Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
CALANO LEGA E FORZA ITALIA
Il 2024 sarà un anno particolarmente importante, dal punto di vista elettorale. I partiti si dovranno confrontare con il consenso popolare in primis alle elezioni europee, ma anche in diversi appuntamenti a livello regionale e locale.
Secondo i sondaggi politici, il quadro non è cambiato di molto rispetto alle politiche del 2022: Fratelli d’Italia è sempre in testa, con un netto vantaggio su tutte le altre forze politiche, seguito da Partito democratico, Movimento Cinque Stelle e poi dagli alleati di maggioranza. “Nell’esercizio delle intenzioni di voto non esistono importanti cambiamenti. Tutto appare cristallizzato, con variazioni di pochi decimali per ogni partito in campo”, scrive Alessandra Ghisleri su La Stampa, presentando il sondaggio di Euromedia Research.
I primi tre partiti sul podio risultano tutti e tre in crescita: Fratelli d’Italia si piazza al 28,5%, guadagnando o,2 punti percentuali rispetto all’ultima rilevazione di metà dicembre; il Partito democratico, invece, cresce dello 0,3% e arriva al 19,5%; mentre il Movimento Cinque Stelle si prende un intero punto percentuale in più e vola al 17,8%, vicinissimo ai dem.
Le cose non vanno altrettanto bene per i due principali alleati di Giorgia Meloni in maggioranza. La Lega perde ben 0,6 punti percentuali e crolla all’8,4%, seguita da Forza Italia, che scende dello 0,2% e si ferma così al 7,5%.
Per quanto riguarda le forze politiche minori, l’unica a crescere nell’ultimo mese secondo il sondaggio di Euromedia è Azione, seppur lievemente (+0,1%) che si stabilizza al 4,3%. L’unico altro schieramento che, se si andasse oggi alle urne, supererebbe la soglia del 3% è l’Alleanza Verdi e Sinistra, che otterrebbe il 3,4%, in calo di 0,1 punti rispetto a metà dicembre. Italia Viva si fermerebbe invece al 2,8%, +Europa al 2,5%. Infine, rimangono invariati gli indecisi, stabili al 37%.
Per quanto riguarda invece gli indici di fiducia nei leader, secondo il sondaggio di Euromedia, Giorgia Meloni resta al primo posto con il 39,3%, seguita da Antonio Tajani al 31,4%. Il terzo gradino del podio va invece al leader M5s, Giuseppe Conte, con il 26,1%, seguito da Matteo Salvini (24,8%) ed Elly Schlein (21,4%). Infine troviamo Carlo Calenda al 15,1%, seguito in coda da Matteo Renzi all’11%.
(da Fanpage)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA SOGLIA SUPERA LA MAGGIORANZA SOLTANTO TRA GLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA E ITALIA VIVA. TRA CHI VOTA PD, SOLO L’8,2% CONDIVIDEREBBE
Alla luce delle prossime elezioni Europee diventa interessante
comprendere da dove partono i partiti e i loro leader sullo start di quella che si annuncia una campagna elettorale spumeggiante.
Nel sondaggio per Porta a Porta di martedì scorso 23 gennaio è emerso che 1 italiano su 3 vorrebbe il proprio leader candidato come capolista in tutte le circoscrizioni alle elezioni Europee. Il dato interessante è che solo tra gli elettorati di Fratelli d’Italia (52,3%) e Italia Viva (50%) questo sentimento è in maggioranza, per tutti gli altri prevale una certa distanza dalla proposta con punte che superano il 75% per gli elettori di Azione e del Partito Democratico.
Proprio per quest’ultimo la riflessione diventa più significativa perché, poco meno del 10% (8,2%), condividerebbe Elly Schlein come capolista. Forse, visto che la rilevazione è stata precedente al question time alla Camera di mercoledì scorso, non hanno potuto osservare la leader del partito Democratico ingranare la marcia, dimostrandosi molto efficace nel dibattito con il presidente del Consiglio.
