la cui appartenenza non può essere parziale né intermittente e in cui si deve essere affidabili. Agendo come col Mes, si perde peso lì dove si decide».
Crede che a qualcuno questo isolamento europeo possa non dispiacere?§«No. C’è una tale paura della nuova Guerra Fredda in cui siamo che l’Europa resterà comunque assieme. La sfida è che riesca a prendere decisioni. È un cammino faticoso, ma dopo Brexit a nessuno verrà più voglia di abbandonare l’Europa. Neanche a Orbàn, che pure urla molto.
Dobbiamo però recuperare la visione che abbiamo perso. Vede, ai tempi dell’Euro facevamo molti vertici bilaterali con Cina, Stati Uniti, Russia: si ragionava di tutto, dal burro agli ingranaggi, ai rifornimenti idrici, alle migrazioni. Ma allora il presidente cinese Hu Jintao era interessato quasi solo all’Euro e quando capì che poteva prenderlo nelle sue riserve monetarie disse: “Avremo nel portafoglio tanti Euro quanti dollari, perché se accanto al dollaro c’è l’Euro c’è posto anche per la nostra moneta”. Aveva colto il progetto di un’Europa paritaria e mediatrice tra Cina e Stati Uniti. Oggi quel sogno è andato a farsi friggere e abbiamo perso un ruolo che anche gli altri pensavano avremmo potuto ricoprire».
Come si aspetta che vadano le Europee?
«Stiamo assistendo al grave errore di viverle come la somma di elezioni nazionali, ma non credo assisteremo a grandi scossoni. Poi però, siccome la Storia abbonda di sfide, arriverà una crisi a mettere alla prova l’Europa. Il tema è la lentezza di questo cammino: la vita umana è limitata e io avrei voluto vedere nella mia vita un completamento del progetto europeo».
Cosa potrebbe accelerare questo cammino?
«La guerra in Ucraina ha determinato, in un solo giorno, una rivoluzione nella politica tedesca, che dopo oltre 70 anni ha ricominciato a investire, molto, nella difesa. Nel giro di qualche anno, questo cambierà la natura dell’Europa, che si è sempre retta su un motore a due pistoni, tedesco e francese, con l’Italia decisiva per la formazione di una volontà comune.
Se ora la Francia starà ferma, l’Europa sarà a guida tedesca. Per evitarlo, la Francia dovrebbe mettere a disposizione della crescita europea due punti di forza che solo lei possiede: il diritto di veto nel consiglio di Sicurezza dell’Onu e l’arma nucleare. Non lo farà, perché le manca il senso del futuro, come quando bocciò con un referendum la Costituzione europea per pura nostalgia del passato, dell’Impero, la stessa che ha portato alla Brexit: gli ex imperi guidano guardando lo specchietto retrovisore. Lo facciamo anche noi, e senza neanche un impero alle spalle».
C’è nostalgia pure degli aspetti più deteriori del passato, come dimostra il raduno neofascista di Acca Larentia. La preoccupano questi fenomeni?
«Ci sono sempre stati ma oggi fanno la voce più forte. Le foto e i video di Acca Larentia mi hanno spaventato: sono tanti, organizzati, addestrati, strutturati come un esercito. All’estero quelle immagini hanno fatto un’impressione enorme e questo ci danneggia molto: era una manifestazione apertamente, coralmente, muscolarmente fascista».
Perché Giorgia Meloni, a oggi, non ha ritenuto di condannare quelle immagini?
«Perché quelli votano per lei e non sono pochi. Resta in silenzio per non andare contro i suoi. Ma il funambolismo tra passato e presente potrà reggere finché la Storia non la porrà di fronte a un dilemma importante: arrivano sempre eventi che non possono essere ignorati e lì Meloni dovrà scegliere se perdere quei voti. Ma non so dirle se lo farà, non vuole nemici a destra».
Andiamo a sinistra. Che cosa manca oggi perché una coalizione di centro-sinistra stia insieme non per necessità ma per un vero progetto alternativo?
«Una ricetta per affrontare insieme le paure per l’economia e l’immigrazione. Manca una leadership riconosciuta che unisca, come in Delors, concretezza e ideologia. È difficile avere un obiettivo non indotto dalla necessità se a dominare sono gli equilibri di coalizione e le scadenze di breve periodo».
(da Oggi)

