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SINNER FA IMPENNARE LO SHARE: LA FINALE DEGLI AUSTRALIAN OPEN È STATA VISTA DA QUASI 2 MILIONI DI SPETTATORI (18% DI SHARE, CHE SALE AL 60 SE SI CONSIDERANO SOLO I CANALI A PAGAMENTO)

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

“EUROSPORT”, DURANTE LA PARTITA È STATO IL SECONDO CANALE PIÙ VISTO IN ITALIA (DOPO RAI1) … I TIFOSI, PERO’, PROTESTANO PERCHÈ NON È STATO TRASMESSO SULLA RAI

Grande successo per Eurosport ieri, con la finale degli Australian Open 2024 che ha visto la trionfale vittoria del tennista azzurro Jannik Sinner sul russo Daniil Medvedev. Il match è stato visto da quasi 2 milioni di spettatori (1.914.000) con il 18% di share (60% share pay) e un picco di oltre 2,6 milioni di spettatori (match point alle 13 e 31).
Miglior risultato di sempre per Eurosport, che nella fascia di messa in onda, è stato il 2° canale nazionale sul pubblico totale dopo Rai1. Nelle 24 ore altro record per Eurosport che si è posizionato 7° canale nazionale con oltre il 4% share. In particolare il quinto e decisivo set Sinner-Medvedev ha totalizzato 2.4 milioni di spettatori con oltre il 15% share.
La messa in onda su Eurosport a pagamento, e non in chiaro, ha suscitato tuttavia molte proteste tra i tifosi di tennis e i telespettatori italiani, lamentatisi anche del fatto che la sintesi della partita sia poi stata trasmessa dal Nove (Discovery) e non dalla Rai, ovvero dal servizio pubblico pagato dal canone.
Il motivo di tutto ciò risiede nel fatto che, a detenere i diritti televisivi è di fatto Warner Bros. Discovery, proprietaria di Eurosport, canale visibile in chiaro anche su Sky e, in streaming, su Dazn.
La finale di ieri non rientrava inoltre nella lista stilata da AgCom nel 2012 e relativa agli eventi sportivi d’interesse nazionale, per i quali è imperativo assicurare all’ottanta per cento della popolazione italiana la possibilità di seguirli in chiaro, su un palinsesto gratuito e senza costi aggiuntivi.
La finale Sinner-Medvedev di ieri, ribadiamo, non faceva parte degli eventi tennistici compresi nella suddetta lista AgCom, che sono “la finale e le semifinali della Coppa Davis e della Fed Cup alle quali partecipi la squadra nazionale italiana e degli Internazionali d’Italia di tennis alle quali partecipino atleti italiani”.
Qualcuno però ha obiettato sul fatto che, in tale lista, non rientrava neppure la finale degli Us Open del 2015 tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci, per la quale Eurosport concesse la diretta in chiaro su Deejay Tv (che ora è il canale Nove), né tantomeno la finale del Torneo di Wimbledon del 2021 giocata tra Matteo Berrettini e Nole Djokovic, che fu trasmessa in chiaro da Sky su Tv8.
In questa giungla di diritti Tv, liste ed eccezioni alla regola, visti gli ascolti stratosferici, a trionfare – oltre a Sinner – è stato decisamente il canale Eurosport. In barba ai telespettatori non abbonati che, tuttavia, sono comunque obbligati a pagare il canone Rai.
((da agenzie)

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QUANTI ZUNCHEDDU CI SONO IN ITALIA? DAL 1991 AL 2021 30MILA PERSONO SONO FINITE IN GALERA DA INNOCENTI

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

OGNI ANNO 961 CITTADINI FINISCONO DIETRO LE SBARRE SENZA AVERE ALCUNA RESPONSABILITÀ… OLTRE A ROVINARE CENTINAIA DI VITE, LO STATO CI RIMETTE FIOR DI QUATTRINI: HA DOVUTO SBORSARE QUASI UN MILIARDO DI EURO IN TRENT’ANNI