Del resto, qualsiasi risultato sarebbe a lei imputabile, con le relative conseguenze. Il punto è che per ogni indicazione ci si ritrova sempre davanti ad un “gioco di fiducia” che mette in una relazione diretta il politico e il cittadino.
Nell’analisi degli indici di fiducia dei leader politici italiani di EuromediaResearch svetta Antonio Tajani che, con il 31,4% – su una scala da 1 a 100 – definisce il minor distacco, rispetto ai suoi colleghi, da Giorgia Meloni che, nel suo ruolo istituzionale – come Premier – raccoglie il 39,3%.
Alle spalle del frontman di Forza Italia si palesa Giuseppe Conte con il 26,1% seguito da Matteo Salvini (24,8%) ed Elly Schlein (21,4%). Carlo Calenda (15,1%) precede il suo ex alleato Matteo Renzi (11%) di 4 punti percentuali.
§Sono tanti i fattori che entrano in gioco nella scelta del voto oltre la fiducia, come ad esempio gli eventi legati all’attualità, l’attendibilità e la credibilità dei candidati sul territorio, l’interesse e la partecipazione attiva nella vita politica, il proprio credo politico, ma di sicuro se si alzano troppo le attese nelle promesse è più facile poter deludere la platea degli elettori.
Nel frattempo nell’esercizio delle intenzioni di voto non esistono importanti cambiamenti. Tutto appare cristallizzato, con variazioni di pochi decimali per ogni partito in campo, in attesa della presentazione degli scenari di voto e delle liste dei candidati definitivi. Le elezioni europee dal canto loro sono sempre state percepite come più lontane rispetto alle altre votazioni
In più la bassa partecipazione al voto europeo – sempre registrata nel confronto con le elezioni nazionali – potrebbe anche essere dovuta a quel senso di inferiorità che il voto di ciascuno non abbia il potere di fare la differenza. La poca fiducia nella politica richiede sforzi maggiori da parte dei leader politici per promuovere la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza, coinvolgendo i cittadini e ascoltando le loro preoccupazioni. Insomma tutto è in gioco per ristabilire un legame di fiducia con la gente.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SALA STRAPIENA DI ELETTORI, MA POCHI DIRIGENTI DI PESO E QUASI NESSUN EUROPARLAMENTARE
Un sit-in per la libertà di stampa e il pluralismo, e un nuovo affondo contro Giorgia Meloni, la premier che usa la Rai come ufficio stampa del suo governo: «Mi hanno segnalato un titolo di ieri nella televisione pubblica: “Mille euro in più per gli anziani, si vota l’8 e il 9 giugno”.
Una propaganda nella forma più becera, sulla pelle degli anziani», dice Elly Schlein dal palco della Sala Pacis di Cassino, «Non è vero niente, ahimé, la raccontano così, come se a milioni di anziani andassero mille euro. Invece è una sperimentazione e riguarderà al più 24mila persone».
Mercoledì scorso in aula Schlein aveva definito Meloni «la regina dell’austerità», ora, dice, «sembra diventata la Regina delle Televendite, forse si è ispirata a Wanna Marchi. Basta TeleMeloni». La segretaria del Pd ha scelto Cassino per la partenza ufficiale della campagna «per un’Europa sociale, verde, giusta, che non dimentica».
Nel nome di David Sassoli, il presidente dell’europarlamento scomparso due anni fa: viene citato in ogni intervento dal palco, ed è sempre l’applauso più caldo. Sei tappe, la prossima sarà in Sicilia, fra un paio di settimane
Nel giorno del calcio d’avvio, i cronisti le stanno addosso nella speranza di incrociare il momento in cui dirà se correrà per Bruxelles. È l’unica a sapere quando lo dirà, insieme ai suoi stretti collaboratori. Ma il momento non è arrivato. Tarda, troppo per tutto il gruppo dirigente. Il rischio è che “la mossa” la faccia prima proprio l’avversaria Meloni, e che la segreteria del Pd finisca per fare una scelta – per il sì o per il no – alla rincorsa della premier.
