Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
L’INDAGINE HA SMENTITO I VIGILI SULLE VIOLENZE
La procura di Milano ha chiesto il processo per cinque vigili accusati
di aver picchiato Bruna, la donna presa a manganellate durante un fermo nei pressi del parco Trotter.
La procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e la pubblica ministero Giancarla Serafini hanno chiesto il processo anche per lei, che è accusata di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, rifiuto a dare le proprie generalità e per la ricettazione di una tessera Atm.
Per l’abuso di autorità nei confronti di altri due agenti della polizia municipale è stata chiesta l’archiviazione. Oltre alle lesioni, ai cinque vigili la procura contesta anche il falso in atto pubblico. Gli indagati, spiega oggi l’edizione milanese di Repubblica, sono accusati di aver aggredito violentemente la transgender mentre lei era a terra in posizione di resa.
Il manganello
Le indagini hanno confermato che Bruna è stata colpita con un manganello alla testa. E che ha ricevuto anche spruzzi di spray urticante in direzione degli occhi. Oltre a un calcio alle gambe. Il dirigente e un agente dovranno anche difendersi dall’accusa di falso. Perché non è vero che Bruna aveva «urinato davanti a tutti» e si era «denudata al Trotter». Falso anche che la donna abbia sbattuto con la testa contro i finestrini dell’auto. E non è stata condotta in astanteria ma in una camera di sicurezza con le misure di contenimento ai polsi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
MITTAL NON HA MAI AVUTO ALCUN INTERESSE AL RILANCIO DELL’ACCIAIERIA DI TARANTO
L’obiettivo è identico: costruire forni elettrici e decarbonizzare l’acciaieria. Il protagonista privato è lo stesso: ArcelorMittal.
Diverso invece l’attore pubblico: da una parte c’è l’Italia con una promessa da 2,3 miliardi di euro e dall’altra la Francia che garantisce 850 milioni. E diametralmente opposto è il risultato: da un lato, il colosso franco-indiano investe cifre a nove zeri; dall’altro se ne va e pretende anche 400 milioni.
I piani smascherati
La storia dell’investimento congiunto tra Mittal e lo Stato francese sull’acciaieria di Dunkerque smaschera i piani del socio di Acciaierie d’Italia su Taranto, facendo cadere tutte le scuse accampate fin qui per giustificare l’addio all’ex Ilva con tanto di gran cassa politica, dal ministro delle Imprese Adolfo Urso fino al leader di Azione Carlo Calenda, che ha suonato addosso alle scelte prese durante i governi Conte.
Scudo penale abolito? Patti traditi? Oppure nella fuga dalla Puglia c’entra il vecchio sospetto che l’acquisto dell’Ilva sia stato mirato a bloccare l’inserimento di un concorrente nel mercato europeo, senza alcun reale interesse al rilancio delle acciaierie tarantine
L’intesa con Parigi: 850 milioni pubblici
I termini dell’intesa sono stati resi noti domenica dal ministro dell’Economia Bruno Le Maire, riconfermato da Gabriel Attal nel neonato governo francese: ArcelorMittal dovrebbe investire oltre un miliardo e lo Stato impegnare fino a 850 milioni per costruire a Dunkerque, che è considerato uno dei 50 siti industriali francesi più inquinanti, due forni elettrici e un’unità diretta per la riduzione del ferro. Una decarbonizzazione. Entrata in funzione degli impianti “green”? Nel 2027, con un calo delle emissioni di Co2 che viene stimato in 4,4 milioni di tonnellate all’anno.
La fuga da Taranto
A fronte di un supporto statale di 850 milioni di euro, quindi, ArcelorMittal si è impegnata a investire circa un miliardo di euro. Il tutto quasi in contemporanea con l’uscita da Acciaierie d’Italia, la società di cui detiene il 62% che gestisce l’ex Ilva di Taranto insieme alla pubblica Invitalia (38%).
La storia è nota: Mittal si rifiuta di partecipare a qualsiasi rifinanziamento pro-quota. Lo scorso lunedì ha detto no perfino all’iniezione di 320 milioni di euro per garantire la sopravvivenza dell’ex Ilva, alle prese con centinaia di milioni di euro di debiti con i fornitori di gas che ora hanno ottenuto il via libera del Tar Lombardia alla chiusura dei rubinetti
La firma di settembre: 2,3 miliardi europei
Mittal va via dopo aver portato Taranto ai minimi storici di produzione, che nel 2023 – lo ha riferito il ministro Urso nell’aula del Senato – si è fermata sotto i 3 milioni di tonnellate di acciaio sfornate. E se ne va nonostante lo scorso settembre abbia firmato un memorandum of undestanding con il ministro per gli Affari Europei, Raffaele Fitto, che prevedeva investimenti pubblici per 2,3 miliardi finalizzati a decarbonizzare l’ex Ilva.