Gli anni di libertà rubati dalla giustizia italiana costano cari per le spese di risarcimento che lo Stato è chiamato a rifondere, due milioni e 460 mila euro all’anno, ma non hanno prezzo per le persone che subiscono la detenzione essendo innocenti.
Un fenomeno che in vent’anni, fra il ’91 e il 2021, ha colpito 30 mila persone nel nostro Paese: significa che in media ogni anno 961 cittadini finiscono dietro le sbarre senza avere alcuna responsabilità dei delitti che vengono loro attribuiti. Nel lasso di tempo interessato, lo Stato ha sborsato quasi un miliardo di euro, 932.937.000 per l’esattezza. Nel solo 2022, 539 persone sono state incarcerate innocenti, per una cifra di 27 milioni 378 mila euro per indennizzi liquidati.
Occorre comunque distinguere fra quanti «subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo venire assolti» e le persone che restano vittime di errori giudiziari veri e propri, cioè coloro che «dopo essere stati condannati con sentenza definitiva vengono assolti in seguito a un processo di revisione», spiegano Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone.
Sono i giornalisti che da oltre venticinque anni osservano il fenomeno dal loro osservatorio del sito www.errorigiudiziari.com.
I dati fanno riferimento al 2022, quando gli errori giudiziari sono stati otto, uno in più rispetto all’anno precedente, mentre nell’arco dei ventun anni dal ’91 in poi il totale ammonta a 222 casi – in media sette all’anno – per una spesa complessiva per risarcimenti di 76 milioni 255 mila euro. Se ci si ferma a considerare solo il 2022 la spesa ha sfiorato i dieci milioni, ma qui a colpire è il divario all’anno prima, quando la cifra era sette volte più bassa.
(da agenzie)

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ILARIA SALIS AMMANETTATA MANI E PIEDI E TENUTA AL GUINZAGLIO IN TRIBUNALE A BUDAPEST: LE IMMAGINI CHOC

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

SE AVESSIMO UN GOVERNO SERIO, L’AMBASCIATORE UNGHERESE IN ITALIA SAREBBE GIA’ SUL PRIMO VOLO PER BUDAPEST PER RITORNARE DALLA FOGNA ORBANIANA  CHE RAPPRESENTA

Ilaria Salis resterà in carcere. Per la maestra e attivista milanese 39enne detenuta da quasi un anno in regime di isolamento in un carcere di Budapest, Ungheria, per aggressione a due neonazisti nel Giorno dell’Onore, il giudice ha confermato la misura cautelare della detenzione in carcere e ha fissato la prossima udienza al 24 maggio.
Per quella data, però, la famiglia Salis, seguita dai legali italiani, tra cui l’avvocato milanese Mauro Straini, e da quello ungherese Gyorgy Magyar – il cui studio è noto in Ungheria per il proprio impegno in difesa dei diritti umani – potrebbe aver già presentato domanda di modifica della misura cautelare, richiedendo così gli arresti domiciliari in Italia. Misura che, come aveva anticipato il papà di Ilaria, Roberto, a questo giornale, era stata la richiesta formulata nell’incontro privato con il ministro della Giustizia italiana Carlo Nordio appena una settimana fa. Richiesta che, come spiegano i legali appena usciti dal Tribunale, non è stata presentata nell’udienza di oggi.
«Ilaria – spiega l’avvocato Straini – è stata portata in aula con un guinzaglio collegato a un dispositivo alle caviglie e uno ai polsi. Quello alle caviglie è stato rimosso durante l’udienza, quello ai polsi no, ed è stato tenuto saldamente da un agente per tutta la durata dell’udienza».
I genitori l’hanno trovata «molto dimagrita» e «provata». Ma comunque fortemente determinata: motivo per cui, davanti al giudice ungherese si è dichiarata innocente.
Intanto, per oggi sono stati convocati tre presidi, sostenuti da Anpi e dal Partito democratico, per chiedere la liberazione di Ilaria: a Roma alle 17, davanti all’ambasciata ungherese; a Milano alle 17.30 in piazza Missori e ad Ancona, in piazza Roma, sempre alle 17.30 in piazza Roma.
(da agenzie)

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IL CASO DEL CARABINIERE CHE “NON RICONOSCE MATTARELLA”: SE NON RICONOSCI LE ISTITUZIONI, LIBERO DI FARLO, MA ALLORA NON PRENDERE LO STIPENDIO DALLO STATO, VAI A FARE UN ALTRO MESTIERE

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO INDOSSI UNA DIVISA NON SEI PIU’ DI PARTE, RAPPRESENTI TUTTI GLI ITALIANI, ALTRIMENTI IL CITTADINO PUO’ PENSARE CHE DAI MANGANELLATE A CHI NON LA PENSA COME TE

Sarà trasferito immediatamente il carabiniere che sabato 27 gennaio, durante il sit-in pro Palestina a Milano, ha detto in un dialogo con una manifestante di non riconoscere Sergio Mattarella come presidente della Repubblica.
Il comando generale dell’Arma ha informato l’autorità giudiziaria – sia ordinaria che militare – dell’episodio e ha fatto sapere che disporrà l’immediato trasferimento del militare a un incarico non operativo. Saranno inoltre adottati tempestivamente, fa sapere l’Arma, tutti i provvedimenti disciplinari necessari.
Il video che ha inguaiato il carabiniere risale alla manifestazione pro Palestina che si è svolta il 27 gennaio in via Padova, a Milano. In un filmato girato da Local Team si vede Franca Caffa, volto storico della sinistra milanese, chiedere agli uomini delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa: «Cosa ha detto il presidente Mattarella?».
A rispondergli è uno dei militari, non inquadrati nel video, che dice: «Con tutto il rispetto, signora, non è il mio presidente. Io non l’ho votato, non l’ho scelto, non lo riconosco».
Indaga la procura
Dopo la segnalazione dell’Arma all’autorità giudiziaria, la procura di Milano aprirà un’indagine sul caso della risposta del militare. Della vicenda è stato informato il procuratore di Milano, Marcello Viola, che attende ora un’informativa dei carabinieri. La procura acquisirà anche il video realizzato da Local team per analizzarlo. Finite le procedure preliminari, sarà iscritto il fascicolo di indagine a carico del militare, che rischia l’accusa di «offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica».
(da agenzie)