Intanto ha scelto il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, e la città per la quale è passata la storia del Novecento: costruita per bloccare l’avanzata degli Alleati, e poi bombardata dagli Alleati proprio per questo. Lo scontro tra le forze alleate e quelle tedesche durò fra il gennaio e il maggio del 1944.
Dal palco Schlein spinge a lungo sul tasto dell’informazione libera, parla degli attacchi della premier contro Repubblica e contro la trasmissione Report. Lancia un sit-in: «Il Pd si mobilita per difendere la libertà di stampa e il valore di un sevizio pubblico che sia davvero libero e plurale e che non può essere a servizio del governo di turno e della sua propaganda. Si è oltrepassato il segno. Non staremo a guardare».
Questo sabato a Cassino la sala era piena ben oltre i 300 posti a sedere, ma non c’era il pienone di dirigenti. In prima fila c’era il segretario regionale Daniele Leodori, il dem più votato del centrosinistra alle scorse regionali
E il presidente del Pd regionale Francesco De Angelis, uomo di peso del Sud del Lazio (e secondo le voci in procinto di candidarsi alle europee); del consiglio regionale – di cui fa parte Bonafoni – c’era Sara Battista (la compagna di Albino Ruberti, dimissionato da capo di gabinetto del sindaco Gualtieri dopo una storiaccia di una lite in un ristorante, poi il Campidoglio lo ha recuperato a Risorse per Roma), il capogruppo del Pd Mario Ciarla, la collega Emanuela Droghei.
Solo tre i deputati presenti: Nicola Zingaretti, anche lui in odore di corsa all’europarlamento, Claudio Mancini, gran consigliere del sindaco di Roma, e Matteo Orfini, che è eletto da questi territori. Annunciato nel programma ma assente giustificato Peppe Provenzano, richiamato nella sua Sicilia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario e per un’iniziativa contro l’autonomia differenziata. E solo tre gli europarlamentari, tutte donne: Camilla Laureti, Beatrice Covassi e Daniela Rondinelli, ex M5s. Una così scarsa presenza degli “uscenti” in teoria non significa molto: ormai, nei weekend, chi pensa di ricandidarsi resta nelle proprie circoscrizioni a fare campagna elettorale.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL COGNATO D’ITALIA VIENE SPERNACCHIATO E QUESTA VOLTA NESSUNO NEL PARTITO LO DIFENDE
Lo sconcerto per spaceLollo sta dilagando tra i Fratelli d’Italia.
L’intervista-comizio al Tg1 ha suscitato imbarazzo tra i parlamentari over 40, e orrore “cringe” tra gli under 30. La reazione è stata immediata.
Subito dopo l’intervista, nei cellulari degli esponenti di Fdi hanno cominciato a suonare le notifiche bip bip: “Lollo ne ha combinata un’altra delle sue”. Nelle chat si dileggia il ministro della sovranità alimentare, che la scorsa settimana era volato fino a Cape Canaveral per assistere al lancio della missione Axiom 3.
I commenti più velenosi riguardano l’esordio del suo intervento al Tg1 (“Un saluto ai concittadini”): “Concittadini? Semmai connazionali, ma che stai, a Subiaco?”. Altre grasse risate per la frase “ho assistito con orgoglio alla partenza del razzo”: “Razzo? Ma che stiamo a Capodanno?”.
Infine il panegirico sulla pasta made in Italy e la conquista dello spazio al profumo di carbonara. Per capire lo sconcerto del partito…è sufficiente leggere i comunicati a difesa che in genere partono a batteria in difesa del ministro di turno, generando insofferenza delle agenzie di stampa, costrette a passare comunicati identici trasmessi a valanga. Questa volta nessuno lo ha difeso. Tranne il fedele Gianluca Caramanna, alberghiere legatissimo al marito di Arianna Meloni e consulente della Santanchè. E anche per lui, le serpi di Fdi hanno malignato: “Non star mica pensando di aprire una catena di hotel su Marte?”ca
da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO I SONDAGGI, UNITI SUPERANO LA COALIZIONE DI GOVERNO, MA NON FACENDOLO STANNO CONSEGNANDO L’ITALIA A DEGLI SCAPPATI DI CASA
Partiti di opposizione: 46,7%. Partiti di governo: 45,8%. Altri partiti: 7,5%”. Sondaggio di Renato Mannheimer per “Piazza Pulita” di giovedì 25 gennaio
Se non suonasse offensivo per le persone che soffrono realmente, l’espressione “suicidio assistito” sarebbe davvero calzante per un’opposizione che pur essendo, sulla carta, maggioranza tra gli elettori preferisce che a governare sia uno schieramento che conta meno voti piuttosto che porre rimedio alle proprie divisioni.
