Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
ECCO IL PIANO SEGRETO DELL’AMERICA SUL CONFLITTO IN UCRAINA
Cambio di passo dell’amministrazione di Joe Biden sul dossier
ucraino. Gli Usa lavorano a una strategia di lungo termine volta a sostenere Kiev che non passa tuttavia per la riconquista dei territori occupati dalla Russia. Secondo quanto riferito dal Washington Post, il piano messo a punto dagli Stati Uniti, azionista di riferimento del conflitto in Ucraina, punta ad aiutare il Paese dell’Europa orientale nel neutralizzare nuove avanzate russe, rafforzandone la capacità di combattimento e l’economia entro il 2024, sostenendo le operazioni militari a breve termine e creando una futura forza militare ucraina che scoraggi aggressioni russe.
Gli Usa pensano anche a piani, che coinvolgono altre nazioni, per ricostituire ed espandere il settore industriale e le esportazioni e assistere Kiev nelle riforme politiche necessarie all’integrazione nelle istituzioni occidentali. Il piano costituisce un netto cambio di passo rispetto allo scorso anno, quando gli Usa e le forze armate alleate avevano inviato armi e garantito addestramento alle forze ucraine nella speranza di una controffensiva che si è rivelata tuttavia limitata. A questo si aggiunge l’esaurimento dei fondi Usa destinati a Kiev e lo stallo degli stanziamenti medesimi al Congresso. Secondo un altro rapporto, inoltre, Washington punta a posizionare armi nucleari nel Regno Unito per la prima volta in 15 anni in risposta alla «crescente minaccia» rappresentata dalla Russia. Secondo quanto riportato dal Telegraph, testate tre volte più potenti della bomba di Hiroshima sarebbero posizionate presso la Raf Lakenheath nel Suffolk. Recentemente reiterati appelli su entrambe le sponde dell’Atlantico invitavano Londra a prepararsi in caso di una potenziale guerra tra le forze Nato e la Russia.
(da La Stampa)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
VEDREMO COSA SUCCEDERÀ QUANDO I SUOI CARI COLTIVATORI SI ACCORGERANNO CHE ANCHE IL SUO GOVERNO NON POTRÀ FARE NULLA (ANZI) PER EVITARE L’AUMENTO DEI COSTI E DARE UNA SFOLTITA ALLA BUROCRAZIA
Si chiama «la protesta dei trattori». E sta unendo, per ora, l’Europa come non sempre riesce a fare la politica. Tutto è cominciato in Germania, a metà dicembre.
Alle manifestazioni si sono poi uniti coltivatori e allevatori di Francia, Grecia, Belgio e Lussemburgo (in Francia, le barricate stradali con camion e trattori ricordano i blocchi attuati nel 2018 dai «gilet gialli», la cui azione paralizzò a lungo il Paese).
Negli ultimi giorni, il contagio della protesta è arrivato anche in Italia. Le azioni sono spontanee e si formano dal basso. La giornata di ieri ha segnato una svolta. Centinaia di trattori hanno occupato strade e piazze in diversi punti della Penisola. La più radicale a Orte (Viterbo).
Più di cento mezzi si sono radunati sulla rotatoria all’ingresso autostradale, sulla A1.
Il casello è stato chiuso per oltre due ore sia in entrata che in uscita. Si leggeva sui cartelli dei manifestanti: «Non vogliamo sussidi, vogliamo il giusto prezzo per ciò che produciamo». «Sosteniamo il made in Italy». Altre due manifestazioni si sono svolte a Enna e a Pescara.
Gli agricoltori non sono una categoria omogenea. La realtà è complessa. Ma in genere il forte malcontento trae origine da alcuni fattori: aumenti dei costi, eccesso di burocrazia, difesa dei sussidi europei, tasse elevate.
Evocato in vario modo dai manifestanti, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha precisato la posizione del governo. Spiegando che c’è una differenza tra la situazione italiana e quella delle altre proteste europee: «Il governo Meloni è dalla parte degli agricoltori senza se e senza ma. Da noi non c’è un governo da convincere come sta avvenendo in altre nazioni. La verità è che le politiche dell’Ue, avallate dai governi che ci hanno preceduto, sono state semplicemente folli. Mentre l’Italia ha mantenuto i benefici sul carburante agricolo e non ha intenzione di cambiare questa scelta».