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UDINE, NIENTE CITTADINANZA ONORARIA A MAIGNAN: iL CENTRODESTRA BOCCIA LA PROPOSTA

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

UN’ALTRA PAGINA SCHIFOSA DEI TRADITORI DEI VALORI DELLA DESTRA SOCIALE

La minoranza di centrodestra in consiglio comunale a Udine decide di non appoggiare la proposta del Sindaco Alberto Felice De Toni di attribuire la cittadinanza onoraria a Mike Maignan dopo i fatti risalenti alla partita Udinese – Milan del 20 gennaio scorso.
Lo ha reso noto con una nota l’Ufficio stampa del Comune di Udine. Così si raddoppia la pessima figura, perchè la proposta per diventare realtà, aveva bisogno dei voti di tre quarti dei consiglieri cittadini e quindi anche dell’appoggio della minoranza, che invece non ha voluto sostenere attivamente l’amministrazione nella sua iniziativa contro il razzismo e la discriminazione.
Più faziosi che razzisti o forse, sotto, sotto, almeno per qualcuno, l’idea dell’ennesimo cittadino “di colore” poteva dare fastidio. In sostanza hanno prevalso i piccoli giochi di potere. A votare sono stati 38 consiglieri, a favore la maggioranza con 25 voti, 13 i contrari della minoranza in consiglio e 3 gli assenti. “Prendo atto con dispiacere che il centrodestra non è stato al nostro fianco in questo delicato momento. Si è persa l’occasione per dimostrare che la nostra città è unita e che si distanzia nettamente da quello che accaduto, che, per quanto frequente in diversi stadi e messo in atto da pochi singoli, non rappresenta minimamente la città. Né tanto meno i nostri tifosi” commenta a caldo il Sindaco Alberto Felice De Toni. “Il nostro intento era duplice: una forte presa di posizione, altamente simbolica, contro ogni tipo di discriminazione. E allo stesso tempo la difesa della nostra città e dei nostri tifosi da accuse ingiuste. E’ stato deludente come la minoranza ne abbia fatto un tema di mero scontro politico, quasi campanilistico, alimentando divisioni e polemiche. Ci sono temi su cui l’antagonismo fra partiti passa necessariamente in secondo piano, la lotta al razzismo è una di queste. Ci saremmo auspicati una condivisione piena da parte del centrodestra, che ha preferito invece soffermarsi su questioni di mera forma, senza vedere l’obiettivo di più ampio respiro. Aggiungo che molti ministri del governo in carica dello stesso colore dei consiglieri che oggi hanno votato contro, hanno tenuto una linea durissima contro gli insulti razzisti avvenuti allo stadio Friuli, auspicando un cambio nel modo di affrontare questi casi anche dal punto di vista operativo” continua De Toni. La proposta della cittadinanza onoraria è nata nelle ore immediatamente successive all’ondata di commenti piovuta su Udine e sui suoi tifosi dopo l’interruzione della gara di Serie A: “Noi ci siamo mossi immediatamente, condannando fortemente i fatti e inviando un messaggio diretto al giocatore, offrendo anche la nostra disponibilità a organizzare iniziative concrete, in collaborazione con le due società sportive” spiega il Sindaco De Toni. “Abbiamo voluto invertire il paradigma, riconoscendo il valore del gesto compiuto da Mike Maignan. Con la sua scelta coraggiosa dopo le offese razziste ha reso manifesti quelli che sono i capisaldi dello statuto del Comune di Udine, medaglia d’oro al valor militare per la lotta al nazifascismo, ma anche della Costituzione italiana: l’uguaglianza, la pari dignità degli individui, la convivenza civile e la non discriminazione. Temi che uniscono tutti e che vanno oltre i colori societari. Evidentemente non c’è stata la stessa visione”. “Per fortuna la responsabilità di quanto accaduto è di pochi che, grazie alla stretta collaborazione tra Questura e Udinese Calcio, da sempre società schierata contro la discriminazione, sono già stati identificati e sanzionati” chiude De Toni. “Non per questo come istituzione ci possiamo permettere di minimizzare la gravità dell’accaduto. Al contrario, proprio perché si è trattato di un tipo di episodio che spesso passa in sordina, era doveroso prenderne le distanze e condannarlo in maniera decisa. Come amministrazione continueremo a veicolare questo messaggio e metteremo da subito in atto delle azioni concrete dedicate ai nostri giovani, in collaborazione con le società calcistiche coinvolte”.
(da FriuliSera)