Certo che parliamo di sondaggi. Certo che le coalizioni in politica non possono limitarsi a una somma aritmetica delle forze in campo. Certo che si tratta di percentuali illusorie perché l’opposizione di Matteo Renzi è una barzelletta e quella di Carlo Calenda si manifesta a giorni alterni. Certo che a destra si privilegia, cinicamente, la difesa delle poltrone visto che a ben guardare gli spiriti animali tra FdI, Lega e Forza Italia non sono troppo dissimili e alla fine ci si mette sempre d’accordo. Non avviene così nell’area di centrosinistra dove il disaccordo è la cifra comune e condivisa. Avvenne anche con il disastro delle Politiche del 25 settembre 2022 quando la destra vinse (con un elettore su quattro, super-minoranza nel Paese) approfittando della insanabile divisione tra Pd, M5S e il cosiddetto Terzo Polo (Calenda & Renzi, prima del divorzio s’intende). Tre giorni dopo, il 28 settembre, su queste colonne un informato articolo di Ilaria Proietti forniva un disperante elenco di quei 20 collegi, uno per uno, che ci avevano fatto perdere un pugno di seggi decisivi in Parlamento. Tutti distacchi misurabili in percentuali minime, due o tre per cento, ma tutti andati a vantaggio dei partiti di destra che, pur detestandosi, quando è il momento di vincere fanno cartello e stravincono. Mentre nel centrosinistra si rinunciò all’arma della desistenza utile perché sul pianeta dei Tafazzi quando è il momento di vincere si preferisce perdere, e pure con una certa soddisfazione nell’assistere alla rovina del vicino di banco.
Acqua passata che serve soltanto a temere un altro rovescio quando sarà il momento di votare per il referendum confermativo alla riforma meloniana del premierato.
Visto che l’elezione diretta del premier piace al 55% degli interpellati (Ilvo Diamanti), e il “leader forte” addirittura al 58, sarà bene non farsi troppe illusioni.
Quel blocco di opposizione che nel 2016 mandò gambe all’aria la riforma costituzionale di Matteo Renzi oggi non esiste. Anche perché il senatore di Riad sembra collocato, con soddisfazione, dall’altra parte della barricata (mentre scommettiamo che Carlo Calenda lascerà libertà di coscienza ai propri elettori). Poca roba, comunque, in termini di voti reali.
Poi però esiste l’opposizione dei cittadini, quella che non giura fedeltà ai partiti ma alla Carta costituzionale. Un popolo che andrebbe subito mobilitato contro lo stravolgimento dell’equilibrio dei poteri che con l’indebolimento di Quirinale e Parlamento sancirebbe l’avvento della donna sola al comando.
Oggi la partita sarebbe probabilmente persa. Per non farsi trovare impreparati, cosa si aspetta, dunque, a creare in tutta Italia una miriade di comitati per la difesa della Costituzione repubblicana? Una mobilitazione dal basso, un ritorno della politica migliore e anche il modo più efficace per distinguere l’opposizione vera da quella finta.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
L’INFERMIERA “MESSA IN PUNIZIONE” DAL DATORE DI LAVORO PERCHE’ HA OSATO ISCRIVERSI A UN SINDACATO… UN ALTRO FULGIDO ESEMPIO DELLA (IM)”PRENDITORIA” ITALIANA
Una giovane infermiera di una Rsa di Taranto è stata “messa
in punizione” dal datore di lavoro (drastica riduzione dell’orario e dello stipendio) perché si è iscritta al sindacato. “Qui non era mai successo”, le ha spiegato, molto seccato, il padrone.