La protesta dei trattori è comunque destinata a durare. Almeno stando alle parole e alla rabbia di chi la porta avanti. Raduni sono previsti martedì prossimo in varie zone della Lombardia, in Toscana e in Sardegna dal movimento «Riscatto Agricolo». Mercoledì un altro gruppo sta organizzando a Verona un grande presidio in occasione dell’inaugurazione di Fieragricola.
(da il Corriere della Sera”)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
UNA CRISI CHE SOLO APPARENTEMENTE SOMIGLIA A QUELLA DEL 2008: QUESTA VOLTA NESSUNO SI LASCIA ANDARE ALL’OTTIMISMO
Non è passato poi così tanto tempo da quando l’acquisto di un
quotidiano storico da parte di un miliardario era un segno di speranza e ottimismo. Dopo tutto, i miliardari avevano denaro da buttare via e si erano guadagnati i loro patrimoni creando qualcosa di nuovo. Magari potevano anche capire come far funzionare i media?
E che dire dell’attività di private equity, ovvero la sfera d’investimenti finanziari fondata sui piani di risanamento? Si acquisiscono aziende dai bassi rendimenti, le si reinventa e le si porta al successo.
O prendiamo le storiche testate giornalistiche di proprietà familiare: si mantiene l’attività nell’ambito della famiglia senza l’obiettivo di profitti eccessivi, giusto quel livello di stabilità sufficiente a mantenere vivi nome e retaggio.
Purtroppo, a quanto pare, nessuna delle suddette categorie risulta in grado di salvare il declinante settore dei media, nel quale i modelli di business sono ancora inchiodati al passato (programmaticità, questa sconosciuta!) e i modelli editoriali sono pensati per un mondo antecedente a Facebook, Tik Tok e all’intelligenza artificiale.
Il settore del media sta affrontando una crisi che non si vedeva dal caos finanziario del 2008, caratterizzata da licenziamenti e tagli dei costi a ogni piè sospinto. I tagli hanno tutti avuto luogo nel contesto del calo di lettori sul web che ha colpito molti principali editori. Mentre giganti tecnologici come Meta (Instagram, Facebook) e Google si sforzano di trattenere i consumatori sulle loro piattaforme, i vecchi punti di riferimento quali Twitter/X non attirano più tanti lettori e il panorama dei social media si frantuma.
Solo questo mese Washington Post, Los Angeles Times, Time, Condé Nast, Sports Illustrated, Business Insider, New York Daily News, National Geographic e Baltimore Sun hanno fatto notizia per licenziamenti, tagli dei costi, scioperi e fosche previsioni
Benché la vendita a un fondo di Private Equity non sia mai stata accolta di buon grado da qualsivoglia redazione, un decennio fa l’emergenza di acquirenti facoltosi lo era ampiamente, partendo dal presupposto che – grazie a uno sconfinato conto in banca – il settore delle news avrebbe avuto tempo – e sovvenzioni – per capire che futuro avesse.
L’accordo più degno di nota, ovviamente, vide protagonista l’uomo più ricco del mondo: Jeff Bezos, che nel 2013 acquisì il Washington Post per 250 milioni di dollari. Ma cotale operazione finanziaria all’epoca era ben lungi da essere un caso isolato.
Ricordate quando il co-fondatore di Facebook Chris Hughes acquisì il New Republic? O quando il fondatore di eBay Pierre Omidyar pompò milioni e milioni in una nuova impresa chiamata First Look Media? O quando BuzzFeed rifiutò l’offerta di un miliardo di dollari della Disney? O quando il New York Times si preoccupava dell’HuffPost?
Le operazioni finanziarie di cui sopra sono decisamente un lontano ricordo, visto che Hughes ha scaricato il New Republic nel 2016, che First Look Media licenzia i dipendenti di aziende di sua proprietà quali Intercept e Topic Studios, e che BuzzFeed quota 22 centesimi per azione dopo aver chiuso la sua divisione news e aver acquisito l’HuffPost. E ovviamente il Washington Post di Bezos il mese scorso ha tagliato centinaia di posti di lavoro ricorrendo al cosiddetto “buyout” dei dipendenti, facendoli quindi subentrare nella proprietà così da evitare i licenziamenti.