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COM’E’ TRISTE VENEZI

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL CASO SANGIULIANO

Mi rifiuto di credere che un uomo di mondo come il ministro Sangiuliano si sia arrabbiato per una battuta della comica Virginia Raffaele, al punto da sollecitare personalmente l’intervento di un alto dirigente della Rai. Indossando i panni della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, da lui nominata consulente del ministero della Cultura, l’imitatrice ha dato a Sangiuliano dell’ignorante e dell’incompetente (musicale, s’intende).
Immagino lo sgomento del ministro, che in quel momento era probabilmente immerso nell’ascolto del secondo atto del «Flauto Magico», dopo avere spolverato la collezione dei cd di Rachmaninov che tiene sul comodino.
«Come si permette di mancarmi di rispetto?», avrà pensato. Ma subito si sarà risposto da solo che queste, da millenni, sono le regole del gioco.
Chi persegue il potere e la fama, o comunque ne accetta il peso, concede ai guitti il diritto di prenderlo per i fondelli.
Persino nel modo più banale, che spesso è quello comicamente più efficace. Dare dell’ignorante al ministro della Cultura, per esempio, anche se tutti sanno che legge di continuo (tranne i libri dello Strega, vabbè). E non occorre certo spiegare a un teorico dell’egemonia culturale che essa si realizza proprio con l’occupazione del discorso pubblico. Nel bene, ma meglio ancora nel male.
Il giorno in cui Virginia Raffaele smetterà di fare battutacce sul ministro Sangiuliano, vorrà dire una cosa sola: che Sangiuliano non è più ministro.
(da corriere.it)

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IL DECLINO DI SALVINI CHE ORA VA A 30 ALLORA

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

TRADITO DAI FOLLOWER CHE SNOBBANO IL SUO TWEET SULLA VIABILITA’ DI BOLOGNA NEL GIORNO DELLE SCONFITTE IN SARDEGNA E MOLISE

La favola del Capitano pigliatutto, padrone assoluto del partito, sovrano del consenso, gran mogol dei social, finisce con un post su Bologna a 30 all’ora e contro il sindaco Pd Matteo Lepore che rallenta le auto «per sentire gli uccellini». A
ppena 1400 «mi piace», poco più di cento condivisioni. Neanche i suoi follower più fedeli si capacitano. Ma come, il traffico? Nel giorno fatale della sconfitta sulla partita sarda, delle fallite rivendicazioni sul Molise, della ribellione del Veneto contro la candidatura del generale Vannacci, non hai altro da dirci?
Matteo Salvini è riuscito a mascherare a lungo la sonora sconfitta delle ultime elezioni politiche e il sovvertimento dei rapporti di forza nel centrodestra.
Ha ottenuto molto nel nuovo governo, nella Rai, nelle posizioni parlamentari di riguardo, tenendo a bada tra una nomina e l’altra la delusione del partito per le percentuali in declino e per il crollo di appeal della sua figura. Adesso anche quella fase è finita. Il niet di Giorgia Meloni al bis di Christian Solinas e a ogni immediata compensazione certifica dopo 14 mesi un dato di realtà: il salvinismo non è più il motore della maggioranza ma non può più essere nemmeno forza di interdizione, perché un secondo Papeete porterebbe l’Italia verso il voto e il capo leghista alla pensione.
È stato sfortunato, il Capitano, ma anche poco attento, nella sua corsa continua, al cambio del vento.
La crisi in Ucraina, innanzitutto: Giorgia Meloni ha intuito subito che l’invasione obbligava a recidere ogni istinto simpatizzante per Vladimir Putin e ogni posizionamento sovranista, dirottando i suoi verso un più generico assetto conservatore. È stata ben ripagata dagli Usa e dall’Europa di Ursula von der Leyen, evitando di far la fine dei reprobi ungheresi. Salvini forse ha capito male la partita, forse ha scommesso su un esito diverso: sta di fatto che al gran raduno antieuropeista di inizio dicembre è stato scansato pure da Marine Le Pen. Persino lei, si dice, cerca un appeasement con «l’Europa dei tagli e dei Soros».
La modalità Avanti Tutta non ha pagato neppure sul fronte interno, dove il Capitano ha confermato senza troppe riflessioni la linea che lo aveva portato cinque anni fa a un clamoroso 34%.
Una Lega brandizzata Salvini e nutrita di post con la gli spaghetti al ragù, citofonate a presunti spacciatori, provocazioni fanta-cattoliche col rosario sui palchi e ovviamente la campagna contro gli immigrati.
Una Lega tanto post-nordista da trasformare in altare il progetto del Ponte sullo Stretto, forse il più inviso alla tradizione del Carroccio, la «mangiatoia» denunciata da Umberto Bossi, la «cagata pazzesca» stroncata anche pochi mesi fa dai fedelissimi del fondatore riuniti a Melegnano.
È andata male pure su quel terreno. Meloni ha internazionalizzato la questione sbarchi, trovato l’asse perfetto col ministro Matteo Piantedosi, inventato slogan nuovi, il Piano Mattei, la delocalizzazione in Albania. Su presepi, spaghetti e altre quisquilie dominano i suoi uomini che riescono pure a lanciare i fusilli in orbita alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida. E del Ponte, al momento, si parla solo per i compensi stellari dei suoi amministratori.
È un Salvini che punta sulla velocità anche il leader che ha opzionato fin dall’inizio la candidatura di Roberto Vannacci, il generalissimo del racconto reazionario sulla società, le donne, la famiglia, i gay, l’ambiente, l’uomo che dovrebbe parlare alla famosa pancia del Paese ricostruendo quel tipo di emozioni che indussero pochi anni fa 10 milioni di italiani a dire: voto Lega.
Un influencer di primissimo rango per sostituire i voti di apparato che a Varese, in Toscana, in Abruzzo lasciano il Carroccio e passano a FdI: l’ultima è l’assessore alla Sanità Nicoletta Verì, pezzo da novanta della giunta regionale dell’Aquila.
Il penultimo l’eurodeputato Matteo Gazzini. Potrebbe andarsene anche il veneto Gianantonio Da Re, recordman di preferenze nel Nord Est, che ieri ha dettato il suo aut-aut: se c’è Vannacci in lista me ne vado io, «non condivido niente del suo libro».
Anche qui: sicuri sicuri che il vannaccismo sia la cifra giusta per interpretare il momento? Luca Zaia, uno che col territorio ci parla, nel suo ultimo saggio va in direzione opposta e contraria e si interroga con efficacia sulla redistribuzione del benessere, sui diritti delle minoranze e del gay, sul fine vita, sull’integrazione degli immigrati e sul sogno degli Stati Uniti d’Europa. Il recente voto in Veneto sul suicidio assistito dimostra che non sono solo parole ma una possibile linea emergente. Il libro ha un titolo immaginifico: «Fai presto, vai piano»: chissà se pure lui ascolta gli uccellini…
(da La Stampa)