Mi sono chiesto, leggendo la notizia sull’edizione on line di questo giornale (non tra le più evidenti, il gatto di Nino Frassica è comunque più cliccabile), quale impatto possa avere una notizia come questa sui media: quelli tradizionali e i social.
Azzardo una risposta, ovviamente suscettibile di verifiche e (sarebbe bello) di smentite: avrà un impatto molto basso. Nessun furibondo dibattito a base di “vergogna!”, “no, vergognati tu!”. Nessuna appassionata inchiesta televisiva o giornalistica sulla sparizione progressiva del concetto stesso di “diritti del lavoratore”.
Vicende come quella di Taranto rimandano a un assetto ottocentesco dei rapporti di classe; o, nella migliore delle ipotesi, agli anni mediani del secolo scorso, quando nelle fabbriche si appendeva il cartello “qui si lavora e non si parla di politica”.
Altri soprusi (ugualmente gravi) avrebbero una eco dieci volte maggiore: per esempio il datore di lavoro che palpeggia una dipendente. Fanno notizia solo i soprusi contro l’integrità e la libertà del corpo, solo vero tempio dei tempi moderni.
Proviamo, allora, a dirla così: dimezzare (quasi) uno stipendio, e boicottare una dipendente perché ha osato iscriversi a un sindacato, è un attacco alla persona. Al suo corpo fisico. Alla sua vita materiale. Chissà se, mettendola così, ci si rende conto, finalmente, che la libertà è una sola, e comprende, eccome, i diritti economici, politici, sindacali.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
PER PREPARARE POSSIBILI CANDIDATURE ED EVITARE FIGURACCE, LA PREMIER HA IMPOSTO CORSI ACCELERATI PURE A URSO E SANTANCHE’
“Noio volevam savuar l’indiriss”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vuole evitare che i suoi ministri e collaboratori a Bruxelles diventino tanti piccoli Totò di fronte al poliziotto di Totò, Peppino e la malafemmina. Per questo da inizio anno ha dato un’indicazione precisa: tutti a lezione di inglese. Ministri, sottosegretari, staff di Palazzo Chigi e dei ministeri. Tra i più noti che stanno prendendo lezioni ci sono due volti di primo piano del melonismo: la sorella Arianna e il compagno e ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Non è un ordine casuale. È un’indicazione dietro la quale si cela un obiettivo politico: la possibile candidatura al Parlamento europeo o, nel caso di Lollobrigida, la corsa per un posto da commissario all’Agricoltura in Ue dopo le elezioni. D’altronde sapere l’inglese è un requisito essenziale nei palazzi del potere di Bruxelles o Strasburgo. E quindi meglio prepararsi per tempo.
La premier Meloni, infatti, è una delle pochissime persone nella sua cerchia ristretta a parlare bene diverse lingue: fluentemente l’inglese, francese e spagnolo. Lollobrigida ha iniziato a prendere lezioni di inglese da qualche mese, dopo essere diventato ministro, un mestiere che lo porta a girare il mondo per incontri bilaterali e riunioni con i propri omologhi europei in cui deve poter sfoggiare la sua conoscenza della lingua britannica. L’ultima trasferta del titolare dell’Agricoltura è stata proprio a Cape Canaveral, in Florida, per il lancio della missione spaziale Axiom 3 e la candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco.
§La sorella della premier, Arianna, che invece partiva da zero nella conoscenza dell’inglese, ha iniziato a prendere lezioni da inizio anno condividendo l’insegnante con il compagno Lollobrigida.
Arianna, che da agosto è stata promossa a capo della segreteria di Fratelli d’Italia, potrebbe candidarsi al Parlamento europeo nel caso in cui la sorella Giorgia alla fine dovesse rinunciare. Ipotesi improbabile – la premier deciderà solo a maggio ma ha fatto capire di voler correre – ma ancora possibile: senza il nome della premier, servirebbe una “Meloni” sulla scheda elettorale per trainare la lista di Fratelli d’Italia nelle urne. A ogni modo, sempre meglio essere poliglotta.