Naturalmente, nel settore dei media un decennio fa può benissimo equivalere a una vita fa. Ma anche operazioni finanziarie più recenti hanno mostrato segni di tensione, o in alcuni casi di collasso.
Basti guardare il Los Angeles Times di proprietà del dottor Patrick Soon-Shiong, il miliardario del biotech che ha acquisito il Times da Tronc (ricordate?) per 500 milioni di dollari nel 2018. Ora il patrimonio di Soon-Shiong è in ambasce, con il valore del suo azionariato crollato di miliardi di dollari negli ultimi anni, secondo alcuni rapporti.
Questo mese il veterano dell’emittente televisiva ESPN e del Washington Post Kevin Merida, la cui assunzione fu motivo d’orgoglio per Soon-Shiong, si è dimesso prima di sostanziali e dolorosi tagli ai posti di lavoro (e nel bel mezzo di scontri con la figlia del miliardario). “La decisione di oggi è dolorosa per tutti, ma è imperativo agire d’urgenza e prendere provvedimenti per costruire un giornale vitale e fiorente per le generazioni future. E ci impegniamo a farlo”, ha dichiarato Soon-Shiong a The Times mentre partivano i licenziamenti.
Giovedì scorso sempre The Times ha dichiarato che Terry Tang sarebbe diventato editor esecutivo ad interim. Secondo le fonti, la redazione ha appreso dell’assunzione non da Soon-Shiong, bensì da The Wrap.
E poi c’è il Time, la pubblicazione fiore all’occhiello della defunta Time Inc., che è stata venduta al fondatore di Salesforce Marc Benioff nel 2018 per 190 milioni di dollari. L’azienda ha fatto progressi, con i suoi Time Studios che adesso totalizzano ricavi per oltre 100 milioni di dollari, circa un quarto degli affari dell’azienda, secondo la CEO Jess Sibley.
Ma come la Sibley ha detto alla redazione in un memo martedì scorso annunciando licenziamenti in azienda: “Negli ultimi dodici mesi abbiamo ridotto con diligenza le nostre spese. C’è ancora del lavoro da fare.” Time, ha notato la CEO, non è ancora remunerativo.
Martedì scorso la rivista Forbes, adesso di proprietà di un gruppo d’investimento con base a Hong Kong, ha annunciato il taglio del tre per cento della sua forza lavoro. E perfino la rivale Bloomberg Businessweek, i cui proprietari vantano grandi disponibilità finanziarie e fanno soldi vendendo decine di migliaia di terminali alle aziende di Wall Street, sta passando alla periodicità mensile.
E poi c’è Sports Illustrated, l’altra grande scommessa del fondatore di Time, Henry Luce. Al momento la rinomata testata è al centro di un tiramolla tra il fondatore della bevanda 5-Hour Energy Manoj Bhargava, che controlla l’azienda editoriale Arena Group, e il fondatore di Authentic Brands Group Jamie Selter, che adesso controlla il brand SI e che l’ha concesso in licenza ad Arena.
La redazione di SI si trova tra due fuochi, con Arena che li licenzia mentre parla di un accordo con ABG, che però contemporaneamente cerca un nuovo concessore di licenze.
Il presupposto secondo cui i grandi patrimoni possano offrire una via d’uscita dal declino dei media sembra dunque andare in pezzi.
Ma nell’ambito del private equity non è andata molto meglio. Questa settimana la redazione del New York Daily News ha scioperato contro i tagli dei costi da parte della proprietaria Alden Global Capital. E Alden ha venduto il Baltimore Sun a David Smith, presidente del Sinclair Broadcast Group. “Cosa c’è ancora dire dei quotidiani americani?” ha dichiarato in risposta il già reporter del Sun e creatore di The Wire David Simon.
Recurrent Ventures, proprietaria di brand come Popular Science e Field & Stream (che è stato appena venduto, secondo AdWeek), ha raccolto 300 milioni di dollari da Blackstone e da allora ha licenziato un’ottantina di persone. E alla Business Insider, che è di proprietà della Axel Springer spalleggiata da KKR, giovedì scorso è stato licenziato l’8 per cento del personale.