Impegni per il socio privato? Non chiariti. Aveva svelato tutto Il Fatto Quotidiano: il testo è stato firmato lo scorso 11 settembre da Fitto per conto del governo, mentre l’ad Lucia Morselli lo ha sottoscritto per conto di Acciaierie d’Italia e Henk Scheffer e Ondra Otradovec hanno dato il via libera in quota Mittal.
Tutte le promesse italiane
Con quelle cinque pagine, i firmatati hanno concordato “un piano di investimenti di decarbonizzazione aggiornato e potenziato e individuato i relativi finanziamenti pubblici di supporto”. Il piano – da finalizzare entro il 2030 – costa 4,6 miliardi e il governo si è impegnato a mettercene 2,27. Cioè circa il triplo di quanto promesso dallo Stato francese per Dunkerque.
Da dove avrebbe preso i fondi l’Italia? Nell’ambito del Repower Eu o, in subordine, sempre in Europa con i soldi destinati a Sviluppo e coesione (Fsc). Il resto, tra l’altro, non sarebbe arrivato da Mittal ma proprio da Acciaierie d’Italia, partecipata al 38% da Invitalia, che è controllata dal ministero dell’Economia. Proprio come Parigi con la fornitura di energia nucleare, anche il governo italiano aveva promesso una stabilità con l’impegno di dare energia elettrica “a prezzi competitivi”.
La solita litania
Quell’intesa – che non piaceva a Invitalia e a Urso – è stata in ogni caso letteralmente stracciata da Mittal nel giro di due mesi. Il colosso franco-indiano si è rifiutato di sottoscrivere qualsiasi aumento di capitale nell’immediato e lunedì ha dato il definitivo benservito al governo in un incontro a Palazzo Chigi.
Urso ha immediatamente puntato il dito contro i patti parasociali sottoscritti, durante il governo Conte 2, da Mittal e Invitalia definendoli “leonini”. Ed è tornato a sventolare un vecchio cavallo di battaglia: tutto è iniziato con l’abolizione dello scudo penale, decisa dal Conte 1. Lo stesso refrain proposto da Carlo Calenda, l’uomo che assegnò l’Ilva ad ArcelorMittal. “Come volevasi dimostrare – ha scritto – I Cinque Stelle hanno fatto saltare un accordo blindato e vantaggioso (4,2 miliardi) per entrare in società con Mittal in minoranza e con patti parasociali gravemente penalizzanti”. Chiaro il riferimento all’abolizione dello scudo penale, utilizzo da Mittal come grimaldello per tentare una prima fuga nel 2019.
Il vecchio sospetto
Lo scudo è stato poi ripristinato lo scorso anno eppure oggi Mittal ha intenzione di andare via ugualmente nonostante il vantaggioso piano proposto da Fitto a settembre, assai più ricco di quello di Le Maire e senza impegni diretti per i franco-indiani poiché il resto sarebbe toccato ad Acciaierie d’Italia.
E così sembra tornare di moda la tesi sempre sostenuta dai detrattori di Mittal e rilanciata più volte dal presidente dei senatori Pd, Francesco Boccia.
In una recente intervista a Ilfattoquotidiano.it, l’ex ministro aveva ricordato: “Il timore è che l’operazione sia nata più per bloccare quote di mercato dell’ex Ilva che per investire nella produzione di acciaio in Italia”. Il complesso industriale, aveva aggiunto Boccia, è stato dato a una multinazionale che “aveva decine di stabilimenti in Europa, altra cosa sarebbe stata fare dell’ex Ilva la principale base operativa in Europa di un gruppo con inequivocabili radici italiane”.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
FRENA TUTTO IL CENTRODESTRA, CALA ANCHE IL M5S
Frena rispetto alla settimana precedente Fratelli d’Italia, che secondo
il sondaggio Swg per il TgLa7 del 15 gennaio cala al 29% perdendo lo 0,2%.
Recupera terreno il Partito democratico, in risalita dello 0,3% e ora al 19,4%.
