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MATTEO SALVINI MEDITA DI PIAZZARE IL GENERALE VANNACCI COME CAPOLISTA IN TUTTE LE CIRCOSCRIZIONI ITALIANE, SCATENANDO L’INDIGNAZIONE DEI COLONNELLI LEGHISTI: “COSÌ SALTA IL PARTITO”

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

CON I SONDAGGI CHE DANNO IL CARROCCIO ALL’8,9%, GIÀ MOLTISSIMI PERDERANNO IL SEGGIO. E VALORIZZARE UN ESTERNO PUÒ FAR DEFLAGRARE I NEMICI INTERNI DEL SEGRETARIO (CHE SONO MOLTI)

La «richiesta di sacrificio» di Matteo Salvini agli eurodeputati uscenti. Per la necessità di fare, il più possibile, il pieno dei voti: «Purtroppo — avrebbe detto — non potrò guardare in faccia nessuno. Le liste andranno fatte come serve».
Ma se i voti sono indispensabili, e lo sono, la possibilità conseguente — e inaudita — è che il generale Roberto Vannacci possa essere il capolista in tutte e cinque le circoscrizioni italiane. Perché, avrebbe ricordato il leader leghista, i voti di ciascuno, in elezioni con sistema proporzionali, sono preziosi.
Salvini non ha detto che il generale sarà candidato ovunque, anzi: si è limitato a raccontare di averlo incontrato senza avere ancora avuto la risposta definitiva. Eppure, la sensazione nettissima è che l’idea sia proprio quella: fino a ieri, tutti i leghisti ritenevano l’ipotesi «non improbabile ma impensabile».
Il malumore degli altri possibili candidati è comprensibile, ma anche chi non c’entra con le Europee è perplesso: «Così salta il partito…». Il problema è che già molti degli uscenti perderanno il seggio, anche salviniani della prima ora: nel 2019 la Lega era al 34%, ieri sera il sondaggio per La7 accreditava il partito all’8,9%.
Colpa anche, secondo Salvini, dei media che sulla Lega sono sempre in postura d’attacco. Fatto sta che mai si era sentito un esterno a un partito diventare l’unico candidato per tutte le circoscrizioni. Senza contare che anche il candidato del Sud, il re delle cliniche molisane Sandro Patriciello, alla Lega è approdato da Forza Italia soltanto negli ultimi mesi. Insomma, sbuffa un parlamentare senza personali interessi nelle Europee, «sarà una Lega senza Lega».
(da il Corriere della Sera)

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SALVINI SI SENTE ACCERCHIATO E HA PAURA DELLA BATOSTA ELETTORALE

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

SERVONO NOMI FORTI, MA I GOVERNATORI SI SONO CHIAMATI FUORI. E LA SUGGESTIONE VANNACCI CAPOLISTA RISCHIA DI SPACCARE IL PARTITO

Solo i leader possono risolvere l’incastro delle regionali, ma sarà complicato anche per loro. Oggi la premier e i suoi vice si vedranno per il Consiglio dei ministri
Certo, la vigilia dell’incontro tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani non è serena. Il leader della Lega evita di fare i nomi degli alleati, ma allude significativamente.
Il ministro dei Trasporti parla ai pesi massimi del suo partito e in qualche modo denuncia la tracotanza di Fratelli d’Italia «non possono pretendere di imporre i loro candidati dappertutto». La premier viene citata indirettamente, attraverso un paragone: «Berlusconi sapeva essere generoso, il suo era il primo partito, ma non lo faceva pesare nei territori, dimostrando di essere un leader di coalizione. La sua grandezza non dipendeva da quanta gente piazzasse, ma dalla sua qualità umana».
I toni di Salvini sono bassi, ma qui e là emergono spigolature: «Non bisogna penalizzare i territori», dice, riferendosi alla decisioni prese a Roma e non a livello locale. In ogni caso «la Lega resta sempre collaborativa, ma occorre rispetto reciproco nella coalizione».
Matteo Salvini trasforma il Consiglio federale della Lega in un sorta di “gabinetto di guerra” e avverte i suoi: «Le Europee saranno fondamentali, c’è il rischio della polarizzazione del voto: bisogna darsi da fare». Lo spettro è l’affermazione degli alleati nel centrodestra, FdI in testa, ma anche Forza Italia, con la Lega che nel 2019 aveva preso il 34,3 per cento ridotta a poco più di un quarto.
Salvini è preoccupato: per le Europee servirebbero candidati forti, ma sa che i tre governatori leghisti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana, gli hanno risposto picche. Mentre il corteggiatissimo generale Roberto Vannacci ieri è stato l’unico citato dal segretario della Lega ma, come il vicepremier pare sia stato costretto ad ammettere, «non ha detto ancora sì».
Sulle Regionali, la trattativa con FdI e Forza Italia resta in stallo. Salvini ribadisce la posizione sui governatori uscenti che andrebbero «tutti ricandidati», ma è costretto ad ammettere che sulla riconferma di Christian Solinas in Sardegna è ancora tutto fermo.
Salvini, insomma, resta stretto tra due fuochi. Da una parte il segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, che per le Regionali chiede la «conferma di Bardi in Basilicata e di Cirio in Piemonte: in Sardegna FI non presenterà candidati» e per le Europee apre alla sua candidatura: «Non escludo di farlo», dice.
Dall’altra Giorgia Meloni, che non cede sull’isola, anche se la deputata di FdI Ylenia Lucaselli assicura che «i leader troveranno un accordo come sempre». Il numero uno della Lega si accontenta per ora dell’aumento degli iscritti «superiore al 10%», ma sollecita «il massimo impegno affinché i prossimi mesi siano ancora più positivi».
Sostiene che «il gruppo Identità e democrazia, oggi formato da sessanta europarlamentari, secondo i sondaggi può arrivare ad averne almeno cento». Aggiunge che per la Lega «il centrodestra unito è un valore in Italia e non solo. Per noi la compattezza è fondamentale anche in Europa», ma poi, pur non citando Tajani non rinuncia a sottolineare che «chi divide dicendo no a Marine Le Pen fa il gioco della sinistra». […] Al capogruppo della Lega in Senato Massimliano Romeo, alla fine, non resta che lasciare via Bellerio con un laconico: «Andrà bene, una quadra si troverà di sicuro». Ma la quadra per ora è ancora lontana.
(da La Stampa)