I funzionari di Condé Nast, stimatissimo proprietario di Vogue e del New Yorker controllato dalla famiglia Newhouse, hanno tagliato circa il 5 per cento della forza lavoro incorporando Pitchfork dentro GQ, anche se il sindacato che rappresenta la redazione ha respinto alcuni tagli proposti.Il settore dei media ha subito batoste sul lato del business, nel quale la pubblicità programmatica e le operazioni finanziarie con marchi storici vantano ancora ricavi esorbitanti, e sul lato del consumatore, una volta abituato a ricavare notizie dagli organi di stampa tradizionali e che ora sceglie invece di affidarsi a TikTok, Apple News o ad altre pubblicazioni digitali di nicchia.
Per poter avere un’attività pubblicitaria funzionante bisogna soddisfare gli operatori di marketing, e per avere un’attività di abbonamenti funzionante bisogna soddisfare i consumatori, e pare che al momento nessuna delle due categorie venga accontentata.
Senza contare il fatto che l’incombente minaccia dell’Intelligenza Artificiale Generativa non ha ancora avuto il suo impatto sul settore, benché gli addetti ai lavori vedano bene ciò che riserva il futuro, come dimostra il contenzioso legale del New York Times contro Microsoft e OpenAI.
La chiave potrebbe essere questa: nel 2008 il mercato pubblicitario fu bastonato dal crash dei mercati, e nuove piattaforme come Facebook, Twitter e YouTube rappresentarono una minaccia tutta nuova per il business dei media storici. Peccato però che all’epoca gli operatori storici non videro ciò che era in serbo nel futuro.
Nel 2024 ci troviamo di fronte a un’altra crisi pubblicitaria, ma sono tutti più informati su come stanno le cose, e, a differenza del passato quando si mantenne a galla grazie a remunerativi accordi fra operatori televisivi, il settore dei notiziari Tv non sarà immune alla moria di ricavi che ha flagellato giornali e siti web.
Come ha scritto il CEO della CNN Mark Thompson alla redazione lo scorso 17 gennaio: “L’universo della Tv tradizionale si sta riducendo in maniera costante. Il passaggio dalla trasmissione lineare a quella digitale ha portato soltanto negli ultimi due anni a un calo di pubblico pari quasi a un quinto, per quanto concerne i canali televisivi di news via cavo negli Stati Uniti.”
Insomma, pare proprio che nessuno, né i miliardari, né gli esperti di risanamenti della private equity, né le grandi famiglie, abbiano una percezione sicura di come far funzionare la baracca.
(da hollywoodreporter)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
HA RISARCITO I DIPENDENTI UFFICIALI MA HA LASCIATO CON UN PUGNO DI MOSCHE 70 COLLABORATORI A PARTITA IVA
La Ki Group riferibile a Daniela Santanchè ed ora in fallimento ha risarcito i dipendenti ufficiali ma ha lasciato con un pugno di mosche circa 70 collaboratori a partita Iva, alcuni dei quali in azienda da 30 anni. È quanto ha scoperto Report, che questa sera porterà in onda su RaiTre una nuova puntata della vicenda che ha portato la ministra del Turismo ad essere indagata dalla Procura di Milano per il reato di falso in bilancio. La Ki Group, azienda di produzione e distribuzione di prodotti biologici, è una società legata a stretto giro alla Visibilia Srl, l’azienda per la quale Santanchè e il suo ex compagno Canio Mazzaro sono finiti sotto i riflettori dei pm meneghini, dopo gli scoop pubblicati lo scorso anno dal Fatto. Su Ki Group gravano ancora circa 9 milioni di euro di debiti – alcuni nei confronti di aziende note come Danone e Alce Nero – di cui 2,7 milioni derivanti da un prestito di Invitalia (e dunque dello Stato). Tuttavia l’azienda, dopo le polemiche dell’ultimo anno, ha deciso di saldare gli arretrati dei dipendenti. Sono rimasti però ancora a bocca asciutta circa 70 agenti commerciali. “Erano quelli che intrattenevano il rapporto con la clientela – spiega a Report Monica Lasagna, ex responsabile commerciale Ki Group – Erano quelli che hanno fatto insomma la storia dell’azineda. C’era gente che lavorava con noi da almeno trent’anni”. Uno degli agenti, sentito dal cronista Giorgio Mottola, afferma di aver ricevuto meno di 9mila euro a fronte di quasi 65mila di arretrati
Non solo. Report ha scoperto anche che per risanare i conti di Ki Group Holding (diversa da Ki Group srl, che invece è fallita) è stato chiamato un manager milanese, Massimo Mazzi, esperto di società in liquidazione. Mazzi tuttavia rischia il rinvio a giudizio a Milano per bancarotta fraudolenta nell’ambito di tutt’altra vicenda, legata alla società Valle Padana. “Gli contestano – spiega il cronista di Milano Today, Alfredo Faieta – di essersi impossessato di più di un milione di euro di denaro e comunque di aver causato un dissesto che ha portato in negativo per alcuni milioni di euro il patrimonio netto della società”. Mazzi è stato scelto dal collegio sindacale di Ki Group Holding, composto da tre manager tutti riferibili allo studio di Massimo Gabelli, per anni presidente del collegio sindacale delle società Visibilia e Ki Group e, per il suo ruolo in Visibilia, indagato per falso in bilancio. “Ma con loro non ho nulla da convidere né di storico, né di conoscenza”, puntualizza Mazzi.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
“QUELLE LISTE SONO UN SACCO SI SPAZZATURA”
«A sentire i russi, sarei già morto due volte» sorride Franck,
uno dei presunti «mercenari» francesi in Ucraina che Mosca afferma di aver ucciso in un recente attacco.