Ma Lollobrigida e Arianna Meloni non sono gli unici a dover migliorare il proprio english: la premier ha ordinato a mezzo governo di farlo. Sono stati coinvolti altri ministri – tra questi i candidati in pectore sono quello delle Imprese Adolfo Urso e del Turismo Daniela Santanchè, mentre il titolare degli Affari europei Raffaele Fitto l’inglese lo conosce benissimo – ma anche tutto lo staff di Palazzo Chigi e di altri ministeri. Escluso solo Giovanbattista Fazzolari, potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e responsabile comunicazione del governo, che conosce bene l’inglese e il francese essendo figlio di un diplomatico e avendo studiato al liceo Chateaubriand di Roma.
Staff di Palazzo Chigi (ufficio stampa e consiglieri) e dei ministeri invece devono prendere lezioni per gestire meglio i bilaterali all’estero, le missioni internazionali e soprattutto il G7 di cui l’Italia ha assunto la presidenza dall’1 gennaio. Da qui ai prossimi mesi il governo italiano accoglierà capi di Stato e ministri delle grandi potenze mondiali in molte città (l’evento clou sarà a Borgo Egnazia dal 13 al 15 giugno) e quindi è bene evitare figuracce e scivoloni sull’inglese.
Insomma, Meloni vuole evitare di replicare la gaffe del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin che a novembre a Bruxelles si confuse tra “compromise” (compromesso) e “compliments” (complimenti), ma anche il celebre “shish” di renziana memoria o il maccheronico “please, visit Italy” di Francesco Rutelli. L’effetto Totò è sempre dietro l’angolo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
COSI’ JANNIK E’ DIVENTATO IL CAMPIONE SINNER, UN RAGAZZO CHE DA SUBITO HA DIMISTRATO DI ESSERE GRANDE
La montagna, la sua legge silenziosa. I sacrifici che regala, la
bellezza che impone. Jannik Sinner è nato e cresciuto fino ai 13 anni in Val Pusteria e per andare a scuola da ragazzino impiegava due ore: sveglia alle cinque, due autobus, un treno. «Ma non gli pesava, ed era bravissimo nello studio», raccontano i suoi compagni di allora, fra i quali il suo compagno di banco Raphael Mahlknecht, oggi azzurro di telemark.
La prima lezione Jannik l’ha ricevuta dall’ambiente in cui è cresciuto, da quel paesaggio che ti spinge a guardare in alto, ma sempre badando a dove metti i piedi, evitando le scorciatoie troppo facili. E poi l’educazione in famiglia, mamma Siglinde e papà Hanspeter, responsabile di sala e chef al Rifugio Fondovalle, in Val Fiscalina, affettuosi ma rigorosi.
Che fosse un talento non era difficile capirlo, ottimo nello sci, bravo con il pallone, instancabile con la racchetta che all’inizio era così pesante, per i suoi pochi muscoli di cucciolo, che quasi se la trascinava dietro. Andreas Schonegger d’inverno gli faceva da maestro di sci, d’estate di tennis, ma sono stati prima Heby Mayr e poi Andrea Spizzica, ex tennista romano trasferito per amore a Brunico, che hanno impedito che il tennis rimasse uno svago. Massimo Sartori, lo storico coach di Andreas Seppi, ha capito invece che per fare fiorire la gemma Sinner bisognava trapiantarla a Bordighera, al Piatti Tennis Center.
Ed è lì, che dai 13 anni in poi, Jannik ha compiuto il suo tirocinio, sbozzando la tecnica, imparando da Mastro Piatti – che come allievi ha avuto Djokovic e Raonic, Furlan e Ljubicic, Camporese e Gasquet – i segreti di bottega, la strada che porta al professionismo.