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DA BRUXELLES ALLA FRANCIA: COSI’ L’EUROPA VA SEMPRE DI PIU’ A 30 ALLORA

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

I BENEFICI: IL LIMITE SALVERA’ 25.000 VITE UMANE… CHI NON LO CAPISCE E’ UN IGNORANTE O SE NE FOTTE DELLA VITA UMANA

È Graz in Austria la città pioniera del limite di velocità di 30 chilometri all’ora. A seguire, negli ultimi anni, l’obbligo nei centri abitati si è diffuso ampiamente anche in molte altre città europee, tra cui Londra, Bruxelles e Parigi.
In Spagna, dal maggio 2021, il 70% delle strade con una sola corsia per senso di marcia ha ora un limite di 30 chilometri all’ora. Si tratta di un limite che, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), potrà salvare 25mila vite umane da qui al 2035.
L’Onu, infatti, ha chiesto ai Comuni di adottare questo provvedimento. Quanto al nostro Paese, è stata Olbia la prima città a introdurre il limite 30, seguita poi da Bologna, il primo capoluogo di regione a farlo. Ma tra non poche polemiche.
Sulla vicenda è intervenuto, infatti, anche il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini sostenendo che il limite 30 sia stato disposto per «sentire meglio il canto degli uccellini», ma che «il diritto al canto degli uccellini e all’udibilità del loro canto debba essere contemperato con il diritto al lavoro di centinaia di migliaia di persone”
La riduzione degli incidenti stradali
Se nel nostro Paese sembra una novità, c’è chi invece l’ha implementato da anni. È il caso ad esempio di Bruxelles che ha ridotto la velocità nel 2021 e, a sei mesi dall’introduzione, ha registrato una diminuzione del 20% degli incidenti stradali e del 25% dei feriti gravi e dei morti. Inoltre, c’è stato un calo del rumore percepito fino al 50%, contribuendo così a migliorare la qualità dell’ambiente.
Rilevante è anche il fatto che il limite 30 non ha ridotto i tempi di percorrenza che sono rimasti sostanzialmente gli stessi, se non addirittura diminuiti in alcuni casi. La misura, infatti, ha incoraggiato l’adozione di mezzi alternativi, migliorando di conseguenza la fluidità del traffico.
Gli esperimenti dall’86
Si contano risultati positivi anche in Francia, dove la riduzione del limite in molte città, tra cui Grenoble, Lille, Nantes, Nizza e Montpellier, ha portato a una significativa diminuzione della mortalità stradale del 70%. E anche in questo caso si è osservato un notevole aumento delle persone che scelgono la bicicletta o i mezzi pubblici per gli spostamenti quotidiani. Gli esperimenti vanno avanti da anni. Basti pensare che nella pioniera Graz risalgono al 1986 e i risultati confermano una riduzione del 50% della mortalità stradale e un significativo calo degli incidenti dopo l’introduzione della zona 30. E nonostante l’iniziale resistenza dei cittadini, l’approvazione è salita costantemente, attestandosi oggi oltre l’80%.
(da agenzie)

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LO PSICOTERAPEUTA FOTI DEL CASO BIBBIANO CHIEDE 320.000 EURO DI DANNI A SELVAGGIA LUCARELLI E A DUE QUOTIDIANI

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL PROFESSIONISTA E’ STATO ASSOLTO: “SONO STATO DIFFAMATO, MI HANNO ACCOSTATO AL SUICIDIO DI PERSONE, MI HANNO DISTRUTTO LA VITA”