Senza fornire prove, il ministero della Difesa russo ha affermato che l’attacco notturno della scorsa settimana a Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina, ha «eliminato» circa 60 combattenti, «la maggior parte» dei quali «cittadini francesi», e ne ha feriti altri 20.
«Per fortuna non si è trattato di morti gravi, perché sono tornato in vita», ha scherzato il corpulento francese, che ha parlato con l’agenzia di stampa AFP dalla prima linea in Ucraina, dove combatte nella Legione Internazionale.
Diversi elenchi – tra cui uno che rivelerebbe l’identità di circa 30 «mercenari francesi morti» – sono stati condivisi massicciamente sui social media dai canali Telegram del Cremlino e dagli attivisti filo-Cremlino.
Tra i nomi c’è quello di Franck, che i media russi avevano già dichiarato morto in un video del 2022. «Ho perso la mia videocamera Go-pro in una trincea nella regione di Zaporizhzhia», ha spiegato all’agenzia France-Presse, con il volto scoperto ma mantenendo segreto il suo nome completo per motivi di sicurezza. «Hanno mescolato le mie foto con quelle di cadaveri per dire che il mio intero gruppo era morto».
Ma Franck non è l’unico: l’agenzia France Presse ha parlato anche con altri due cittadini francesi presenti nelle liste.
Tutti e tre i veterani dell’esercito francese hanno negato di essere stati a Kharkiv durante l’attacco e hanno respinto l’accusa di essere mercenari. Hanno affermato di essere stati bersaglio di «propaganda» progettata per «minare la loro credibilità» come volontari che combattevano a fianco dell’esercito ucraino.
Beranger Minaud, che ha incontrato di persona l’Afp il 25 gennaio nell’est della Francia, ha raccontato di aver lasciato l’Ucraina nel settembre 2023 dopo essere stato ferito. «Per quanto mi riguarda, è impossibile che 50 combattenti francesi si trovino nello stesso posto e nello stesso momento in Ucraina», ha detto. «Trovo difficile credere che ce ne siano più di 50 in tutto adesso. E quelli che conosco si trovano in diverse unità in tutto il paese», ha detto.
Fonti della sicurezza francese stimano che siano circa 100 i volontari francesi che combattono in Ucraina.
Minaud ha lasciato il suo lavoro di fattorino per svolgere attività umanitaria prima di imbracciare le armi, mosso dal desiderio di «fermare i massacri» di civili.
Il 45enne con il pizzetto ingrigito ha mostrato all’agenzia France-Presse il suo passaporto francese con il suo nome completo e la sua carta d’identità militare ucraina.
«Quelle liste sono un sacco di spazzatura», ha detto un altro combattente che ha rivelato la sua identità di Sly, 43 anni. «Ci sono ragazzi che conosco nelle liste. Erano già in Ucraina ma sono tornati in Francia da qualche tempo».
Contattato tramite WhatsApp, Sly ha detto che stava combattendo «nel sud dell’Ucraina».
Secondo Franck, che ha contattato persone conosciute a Kharkiv dalla regione orientale del Donbas, dove ha detto di operare come cecchino, «il bombardamento di quella notte non ha colpito alcun edificio militare».