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LA VITTORIA DI TRUMP AI CAUCUS IN IOWA È MERITO SOPRATTUTTO DELL’APPOGGIO DEGLI EVANGELICI, CHE VEDONO IN “THE DONALD” UNA SPECIE DI NUOVO MESSIA

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

POCO IMPORTA SE L’EX PRESIDENTE, TRA CORNA E DIVORZI, NON SIA ESATTAMENTE UN “BUON CRISTIANO”: GLI EVANGELICI LO VEDONO COME L’UNICO IN GRADO DI TUTELARE I LORO INTERESSI (È SEMPRE UNA QUESTIONE DI SOLDI)

«Il 14 giugno del 1946, Dio guardò dall’alto in basso verso il paradiso da lui progettato, e disse: ‘Ho bisogno di un custode’. Quindi Dio ci diede Trump». Comincia con queste parole il video che ormai presenta Donald a tutti i comizi elettorali. Un’investitura messianica, per salvare la Terra dal collasso politico e morale.
Non tutti hanno apprezzato, per la verità. Come ha confessato al Washington Post il pastore della Fort De Moines Church of Christ, Michael Demastus: «Il video ha urtato molti, incluso me. Perché Trump non è il nostro messia o l’erede al trono divino. E poi è inaffidabile sul bando nazionale dell’aborto». Il punto però è che molti evangelici ormai lo vedono così, […] Secondo l’ultimo sondaggio ripreso dal Wall Street Journal , il 51% degli evangelici dell’Iowa vota Trump, contro il 26% schierato con DeSantis e il 12% rassegnato a Haley. Da qui il vantaggio di 28 punti che aveva nel rilevamento del Desoines Register, pubblicato prima dei caucus di ieri sera
Nel 2016, ultimo caucus pre Covid dell’Iowa, non era andata così. Il senatore Ted Cruz aveva battuto di un soffio Trump, proprio perché gli evangelici alla fine non se l’erano sentita di votare per uno che, fra l’altro, aveva pagato la porno star Stormy Daniels per nascondere la relazione sessuale avuta con lei, mentre la moglie Melania metteva al mondo il loro figlio Barron.
Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù ci aveva avvertiti che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra. Però l’indifferenza degli evangelici per i peccati di Trump, purché dia loro ciò che vogliono, sta diventando patologica.
Quindi se Dio sceglie un adultero reo confesso, per cancellare la sentenza Roe vs Wade con cui la Corte Suprema aveva legalizzato l’aborto negli Usa, lui diventa l’Unto del Signore. E lo stesso vale per immigrazione, guerre culturali nelle scuole, diritti dei gay, tagli alle tasse, persino l’assalto al Congresso, le 91 incriminazioni penali o gli ammiccamenti ai dittatori.
L’Iowa che per due volte aveva votato Obama non esiste più, anche perché i giovani progressisti si sono rassegnati e stanno abbandonando le regioni rurali dello stato per andare a vivere nelle città di Minnesota, Illinois, magari Wisconsin. Resta da capire se questa svolta conservatrice riconsegnerà a Trump solo l’Iowa, o l’intera America.
Non deve dunque stupire però che Trump sia sostenuto e amato soprattutto dagli evangelici, il segmento elettorale di quello che per decenni è stata la colonna portante del conservatorismo di matrice reaganiana e bushiana.
Secondo il teologo Adam Kotsko, gli evangelici vedrebbero Trump non come un leader ipocrita che va raramente in chiesa e ha una conoscenza a dir poco sommaria del testo biblico, ma come la prova che Dio agisce anche usando strumenti imperfetti.
In un vecchio articolo del novembre 2018 intitolato “The Political Theology of Trump”, Kotsko si spingeva oltre, dicendo che per molti l’allora presidente rappresentava qualcosa di più.
Il disprezzo del tycoon per la vecchia leadership evangelica è stato forse esemplificato dalla scelta di una delle figure più visibili della campagna elettorale dell’ex presidente, l’ex candidata governatrice dell’Arizona Kari Lake, anche lei non nota per la sua grande Fede, di ascoltare il servizio domenicale nella chiesa frequentata da Vander Plaats a Soteria, un sobborgo nel Sud-Ovest di Des Moines.
Apparentemente solo per ragioni religiose, anche se agli osservatori è apparsa come una prova di forza del cerchio magico trumpiano.
(da La Repubblica)