Una causa civile con una richiesta di risarcimento di 320 mila euro. È stata avviata a Torino in tribunale da Claudio Foti, lo psicoterapeuta processato per Bibbiano e assolto dalla Corte d’appello di Bologna nei confronti dell’opinionista Selvaggia Lucarelli.
E chiama in causa anche due quotidiani che hanno ospitato i suoi articoli tra il 2019 e il 2020. Foti ritiene di essere stato diffamato per l’accostamento a vicende di cronaca come il suicidio di 4 persone nel biellese nel 1996: «Accostamenti insensati che hanno provocato un grave danno alla reputazione di Foti. Non è mai stato lui a decidere chi era colpevole o innocente: il suo lavoro era svolgere delle consulenze», spiega il legale dello psicoterapeuta, l’avvocato Luca Bauccio. Ai quotidiano Foti ha chiesto altri 140 mila euro oltre ai 320 mila a Lucarelli.
La causa civile
«Prima di scrivere certe cose bisognerebbe pensarci su. E magari conoscere più a fondo i processi di cui ci si vuole occupare. Articoli come quelli incitano all’odio, alle gogne sui social, ai comportamenti incivili, e finiscono per distruggere le vite degli altri», commenta Braccio.
«Essere accostato moralmente al suicidio di persone indagate e imputate è stato terribile. Da psicologo posso dire che accuse di questo tipo possono portare le persone a gesti estremi perché toccano nel profondo l’umanità, la dignità, il nostro senso morale», ha detto Foti all’Ansa. «Dopo averli letti ero incredulo. In alcuni casi nemmeno conoscevo le vittime. In altri ero stato unicamente il consulente del pubblico ministero. È bastato questo. E così, dopo il mio coinvolgimento nell’inchiesta su Bibbiano, l’occasione è stata quella giusta per colpirmi e per ferirmi. Ho vissuto da impresentabile fino alla mia assoluzione del 6 giugno. Ho retto grazie alla mia professione di psicologo ma mi chiedo cosa avrebbe fatto un’altra persona al mio posto».
(da agenzie)

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L’ECONOMISTA MARIO DEAGLIO: “DOBBIAMO FARE ATTENZIONE A NON PRIVARCI DEL CONTROLLO DI ENI, CHE È OGGI FORSE IL PIÙ BEL ‘GIOIELLO DI FAMIGLIA’ DI CUI L’ITALIA ECONOMICA DISPONE”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“SAREBBE OPPORTUNO CHE MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE COGLIESSERO L'”OCCASIONE ENI” E SI ACCORDASSERO PER UN GRANDE DIBATTITO SU CIÒ CHE OCCORRE FARE NEL MEDIO PERIODO”

La notizia della prossima vendita da parte del Ministero dell’Economia del 4 per cento del capitale di Eni (con un incasso previsto di almeno 2 miliardi di euro) è arrivata ieri, ossia a circa due mesi di distanza da quella della cessione del 25 per cento del Monte dei Paschi di Siena con un incasso di quasi un miliardo e che era stata preannunciata – tra una certa disattenzione dell’opinione pubblica – nel Nadef, la Nota di Aggiornamento del bilancio pubblico di fine settembre.
Questo documento ipotizza vendite di imprese di proprietà pubblica per circa 20 miliardi in 3 anni, un programma che è stato ribadito dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa dello scorso 4 gennaio.
Sorge allora l’interrogativo sul significato di queste vendite a privati di imprese la cui maggioranza risulterà, un’operazione terminata, ancora saldamente in mano pubblica, e, a quanto si può desumere, senza che tra gli acquirenti ci siano grandi acquirenti con interessi diretti nel settore e volti alla “conquista” dell’Eni. Dovrebbe ripetersi il caso del Monte dei Paschi le cui azioni offerte in vendita sono state acquistate da numerosi fondi investimento, soprattutto esteri, ciascuno con quantità relativamente modeste.
Fin qui tutto (abbastanza) bene. Sarebbe però necessario che le vendite di questo tipo avvenissero nella cornice di una chiara strategia di politica industriale che invece è da tempo mancante.
Certo, a parità di altre condizioni, questi introiti ridurranno, sia pure di poco, il debito pubblico; si tratterà però di un effetto minuscolo, visti l’ammontare del debito e il bisogno di impiegare somme ingenti in altre iniziative: va sottolineata la necessità di ricapitalizzazione dell’Ilva, per evitarne la chiusura
Sarebbe opportuno che maggioranza e opposizione cogliessero l'”occasione Eni” e si accordassero per un grande dibattito nel Paese e in Parlamento su ciò che occorre fare nel medio periodo, su ciò che l’Italia vuol essere non solo tra pochi mesi ma anche tra qualche decennio.
Passando da questo quadro generale a quello specifico dell’attività dell’Eni, occorre rilevare che si tratta di una delle presenze maggiori dell’economia italiana nel quadro economico-industriale del mondo. L’Eni è ai primissimi posti per l’estrazione di gas e petrolio degli ambienti più difficili, soprattutto a carattere marino. Questo avviene in almeno una decina di paesi, dall’Angola al Golfo del Messico, dall’Egitto (con la gestione di Zohr, un grande giacimento sottomarino di gas naturale) al Kazakistan dove l’Eni è fortemente presente anche in progetti relativi alle energie rinnovabile.
L’Eni fa uso anche di procedura di conduzione a carattere pressoché unico al mondo: man mano che vengono i giacimenti scoperti portati allo stadio della produzione, l’Eni cede quote azionarie della sua società operativa locale al governo del paese in cui il giacimento si trova e anche ad altri operatori, riservandosi la gestione degli impianti, una garanzia per tutti. Si tratta di una procedura che facilita la collaborazione tra questi paesi e l’Italia e, più in generale, con l’Unione Europea. La società Green IT, controllata dall’Eni ha un programma di investimento di oltre 800 milioni di euro in cinque anni ed è uno dei principali strumenti per la transizione energetica del Paese, soprattutto con progetti di incremento dell’energia rinnovabile.
Dobbiamo quindi fare attenzione a non privarci del controllo di questo gruppo industriale che è oggi forse il più bel “gioiello di famiglia” di cui l’Italia economica dispone; il che non vuol certo dire che vendite parziali che non influenzano sul controllo non si devono fare. Anzi, è bene che il ricavato di queste vendite venga destinato a progetti di sviluppo decisivi alla luce del sole.
(da La Stampa)