«Ha colpito le infrastrutture civili e 19 civili sono rimasti feriti, ma questo è tutto», riferisce.
Il bilancio di Franck è simile a quello riportato dalle autorità di Kharkiv. Alcuni nomi nelle liste sono semplicemente inventati, secondo fonti diplomatiche e militari francesi.
Alcuni elenchi «generati da ChatGPT» includevano falsi ridicoli come «Air Jordan». «Iniziano con informazioni verificate sui cittadini francesi in Ucraina… e le mescolano con dati falsi», ha sostenuto la fonte.
Xavier Tytelman, redattore capo della rivista Air & Cosmos, che ha riferimenti nella Legione Internazionale, ha detto di essere stato in contatto con una dozzina di persone sulla lista. «Sono tutti vivi», ha riferito.
(da La Stampa)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
CALANO LEGA E FORZA ITALIA
Il 2024 sarà un anno particolarmente importante, dal punto di vista elettorale. I partiti si dovranno confrontare con il consenso popolare in primis alle elezioni europee, ma anche in diversi appuntamenti a livello regionale e locale.
Secondo i sondaggi politici, il quadro non è cambiato di molto rispetto alle politiche del 2022: Fratelli d’Italia è sempre in testa, con un netto vantaggio su tutte le altre forze politiche, seguito da Partito democratico, Movimento Cinque Stelle e poi dagli alleati di maggioranza. “Nell’esercizio delle intenzioni di voto non esistono importanti cambiamenti. Tutto appare cristallizzato, con variazioni di pochi decimali per ogni partito in campo”, scrive Alessandra Ghisleri su La Stampa, presentando il sondaggio di Euromedia Research.
I primi tre partiti sul podio risultano tutti e tre in crescita: Fratelli d’Italia si piazza al 28,5%, guadagnando o,2 punti percentuali rispetto all’ultima rilevazione di metà dicembre; il Partito democratico, invece, cresce dello 0,3% e arriva al 19,5%; mentre il Movimento Cinque Stelle si prende un intero punto percentuale in più e vola al 17,8%, vicinissimo ai dem.
Le cose non vanno altrettanto bene per i due principali alleati di Giorgia Meloni in maggioranza. La Lega perde ben 0,6 punti percentuali e crolla all’8,4%, seguita da Forza Italia, che scende dello 0,2% e si ferma così al 7,5%.
Per quanto riguarda le forze politiche minori, l’unica a crescere nell’ultimo mese secondo il sondaggio di Euromedia è Azione, seppur lievemente (+0,1%) che si stabilizza al 4,3%. L’unico altro schieramento che, se si andasse oggi alle urne, supererebbe la soglia del 3% è l’Alleanza Verdi e Sinistra, che otterrebbe il 3,4%, in calo di 0,1 punti rispetto a metà dicembre. Italia Viva si fermerebbe invece al 2,8%, +Europa al 2,5%. Infine, rimangono invariati gli indecisi, stabili al 37%.
Per quanto riguarda invece gli indici di fiducia nei leader, secondo il sondaggio di Euromedia, Giorgia Meloni resta al primo posto con il 39,3%, seguita da Antonio Tajani al 31,4%. Il terzo gradino del podio va invece al leader M5s, Giuseppe Conte, con il 26,1%, seguito da Matteo Salvini (24,8%) ed Elly Schlein (21,4%). Infine troviamo Carlo Calenda al 15,1%, seguito in coda da Matteo Renzi all’11%.
(da Fanpage)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA SOGLIA SUPERA LA MAGGIORANZA SOLTANTO TRA GLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA E ITALIA VIVA. TRA CHI VOTA PD, SOLO L’8,2% CONDIVIDEREBBE
Alla luce delle prossime elezioni Europee diventa interessante
comprendere da dove partono i partiti e i loro leader sullo start di quella che si annuncia una campagna elettorale spumeggiante.
Nel sondaggio per Porta a Porta di martedì scorso 23 gennaio è emerso che 1 italiano su 3 vorrebbe il proprio leader candidato come capolista in tutte le circoscrizioni alle elezioni Europee. Il dato interessante è che solo tra gli elettorati di Fratelli d’Italia (52,3%) e Italia Viva (50%) questo sentimento è in maggioranza, per tutti gli altri prevale una certa distanza dalla proposta con punte che superano il 75% per gli elettori di Azione e del Partito Democratico.