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CENTO CONFLITTI DI INTERESSE

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

CDA, APPALTI, SPIAGGE: I CENTO PARLAMENTARI IN CONFLITTO D’INTERESSI… UN SESTO DEGLI ELETTI DICHIARA QUORE E AZIONI IN DIVERSE SOCIETA’: LOBBISTI DI SE’ STESSI

Hanno quote di aziende, ma si sono dimenticati di dichiararle. Hanno ruoli in consigli di amministrazione e diverse imprese eppure presentano interrogazioni urgenti ai ministri su materie che riguardano quelle stesse società. In alcuni casi siedono contemporaneamente in Parlamento e in due o tre cda di aziende che con lo Stato hanno a che fare per appalti milionari. Sono, in grandissima parte, lobbisti di sé stessi. Tanto in Italia a loro tutto è consentito: non esiste una sola legge sul conflitto di interessi che li riguardi. Così oggi in Parlamento ci sono 100 tra deputati e senatori, alcuni anche ministri, viceministri e sottosegretari, che hanno partecipazioni o ruoli in imprese e società. Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, è quello che assolda il maggior numero di questi parlamentari: quaranta. Seguono nella maggioranza, a gran distanza, Lega (19) e Forza Italia (15). Nell’opposizione il Pd (8) è davanti ai 5 Stelle (4).
Vengono definiti «portatori di interessi» dall’associazione contro la corruzione Transparency. Repubblica può dare sostanza ad alcuni di questi cento «interessi», dopo aver passato al setaccio partecipazioni, soci e attività parlamentare di questa truppa non sparuta. Emerge che il caso del senatore Maurizio Gasparri, che presiede una società che ha partecipazioni in aziende di cybersicurezza e siede in commissione Affari esteri e difesa, non è isolato.
Onorevoli interessi
«Sulla mappatura delle spiagge libere i dati son questi, se ne facciano una ragione»: così parla il deputato di FdI Riccardo Zucconi, a difesa dei balneari e contro le gare che ci chiede di fare l’Europa. Alla Camera è in commissione Attività produttive, commercio e turismo. Tra le sue partecipazioni a Viareggio e Camaiore, nel suo collegio, ci sono il 25% della Shell srl, il 100% della Zuma srl e il 99% della Brocante srl. Sono tutte società nel settore della ristorazione: Zuma, ad esempio, è il veicolo che gestisce il Gran Caffè Margherita sul lungomare di Viareggio, uno dei locali storici della città che da solo fattura un milione di euro (dato 2022). Shell invece veicola la proprietà del ristorante La Conchiglia sul pontile accanto l’omonimo lido a Lido di Camaiore (670 mila euro di fatturato). Zucconi è tra i firmatari di un disegno di legge per concedere agevolazioni fiscali al settore della distribuzione alimentare per i ristoranti, ma ha messo la firma anche su una mozione per ridurre l’Iva che versano i titolari delle concessioni balneari.
Un’altra deputata che conosce bene alcune materie è Ylenia Lucaselli, anche lei di FdI. Nella dichiarazione presentata al momento della proclamazione in questa legislatura ha comunicato di essere amministratrice di una coop sociale e di avere quote in uno studio legale. In realtà risulta attualmente socia, con una quota del 30%, della Hc Consulting srl, azienda di consegne che fa parte della galassia imprenditoriale del marito, Daniel Hager. Lucaselli dichiarava questa partecipazione nella scorsa legislatura, non in questa. Poco dopo la sua prima elezione, nel 2018, venne fuori che dalla Hc Consulting e dal marito Hager, rampollo di una famiglia che è azionista della Southern Glazer’s Wine and Spirits (la più grande azienda americana della distribuzione di vini e alcolici), arrivò un assegno da 200 mila euro come finanziamento a FdI. Lucaselli è stata rieletta. Cosa ha fatto, tra le altre cose, in Parlamento? È prima firmataria di una proposta di legge sull’enoturismo, per sponsorizzare circuiti di vini: «Probabilmente è stata una dimenticanza delle mie collaboratrici non aver dichiarato la partecipazione azionaria e il ddl sull’enoturismo non ha nulla a che fare con le attività di mio marito», precisa la deputata.
Certo, c’è chi dichiara tutto e poi si occupa delle sue imprese in Parlamento senza farsi problemi. Come il patron della Lazio, nonché di grandi aziende nel settore delle pulizie e gestione di immobili pubblici: il senatore di Forza Italia Claudio Lotito, proprietario della Snam Lazio che negli ultimi anni si è aggiudicata appalti pubblici per oltre 100 milioni. In commissione Bilancio, dove siede, ha firmato una mozione che impegna il governo a dare aiuti per l’efficientamento energetico degli immobili pubblici, oltre a due emendamenti sui diritti tv del calcio e per rateizzare le tasse dei club. Il suo compagno di partito e capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, non è da meno: possiede il 90% della società immobiliare Cir Aur e della Punto sport. Quest’ultima gestisce un centro sportivo a Roma, il Villa Bonelli sporting center, con piscina e palestra. Barelli si è speso per far aumentare gli aiuti pubblici in favore delle società sportive che gestiscono piscine e ha firmato alcuni emendamenti per allungare la possibilità di restare in carica per i presidenti delle federazioni sportive con più mandati alle spalle. Come lui, insomma, presidente di Federnuoto dal 2000.