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LEGA, I MALUMORI DELL’EUROPARLAMENTARE DA RE: “SE SALVINI CANDIDA VANNACCI COME CAPOLISTA NON MI PRESENTO”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“LA MIA E’ UNA SCELTA POLITICA, NON CONDIVIDO NULLA DEL FAMOSO LIBRO”

Chiusa la partita per le regionali in Sardegna, con il passo indietro della Lega a favore del candidato di Fratelli d’Italia, per il partito di Matteo Salvini si apre un’altra questione, questa volta sul fronte delle elezioni europee. È l’europarlamentare uscente Gianantonio Da Re a porla, esprimendo i suoi malumori per la decisione di candidare il generale Roberto Vannacci.
Malumori che si tramuteranno in un ritiro del proprio nome dalla corsa per un seggio a Strasburgo se il militare verrà proposto come capolista. «Se al posto di Salvini la Lega candida come capolista il generale Vannacci, il sottoscritto alle Europee non correrà», dichiara senza mezzi termini al programma Vietato tacere, in onda su Telechiara.
L’ex sindaco di Vittorio Veneto ed ex segretario della Liga Veneta ha poi aggiunto: «La mia è una scelta politica, non condivido niente del famoso libro, ci sono pagine dove dice che Mussolini è stato uno statista, per me Mussolini era un dittatore, lo statista era De Gasperi».
Da Re ha anche proposto una alternativa a Salvini, che secondo lui consentirebbe di raccogliere i voti dei moderati, che sarebbero invece spaventati dalla presenza del generale come capolista.
«Vannacci non può fare il capolista. Se Salvini non corre, l’unico capolista è il ministro Giorgetti che è in grado di intercettare quell’elettorato fatto da persone moderate che hanno votato Lega e non voteranno Vannacci», ha concluso, «questa è l’unica soluzione per tornare a crescere. Non sono io a decidere ma per me decido io».
La scelta di Vannacci
Il generale in realtà il nodo su una sua possibile candidatura alle Europee 2024 non l’ha ancora sciolto. Il corteggiamento di Salvini non è un mistero, e Vannacci ha già fatto sapere che quando prenderà una decisione, sarà lui stesso ad annunciarla. Smentendo però la costituzione di un comitato che starebbe preparando la sua candidatura.
A Perugia, alla presentazione del suo libro, ha ripetuto che sta ancora valutando il da farsi: «Ringrazio chi ha fatto le proposte, perché vuol dire riconosce in me capacità e meriti. E poi mi riservo di valutare in base a molti criteri, professionali, familiari. Quando scioglierò la riserva sarò il primo a dirlo e a dire avete di fronte l’originale, non vi fidate delle imitazioni che invece millantano di conoscere quali saranno le mie decisioni future».
(da agenzie)

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LA DESTRA E LA SINISTRA SONO CATEGORIE SUPERATE: GLI ELETTORI EUROPEI SONO DIVISI IN CINQUE “TRIBÙ”

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

SECONDO “THE GUARDIAN” LE NOSTRE VITE SONO STATE STRAVOLTE DA CINQUE CRISI NEGLI ULTIMI ANNI: L’EMERGENZA CLIMATICA, QUELLA MIGRATORIA, LE TURBOLENZE ECONOMICHE, LA GUERRA IN UCRAINA E LA PANDEMIA…GLI ELETTORI DECIDERANNO CHI VOTARE IN BASE A QUALE TRA QUESTE CRISI SENTE PIÙ “VICINA”, SCEGLIENDO IL PARTITO CHE DA’ RISPOSTE PIÙ CONCRETE IN QUELLA MATERIA