Proprio per quest’ultimo la riflessione diventa più significativa perché, poco meno del 10% (8,2%), condividerebbe Elly Schlein come capolista. Forse, visto che la rilevazione è stata precedente al question time alla Camera di mercoledì scorso, non hanno potuto osservare la leader del partito Democratico ingranare la marcia, dimostrandosi molto efficace nel dibattito con il presidente del Consiglio.
Del resto, qualsiasi risultato sarebbe a lei imputabile, con le relative conseguenze. Il punto è che per ogni indicazione ci si ritrova sempre davanti ad un “gioco di fiducia” che mette in una relazione diretta il politico e il cittadino.
Nell’analisi degli indici di fiducia dei leader politici italiani di EuromediaResearch svetta Antonio Tajani che, con il 31,4% – su una scala da 1 a 100 – definisce il minor distacco, rispetto ai suoi colleghi, da Giorgia Meloni che, nel suo ruolo istituzionale – come Premier – raccoglie il 39,3%.
Alle spalle del frontman di Forza Italia si palesa Giuseppe Conte con il 26,1% seguito da Matteo Salvini (24,8%) ed Elly Schlein (21,4%). Carlo Calenda (15,1%) precede il suo ex alleato Matteo Renzi (11%) di 4 punti percentuali.
§Sono tanti i fattori che entrano in gioco nella scelta del voto oltre la fiducia, come ad esempio gli eventi legati all’attualità, l’attendibilità e la credibilità dei candidati sul territorio, l’interesse e la partecipazione attiva nella vita politica, il proprio credo politico, ma di sicuro se si alzano troppo le attese nelle promesse è più facile poter deludere la platea degli elettori.
Nel frattempo nell’esercizio delle intenzioni di voto non esistono importanti cambiamenti. Tutto appare cristallizzato, con variazioni di pochi decimali per ogni partito in campo, in attesa della presentazione degli scenari di voto e delle liste dei candidati definitivi. Le elezioni europee dal canto loro sono sempre state percepite come più lontane rispetto alle altre votazioni
In più la bassa partecipazione al voto europeo – sempre registrata nel confronto con le elezioni nazionali – potrebbe anche essere dovuta a quel senso di inferiorità che il voto di ciascuno non abbia il potere di fare la differenza. La poca fiducia nella politica richiede sforzi maggiori da parte dei leader politici per promuovere la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza, coinvolgendo i cittadini e ascoltando le loro preoccupazioni. Insomma tutto è in gioco per ristabilire un legame di fiducia con la gente.
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SALA STRAPIENA DI ELETTORI, MA POCHI DIRIGENTI DI PESO E QUASI NESSUN EUROPARLAMENTARE
Un sit-in per la libertà di stampa e il pluralismo, e un nuovo affondo contro Giorgia Meloni, la premier che usa la Rai come ufficio stampa del suo governo: «Mi hanno segnalato un titolo di ieri nella televisione pubblica: “Mille euro in più per gli anziani, si vota l’8 e il 9 giugno”.
Una propaganda nella forma più becera, sulla pelle degli anziani», dice Elly Schlein dal palco della Sala Pacis di Cassino, «Non è vero niente, ahimé, la raccontano così, come se a milioni di anziani andassero mille euro. Invece è una sperimentazione e riguarderà al più 24mila persone».
Mercoledì scorso in aula Schlein aveva definito Meloni «la regina dell’austerità», ora, dice, «sembra diventata la Regina delle Televendite, forse si è ispirata a Wanna Marchi. Basta TeleMeloni». La segretaria del Pd ha scelto Cassino per la partenza ufficiale della campagna «per un’Europa sociale, verde, giusta, che non dimentica».
Nel nome di David Sassoli, il presidente dell’europarlamento scomparso due anni fa: viene citato in ogni intervento dal palco, ed è sempre l’applauso più caldo. Sei tappe, la prossima sarà in Sicilia, fra un paio di settimane
Nel giorno del calcio d’avvio, i cronisti le stanno addosso nella speranza di incrociare il momento in cui dirà se correrà per Bruxelles. È l’unica a sapere quando lo dirà, insieme ai suoi stretti collaboratori. Ma il momento non è arrivato. Tarda, troppo per tutto il gruppo dirigente. Il rischio è che “la mossa” la faccia prima proprio l’avversaria Meloni, e che la segreteria del Pd finisca per fare una scelta – per il sì o per il no – alla rincorsa della premier.