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NIENTE GARE: IN ITALIA VINCE SEMPRE IL “LIBERI TUTTI”

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

LA BOZZA IN CONSIGLIO DEI MINISTRI: SI POTRANNO AUTOCERTIFICARE I DOCUMENTI

Altro G7 a presidenza italiana, altre opere pubbliche affidate senza bando di gara. Come già avvenuto nel dicembre 2016 in vista del G7 di Taormina del maggio 2017, con una norma emanata dal governo guidato da Paolo Gentiloni del Pd, anche il governo di Giorgia Meloni affiderà alla procedura negoziata gli interventi infrastrutturali per la realizzazione degli eventi di quest’anno della presidenza italiana del G7.
Lo prevede una bozza del decreto legge che arriverà oggi all’esame del Consiglio dei ministri. Ma non basta: oltre all’affidamento diretto, saltano anche le procedure sul rilascio sul Documento unico di regolarità contributiva, il Durc, che le imprese aggiudicatarie dei lavori – il cui elenco e importi non sono ancora noti – potranno autocertificarsi. Una vera deregulation per le opere connesse ai 22 summit, che oltre a quello dei capi di Stato e di governo in Puglia prevedono altre 21 riunioni ministeriali in giro per l’Italia. Opere i cui benefici andranno anche ai privati.
La bozza del decreto che sarà esaminata oggi dal governo stabilisce che “agli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi da aggiudicare da parte del Commissario di governo per la realizzazione degli interventi infrastrutturali connessi con la presidenza italiana del G7 e con lo svolgimento in Italia del vertice di capi di Stato e di governo programmato per i giorni dal 13 al 15 giugno 2024, si applica la procedura negoziata senza pubblicazione di un bando di gara anche per gli appalti di importo superiore alle soglie di rilevanza europea, sulla base di una motivazione che dia conto, per i singoli interventi, delle ragioni di urgenza e della necessità di derogare all’ordinaria procedura di gara, per motivi strettamente correlati ai tempi di realizzazione degli stessi nei termini necessari a garantire l’operatività delle strutture a supporto” della presidenza del G7. Ove previsto, “resta salvo il ricorso alle procedure di affidamento diretto”.
Ancora non sono note la mappa e il costo delle opere per il G7: per ora si sa che i 23 appuntamenti (e le relative opere) si terranno in 21 luoghi sparsi sul territorio nazionale. Tra i summit, a Capri si terrà la riunione dei ministri degli Esteri. In Puglia, nel resort extralusso di Borgo Egnazia di Savelletri (Brindisi) si terranno l’incontro dei ministri dell’Economia (23-26 maggio) e il vertice dei capi di Stato e governo (13-15 giugno). La struttura di proprietà di Aldo Melpignano è stata scelta personalmente da Giorgia Meloni nel giugno scorso. A Verona e Trento avranno luogo i focus su industria, tecnologia e digitale; a Milano l’incontro sui trasporti; a Torino quelli su clima, energia e ambiente. Venezia ospiterà il summit sulla giustizia, Stresa la riunione sulle finanze, Trieste quella sull’istruzione. Bologna e Forlì saranno sede degli incontri su scienza e tecnologia, Villa San Giovanni e Reggio Calabria di quelli sul commercio, Genova sullo sviluppo urbano. Cagliari ospiterà le riunioni su lavoro e occupazione, Positano i meeting sulla cultura e Siracusa sull’agricoltura, di Interni si parlerà ad Avellino e di Pari opportunità a Matera, di Salute ad Ancona, di Inclusione e disabilità a Perugia e Assisi. Fiuggi, Pescara e Napoli ospiteranno i summit ministeriali su Turismo, Esteri e Sviluppo.
Ma i regali non sono finiti: il decreto prevede che le ditte assegnatarie possano autocertificare il proprio Durc, salvo verifiche successive. Quella sul Durc è “una porcheria gratuita, anche perché ormai il Documento si rilascia in meno di 24 ore… L’autocertificazione, al di là dello specifico evento (il G7 sarà sicuramente monitorato), è un pericoloso precedente”, dichiara un esperto del settore. Parole che ricordano quelle del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, contro l’assegnazione delle opere pubbliche connesse al G7 a Taormina senza gara, in deroga al Codice degli appalti. In audizione alla Commissione Bilancio della Camera, il 18 gennaio 2017 Cantone aveva espresso tutta la sua perplessità e il timore di infiltrazioni di imprese legate all’economia criminale. Chissà se queste obiezioni oggi risuoneranno anche a Palazzo Chigi.
(da ilfattoquotidiano.it)