Secondo una ricerca, gli atteggiamenti nei confronti di clima, migrazione, turbolenze economiche globali, Ucraina e Covid domineranno le elezioni di quest’anno. Secondo un sondaggio, gli elettori europei non sono più divisi in campi di destra o di sinistra, pro o contro l’UE, ma in cinque tribù distinte le cui preoccupazioni contrastanti probabilmente domineranno quasi venti elezioni in tutto il continente quest’anno, scrive il The Guardian.
Il rapporto sostiene che le vite degli europei sono state colpite da cinque grandi crisi negli ultimi anni – l’emergenza climatica, la crisi migratoria del 2015, le turbolenze economiche globali, la guerra in Ucraina e la pandemia di Covid – e suggerisce che gli elettori alle elezioni parlamentari europee e nazionali di quest’anno si concentreranno su quella che sentono più preoccupante.
Gli autori del rapporto sostengono che tutte e cinque queste crisi “sono state avvertite in tutta Europa, anche se con intensità diverse nei vari angoli del continente; sono state vissute come una minaccia esistenziale da molti europei; hanno influenzato drammaticamente le politiche dei governi – e non sono affatto finite”.
Mark Leonard, coautore dello studio, ha affermato che: “Nel 2019, la lotta centrale era tra i populisti che volevano voltare le spalle all’integrazione europea e i partiti mainstream che volevano salvare il progetto europeo dalla Brexit e da Trump”.
“Questa volta si tratterà di una lotta tra le paure contrastanti dell’aumento delle temperature, dell’immigrazione, dell’inflazione e dei conflitti militari”, ha dichiarato Leonard, direttore del thinktank European Council on Foreign Relations (ECFR) con sede a Berlino.
Ivan Krastev del Centro per le strategie liberali di Sofia, in Bulgaria, ha affermato che lo studio ha dimostrato che, in termini di visione dell’UE, i cittadini si stanno “allontanando dai legami ideologici di destra e sinistra” e sono invece influenzati maggiormente dalle loro opinioni su queste crisi.
Il rapporto, intitolato A Crisis of One’s Own: the Politics of Trauma in Europe’s Election Year, suggerisce che i partiti politici tradizionali potrebbero faticare a mobilitare gli elettori su questioni come il futuro del progetto europeo, suggerendo invece di “esaminare e proporre soluzioni” per le preoccupazioni più urgenti degli elettori.
Nel complesso, secondo gli autori del rapporto, la crisi climatica e l’immigrazione si riveleranno i due principali fattori di mobilitazione nelle campagne elettorali che si svolgeranno in tutta Europa nel 2024, così come lo sono stati nel voto parlamentare olandese di novembre.
Gli elettori olandesi hanno piazzato il partito anti-immigrati Libertà (PVV) di Geert Wilders in cima al sondaggio, mentre l’alleanza verde-lavoro, favorevole all’ambiente e guidata dall’ex vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, è arrivata seconda.
“La lotta tra queste due ‘tribù’ è… uno scontro tra due ‘ribellioni all’estinzione'”, hanno affermato gli autori. “Gli attivisti per il clima temono l’estinzione della vita umana e di altre forme di vita; gli attivisti contro l’immigrazione temono la scomparsa delle loro nazioni e della loro identità culturale”.
Gli elettori che considerano l’immigrazione come la crisi più grave sostengono per lo più partiti di destra come il National Rally in Francia o l’Alternative für Deutschland (AfD) in Germania; quelli che danno la priorità al clima tendono a sostenere partiti verdi o di sinistra come i socialisti spagnoli o la Sinistra polacca.
Secondo gli autori, una delle prime conseguenze politiche è stata l'”europeizzazione” della migrazione, in quanto l’UE ha cercato di placare le preoccupazioni degli elettori, e, contemporaneamente, la “rinazionalizzazione” da parte della destra del dibattito sul rallentamento del riscaldamento globale.
Oltre alle elezioni del Parlamento europeo, previste per giugno, quest’anno gli elettori di 15 Paesi europei – tra cui Portogallo, Belgio, Austria, Croazia, Lituania e Regno Unito – si recheranno alle urne per le elezioni parlamentari e presidenziali nazionali.
Il sondaggio – condotto su nove Stati membri dell’UE che rappresentano il 75% della popolazione del blocco, oltre a Gran Bretagna e Svizzera – ha rivelato che 73,4 milioni di elettori europei ritengono che l’emergenza climatica sia la crisi più importante per il loro futuro.
Quasi altrettanti (72,8 milioni) ritengono che il Covid – che ha messo a nudo la vulnerabilità dei sistemi sanitari nazionali, con importanti conseguenze economiche – sia la più importante, mentre 69,3 milioni hanno dichiarato che le turbolenze economiche globali sono la loro principale preoccupazione, 58,2 milioni hanno optato per l’immigrazione, 49 milioni per l’invasione russa dell’Ucraina e 46,4 milioni non hanno scelto nessuna delle cinque.
Lo studio ha rilevato, tuttavia, che queste “tribù” di elettori non sono distribuite in modo uniforme né dal punto di vista geografico, né da quello dell’età o dell’istruzione. Gli elettori tedeschi, ad esempio, ritengono che l’immigrazione sia la crisi più trasformativa (31%), mentre in Francia è il cambiamento climatico (27%).
In Italia e Portogallo, entrambi gravemente colpiti dal crollo finanziario del 2008 e dalla conseguente crisi dell’eurozona, una pluralità di intervistati (34%) ha dichiarato che le turbolenze economiche mondiali e l’aumento del costo della vita sono le principali preoccupazioni.
I timori per la guerra della Russia contro l’Ucraina, invece, sono stati maggiori nei Paesi più vicini al conflitto: gli intervistati in Estonia (40%), Polonia (31%) e Danimarca (29%) la considerano la crisi più importante, contro il 7% di Francia e Italia e il 6% di Spagna e Gran Bretagna.
In termini di generazioni, la crisi climatica è in cima all’agenda dei giovani, con il 24% dei giovani tra i 18 e i 29 anni che la considera la questione più importante per il loro futuro. Questa fascia d’età considera anche l’immigrazione come la preoccupazione meno importante (9%).
Tra tutti i gruppi di età, le generazioni più anziane sono state più preoccupate dall’immigrazione come questione vitale, con il 13% degli intervistati di età compresa tra i 50 e i 69 anni e il 16% degli intervistati di età superiore ai 70 anni che l’hanno indicata come la loro maggiore preoccupazione. Tra gli elettori con un alto livello di istruzione, la crisi climatica è stata la principale preoccupazione (22%).
Per i sostenitori dei partiti di estrema destra nei Paesi in cui non sono al potere, l’immigrazione è stata la questione che ha cambiato maggiormente il modo in cui guardano al loro futuro, ad esempio Reconquête (76%) in Francia, AfD in Germania (66%) e Reform in Gran Bretagna (63%).
Nei Paesi in cui l’estrema destra è al governo, invece, come l’Italia, appena il 10% degli intervistati ha indicato l’immigrazione come la sua maggiore preoccupazione, tra cui solo il 17% degli elettori allineati con il partito Fratelli d’Italia del primo ministro italiano, Giorgia Meloni.
Secondo gli autori dello studio, le elezioni del Parlamento europeo del 2024 “riguarderanno le proiezioni piuttosto che i progetti”. Ognuna delle cinque crisi europee avrà molte vite, ma è alle urne che vivranno, moriranno o risorgeranno”.
“Le elezioni europee non saranno solo una competizione tra destra e sinistra, tra euroscettici ed europeisti, ma anche una battaglia per la supremazia tra le diverse tribù europee in crisi”.
(da agenzie)