I parlamentari tra imprese e cda
La deputata di FI Cristina Rossello è avvocato della famiglia Berlusconi. Siede nel cda della Mondadori e della Spafid, la fiduciaria di Mediobanca, oltre ad avere ruoli nella Immobiliare Leonardo e in una società di consulenza aziendale. Da sola porta con sé interessi diretti in vari settori. Come Maurizio Casasco, esperto di salute sportiva che ha quote in vari centri diagnostici a Brescia, oltre a essere presidente dell’hub creato tra l’Università Tor Vergata e la Confapi, di cui è stato presidente. Almeno non ha voluto presiedere un intergruppo parlamentare in materia come invece Fabio Pietrella di FdI: ex presidente di Confartigianato Moda, oggi guida l’intergruppo parlamentare Moda. Il deputato della Lega Salvatore Marcello Di Mattina è azionista di quattro società che hanno a che fare con il turismo e la ristorazione: ha firmato una proposta di legge «per la modifica al codice della normativa statale sull’ordinamento e il mercato del turismo». Tra le file del Carroccio c’è Antonio Angelucci, deputato di lungo corso, patron di cliniche convenzionate con il sistema sanitario pubblico ed editore “unico” dei giornali di destra. Anche di Libero, che l’anno scorso ha ricevuto quasi 3,9 milioni di contributi pubblici (quota 2021).
Da destra a sinistra. Il leader di Italia viva Matteo Renzi fa parte del cda della fondazione Future Investment Initiative, di casa in Arabia Saudita, ma è anche azionista pressoché unico di Ma.Re Holding, che dalla consulenza strategica arriva fino alle operazioni immobiliari. Nella lista di Transparency c’è pure Alessandro Zan, deputato Pd e autore del ddl contro l’omotransfobia. È amministratore unico e socio di maggioranza di Be Proud, società che ogni anno organizza a Padova il Pride Village. La società, come scriveva già nel 2021 L’Espresso, fattura intorno al milione di euro. Di recente Zan ha spiegato di non aver mai percepito un euro come amministratore.
I ministri e le loro società
I conflitti di interesse riguardano anche il governo. Prima di essere nominato ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso ha chiuso la sede, in Iran, di Italy world service, società di consulenza alle imprese per investimenti all’estero. Le quote sono passate al figlio Pietro, che porta avanti l’attività mentre il padre, da ministro, gira il mondo per promuovere le aziende italiane. E poi c’è il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (FdI): farmacista, ha il 10% di Therapia, società «per la gestione di case di cura e di produzione di software e progetti di miglioramento gestionale in ambito sanitario». Fino a poco tempo fa la ministra del Turismo Daniela Santanché aveva partecipazioni nello stabilimento balneare Twiga: quote poi cedute al compagno e al socio Flavio Briatore. E ha ceduto da poco anche quote di società che avevano chiesto fondi a Invitalia, non restituiti.
Ha fatto discutere la nomina a ministro della Difesa di Guido Crosetto, che subito dopo ha chiuso la società di consulenza aziendale di famiglia che ha lavorato per diverse imprese fornitrici del ministero. Ma Crosetto ha una quota del 25% nello studio contabile Co.Pro.Spe, che fa attività di consulenza imprenditoriale e amministrativo-gestionale. Un caso singolare è quello del viceministro dell’Economia Maurizio Leo, il “papà” della riforma fiscale. Ha ancora quote della società Progetto fisco, di cui sono soci anche la moglie e i figli. Lo statuto della società recita: «Realizzazione di pubblicazioni scientifiche in ambito fiscale e gestione e raccolta di sistemi amministrativi e contabili in materia di legislazione fiscale». Fonti vicine al viceministro spiegano che «la società non esercita più la sua attività in materia tributaria e da tempo non ha più proventi, nel rispetto delle regole; in ogni caso il viceministro, al fine di fugare qualsiasi tipo di dubbio, sta valutando di cambiare l’oggetto sociale».
In Italia tutto è lasciato al buon cuore dei parlamentari in conflitto d’interesse. Ma chi glielo fa fare.
(da La Repubblica)