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ERARIO SEMPRE PIU’ AMICO DEI POTENTI. STRANGOLATI DAI MONOPOLI

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

GLI STATI SONO IMPOTENTI O CORRONO IN SOCCORSO DI CHI NON HA BISOGNO

Il rapporto annuale di Oxfam sullo stato delle disuguaglianze nel mondo quest’anno ha un titolo molto esplicito, “Disuguaglianza: il Potere al servizio di pochi”. Secondo gli analisti di Oxfam, infatti, dai microchip alla farmaceutica e all’agricoltura, «viviamo in un’era di immenso potere monopolistico, che consente alle grandi corporation di controllare i mercati, stabilire le regole del gioco e godere di rendite di posizione senza timore di perdere il giro d’affari».
Ciò avviene in tutti i settori, incluso quello primario, dell’agricoltura. Basti pensare che mentre 25 anni fa il 40 per cento del mercato delle sementi era controllato da 10 multinazionali, oggi questo stesso potere di controllo appartiene a due sole. Come avviene per i farmaci, dove le multinazionali controllano la maggior parte dei brevetti e di fatto impongono i propri prodotti e prezzi anche nelle zone più povere del mondo, ostacolandone la possibilità di ricevere cure adeguate, anche l’agricoltura deve sottostare al potere dei monopoli.
I decisori politici a livello nazionale non solo hanno spesso le armi spuntate rispetto ad aziende sfuggenti dal punto di vista della loro collocazione residenziale e alla competizione dei cosiddetti paradisi fiscali, ma spesso favoriscono l’accumulazione concentrata di ricchezza con politiche fiscali fortemente squilibrate a favore delle rendite finanziarie e con la riduzione delle imposte societarie.
Prelievo ridotto
L’aliquota media sui redditi societari dal 1980 si è più che dimezzata nei Paesi Ocse passando dal 48% nel 1980 al 23,1 per cento nel 2022. Si è anche ridotto il prelievo sugli utili distribuiti agli azionisti e sulle plusvalenze. Di conseguenza, la ricchezza dei grandi ricchi è aumentata notevolmente, mentre una larga fetta di lavoratori ha visto il proprio potere d’acquisto ridursi in termini reali e il lavoro povero, perché poco pagato e/o perché a termine o a part time involontario, è aumentato, accompagnato dall’indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori.
Questo andamento generale vale anche, per alcuni aspetti in modo accentuato (ad esempio la perdita di potere d’acquisto dei salari), per l’Italia. Nei 23 anni intercorsi tra l’inizio del nuovo millennio e la fine del 2022, le quote di ricchezza nazionale netta detenute rispettivamente dal 10% più ricco e dalla metà più povera della popolazione italiana hanno mostrato un andamento divergente.
La quota di ricchezza detenuta dal top-10% è cresciuta di 3,8 punti percentuali nel periodo 2000-2022, mentre la quota della metà più povera degli italiani ha mostrato un trend decrescente, riducendosi complessivamente nello stesso periodo di 4,5 punti percentuali.
Non solo, il Rapporto osserva che tra i paesi Ocse l’Italia si colloca oggi ai primi posti per la disuguaglianza di reddito disponibile. Dopo un periodo di riduzione tra l’inizio degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, le disparità reddituali sono infatti cresciute sensibilmente all’inizio degli anni Novanta, rimanendo a un livello elevato fino al 2015 e aumentando ulteriormente nel 2020.
Meccanismo inceppato
Si aggiunga che la persistenza intergenerazionale della povertà è molto più intensa in Italia rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, a motivo della debolezza, quando non inesistenza, dei meccanismi che in un paese democratico dovrebbero aiutare a rompere il circolo vizioso della povertà, dalla scuola, al funzionamento del mercato del lavoro, al sistema di welfare.
In questa prospettiva, il Rapporto è molto critico nei confronti della riforma del sostegno a chi si trova in povertà promulgata dall’attuale governo, perché, senza correggere se non marginalmente le criticità del Reddito di cittadinanza, ritorna a forme di categorialismo spinto da cui l’Italia stava cercando di uscire a fatica e tardivamente e che lasceranno senza protezione, o con protezione inadeguata, centinaia di migliaia di famiglie e persone.
I motivi dell’aumento della disuguaglianza non sono tuttavia imputabili solo al governo attuale, anche se questo li ha in parte accentuati, ad esempio con l’allargamento delle possibilità di ricorso a contratti di lavoro non standard e ai voucher, l’ulteriore frammentazione di un sistema fiscale gravato da iniquità e intrasparenza, la riedizione dei condoni, l’incoraggiamento di fatto alla parziale evasione fiscale.
Ma la storia è più lunga e chiama in causa in misura maggiore o minore tutti i governi che si sono succeduti dall’inizio del secolo e anche prima: appunto un sistema fiscale frammentato e intrasparente, che tassa più il lavoro che il capitale mobiliare e immobiliare, in un paese in cui la quota dei redditi da lavoro sul Pil è in calo da anni e il prelievo sul lavoro supera di tre volte quello su profitti, rendite ed interessi, tassazione sull’eredità irrisoria e largamente inferiore a quella applicata in altri paesi a noi vicini. Chiama in causa anche le responsabilità delle imprese in un mercato del lavoro, ove dagli anni ‘90 del secolo scorso è aumentato a dismisura, anche per la debolezza dei sindacati, il lavoro non standard, specie tra le donne e i giovani.
Retribuzioni basse
Secondo gli estensori del Rapporto, infatti, il principale canale che ha prodotto l’incremento della disuguaglianza retributiva tra il 1991 e il 2021 è rappresentato, nelle conclusioni degli autori dell’analisi, dall’aumento della dispersione dell’intensità del lavoro. Una più marcata correlazione tra le retribuzioni settimanali e il numero di settimane lavorate ha anche contribuito ad ampliare i divari tra salari bassi e quelli alti.
Il Rapporto avanza alcune proposte per interrompere la tendenza alla crescita dei divari. Difficile che questo governo le prenda in considerazione.
Ma senza affrontare seriamente e sistematicamente le crescenti diseguaglianze la stessa sostenibilità diventa difficile.
(da La Stampa)