Il M5s cala al 16,1%, con una perdita dello 0,3% in una settimana.
La stessa subita dalla Lega, che ora si attesta all’8,8%.
In lieve calo (-0,1%) Forza Italia ora al 7,2%. Stabili Azione al 4% e Italia Viva al 3,5%.
Sale dello 0,2% l’Alleanza Verdi-Sinistra che si porta al 3,4%, mentre cala lievemente +Europa (-0,1%) ora al 2,3%.
Cresce dello 0,2% Italexit per l’Italia all’1,6%, così come Unione popolare all’1,4%.
Flessione dello 0,2% per Noi Moderati ora all’1%.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO LA SCONFITTA SU EXPO, È L’ENNESIMA DIMOSTRAZIONE DI QUANTO CONTI L’ITALIA NEI TAVOLI INTERNAZIONALI: UNA EMERITA MAZZA… LA CAPITALE PERDE UN POTENZIALE INDOTTO DI CIRCA 300 MILIONI EURO ALL’ANNO
L’Autorità europea anti-riciclaggio e contro il finanziamento al terrorismo non si accaserà a Roma. Nonostante la Capitale sia a lungo stata considerata favorita tra le nove pretendenti in corsa in virtù del criterio dell’«equilibrio geografico», non ospitando alcuna agenzia o istituzione comunitaria sul proprio territorio, il governo italiano considera ormai questa una partita persa.
«Non è più considerata una possibilità» spiega infatti al Messaggero una fonte vicinissima alla premier Giorgia Meloni, senza nascondere l’impatto che la mancata ratifica del Mes ha avuto sulla partita. Al punto che se il Mef ha già preventivato di tenere un basso profilo tagliando tutte le spese pubblicitarie per evitare sprechi, la Farnesina e la rappresentanza italiana a Bruxelles hanno rinunciato al ricevimento di sponsorizzazione immaginato fino a poche settimane fa.
Dopo la cocente sconfitta su Expo quindi, Roma incassa una nuova delusione. Il motivo stavolta è da ricercarsi nella girandola di intese economiche e politiche che hanno interessato i Paesi europei alla fine dello scorso anno mentre l’Italia provava ad usare come grimaldello il Mes.
Secondo chi ha seguito da vicino la trattativa, quella della sede Amla è una querelle che starebbe risolvendosi nell’ambito delle trattative su un altro pacchetto di nomine sull’asse Berlino-Madrid. Se la Spagna negli ultimi 6 mesi ha ottenuto che José Manuel Campa guidasse l’Eba (Autorità bancaria europea), e la Germania ha invece piazzato Claudia Buch a capo del consiglio di sorveglianza della Bce; è storia più recente come, grazie proprio al decisivo sostegno tedesco, l’ex vicepremier e ministro dell’Economia spagnola Nadia Calviño sia finita alla presidenza della Banca europea degli investimenti.
Uno scambio di “favori” tutto in salsa socialista – Olaf Scholz e Pedro Sanchez fanno entrambi parte del PSE – ulteriormente ricambiato ora da Madrid. Non solo annullando le sue stesse possibilità di competere come sede dell’Authority (insieme a Riga era l’unica capitale europea in corsa senza altre agenzie di questo tipo) ma soprattutto sostenendo attivamente la candidatura di Francoforte.
In questo modo le possibilità che la sede prescelta sia quella tedesca sono «due su tre». A sperare, in virtù di accordi molto simili a quello franco-spagnolo ma sull’asse dei liberali, è invece Parigi. Ma anche per Emmanuel Macron le possibilità sembrano ridotte al lumicino. Tuttavia è bene precisare che, formalmente, la partita non è ancora chiusa.
Dopo aver ricevuto e valutato tutte le candidature (oltre a Roma, Madrid, Francoforte, Parigi e Riga figurano in lizza anche Dublino, Vilnius, Bruxelles e Vienna) con dei pareri pubblicati pochi giorni fa dalla Commissione europea, la palla passa ora all’Europarlamento e al Consiglio con delle audizioni dei pretendenti previste per il 30 gennaio.
Poi si passerà al voto che l’Italia considera dall’esito scontato. Una sconfitta le cui motivazioni non vanno però ricercate solamente negli accordi tra Sanchez e Scholz, ma anche in una «perdita di potere contrattuale» patita da palazzo Chigi a Bruxelles a causa della mancata ratifica del Fondo Salva stati (il Mes) e dal braccio di ferro innescato sull’adozione delle norme sulla Concorrenza per balneari e ambulanti.