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“LA PACE IN UCRAINA? PUTIN NON LA VUOLE, INGANNA L’OCCIDENTE”. PARLA GALLYAMOV, EX COLLABORATORE DI PUTIN

Gennaio 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL POLITOLOGO: “LA RUSSIA NON PUO’ NEGOZIARE PERCHE’ NON HA VINTO, NE’ PUO’ COMBATTERE ALL’INFINITO”

“Il capo del Cremlino non parla davvero di pace: vuole solo lusingare la voglia occidentale di metter fine all’orrore”. Per “sbriciolare l’alleanza pro Kyiv”, frenare l’invio di armi all’Ucraina e poter proclamare al tavolino la vittoria che non ha ottenuto sul campo. Il politologo Abbas Gallyamov ha le idee chiare: la recente narrativa di Vladimir Putin è una sorta di adescamento. “Maskirovka”, ovvero inganno, nel gergo del Kgb familiare al presidente.
Il leader russo nei giorni scorsi ha dato degli “imbecilli” agli ucraini per aver rifiutato di negoziare la pace. Secondo il New York Times, poi, almeno da settembre alcuni intermediari diplomatici stanno informalmente facendo passare il messaggio che il leader russo sia davvero intenzionato a trattare.
Gallyamov Putin lo conosce bene. Dal 2008 al 2010 ha scritto suoi discorsi. Ritiene che il suo ex-datore di lavoro stia cercando di risolvere un dilemma: non può far la pace senza una vittoria chiara e non può continuare la guerra all’infinito perché sennò rischia rivolte interne.
Da bravo esperto di judo, sta cercando di far fare tutto il lavoro agli avversari. Spera che stacchino l’ossigeno a Zelensky. Putin forse non è uno stratega. Ma è un bravo judoka. Secondo Abbas Gallyamov, non gli basterà per vincere. Ma per gli ucraini si prospetta “ancora molta sofferenza”
Dottor Gallyamov, Putin parla di pace. Perché in questo momento?
“Ci sono due ragioni. Una di politica interna e l’altra di politica estera”.
Partiamo dalla politica interna.
“Il fatto è che in Russia la guerra è sempre meno popolare. E la cosa, in vista delle elezioni presidenziali di marzo, preoccupa il Cremlino. Le elezioni rischiano di diventare un referendum sulla guerra. La vittoria di Putin è sicura ma potrebbe non essere schiacciante, come lui ritiene necessario. Allora si dovrebbe intervenire con brogli. A cui potrebbero seguire proteste dagli esiti imprevedibili. Quindi, il messaggio che Putin vuol dare ai russi è il seguente: la possibilità di negoziati è in agenda. Da parecchio tempo, ormai. È sul tavolo. Aspettiamo. Basta un po’ di pazienza. Non sarà una guerra senza fine”.
E il messaggio all’esterno della Russia invece qual’è?
“Putin vede che l’Occidente sta si sta stancando. Così cerca di blandirlo affinché si rilassi, e si distacchi dal problema Ucraina. “Vedete ragazzi — cerca di dire — mica sono pazzo. Non mi demonizzate. Sono pronto a negoziare”. Obbiettivo: l’Occidente, che vorrebbe vedere la fine di questo incubo il prima possibile, deve sentir dire da Putin “voglio la pace” e da Zelensky “voglio la guerra”. Perché ciò mina la volontà occidentale di fornire armi all’Ucraina. E se finisse davvero così, il leader russo avrebbe raggiunto il suo obbiettivo. Nel senso che lo raggiungerebbero le forze armate russe. Le due cose coincidono. L’occupazione dei territori sufficienti a poter proclamare una vittoria sarebbe pressoché certa, senza il sostegno degli alleati a Kyiv”.
Un cinico tentativo di induzione all’appeasement, per utilizzare un’analogia storica. Ma davvero ogni parola di Putin su una possibile pace è del tutto falsa?
“Putin ha bisogno di una vittoria. Non è riuscito a ottenerla con l’assalto diretto. Ora sta cercando di ottenerla con l’inganno (in russo “maskirovka”, la dottrina delle spie con cui si induce l’avversario ad agire o non agire assicurandosi un vantaggio, ndr)”.