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IL SISTEMA VERDINI IN UMBRIA: ALLE CENE C’ERA ANCHE TESEI

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

NEI PRESSI DI TERNI SI TENEVANO GLI INCONTRI CONVIVIALI CHE COINVOLGEVANO ESPONENTI DELLA POLITICA: TOMMASO VERDINI E IL SOCIO PILERI ERANO SEMPRE PRESENTI, TRA GLI INVITATI ANCHE LA PRESIDENTE DELLA REGIONE

Dalla capitale del potere alla profonda provincia italiana. Da Roma a Terni, così vicine sulla cartina ma molto distanti in termini di immaginario di trame e affari. Eppure le connessioni del sistema Verdini arrivavano fin dentro la piccola regione, che da storica roccaforte rossa è passata nelle mani della destra, con la Lega che esprime l’attuale presidente della regione, Donatella Tesei.
Il capitolo umbro non è parte dell’indagine giudiziaria in corso a Roma. L’inchiesta della procura di Roma in cui sono indagati Tommaso e Denis Verdini e il socio Fabio Pileri affronta alcune grandi opere da realizzare in quel territorio, ma non disegna la ragnatela di rapporti che, invece, Domani è riuscito a ricostruire. Pileri del resto è di Terni. Ha mosso qui i suoi primi passi in politica e nell’imprenditoria. Partendo dalle sue relazioni in regione arriviamo molto in alto nella piramide del potere locale.
Il consolidamento dei rapporti avviene spesso, anche in provincia come a Roma, davanti a una tavola imbandita di golosità locali. Cene gourmet che possono diventare l’occasione di incontri d’affari. Avveniva a Pastation nel cuore della Capitale, ristorante dei Verdini. Ed è accaduto anche in cantinette di provincia. Una rete che non coinvolge solo ministri e sottosegretari, ma anche presidenti di Regione. Come Tesei, appunto, leghista alla guida dell’Umbria dal 2019 che in autunno potrebbe essere nuovamente la candidata di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, per guidare palazzo Cesaroni per i prossimi cinque anni.
TUTTI A TAVOLA DA FAUSTO
Domani può rivelare di una serie di incontri a cui hanno partecipato la governatrice, l’ex ad di Anas Massimo Simonini, il re dei cementifici umbri Carlo Colaiacovo e il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni Luigi Carlini. Loro a rotazione, presenze fisse, invece, erano Tommaso Verdini e Pileri. Il più delle volte erano presenti anche altri imprenditori locali dei lavori pubblici.
Gli incontri si svolgevano ad Arrone, cittadina poco distante da Terni, nella taverna di Fausto Bartolini, storico esponente del centrosinistra umbro in ottimi rapporti con Tesei. Qualcuno che ha frequentato quegli incontri le ha definite cene di potere per agevolare i rapporti tra la politica umbra di centrodestra, l’imprenditoria e Anas. Non è dato sapere quanto fossero incontri conviviali fini a sé stessi o quanto riunioni con scopi precisi. Di certo ci sono state, come conferma uno dei presenti più di rilievo e che a Terni comanda un pezzo del mondo bancario.
«Erano cene gourmet in cui si potevano assaggiare prelibatezze del territorio, tartufi, olio nuovo e i vini prodotti da Bartolini. Prodotti che non mangi tutti i giorni», racconta a Domani Luigi Carlini, professore di medicina legale all’Università di Perugia e presidente della Fondazione Carit, la Cassa di risparmio di Terni. Agli incontri gastronomici, che definisce «scampagnate», ci conferma di aver incontrato Tommaso Verdini e Fabio Pileri, «persona che sta sul territorio e che conosco da anni». Alle cene gourmet era presente anche la presidente della Regione Donatella Tesei. E pure l’ingegnere Massimo Simonini, ex ad di Anas. Indagato anche lui nell’inchiesta che coinvolge i Verdini, Simonini attualmente è commissario straordinario della Grosseto-Fano e della Statale Jonica, confermato dal ministro delle Infrastrutture Salvini anche dopo le notizie sul suo coinvolgimento nell’inchiesta della Guardia di Finanza. Proprio Simonini, lo scorso febbraio 2023, ha dato il via libera per la realizzazione della Guinza, infrastruttura sull’Appennino Umbro-Marchigiano incompiuta da decenni, su cui hanno competenza Regione Umbria, Marche e Anas.