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LA LEGA NON HA MAI ABBANDONATO L’OBIETTIVO DELLA SECESSIONE

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA ATTENTA ALLE BASI DELL’UNITA’ NAZIONALE E FRANTUMA I PRICIPI DI SOLIDARIETA’ TRA TERRITORI E CITTADINI

«Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista», scriveva Edgar Allan Poe. La Lega Nord deve essersi abbeverata a quella fonte perché sta mettendo da anni ben in vista cioè che vuole nascondere: il tentativo di procedere alla secessione.
Non è una vera e propria ossessione, ma una caratteristica genetica, come usano dire gli scienziati politici che si occupano di partiti. La difesa delle regioni settentrionali e dei suoi interessi è la ragion d’essere della Lega anche sotto le mentite spoglie di una fasulla Lega nazionale
IL VERO OBIETTIVO LEGHISTA
La storia leghista rispetto alla questione nazionale è lineare, cristallina. Un partito che dalle origini non si identifica con lo stato/nazione nato nel 1861, che contesta la centralità politica ed istituzionale di Roma e che promuove in lungo e in largo coerenti azioni che minano l’unità nazionale.
I programmi, le dichiarazioni, le azioni, i proclami, le manifestazioni, la cultura politica e l’universo valoriale sono in netto contrasto con l’Italia in quanto stato e con la sua Costituzione. La Lega Nord lo ribadisce coerentemente da trent’anni.
Il secessionismo è rimasto acquattato pronto a dare l’assalto finale alla fragile struttura statale nazionale. Gli atti politici della Lega parlano chiaro e quelli normativi e legislativi ancora di più.
Avendo appreso le buone maniere e i regolamenti parlamentari, i facinorosi “barbari sognanti” (Roberto Maroni dixit) hanno cambiato strategia. Non le urla ancestrali del Senatur, ma una strategia molto più affinata (non raffinata, non è un refuso), ma in grado di infierire un colpo ferale allo Stato.
Un atto eversivo, come la Secessione di bossiana memoria, come la divisione in tre repubbliche proposta da Gianfranco Miglio (Padania, Etruria, Mediterranea).
LA LEGA SMASCHERA LA SUA NATURA
Dire “Roma ladrona”, “basta terroni”, parlare di lobby del sud e di sfruttamento della laboriosità nordista è oggi meno attraente. Meglio indorare la pillola e far trangugiare al Sud l’amaro calice, lasciando pensare ai cittadini meridionali che si tratti di un atto di generosità nei loro confronti. Con la correità di amministratori locali e parlamentari eletti nel Meridione.
Il progetto di riforma “Autonomia differenziata” attenta alla basi dell’unità nazionale, frantuma i principi di solidarietà tra territori e cittadini, divide la comunità, disintegra i cardini della statualità introducendo surrettiziamente una cooperazione ex post.
Il risultato è che avremmo regioni meno ricche e regioni più ricche con l’aggravante che non esisterà un principio di tenuta sociale, di aggregazione e mutuo sostegno. Tutte le proposte del senatore Calderoli, un falco in materia di proposte sulla divisione dell’Italia, contengono vaghi riferimenti a compensazioni, a possibili vantaggi sistemici una volta che la riforma andasse in porto.
IL PROGETTO SFASCIA ITALIA
Il progetto sfascia Italia della Lega (nord) è sostenuto da Fratelli d’Italia in cambio dell’approvazione della riforma costituzionale sulla forma di governo.
Ne deriva che la Secessione dei ricchi (Gianfranco Viesti, Laterza) è l’orizzonte assai plausibile che scaturirebbe dalla riforma leghista. Le risorse finanziarie sarebbero appannaggio delle regioni settentrionali, le quali non a caso hanno richiesto competenze autonome su oltre venti materie di politiche pubbliche.
In termini decisionali non è chiaro chi deciderebbe su grandi opere, trasporti, reti energetiche, comunicazioni. Il Ponte sullo Stretto è un esempio di inganno e sottrazione di risorse: venduto dal ministro della falsificazione storica quale infrastruttura utile al sud (e perciò avversato da parte della Lega) è costato la sottrazione di 1,6 miliardi dal Fondo di coesione sociale a Sicilia e Calabria, il cui presidente di giunta tace forse inconsapevole o colpevole, proprio perché opera locale pagata dai “locali”.
CITTADINI DISEGUALI A LOCRI E A VARESE
Il decentramento ha aspetti positivi e nessuna forma di neocentralismo può essere immaginata. Diverso però è quando le regioni, le più ricche, chiedono (come fatto da Veneto e Lombardia) di trattenere sul territorio il gettito fiscale.
La discussione sui livelli essenziali delle prestazioni da erogare in ogni parte del territorio è forviante e furfante: avere 22 sistemi territoriali di gestione di materie fondamentali è il contrario dell’uguaglianza per come stabilito nell’articolo 3 della Carta, che così sarebbe violata.
C’è poi un grande assente nel dibattito. L’opposizione è troppo cauta e divisa. Molti, troppi nel Pd sono stati accomodanti, indulgenti, complici, culturalmente inclini a pensare che il sud sia una battaglia persa.
Il divario Nord/Sud esiste su molti fronti ed ha tratti drammatici, ma non si cura la malattia amputando un arto. Serve una mobilitazione forte, costante, capillare, consapevole. Oggi un cittadino di Locri e una di Varese sono diversi quanto a risorse e opportunità, ma formalmente uguali in termini di garanzie e diritti. Domani sarebbero figli di due patrie.
(da editorialedomani.it)