Ma è sicuro che la Russia di Putin proprio non ci pensi a sfilarsi dall’impegno militare in Ucraina? Il regime ha proprio bisogno di una guerra? Ne va della sua sopravvivenza?
“Se la guerra finisse senza una chiara vittoria il regime si indebolirebbe di parecchio, nel medio termine. Entro qualche anno molto probabilmente cadrebbe. Ma, se è vero che Putin ha bisogno di una vittoria, è anche vero che la guerra può continuare all’infinito. Le risorse si esaurirebbero. E fatti come quelli appena successi in Baschiria diventerebbero sempre più frequenti (nella regione russa della Baschiria ci sono stati scontri fra attivisti per i diritti della minoranza locale e la polizia, ndr). Perché i baschiri, e altre delle molte minoranze all’interno della Federazione, dovrebbero continuare a spargere il loro sangue per Mosca?”.
È quello che mi chiederei se fossi baschiro. È un popolo che la Russia imperiale ha colonizzato…
“Infatti. Ed è anche per la possibile reazione delle minoranze che, se la guerra continuasse troppo a lungo, alla fine il regime di Putin farebbe la fine che fece quello zarista nel 1917. Lo stesso Lenin ha sempre detto che, se non era per la Prima guerra mondiale, in Russia la rivoluzione sarebbe stata rimandata di anni o addirittura decenni. E Lenin sapeva quel che diceva. Così, anche questa impopolare guerra imperialista non può durare per sempre. Crea insoddisfazione e freddezza nelle élite, può portare a rivolte popolari e, alla fine, a una vera e propria rivoluzione”.
Ma allora è una specie di conundrum: Putin non può far la pace e nemmeno può continuare la guerra per sempre. Come se ne esce?
“L’unica via d’uscita per Putin è proprio quella che sta tentando adesso: tirarla per le lunghe utilizzando una narrativa possibilista su un eventuale negoziato e sperando che l’Occidente si sbricioli, per così dire. O che almeno si disunisca”.
E allora che dovrebbe fare l’Occidente?
“Continuare a sostenere l’Ucraina e a fare in modo che l’aggressione russa sia sconfitta. Solo dopo la sconfitta della Russia si potrà cominciare a ricostruire un ordine internazionale fondato sul diritto. Perché ogni potenziale futuro aggressore vedrà che l’aggressione non paga e anzi viene punita”.
Belle parole. Forse troppo ovvie e poco realistiche?
“Quello che ho descritto sarebbe il comportamento da tenere a rigor di logica. E credo che tutti i Paesi occidentali lo capiscano e in teoria siano d’accordo. La pratica, poi, è un’altra cosa. Siamo esseri umani e spesso non possiamo controllare le nostre emozioni. Questo pesa anche in politica estera. Le emozioni vincono sulla logica. E le emozioni che prevalgono adesso sono la stanchezza, il desiderio di riposo, di non parlar più di questa guerra non nostra. Della quale siamo ormai nauseati e stufi. È in atto una specie di ritirata emozionale”.
E allora però l’Ucraina è definitivamente condannata.
“Credo di no, nonostante tutto. I sondaggi dimostrano che l’opinione pubblica ucraina è per continuare a resistere (almeno il 60% dei cittadini è in favore di una lotta fino alla vittoria, secondo una recente inchiesta Gallup, ndr). Solo nel caso di un minor supporto degli alleati le forze di Kyiv non potranno avanzare. Sarà una guerra di posizione, difensiva. I russi cercheranno di superare le difese. Ma non credo che ci riusciranno. Gli ucraini non si arrenderanno. Però vanno incontro a tanta sofferenza. Per questo è così necessario fornire loro sistemi di difesa anti-aerea. Altrimenti i bombardamenti faranno strage. Il prezzo da pagare per non farsi sopraffare da Putin diventerebbe sempre più orribile”.
(da Fanpage)

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