LE CENE
E”ssendoci un’indagine in corso non posso rispondere a nulla, anche se non so di cosa parlate», ha risposto Simonini alle nostre domande sulle cene. Padrone di casa era Fausto Bartolini, uomo trasversale per tutte le stagioni. Abbiamo provato a contattarlo decine di volte, senza mai avere risposta. Esponente di spicco del Pd umbro, tra i padri fondatori dell’Ulivo, Bartolini è stato uno dei collaboratori di Enrico Micheli, ternano anche lui, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e ministro dei Lavori pubblici a cavallo degli anni Novanta e i primi Duemila, con i governi Prodi, D’Alema e Amato. Chi conosce bene Bartolini lo descrive come un abile tessitore di rapporti trasversali, tanto che dopo la vittoria della Lega alle regionali umbre del 2019 è diventato un fedelissimo degli assessori al Turismo Paola Agabiti (che ha recentemente aderito a Fratelli d’Italia) e quello alla Sanità, il leghista Luca Coletto. I buoni rapporti con la giunta Tesei gli hanno permesso di essere nominato, lui storico esponente del centrosinistra in Umbria, coordinatore della cabina di regia per la spesa sanitaria regionale.
«Si vanta in tutti gli ambienti mostrando le fotografie dell’udienza tra la presidente Tesei e papa Francesco. Dice di averla fatta ricevere dal sottosegretario di Stato vaticano Pietro Parolin», racconta una fonte. Che siano andati a far visita al papa è un fatto confermato da notizie pubbliche. Bartolini fa mostra sui suoi profili WhatsApp di una foto in udienza con il pontefice.
E di certo anche Tesei è stata da Francesco di recente, in un’udienza privata il 23 novembre con i 138 sindaci del cratere sismico. A lei abbiamo chiesto un commento, contattandola direttamente e cercando più volte il suo portavoce, ma non abbiamo avuto nessun tipo di riscontro né alle numerose telefonate né alla domande scritte inviate. Le avremmo voluto chiedere perché Tommaso Verdini avrebbe voluto incontrarla e se il tentativo del lobbista aveva a che fare con la Orte-Mestre, autostrada molto cara a Vito Bonsignore, imprenditore con un passato nel Pdl, indagato anche lui nell’inchiesta della Procura di Roma. Un affare milionario val bene una cena, soprattutto se gourmet.
Parliamo di un’opera da circa 7 miliardi di euro sulla quale il sistema Verdini ha puntato moltissimo. Soprattutto per volere di Bonsignore. Tanto che, con le perquisizioni effettuate dalla finanza a luglio 2022, nel computer di Simonini sono stati trovati documenti riservati interni ad Anas condivisi oltre che con Verdini anche con Bonsignore. Manco a dirlo riguardavano anche l’Orte-Mestre. Altro appalto per il quale Pileri e Verdini hanno tentato di interferire con Anas è relativo a un accordo quadro, lotto 8, relativo al «risanamento strutturale e impiantistico delle gallerie». Anche in questo caso, a dire di Pileri, il gruppo poteva contare su un dirigente apicale dell’azienda di stato, che all’epoca gestiva l’ufficio Area gestione rete della struttura territoriale Umbria.
LOBBISMO IN PROVINCIA
Non ci sono soltanto le cene umbre tra politica, imprese e i soci d’affari Verdini–Pileri. Attorno alle centrali del potere locale la società Inver ha costruito una serie di relazioni utili anche alle casse aziendali. Sfruttando ancora una volta il radicamento di Pileri sul territorio.
Qui comincia un’altra storia. Che ci porta di nuovo a Roma, nella capitale centro nevralgico del sistema Verdini, e ci conduce in via della Scrofa, nella sede legale di Inver e di una seconda società usata dai Verdini dopo le perquisizioni per mantenere al sicuro alcuni contratti. E ci porta anche a una terza azienda, questa volta di proprietà di Francesca Verdini, la compagna del ministro Salvini.
(da editorialedomani.it)