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SANGIULIANO, MINISTRO CHE SCOPRE TEMPLI E SI INVENTA LE VITTORIE

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

NEL VARIEGATO MONDO DEGLI “SCAPPATI DI CASA” MELONIANI, L’AMENO GENNARO HA UN RUOLO DI PRIMO PIANO

Nel variegato mondo degli “scappati di casa” (con rispetto parlando) meloniani, l’ameno Gennaro Sangiuliano ha un ruolo di primo piano. Dotato di un bel faccione che suscita subito (e temiamo involontariamente) allegria in chi lo osserva, Sangiuliano (nato a Napoli nel 1962) ha una voce Wikipedia molto ricca, esaltante e ancor più benevola (per non dire agiografica). L’esimio ministro della Cultura ci perdonerà però se continuiamo a ritenere che il suo merito principale non sia la vicedirezione di Libero (il direttore era Feltri) o l’irrinunciabile saggio Quarto Reich – come la Germania ha sottomesso l’Europa (co-scritto proprio con Feltri), bensì la spiccata disistima che pare nutrire per il tuttora sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi, che resta inchiodato alla poltrona nonostante la quintalata di scandali che lo stanno travolgendo (complimenti Meloni!). Un uomo che mal tollera Sgarbi ha a prescindere la nostra simpatia, anche se al tempo stesso Sangiuliano (o “Sangennaro”, come lo hanno battezzato nel settembre scorso al Tg2) fa di tutto per sabotarsi da solo.
Di lui, prima del suo approdo al dicastero della Cultura bruciando la concorrenza di candidati assai più idonei come (per dirne uno) Giordano Bruno Guerri, si conosceva (poco) giusto la sua esperienza televisiva come vicedirettore del Tg1 prima (il direttore era Minzolini) e direttore del Tg2 poi (quota Lega, dal 2018 al 2022). Innumerevoli i suoi servizi da Pulitzer, su tutti quelli dedicati alla famosa casa di Montecarlo di Gianfranco Fini. Divenuto ministro, Sangiuliano ha deciso sin dall’inizio di ambire con ogni mezzo al “Toninelli Prize”, ovvero il titolo di gaffeur per antonomasia. Per quanto la concorrenza in tal senso sia altissima nel governo meloniano, va detto che Sangiuliano – quanto a gaffe – ha pochi rivali. Non si riesce a stargli dietro, e la lista dei suoi inciampi nasce fatalmente incompleta a prescindere. L’ultimo suo capolavoro, raccontato ieri dal Fatto, è stato l’annuncio in pompa magna della scoperta di “due nuovi templi dorici nel parco archeologico (…) nella zona occidentale dell’antica città di Poseidonia-Paestum, a ridosso della cinta muraria e a poche centinaia di metri dal mare”. In realtà la scoperta non è nuova per niente, visto che il primo tempio era stato ritrovato 5 anni fa con tanto di foto, ma Sangiuliano è così: quando c’è da pavoneggiarsi, è sempre in prima fila. Come quando, l’estate scorsa, si vantò che la mostra da lui inaugurata agli Uffizi di Firenze il 15 giugno – insieme a La Russa – avesse “superato il traguardo dei 300 mila visitatori”. Piccolo particolare: la mostra era gratuita, quindi era impossibile conteggiare con esattezza i visitatori. E poi gli eventuali 300 mila appassionati erano andati lì per vedere gli Uffizi, e soltanto in un secondo momento per visitare (eventualmente) anche la mostra del mitico “Genny”. Sangiuliano è così: non avendo vittorie da esibire, le inventa. Esulta a caso. E si impossessa pure di improbabili padri nobili: “Dante padre del pensiero di destra”, arrivò infatti a dire il nostro eroe, durante un altissimo brainstorming di cervelli con l’accattivante intervistatore Pietro Senaldi. Livelli incommensurabili. Gli stessi che lo portarono ad ammettere che non aveva letto i libri candidati al Premio Strega, salvo poi arrampicarsi sugli specchi – resosi tardivamente conto della figuraccia – con esiti ancor più esiziali. Che lo spinsero su Instagram a vantarsi (ancora!) degli incassi degli accessi al Pantheon, lasciando però nel testo un avanzo di conversazione privata che non avrebbe dovuto certo essere pubblicata (“Va bene come copy?”). E che, stremato dai meme e dagli sfottò di cui è, ahinoi, vittima, lo hanno portato comicamente a diffidare Un giorno da pecora dal prenderlo in giro. Povero Genny, com’è cattivo il mondo con te!
(da Il Fatto Quotidiano)