Un fuoco incrociato che se alla lunga «ci farà subire tante piccole sconfitte di questo tipo» – e i timori del governo sono centrati sulla nomina dei prossimi commissari europei – oggi ha come risultato non solo la perdita di un indotto economico significativo per la Capitale (stime approssimative parlano di circa 300 milioni di euro all’anno, grazie ai quasi 450 dipendenti coinvolti) ma anche la mancata riqualificazione delle Torri dell’Eur. I due edifici, ora di proprietà di una controllata di Cdp, da oltre un decennio versano in una condizione di degrado e, per il momento, sembrano destinati a restarci.
(da il Messaggero)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO RITIENI UN POST NON VERITIERO E ATTACCHI L’AUTORE DEVI FORNIRE PROVE CERTE, ALTRIMENTI L’AUTORE DIVENTA BERSAGLIO DI CENTINAIA DI SPOSTATI CHE POSSONO ANCHE DESTABILIZZARE UNA PERSONA E INDURLA AL SUICIDIO
È un duro sfogo contro Selvaggia Lucarelli quello di Fiorina D’Avino,
figlia di Giovanna Peretti, la ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano trovata morta domenica sera 14 gennaio nel fiume Lambro dopo il caso scoppiato sulla recensione nel suo locale.
In una storia pubblicata dal Corriere della Sera apparsa sul suo profilo Instagram privato, la ragazza scrive: «L’accanirsi è pericoloso. Grazie cara “signora” per aver massacrato in via mediatica la mia mamma. Cerchi pure la sua prossima vittima».
La ragazza scrive in rosso commentando un post di Lucarelli di domenica, quando aveva scritto: «La coda del 2023 e l’inizio del 2024 insegnano una cosa sola e molto precisa: i social sono pericolosi. La cattiva informazione è pericolosa. La superficialità è pericoloso. La distanza tra l’altare e la polvere è un nanosecondo».
Dopo qualche ora, la ragazza ha pubblicato un’altra storia, in cui denuncia la pressione a cui è sottoposta la sua famiglia dopo l’esplosione del caso: «Siamo assediati dai giornalisti. Qualcuno li mandi via».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
LUI, OLIGARCA AMICO DI “MAD-VLAD”, PER SDEBITARSI DEL “FAVORE” HA PERMESSO AL CAPO DEL COMMANDO CHE HA GESTITO L’OPERAZIONE, IL SERBO SRDAN LOLIC, DI RAGGIUNGERE IL POLO NORD SU UN AEREO MILITARE RUSSO E PIANTARE UNA BANDIERA DELLA SERBIA… I CINQUE UOMINI DEL COMMANDO “PROTETTI” DALLE AUTORITÀ SERBE, SLOVENE E CROATE
Una colossale beffa per la giustizia italiana. Ma anche per la diplomazia: la narrazione criminale sulla fuga lo scorso 22 marzo dalla casa a Basiglio, hinterland di Milano, dell’affarista russo Artom Uss (ai domiciliari), è ormai un gran caso di geopolitica. Il Corriere aveva già dato conto del diniego della Serbia d’arrestare ed estradare Srdan Lolic, perno del commando dell’evasione, scappato nei Balcani a operazione conclusa.
Ma se restava il mistero sul mandante, un netto indizio ora ce lo svela: come riferito dal giornale di Belgrado Telegraf, Lolic, 51 anni, ha raggiunto il Polo Nord su un aereo militare russo per piantare la bandiera serba. Un (probabile) atto di gratitudine del papà di Uss, l’uomo più potente della Siberia: cioè la terra raggiunta da Lolic prima del trasferimento nell’Artide a meno trenta gradi.
Dunque ci sarebbe il padre, oligarca, amico di Putin, dietro la sparizione dell’affarista, inseguito dagli Usa per associazione criminale e contrabbando di materiale militare. Una storia che stasera verrà ripercorsa — e arricchita di inediti particolari raccolti sul campo — nella trasmissione «Farwest» di Salvo Sottile (su Rai 3 alle 21.20), e che si basa sulle seguenti coordinate.