Intanto ha scelto il 27 gennaio, la Giornata della Memoria, e la città per la quale è passata la storia del Novecento: costruita per bloccare l’avanzata degli Alleati, e poi bombardata dagli Alleati proprio per questo. Lo scontro tra le forze alleate e quelle tedesche durò fra il gennaio e il maggio del 1944.
Dal palco Schlein spinge a lungo sul tasto dell’informazione libera, parla degli attacchi della premier contro Repubblica e contro la trasmissione Report. Lancia un sit-in: «Il Pd si mobilita per difendere la libertà di stampa e il valore di un sevizio pubblico che sia davvero libero e plurale e che non può essere a servizio del governo di turno e della sua propaganda. Si è oltrepassato il segno. Non staremo a guardare».
Questo sabato a Cassino la sala era piena ben oltre i 300 posti a sedere, ma non c’era il pienone di dirigenti. In prima fila c’era il segretario regionale Daniele Leodori, il dem più votato del centrosinistra alle scorse regionali
E il presidente del Pd regionale Francesco De Angelis, uomo di peso del Sud del Lazio (e secondo le voci in procinto di candidarsi alle europee); del consiglio regionale – di cui fa parte Bonafoni – c’era Sara Battista (la compagna di Albino Ruberti, dimissionato da capo di gabinetto del sindaco Gualtieri dopo una storiaccia di una lite in un ristorante, poi il Campidoglio lo ha recuperato a Risorse per Roma), il capogruppo del Pd Mario Ciarla, la collega Emanuela Droghei.
Solo tre i deputati presenti: Nicola Zingaretti, anche lui in odore di corsa all’europarlamento, Claudio Mancini, gran consigliere del sindaco di Roma, e Matteo Orfini, che è eletto da questi territori. Annunciato nel programma ma assente giustificato Peppe Provenzano, richiamato nella sua Sicilia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario e per un’iniziativa contro l’autonomia differenziata. E solo tre gli europarlamentari, tutte donne: Camilla Laureti, Beatrice Covassi e Daniela Rondinelli, ex M5s. Una così scarsa presenza degli “uscenti” in teoria non significa molto: ormai, nei weekend, chi pensa di ricandidarsi resta nelle proprie circoscrizioni a fare campagna elettorale.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL COGNATO D’ITALIA VIENE SPERNACCHIATO E QUESTA VOLTA NESSUNO NEL PARTITO LO DIFENDE
Lo sconcerto per spaceLollo sta dilagando tra i Fratelli d’Italia.
L’intervista-comizio al Tg1 ha suscitato imbarazzo tra i parlamentari over 40, e orrore “cringe” tra gli under 30. La reazione è stata immediata.
Subito dopo l’intervista, nei cellulari degli esponenti di Fdi hanno cominciato a suonare le notifiche bip bip: “Lollo ne ha combinata un’altra delle sue”. Nelle chat si dileggia il ministro della sovranità alimentare, che la scorsa settimana era volato fino a Cape Canaveral per assistere al lancio della missione Axiom 3.
I commenti più velenosi riguardano l’esordio del suo intervento al Tg1 (“Un saluto ai concittadini”): “Concittadini? Semmai connazionali, ma che stai, a Subiaco?”. Altre grasse risate per la frase “ho assistito con orgoglio alla partenza del razzo”: “Razzo? Ma che stiamo a Capodanno?”.
Infine il panegirico sulla pasta made in Italy e la conquista dello spazio al profumo di carbonara. Per capire lo sconcerto del partito…è sufficiente leggere i comunicati a difesa che in genere partono a batteria in difesa del ministro di turno, generando insofferenza delle agenzie di stampa, costrette a passare comunicati identici trasmessi a valanga. Questa volta nessuno lo ha difeso. Tranne il fedele Gianluca Caramanna, alberghiere legatissimo al marito di Arianna Meloni e consulente della Santanchè. E anche per lui, le serpi di Fdi hanno malignato: “Non star mica pensando di aprire una catena di hotel su Marte?”ca
da agenzie)
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