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TUTTI I FURTI DEI SOVRANISTI AL SUD: DAI 7,6 MILIARDI DEL PNRR AL FONDO PEREQUATIVO

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

E LA LEGA ASSESTA IL COLPO DI GRAZIA CON L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

La riforma leghista targata Roberto Calderoli sull’Autonomia differenziata approda in Aula in Senato oggi. Le opposizioni sono sulle barricate perché sono sicure che dalla riforma arriverà un altro colpo mortale al Mezzogiorno.
Oggi in molte piazze d’Italia ci saranno i presidi del Comitato contro l’Autonomia differenziata, a partire da Napoli. Un rapporto Eurispes, qualche anno fa – ha spiegato Mariolina Castellone, senatrice del M5S e vicepresidente del Senato – ci disse che dall’approvazione del nuovo titolo V della Costituzione erano stati sottratti al Sud circa 46 miliardi l’anno per il mancato rispetto della famosa regola del 34%, ovvero la percentuale di spesa che si sarebbe dovuta dirottare sul Mezzogiorno in proporzione alla sua popolazione.
Svimez arrivò a calcolare uno scippo da 60 miliardi l’anno a causa dell’insistenza sul criterio della spesa storica per la distribuzione delle risorse: se per esempio una determinata area non aveva asili, ma un fabbisogno dimostrato dall’esistenza di tanti bambini, si ritrovava con zero risorse perché la ‘spesa storica’ raccontava l’assurda storia di un’esigenza che non c’era. Oggi con la nuova riforma la situazione rischia ulteriormente di complicarsi. L’ipocrisia è massima, ha detto ancora Castellone, si cerca di assicurare che fino a 23 materie potranno essere devolute alle Regioni che l’hanno chiesto solo dopo aver determinato i Lep, Livelli essenziali delle prestazioni.
Ma non esiste un cenno alla necessità non solo e non tanto di determinare i Lep, ma di garantirli, con adeguate risorse economiche a cui questo governo, un governo tutto tagli e austerità, non fa il benché minimo riferimento. Il biglietto da visita con cui le destre si presentano all’appuntamento in Parlamento con l’Autonomia differenziata è un anno di tagli al Mezzogiorno operati scientificamente e senza alcuna pietà.
LA SCURE SUL SUD
Lo stesso smantellamento del Reddito di cittadinanza ha finito per colpire maggiormente le regioni meridionali, a partire dalla Campania, dove si concentravano buona parte dei beneficiari del sussidio. A mettere in fila i tagli che il governo ha operato ai danni del Sud è stata la Repubblica. In totale il quotidiano stima in 20 miliardi circa lo scippo al Mezzogiorno. Nel calderone dei tagli e del depotenziamento delle strutture che operano per il Sud rientra lo smantellamento dell’Agenzia per la coesione, per cui l’esecutivo ha stabilito che le competenze di “programmazione e coordinamento” dei fondi comunitari e nazionali per il Sud “passano al Dipartimento per le politiche di coesione di Palazzo Chigi”.
Nel limbo non sono solo i consulenti che lavorano per l’Agenzia, che si sono visti a fine anno scorso, rinnovare la collaborazione, ma solo per due mesi. A oggi – scrive la Repubblica – non c’è traccia della relazione chiamata a certificare il rispetto o meno della clausola Pnrr che destina al Mezzogiorno almeno il 40% dei finanziamenti. E Il capitolo sul Sud del Pnrr urla vendetta. Dal Piano sono saltati progetti per 15,9 miliardi: 7,6, la metà, fanno riferimento a progetti finanziati al Sud, dalla riqualificazione delle periferie ai Piani urbani integrati. E ancora: colpo di spugna sulla riconversione green dell’ex Ilva di Taranto, a cui il Pnrr aveva destinato 1 miliardo. Congelati anche i 900 milioni del Fondo di transizione equa per la riconversione industriale della città pugliese. E meno male che il ministro che ha la delega al Sud, oltre a quelle su Pnrr, Affari europei, Politiche di coesione, Raffaele Fitto, è pugliese. Ma il capitolo Pnrr merita un’ulteriore riflessione.
IL REPORT
Dall’ultimo report di Openpolis, basato su un’analisi dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb), con dati aggiornati a novembre 2023, emergono dati inquietanti. Nel 2023 abbiamo speso circa 2,5 miliardi di euro di fondi Pnrr. Si tratta di appena il 7,4% del totale delle risorse programmate inizialmente. La quota di progetti già conclusi è bassa dappertutto ma nelle regioni del Nord Italia è quasi doppia rispetto a quella del meridione. Le regioni del Sud sono quelle che incontrano le maggiori difficoltà nel fare le gare e assegnare i lavori. L’Upb attribuisce queste disparità in parte a storiche difficoltà del Mezzogiorno nella preparazione e nello svolgimento delle gare, soprattutto da parte di stazioni appaltanti di piccole dimensioni.
Ma un altro elemento critico riguarda l’estrema frammentazione del piano a livello locale. Ovvero l’elevata numerosità di piccoli progetti con soggetti attuatori di natura privata o mista (scuole, associazioni, imprese, consorzi, singole partite Iva o ragioni sociali, ecc.), dispersi sul territorio e con limitata esperienza di gestione delle gare. Se da un lato – dice Openpolis – si tratta di una chiara scelta del Pnrr pensata per consentire un maggiore coinvolgimento delle comunità territoriali, dall’altro l’Upb individua proprio in questo uno dei motivi dei ritardi accumulati finora.
Anche in termini di trasmissione dei dati riguardanti l’assegnazione dei lavori e di monitoraggio sul loro avanzamento. Per questo sarebbe necessario intervenire a sostegno dei soggetti attuatori più in difficoltà. Anche per evitare che il divario tra Nord e Sud del Paese aumenti ancora di più. Divario che invece il Pnrr si propone di ridurre. A penalizzare il Mezzogiorno è stata anche la chiusura delle sei Zone economiche speciali (Zes), da Palermo a Napoli. Al suo posto Fitto ha voluto la Zes unica per tutto il Sud. A gestirla una struttura, anche in questo caso, accentrata a Roma. Che finora ha prodotto zero.
L’altro scippo è arrivato con l’ultima manovra di Bilancio che ha portato in dote il taglio quasi totale del Fondo perequativo infrastrutturale: 4,4 miliardi promessi al Sud dal 2021. Mentre si è deciso di dirottare 1,6 miliardi di fondi Fsc, destinati a Sicilia e Calabria, alla costruzione del Ponte sullo Stretto. E a proposito di Fondi sviluppo e coesione il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, accusa Fitto di bloccarli. E minaccia di denunciarlo in assenza di risposte. “Abbiamo un Governo che è nemico del Sud, stanno tenendo bloccati i Fondi sviluppo e coesione, per tutto il Mezzogiorno d’Italia e per la Campania, parliamo di 23 miliardi di euro”, ha detto De Luca.
(da agenzie)