Cinque gli uomini del commando: Lolic, i connazionali Vladimir Jovancic e il figlio Boris, più Nebojsa Ilic e lo sloveno Matej Janezic. Come per l’uomo atterrato al Polo Nord, così per Ilic e Janezic le autorità serbe e slovene, nonostante le precise indicazioni dei carabinieri di Milano sulla localizzazione dei latitanti, hanno preferito non mettersi alla ricerca, e anzi hanno da subito ostacolato ogni manovra inscenando bizzarri teatrini dinanzi ai nostri investigatori in missione.
Infatti la Cia, l’Agenzia di spionaggio americana che rincorre il sogno di stanare non tanto i complici bensì direttamente Uss (da Basiglio era stato accompagnato in Russia), aveva agganciato Jovancic in Croazia e l’aveva preso in custodia, forse nell’ambito di un accordo finalizzato all’acquisizione di notizie utili per la Grande Caccia all’affarista, 41 anni d’età. Il tutto senza comunicare informazioni alla Procura di Milano, titolare dell’inchiesta.
Sia come sia, in Serbia questo Lolic è un eroe di Stato avendo appunto raggiunto l’Artide e fissato il tricolore rosso, blu e bianco: l’aereo militare sul quale ha viaggiato è speciale, costruito proprio per scendere su piste impossibili; e prima della Siberia, Lolic aveva soggiornato fra gli agi a Mosca dove ha lavorato in passato nella cooperazione economica tra Serbia e Russia.
(da il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
GLI OSPEDALI SOVRAFFOLLATI, LE LUNGHISSIME LISTE DI ATTESA PER UNA VISITA E LA CARENZA DI PERSONALE STANNO SPINGENDO SEMPRE PIU’ PERSONE A RINUNCIARE ALLA SANITÀ PUBBLICA E RIVOLGERSI AL PRIVATO. OPPURE A EVITARE DEL TUTTO LE CURE
La sanità rende sempre più italiani poveri e la povertà fa rinunciare
alle cure un numero di persone via via maggiore. Che le diseguaglianze in sanità stiano crescendo a causa soprattutto dell’ostacolo delle liste di attesa, insormontabile per chi non ha la possibilità di aggirarle pagando, lo confermano i dati ancora inediti del Rapporto annuale del Crea sanità di prossima presentazione. Le famiglie che hanno accusato un disagio economico a causa delle spese sanitarie erano il 4,7% nel 2019, sono salite al 5,2% nel 2020, per arrivare ora al 6,1%, percentuale che in numeri assoluti fa un milione e 580 mila nuclei familiari
Fatte le somme tra chi si impoverisce in corso d’anno per le spese sanitarie e chi va in difficoltà per esborsi improvvisi ed esorbitanti, si arriva in totale quasi al 15% delle famiglie italiane, circa 9 milioni di persone in difficoltà economica per colpa di una sanità pubblica che non ce la fa più a garantire tutto a tutti, lasciando scoperti proprio i più deboli.
Un’altra indagine condotta dall’Università di Roma «Lumsa», in collaborazione con quella del West Virginia, ha poi rilevato un milione e 350 mila famiglie che hanno dovuto dirottare verso l’assistenza sanitaria il 20% dei propri consumi, alimentari a parte. Come dire che per curarsi hanno rinunciato a cambiare abito oppure l’auto oramai troppo in là con gli anni.
Che le cose vadano di male in peggio lo racconta anche l’11° Rapporto sulla povertà sanitaria presentato il mese scorso da Banco farmaceutico, che nei primi 10 mesi del 2023 ha contato 427 mila italiani in condizioni di povertà sanitaria e che per questo si sono dovuti rivolgere alle organizzazioni no profit, ormai un quinto delle strutture sanitarie del Paese.
Solo un anno prima a richiedere aiuto erano stati 386 mila assistiti, che in un solo anno sono quindi aumentati del 10,6%. A rivolgersi al no profit per supplire alla povertà sanitaria sono più i cittadini del Nord. Ma il dato non inganni, perché il Sud è in realtà doppiamente svantaggiato, avendo più persone in difficoltà economica e meno strutture di volontariato che diano una risposta ai loro bisogni. Il no profit è utile non solo per accedere gratuitamente alle cure.
Come dichiara Il presedente della Fondazione Banco farmaceutico, Sergio Daniotti, «tante persone in condizioni di povertà non riescono ad accedere alle cure non solo perché non hanno risorse economiche, ma anche perché, spesso, non hanno neppure il medico di base, non conoscono i propri diritti in materia di salute o non hanno una rete di relazioni e amicizie che li aiuti a districarsi tra l’offerta dei servizi sanitari». La sanità che arranca non fa però solo più poveri in termini di denaro ma anche di salute.