Non un tirocinio facile. «Le prime settimane sono state orrende – ricorda – Ero abituato ad allenarmi al massimo due volte la settimana, e improvvisamente dovevo farlo tutti i giorni, a volte due volte al giorno. Non ero mai entrato in una palestra e invece al centro era un impegno quotidiano. Mi mancavano la mia famiglia, i miei amici. Ma quando i miei genitori mi venivano a trovare dicevo loro che tutto andava bene, perché non volevo che si intristissero». Altro che bamboccione.
Dalibor Sirola e l’ex triplista piemontese Claudio Zimaglia, preparatore fisico e fisioterapista, hanno iniziato ad educare il suo fisico, trasportandolo dall’infanzia ai primi successi, alla vittoria nelle Next Gen, ad una scalata del ranking rapida quanto lo erano da ragazzino le sue discese sulla neve. Due anni fa lo strappo, l’uccisione del padre tennistico, come spiegherebbe Freud, l’addio a Piatti, alla tana ligure dove anche allenandosi con Djokovic e Maria Sharapova Jan aveva capito che dieta mentale serve per diventare un numero uno.
Per la seconda parte della sua carriera ha scelto Simone Vagnozzi, uno degli ex allievi di Sartori insieme a Seppi e Alex Vittur, il manager che ha studiato ad Harvard e ancora oggi è il suo uomo di fiducia, il legame fra la famiglia e le origini e il palcoscenico mondiale dove Jannik ormai è chiamato a recitare. Un passaggio non subito facile, ma alla fine giusto, che Jannik ha compiuto ‘gettandosi nel fuoco’, come ha spiegato, e completato mettendosi a fianco Darren Cahill, l’ex coach di Agassi e di tanti altri fuoriclasse. Vagnozzi affina la tecnica, rifinisce tattica e gesti; Cahill educa la mente disponibilissima della Volpe ai compiti che spettano non più ad un tennista promettente, ma ormai ad un campione assoluto. Strategie, emozioni, scelte da fare in campo, ogni aspetto va curato nel dettaglio, il tutto con l’aiuto di Formula Medicine, la struttura inventata dal dotto Ceccarelli che da trent’anni opera nei motori e che aiuta a mettere in parallelo mente e corpo, pensieri e cuore.
Jannik negli anni non ha badato alle critiche, o meglio: ha accolto quelle che sapeva giuste. E sotto la guida del duo italo-australiano negli ultimi mesi ha sistemato le ultime tessere fuori posto: ora il suo puzzle è fatto anche di un servizio all’altezza nelle percentuali, e di un fisico capace di reggere l’urto del tennis d’alta quota, quello dei primi 5 del mondo. Lassù, ogni partita è un Everest da scalare. Ma Jannik, che della montagna è figlio, questo lo ha sempre saputo.
(da La Repubblica)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
A TORINO ESPLODE L’ENTUSIASMO
Appuntamento all’alba della domenica alla Lavazza per tifare Sinner davanti al maxischermo allestito per l’occasione. Sono stati centinaia i torinesi che stamattina hanno risposto presente all’invito lanciato dai Carota Boys: “L’idea ci è venuta subito dopo la vittoria di Yannik in semifinale contro Djokovic – hanno risposto i primi tifosi del numero uno azzurro -. E visto come sono andate le cose è stata una battaglia sofferta che però ha portato fortuna al nostro campione”.
La risposta degli appassionati è stata immediata e piena di entusiasmo tanto da garantire una mattinata di adrenalina e di divertimento puro.
E così, stamattina, fin dalle 8,30, la gente, in gran parte colorata di arancione, si è presentata alla Lavazza: colazione, ovviamente con un buon caffè e biscottini, e poi tutti a tifare Sinner.
Due set di sofferenza totale persi con un doppio 6-3, qualche defezione in sala fra i più pessimisti, soprattutto nelle ultime file, poi la rimonta incredibile.
Sinner che rimonta Medvedev e la sala che diventa una bolgia: 6-4 6-4 6-3 e Jannik che vince il primo Slam della carriera. E la Lavazza che ribolle di entusiasmo come una caffettiera
(da Repubblica)
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