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LA VERSIONE DI POZZOLO SULLO SPARO DI CAPODANNO: “LA PISTOLA MI E’ CADUTA, QUALCUNO L’HA ARMATA”

Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile

NON DICE CHI SAREBBE QUESTO “QUALCUNO” CHE AVREBBE PRESO L’ARMA DA TERRA PER POI INSERIRE IL COLPO IN CANNA… VERSIONE POCO CREDIBILE… I CARABINIERI HANNO DEFINITO L’ATTEGGIAMENTO DI POZZOLO “POCO COLLABORATIVO”

La pistola gli sarebbe scivolata dalla tasca del giubbotto. E qualcun altro l’ha raccolta e poi ha armato il cane. Lasciando poi partire involontariamente il colpo.
È questa la versione che il deputato sospeso di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo ha dato ai carabinieri la notte di Capodanno, subito dopo lo sparo che ha ferito Luca Campana all’ex asilo di Rosazza in provincia di Biella. Confermando così quello che invece ha detto a mezza bocca nelle interviste successive. Ovvero che non ha sparato lui. Ma a quanto pare Pozzolo non ha detto chi ha raccolto la pistola. Vicino a lui c’erano proprio Campana e Pablito Morello, agente di polizia penitenziaria e caposcorta di Andrea Dalmastro. Entrambi lo hanno smentito durante le loro testimonianze.
«Voglio andare a casa»
A raccontare la versione di Pozzolo ai carabinieri è oggi La Stampa. Il deputato quella sera reagisce male alle richieste dei carabinieri di effettuare il test dello Stub e di avere i suoi vestiti. Decide di far valere l’immunità parlamentare. Poi arriva il padre, avvocato, e cambia idea. Ma i vestiti non li consegna nemmeno quando la richiesta arriva dalla procuratrice Francesca Ranieri. «Voglio andare a casa», dice ai carabinieri che lo interrogano. Perché «la mia priorità ora è riposare». Tanto che i carabinieri metteranno a verbale che durante l’interrogatorio è stato «poco collaborativo». Morello e Campana invece dicono che Pozzolo non sembrava esperto nel maneggiare la pistola e che l’avrebbe anche appoggiata su un tavolo. Morello fa mettere a verbale di aver sentito il genero Campana rivolgersi a Pozzolo dicendogli «mi hai sparato».
Il ruolo di Morello
E l’agente di polizia penitenziaria dice di aver preso la pistola «con entrambe le mani» per metterla in sicurezza. Quindi sull’arma ci saranno sicuramente le sue impronte digitali. Pozzolo, dicono anche gli altri testimoni, era «allegro», quasi brillo. Ma la sua descrizione dei fatti esclude sue responsabilità sullo sparo: «La pistola mi è scivolata dalla tasca del giubbotto. Qualcuno l’ha raccolta e ha armato il cane». Poi il colpo. I tamponi presi sulle mani e sui vestiti di Pozzolo sono analizzati dal Ris di Parma. Dovrebbero emergere tracce chiare del fatto che abbia o no impugnato la pistola. E c’è anche attesa per i risultati della perizia balistica della consulente tecnica Raffaella Sorropago. Che però ha potuto esaminare la sede della Pro Loco soltanto molti giorni dopo l’accaduto.
(da Open)

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