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INTERVISTA A CARLO ROSSELLA: “MELONI? E’ UNA DUCIA CON STIMMATE FASCISTE. BERLUSCONI ERA UN RIVOLUZIONARIO SENZA RIVOLUZIONE”

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTORE DEL TG5: “OGGI TIFO PER ELLY SCHLEIN, UNA DONNA CAPACE E LONTANA DA UN MONDO UNTUOSO, L’ITALIA HA BISOGNO DI SPROVINCIALIZZARSI”

Il giornalista Carlo Rossella, che è stato direttore del Tg1 e de La Stampa prima di approdare al gruppo di Berlusconi e al Tg5, oggi «aborre» la nuova destra.
E siccome la sua reincarnazione è la premier Giorgia Meloni, di lei dice: «È una ducia, copyright di Giuliano Ferrara. Ha le stimmate fasciste impresse nella carne, ha l’eloquio e il portamento e anche la cultura che ne fanno la rappresentante perfetta della destra che io aborro. Pericolo mortale». Anche se ha lavorato con lui e quindi naturalmente si sentiva «obbligato ad essere solidali», di Silvio Berlusconi oggi dice che è stato «un rivoluzionario senza rivoluzione. Un ideologo senza ideologia. Lo ricordo come un uomo pratico, di grandi capacità, che ha perorato i suoi interessi. Stop», dice al Fatto Quotidiano.
Pericolo mortale
Nel colloquio con Antonello Caporale aggiunge che non vuole dire altro perché «la cosiddetta terza età apre la mente, definisce meglio i contorni della vita. Io ricordo sempre con nostalgia gli anni in cui ho militato nel Pci. Togliatti era un uomo coltissimo».
Dice che «con la destra prevale l’ignoranza. Con la sinistra prevale la cultura. Non si discute. Quindi Meloni pericolo mortale. Non mi piace, in lei rivedo un passato tragico. È più forte di me».
Oggi, dice, fa il tifo per Elly Schlein. Perché «è una donna capace, colta e finalmente lontana da un mondo untuoso. Dicono che non regga, che i suoi discorsi siano fumosi, respingenti. È ficcante, puntuale, e ha un modo autentico di illustrare il mondo nuovo. L’Italia ha bisogno di sprovincializzarsi, perciò Elly, Elly, Elly».
(da Open)

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QUEL PIANO MATTEI CHE NON ARRIVA MAI

Gennaio 29th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO ERA ALL’OPPOSIZIONE, LA DUCETTA PROPONEVA IL BLOCCO NAVALE, PER “SEPARARSI” DALL’AFRICA

Più volte annunciato e dato come imminente, il famoso “piano Mattei” è stato il vero “Godot” del governo. Lost in “cabina”: perso nell’ennesima cabina di regia, pletorica quanto basta, piuttosto generica negli obiettivi, con pochi denari da spendere. Di concreto, al momento, ci sono solo gli accordi siglati dall’Eni, l’anno scorso di questi tempi, in Algeria e Libia, entrambi utili all’Italia soprattutto sul gas.
E proprio il fantasioso e costosissimo accordo con l’Albania di questo ritardo ha rappresentato l’icastica conferma: invece di mettere le basi, in Italia e soprattutto in Europa con un certo vigore, per un approccio “strutturale” al tema Africa, Giorgia Meloni, con un occhio al numero degli arrivi e uno alle elezioni, ha puntato sulla logica squisitamente emergenziale con il ricorso a un paese terzo modello Rwanda. Che, come noto, non funziona neppure in termini di deterrenza.
Al di là del fatto che Godot non si appaleserà, in termini di progetti concreti, nemmeno oggi nel corso dell’imponente Conferenza Italia-Africa che si svolgerà a palazzo Madama, l’appuntamento tuttavia è cruciale per capire se siamo davvero di fronte a un vero cambio di paradigma politico.
Giorgia Meloni che riunisce a Roma i capi di Stato e di governo dell’Unione Africana, i vertici europei e i rappresentanti di svariate sigle internazionali (dalla Banca Mondiale all’Onu) è la stessa che, alla guida di un partito euro-scettico, proponeva, nel suo programma elettorale, una “separazione” dall’Africa. Separazione, da realizzare attraverso il “blocco navale”, rispetto a un continente percepito come una minaccia, con annesso pregiudizio verso i musulmani.
Per quanto sia tutto in fieri, la Conferenza di Roma rivela un affrancamento dall’impostazione pregressa. L’idea cioè che il futuro dell’Europa si gioca in Africa su molti dossier: energia, squilibrio demografico e immigrazione, sicurezza e terrorismo. È vera in sé, ancor di più dopo che Putin ne ha fatto il secondo fronte della sua guerra asimmetrica e dopo l’esplosione della crisi mediorentale. E ci sono le condizioni di contesto, che la premier sembra voler cogliere, affinché l’Italia, per vocazione e collocazione, possa fare da apripista, proprio nel momento in cui in Europa la Francia ha perso influenza nelle sue ex colonie (Sael, Mali e Centrafrica) e la Germania non ha un rapporto coi paesi africani.
Insomma, per Giorgia Meloni si apre una sfida vera, il cui carattere strategico per l’interesse nazionale si misurerà proprio nella capacità di coinvolgere concretamente l’Europa, superando la chiacchiera domestica sul “piano Mattei” sventolato per nascondere il default degli sbarchi.
Se venisse declinato solo con la leggerezza di una vetrina elettorale non sarebbe a costo zero, ma una specie di “caso Saied” su larga scala, caso emblematico di un accordo mal gestito e diventato un boomerang. Più impegnativo, nelle sue conseguenze da gestire, di un duello tv prima delle Europee.
(da La Stampa)

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