Secondo l’Istat il 7% della popolazione, pari a 4,1 milioni di assistiti, ha del tutto rinunciato alle cure, spesso per l’impossibilità di aggirare le liste di attesa rivolgendosi al privato.
(da la Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
ESCLUSE DAL SOSTEGNO ALTRE 500.000 FAMIGLIE
Si apre il forum economico di Davos, che riunisce le élite internazionali, e Oxfam ha preparato un rapporto che denuncia l’aumento delle disuguaglianze globali con un focus specifico sull’Italia. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti l’anno scorso non è andato, quest’anno invece siederà ai tavoli nelle Alpi svizzere, e per lui c’è il capitolo “Disuguitalia”, parte del report della Ong Disuguaglianza: il potere al servizio di pochi.
L’esecutivo Meloni nel suo primo anno di governo ha deciso di eliminare il reddito di cittadinanza e ha detto no al salario minimo, due scelte errate – emerge dallo studio –, visto che rispettivamente hanno tolto supporto ai meno abbienti e hanno lasciato inalterata la condizione del lavoro povero, mentre il paese viene colpito dall’inflazione.
Il tutto mentre crescono i redditi di miliardari e multimilionari senza che nessuno osi toccarli. I nomi, si legge, sono quelli della lista Forbes, nella top 3, Giovanni Ferrero, Giorgio Armani, Sergio Stevanato. Non c’è più tra i primi cinque Silvio Berlusconi, morto il 12 giugno 2023, che Forbes catalogava insieme ai figli. Gli eredi dopo la suddivisione del patrimonio restano in classifica individualmente: Marina e Pier Silvio Berlusconi, secondo i calcoli di Forbes, hanno oggi un patrimonio di 1,9 miliardi di dollari e si trovano al 40esimo posto.
MILIARDARI E MULTIMILIONARI
Il 2023 ha segnato ancora una volta gli aumenti patrimoniali dei più ricchi. In Italia, tra il 2021 e il 2022 il 20 per cento più povero ha dimezzato la sua quota di ricchezza (passata dallo 0,51 per cento allo 0,27 per cento), mentre il 10 per cento più ricco mantiene la sua fetta, più sostanziosa rispetto al 2020: 68,9 per cento. Alla fine del 2022 il patrimonio netto dell’1 per cento era 84 volte superiore a quello detenuto dal 20 per cento più povero della popolazione.
Dall’inizio della pandemia fino al mese di novembre 2023, il numero dei miliardari italiani è aumentato di 27 unità (passando da 36 a 63) e il valore dei patrimoni miliardari (pari a 217,6 miliardi di dollari a fine novembre 2023) è cresciuto in termini reali di oltre 68 miliardi di dollari (+46 per cento).
Nel corso del 2023 è cresciuto sensibilmente anche il numero dei multimilionari italiani: l’insieme dei titolari di patrimoni finanziari superiori a 5 milioni di dollari ha visto 11.830 nuovi ingressi su base annua. Il valore complessivo dei loro asset è lievitato nel corso dell’anno passato di 178 miliardi di dollari in termini reali.
IL REDDITO DI MELONI
Nel 2022 è cresciuta l’incidenza della povertà, con prospettive di peggioramento. Il reddito di cittadinanza, spiega Oxfam, finora aveva agito da freno. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi netti equivalenti in Italia era rimasta pressoché stabile nel 2021 (ultimo anno per cui le stime distribuzionali sono accertate) rispetto al 2020.
Senza misure Covid e reddito di cittadinanza, nel 2021 il reddito del 20 per cento della popolazione più ricca sarebbe stato 6,4 volte quello del 20 per cento più povero, a fronte di un rapporto di 5,6.
A questo si aggiunge che nel 2022 il fenomeno della povertà assoluta ha mostrato già una maggiore diffusione rispetto all’anno precedente, per colpa del carovita. Poco più di 2 milioni e 180mila famiglie per un totale di 5,6 milioni di individui versavano in condizioni di povertà assoluta, non disponendo di risorse mensili sufficienti ad acquistare beni e servizi essenziali per vivere dignitosamente.
Oxfam lo spiega con i dati e con gli indicatori, estremamente concreti. Sono famiglie che non si sono potute permettere un pasto adeguato una volta ogni due giorni o che non hanno potuto riscaldare adeguatamente casa. Per loro niente automobile o mobili nuovi, con l’ansia dei ritardi nel pagamento di bollette, affitti o mutui. Su base individuale nemmeno svaghi fuori casa, anche solo incontrare gli amici per bere e mangiare insieme almeno una volta al mese.
L’incidenza della povertà a livello familiare è passata in un anno dal 7,7 all’8,3 per cento, mentre quella individuale è cresciuta dal 9,1 al 9,7 per cento. L’inflazione, ha «i suoi impatti più incisivi sulle famiglie a bassa spesa rispetto a quelle benestanti. – ha commentato Maslennikov -. La dinamica del 2023 risentirà verosimilmente del rallentamento dell’economia nazionale».
Le famiglie, spiega ancora, non potranno fare affidamento sui propri risparmi, mentre le misure del nuovo reddito di inclusione, presentato con grande enfasi dalla presidente Giorgia Meloni il Primo maggio scorso, «segmentano la platea dei poveri secondo discutibili criteri di meritevolezza». Considerando inoltre che i beneficiari potranno ridursi di 500mila unità rispetto alle famiglie eleggibili per il reddito di cittadinanza. Sono nuove misure «destinate ad aumentare la disuguaglianza, l’indigenza e l’esclusione sociale».
LAVORO DISEGUALE
Alcuni segnali positivi, come il tasso di occupazione al 61,3 per cento per le persone tra i 15 e i 64 anni di età, non sono poi così positivi. Esaminando da vicino la dinamica tra il terzo trimestre del 2022 e il corrispondente trimestre del 2023, emerge che il tasso di occupazione tra i 15 e i 24 è pressoché invariato.
Tra i 25 e i 39 anni aumenta perché diminuisce la popolazione di riferimento. Il vero picco è nelle classi di età più anziane, tra i 55 e gli 89 anni di età.
Geograficamente il Mezzogiorno è ancora penalizzato, mentre persistono in tutta la penisola la stagnazione salariale, la bassa produttività e i ritardi occupazionali, bassa qualità lavorativa di giovani e donne, infine il ricorso al lavoro atipico che amplia le fila dei working poor.
Maslennikov conclude: «L’opposizione al salario minimo legale è una scelta emblematica di un profondo disinteresse a tutelare i lavoratori meno protetti, impiegati in settori in cui la forza dei sindacati è minima».
Oxfam raccomanda al Governo di intervenire, pensando non solo al reddito di cittadinanza e al salario, pur necessari, ma anche all’introduzione di un’imposta progressiva sui grandi patrimoni: rivolta allo 0,1 per cento più ricco della popolazione con un patrimonio netto individuale sopra i 5,4 milioni di euro porterebbe un gettito tra i 13,2 e 15,7 miliardi di euro all’anno. Una misura da accompagnare a una seria lotta all’evasione.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 15th, 2024 Riccardo Fucile
OSTELLARI: “RISPETTO ZAIA, MA NON LA PENSO COME LUI”
Domani, 16 gennaio, i consiglieri regionali veneti voteranno il
progetto di legge sul suicidio medicalmente assistito
«Lo Stato non deve aiutare a morire, ma a vivere nelle migliori condizioni possibili». A dirlo in un’intervista al Mattino di Padova è il sottosegretario alla Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, alla vigilia del voto in Veneto sul progetto legislativo «Liberi Subito», presentato dall’Associazione Luca Coscioni, sul fine vita.
Per Ostellari, che si è detto «contro l’accanimento e contro l’eutanasia», serve un limite. «Altrimenti il rischio – continua – è che in Italia accada quello che sta accadendo in altri Paesi» come ad esempio «in Canada – precisa – dove pensano all’eutanasia per tossicodipendenti». Domani, martedì 16 gennaio, i consiglieri regionali sono chiamati a votare un progetto di legge che regolamenta le procedure e i tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito.
Sul tema il M5s voterà a favore, FdI contro; il Pd è spaccato e la Lega divisa. Il presidente della Regione, Luca Zaia, si è detto fin da subito favorevole al testo. Eppure, il partito non è tutto con lui. «Rispetto la posizione del governatore e comprendo gli amministratori, trovandosi in prima linea siano sollecitati a dare risposte», – afferma Ostellari, sottolineando come nella Lega «non ci siano due anime». Bensì «un movimento autonomista la cui vocazione è raccogliere e rappresentare i territori e le loro voci», conclude il sottosegretario.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »