Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
SECONDO I SONDAGGI, UNITI SUPERANO LA COALIZIONE DI GOVERNO, MA NON FACENDOLO STANNO CONSEGNANDO L’ITALIA A DEGLI SCAPPATI DI CASA
Partiti di opposizione: 46,7%. Partiti di governo: 45,8%. Altri partiti: 7,5%”. Sondaggio di Renato Mannheimer per “Piazza Pulita” di giovedì 25 gennaio
Se non suonasse offensivo per le persone che soffrono realmente, l’espressione “suicidio assistito” sarebbe davvero calzante per un’opposizione che pur essendo, sulla carta, maggioranza tra gli elettori preferisce che a governare sia uno schieramento che conta meno voti piuttosto che porre rimedio alle proprie divisioni.
Certo che parliamo di sondaggi. Certo che le coalizioni in politica non possono limitarsi a una somma aritmetica delle forze in campo. Certo che si tratta di percentuali illusorie perché l’opposizione di Matteo Renzi è una barzelletta e quella di Carlo Calenda si manifesta a giorni alterni. Certo che a destra si privilegia, cinicamente, la difesa delle poltrone visto che a ben guardare gli spiriti animali tra FdI, Lega e Forza Italia non sono troppo dissimili e alla fine ci si mette sempre d’accordo. Non avviene così nell’area di centrosinistra dove il disaccordo è la cifra comune e condivisa. Avvenne anche con il disastro delle Politiche del 25 settembre 2022 quando la destra vinse (con un elettore su quattro, super-minoranza nel Paese) approfittando della insanabile divisione tra Pd, M5S e il cosiddetto Terzo Polo (Calenda & Renzi, prima del divorzio s’intende). Tre giorni dopo, il 28 settembre, su queste colonne un informato articolo di Ilaria Proietti forniva un disperante elenco di quei 20 collegi, uno per uno, che ci avevano fatto perdere un pugno di seggi decisivi in Parlamento. Tutti distacchi misurabili in percentuali minime, due o tre per cento, ma tutti andati a vantaggio dei partiti di destra che, pur detestandosi, quando è il momento di vincere fanno cartello e stravincono. Mentre nel centrosinistra si rinunciò all’arma della desistenza utile perché sul pianeta dei Tafazzi quando è il momento di vincere si preferisce perdere, e pure con una certa soddisfazione nell’assistere alla rovina del vicino di banco.
Acqua passata che serve soltanto a temere un altro rovescio quando sarà il momento di votare per il referendum confermativo alla riforma meloniana del premierato.
Visto che l’elezione diretta del premier piace al 55% degli interpellati (Ilvo Diamanti), e il “leader forte” addirittura al 58, sarà bene non farsi troppe illusioni.
Quel blocco di opposizione che nel 2016 mandò gambe all’aria la riforma costituzionale di Matteo Renzi oggi non esiste. Anche perché il senatore di Riad sembra collocato, con soddisfazione, dall’altra parte della barricata (mentre scommettiamo che Carlo Calenda lascerà libertà di coscienza ai propri elettori). Poca roba, comunque, in termini di voti reali.
Poi però esiste l’opposizione dei cittadini, quella che non giura fedeltà ai partiti ma alla Carta costituzionale. Un popolo che andrebbe subito mobilitato contro lo stravolgimento dell’equilibrio dei poteri che con l’indebolimento di Quirinale e Parlamento sancirebbe l’avvento della donna sola al comando.
Oggi la partita sarebbe probabilmente persa. Per non farsi trovare impreparati, cosa si aspetta, dunque, a creare in tutta Italia una miriade di comitati per la difesa della Costituzione repubblicana? Una mobilitazione dal basso, un ritorno della politica migliore e anche il modo più efficace per distinguere l’opposizione vera da quella finta.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
L’INFERMIERA “MESSA IN PUNIZIONE” DAL DATORE DI LAVORO PERCHE’ HA OSATO ISCRIVERSI A UN SINDACATO… UN ALTRO FULGIDO ESEMPIO DELLA (IM)”PRENDITORIA” ITALIANA
Una giovane infermiera di una Rsa di Taranto è stata “messa
in punizione” dal datore di lavoro (drastica riduzione dell’orario e dello stipendio) perché si è iscritta al sindacato. “Qui non era mai successo”, le ha spiegato, molto seccato, il padrone.
Mi sono chiesto, leggendo la notizia sull’edizione on line di questo giornale (non tra le più evidenti, il gatto di Nino Frassica è comunque più cliccabile), quale impatto possa avere una notizia come questa sui media: quelli tradizionali e i social.
Azzardo una risposta, ovviamente suscettibile di verifiche e (sarebbe bello) di smentite: avrà un impatto molto basso. Nessun furibondo dibattito a base di “vergogna!”, “no, vergognati tu!”. Nessuna appassionata inchiesta televisiva o giornalistica sulla sparizione progressiva del concetto stesso di “diritti del lavoratore”.
Vicende come quella di Taranto rimandano a un assetto ottocentesco dei rapporti di classe; o, nella migliore delle ipotesi, agli anni mediani del secolo scorso, quando nelle fabbriche si appendeva il cartello “qui si lavora e non si parla di politica”.
Altri soprusi (ugualmente gravi) avrebbero una eco dieci volte maggiore: per esempio il datore di lavoro che palpeggia una dipendente. Fanno notizia solo i soprusi contro l’integrità e la libertà del corpo, solo vero tempio dei tempi moderni.
Proviamo, allora, a dirla così: dimezzare (quasi) uno stipendio, e boicottare una dipendente perché ha osato iscriversi a un sindacato, è un attacco alla persona. Al suo corpo fisico. Alla sua vita materiale. Chissà se, mettendola così, ci si rende conto, finalmente, che la libertà è una sola, e comprende, eccome, i diritti economici, politici, sindacali.
(da agenzie)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
PER PREPARARE POSSIBILI CANDIDATURE ED EVITARE FIGURACCE, LA PREMIER HA IMPOSTO CORSI ACCELERATI PURE A URSO E SANTANCHE’
“Noio volevam savuar l’indiriss”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vuole evitare che i suoi ministri e collaboratori a Bruxelles diventino tanti piccoli Totò di fronte al poliziotto di Totò, Peppino e la malafemmina. Per questo da inizio anno ha dato un’indicazione precisa: tutti a lezione di inglese. Ministri, sottosegretari, staff di Palazzo Chigi e dei ministeri. Tra i più noti che stanno prendendo lezioni ci sono due volti di primo piano del melonismo: la sorella Arianna e il compagno e ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.
Non è un ordine casuale. È un’indicazione dietro la quale si cela un obiettivo politico: la possibile candidatura al Parlamento europeo o, nel caso di Lollobrigida, la corsa per un posto da commissario all’Agricoltura in Ue dopo le elezioni. D’altronde sapere l’inglese è un requisito essenziale nei palazzi del potere di Bruxelles o Strasburgo. E quindi meglio prepararsi per tempo.
La premier Meloni, infatti, è una delle pochissime persone nella sua cerchia ristretta a parlare bene diverse lingue: fluentemente l’inglese, francese e spagnolo. Lollobrigida ha iniziato a prendere lezioni di inglese da qualche mese, dopo essere diventato ministro, un mestiere che lo porta a girare il mondo per incontri bilaterali e riunioni con i propri omologhi europei in cui deve poter sfoggiare la sua conoscenza della lingua britannica. L’ultima trasferta del titolare dell’Agricoltura è stata proprio a Cape Canaveral, in Florida, per il lancio della missione spaziale Axiom 3 e la candidatura della cucina italiana a patrimonio dell’Unesco.
§La sorella della premier, Arianna, che invece partiva da zero nella conoscenza dell’inglese, ha iniziato a prendere lezioni da inizio anno condividendo l’insegnante con il compagno Lollobrigida.
Arianna, che da agosto è stata promossa a capo della segreteria di Fratelli d’Italia, potrebbe candidarsi al Parlamento europeo nel caso in cui la sorella Giorgia alla fine dovesse rinunciare. Ipotesi improbabile – la premier deciderà solo a maggio ma ha fatto capire di voler correre – ma ancora possibile: senza il nome della premier, servirebbe una “Meloni” sulla scheda elettorale per trainare la lista di Fratelli d’Italia nelle urne. A ogni modo, sempre meglio essere poliglotta.
Ma Lollobrigida e Arianna Meloni non sono gli unici a dover migliorare il proprio english: la premier ha ordinato a mezzo governo di farlo. Sono stati coinvolti altri ministri – tra questi i candidati in pectore sono quello delle Imprese Adolfo Urso e del Turismo Daniela Santanchè, mentre il titolare degli Affari europei Raffaele Fitto l’inglese lo conosce benissimo – ma anche tutto lo staff di Palazzo Chigi e di altri ministeri. Escluso solo Giovanbattista Fazzolari, potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e responsabile comunicazione del governo, che conosce bene l’inglese e il francese essendo figlio di un diplomatico e avendo studiato al liceo Chateaubriand di Roma.
Staff di Palazzo Chigi (ufficio stampa e consiglieri) e dei ministeri invece devono prendere lezioni per gestire meglio i bilaterali all’estero, le missioni internazionali e soprattutto il G7 di cui l’Italia ha assunto la presidenza dall’1 gennaio. Da qui ai prossimi mesi il governo italiano accoglierà capi di Stato e ministri delle grandi potenze mondiali in molte città (l’evento clou sarà a Borgo Egnazia dal 13 al 15 giugno) e quindi è bene evitare figuracce e scivoloni sull’inglese.
Insomma, Meloni vuole evitare di replicare la gaffe del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin che a novembre a Bruxelles si confuse tra “compromise” (compromesso) e “compliments” (complimenti), ma anche il celebre “shish” di renziana memoria o il maccheronico “please, visit Italy” di Francesco Rutelli. L’effetto Totò è sempre dietro l’angolo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
COSI’ JANNIK E’ DIVENTATO IL CAMPIONE SINNER, UN RAGAZZO CHE DA SUBITO HA DIMISTRATO DI ESSERE GRANDE
La montagna, la sua legge silenziosa. I sacrifici che regala, la
bellezza che impone. Jannik Sinner è nato e cresciuto fino ai 13 anni in Val Pusteria e per andare a scuola da ragazzino impiegava due ore: sveglia alle cinque, due autobus, un treno. «Ma non gli pesava, ed era bravissimo nello studio», raccontano i suoi compagni di allora, fra i quali il suo compagno di banco Raphael Mahlknecht, oggi azzurro di telemark.
La prima lezione Jannik l’ha ricevuta dall’ambiente in cui è cresciuto, da quel paesaggio che ti spinge a guardare in alto, ma sempre badando a dove metti i piedi, evitando le scorciatoie troppo facili. E poi l’educazione in famiglia, mamma Siglinde e papà Hanspeter, responsabile di sala e chef al Rifugio Fondovalle, in Val Fiscalina, affettuosi ma rigorosi.
Che fosse un talento non era difficile capirlo, ottimo nello sci, bravo con il pallone, instancabile con la racchetta che all’inizio era così pesante, per i suoi pochi muscoli di cucciolo, che quasi se la trascinava dietro. Andreas Schonegger d’inverno gli faceva da maestro di sci, d’estate di tennis, ma sono stati prima Heby Mayr e poi Andrea Spizzica, ex tennista romano trasferito per amore a Brunico, che hanno impedito che il tennis rimasse uno svago. Massimo Sartori, lo storico coach di Andreas Seppi, ha capito invece che per fare fiorire la gemma Sinner bisognava trapiantarla a Bordighera, al Piatti Tennis Center.
Ed è lì, che dai 13 anni in poi, Jannik ha compiuto il suo tirocinio, sbozzando la tecnica, imparando da Mastro Piatti – che come allievi ha avuto Djokovic e Raonic, Furlan e Ljubicic, Camporese e Gasquet – i segreti di bottega, la strada che porta al professionismo.
Non un tirocinio facile. «Le prime settimane sono state orrende – ricorda – Ero abituato ad allenarmi al massimo due volte la settimana, e improvvisamente dovevo farlo tutti i giorni, a volte due volte al giorno. Non ero mai entrato in una palestra e invece al centro era un impegno quotidiano. Mi mancavano la mia famiglia, i miei amici. Ma quando i miei genitori mi venivano a trovare dicevo loro che tutto andava bene, perché non volevo che si intristissero». Altro che bamboccione.
Dalibor Sirola e l’ex triplista piemontese Claudio Zimaglia, preparatore fisico e fisioterapista, hanno iniziato ad educare il suo fisico, trasportandolo dall’infanzia ai primi successi, alla vittoria nelle Next Gen, ad una scalata del ranking rapida quanto lo erano da ragazzino le sue discese sulla neve. Due anni fa lo strappo, l’uccisione del padre tennistico, come spiegherebbe Freud, l’addio a Piatti, alla tana ligure dove anche allenandosi con Djokovic e Maria Sharapova Jan aveva capito che dieta mentale serve per diventare un numero uno.
Per la seconda parte della sua carriera ha scelto Simone Vagnozzi, uno degli ex allievi di Sartori insieme a Seppi e Alex Vittur, il manager che ha studiato ad Harvard e ancora oggi è il suo uomo di fiducia, il legame fra la famiglia e le origini e il palcoscenico mondiale dove Jannik ormai è chiamato a recitare. Un passaggio non subito facile, ma alla fine giusto, che Jannik ha compiuto ‘gettandosi nel fuoco’, come ha spiegato, e completato mettendosi a fianco Darren Cahill, l’ex coach di Agassi e di tanti altri fuoriclasse. Vagnozzi affina la tecnica, rifinisce tattica e gesti; Cahill educa la mente disponibilissima della Volpe ai compiti che spettano non più ad un tennista promettente, ma ormai ad un campione assoluto. Strategie, emozioni, scelte da fare in campo, ogni aspetto va curato nel dettaglio, il tutto con l’aiuto di Formula Medicine, la struttura inventata dal dotto Ceccarelli che da trent’anni opera nei motori e che aiuta a mettere in parallelo mente e corpo, pensieri e cuore.
Jannik negli anni non ha badato alle critiche, o meglio: ha accolto quelle che sapeva giuste. E sotto la guida del duo italo-australiano negli ultimi mesi ha sistemato le ultime tessere fuori posto: ora il suo puzzle è fatto anche di un servizio all’altezza nelle percentuali, e di un fisico capace di reggere l’urto del tennis d’alta quota, quello dei primi 5 del mondo. Lassù, ogni partita è un Everest da scalare. Ma Jannik, che della montagna è figlio, questo lo ha sempre saputo.
(da La Repubblica)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
A TORINO ESPLODE L’ENTUSIASMO
Appuntamento all’alba della domenica alla Lavazza per tifare Sinner davanti al maxischermo allestito per l’occasione. Sono stati centinaia i torinesi che stamattina hanno risposto presente all’invito lanciato dai Carota Boys: “L’idea ci è venuta subito dopo la vittoria di Yannik in semifinale contro Djokovic – hanno risposto i primi tifosi del numero uno azzurro -. E visto come sono andate le cose è stata una battaglia sofferta che però ha portato fortuna al nostro campione”.
La risposta degli appassionati è stata immediata e piena di entusiasmo tanto da garantire una mattinata di adrenalina e di divertimento puro.
E così, stamattina, fin dalle 8,30, la gente, in gran parte colorata di arancione, si è presentata alla Lavazza: colazione, ovviamente con un buon caffè e biscottini, e poi tutti a tifare Sinner.
Due set di sofferenza totale persi con un doppio 6-3, qualche defezione in sala fra i più pessimisti, soprattutto nelle ultime file, poi la rimonta incredibile.
Sinner che rimonta Medvedev e la sala che diventa una bolgia: 6-4 6-4 6-3 e Jannik che vince il primo Slam della carriera. E la Lavazza che ribolle di entusiasmo come una caffettiera
(da Repubblica)
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Gennaio 28th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO 48 ANNI UN ITALIANO TORNA A VINCERE UNO SLAM DOPO 4 ORE DI BATTAGLIA: “AUGURO A TUTTI I BAMBINI DI VIVERE QUESTO SOGNO”
È il primo italiano a vincere l’Australian Open Jannik Sinner,
alla sua prima finale di uno slam. Contro il russo Daniil Medvedev a Melbourne finisce al quinto set (3-6, 3-6, 6-4, 6-4, 6-3), alla fine di oltre quattro ore di battaglia vera. Dopo i due set vinti dal russo senza apparente difficoltà, per l’azzurro sembrava doversi ripetere il copione delle Atp Finals di Torino. Ma dal terzo set, Sinner riprende il controllo di sé e del match, grazie anche a un confronto con i suoi allenatori che si rivelerà cruciale. Cambia ritmo e cambia anche scenario, ribaltando il risultato e soprattutto Medvedev, sempre più a corto di energie.
La rimonta clamorosa continua con la vittoria del quarto set. Medvedev è costretto al quinto set, ormai sfinito ma senza alcuna intenzione di arrendersi. La battaglia si fa fisica e sempre più nervosa, il russo trova il 2-2. Ma Sinner riprende il volo e fino al 6-3 non c’è storia.
I complimenti di Medvedev
«Prima di tutto mi voglio complimentare con Jannik», dice Medvedev a fine gara. «Sei cresciuto molto, hai lottato e stai vincendo tanti tornei. Te lo sei meritato. Sono certo che non sarà la tua ultima finale slam ma io cercherò di vincere la prossima sfida, visto che con te ho perso le ultime tre».
Per Sinner questa è stata «una vittoria speciale, un torneo incredibile, due settimane fantastiche: qui mi sono sentito a casa – ha detto l’azzurro fuori di sé dalla felicità – È fantastico giocare qui, a casa mia sta nevicando, sono a -20 è più bello giocare al caldo. Auguro a tutti i bambini di vivere questo sogno e di avere la libertà che mi hanno dato i miei genitori. E’ tutto, ci vediamo il prossimo anno».
(da Open)
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Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile
FALSITA’ IN UN SERVIZIO DOVE SI SPACCIA UN AIUTO DI 1.000 EURO PER 14 MILIONI DI ANZIANI: BALLE, RIGUARDA SOLO 25.000 PERSONE
Una nuova polemica investe la Rai. Questa volta nel mirino è finito ancora un servizio del Tg1, dopo quello su Gioventù nazionale e quello di presentazione su Atreju, la festa di FdI che si e svolta lo scorso mese. Si tratta di un servizio del telegiornale che annuncia “una prestazione universale da 1000 euro per 14 milioni di anziani, quando in realtà quella prestazione toccherà solamente a 25.000 Italiani”.
“‘Mille euro in più per gli anziani. Si voterà l’8 e il 9 giugno’. Questo è l’incredibile titolo del servizio del Tg1 di venerdì sera. Non solo l’associazione con il voto elettorale – una piccineria da propaganda di regime – ma il capolavoro di annunciare ‘una prestazione universale da 1000 euro per 14 milioni di anziani’.
Una bugia vergognosa, detta a milioni di italiani come se fosse verità – scrive su X Marco Furfaro, responsabile Contrasto alle diseguaglianze e Welfare nella segreteria nazionale Pd – Sapete a quanti toccherà quella prestazione universale che universale non è? A 25 mila persone. Perché ci sono requisiti stringenti: almeno 80 anni, livello di bisogno assistenziale gravissimo, Isee inferiore a 6000 euro e titolarità di indennità di accompagnamento”.
Una nuova denuncia da parte del partito di Elly Schlein scoppia nel giorno in cui i dem hanno annunciato una mobilitazione “per difendere la libertà di stampa e il valore di un servizio pubblico che sia davvero libero e plurale” con un sit in davanti alla Rai. Denuncia ancora il parlamentare dem: “Da 14 milioni annunciati al Tg1 a 25mila persone nella realtà. Ma sarebbe questa la ‘grande Nazione’ che ha in mente Meloni? Un’Italia al servizio del potere? Il giornalismo piegato a fare il megafono di falsità per ingannare le persone? La Rai è diventata TeleMeloni. E la cosa più vergognosa di oggi è che lo fa sulla pelle degli anziani. Da servizio pubblico al servizio della destra, povera Italia”. In più, i componenti Pd della Commissione di vigilanza sulla Rai chiederanno “la rapida calendarizzazione dell’audizione del direttore in commissione per i suddetti fatti”.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile
TRA “AMICHETTISMO” DI DESTRA E MANCANZA DI CLASSE DIRIGENTE
Questo mese, al Teatro di Roma, sono andati in scena drammi,
accuse di gioco sporco e furiosi battibecchi, ma non si trattava di opere teatrali. Gli attori hanno inscenato una rumorosa protesta di strada e i politici dell’opposizione di sinistra hanno pronunciato infuocati soliloqui mentre i sostenitori del governo di Giorgia Meloni insediavano il loro candidato come direttore generale.
Secondo Elly Schlein, leader dell’opposizione di sinistra del Partito Democratico, la nomina è “un insulto alla cultura”, mentre il sindaco di Roma ha minacciato azioni legali. La Meloni si è rallegrata, sostenendo che ciò fa parte dello smantellamento del controllo della cultura italiana da parte di quelli che i suoi sostenitori chiamano “radical chic”. “Il mondo in cui l’appartenenza al Partito Democratico ti faceva guadagnare punti quando si trattava di impieghi pubblici è finito”, ha detto la Meloni. “L’era dell’amichettismo è finita”, ha aggiunto.
La presa di potere del Teatro di Roma è l’ultimo episodio di una lotta su chi debba controllare la cultura in Italia. La coalizione di destra della Meloni ha già nominato una serie di manager in posizioni chiave del pantheon culturale italiano, tra cui la televisione di Stato, la Biennale di Venezia e la galleria d’arte Maxxi di Roma.
“Il Teatro di Roma è stato il caso peggiore, un vero e proprio colpo di Stato”, ha dichiarato l’attrice Sylvia de Fanti. Ha protestato contro l’appuntamento romano insieme al regista Matteo Garrone, candidato all’Oscar quest’anno per il film Io capitano. I sostenitori della Meloni hanno negato di voler piazzare manager di destra in posti di rilievo, sottolineando che la loro scelta per il teatro di Roma, Luca De Fusco, era un tempo socialista. Questo non fa alcuna differenza per lo scrittore di sinistra Christian Raimo, che ha organizzato la protesta di strada. “Il partito della Meloni manca di spessore culturale a causa del suo background fascista, quindi a volte non riescono a trovare persone per i ruoli e scelgono persone di secondo piano che salgono sul loro carro”, ha detto.
Altri nuovi dirigenti hanno un vero e proprio pedigree di destra, a cominciare da Pietrangelo Buttafuoco, ex ammiratore del partito di estrema destra italiano CasaPound, che ora dirige la Biennale, che sovrintende al festival del cinema di Venezia. Giampaolo Rossi, recentemente nominato direttore generale della Rai, ha elogiato il leader ungherese Viktor Orban, denunciato il finanziere George Soros e suggerito che l’avvelenamento di Salisbury del 2018 sia stato un complotto occidentale volto a screditare il presidente Putin.
Buttafuoco e Rossi hanno partecipato a una conferenza sulla cultura tenuta dai sostenitori della Meloni lo scorso aprile, dove hanno ascoltato un discorso di Federico Mollicone, il deputato di Fratelli d’Italia accusato di aver organizzato il colpo “di teatro”.
Mollicone, che ha chiesto all’Italia di bloccare un episodio di Peppa Pig che ritrae due madri lesbiche, ha dichiarato: “Dobbiamo puntare a liberare la cultura da decenni di egemonia della sinistra. “La conquista dell’egemonia culturale precede la conquista del potere politico. Questo avviene attraverso l’infiltrazione degli intellettuali nei mezzi di comunicazione, di espressione e nel mondo accademico”.
Francesco Giubilei, ex consigliere del ministro della cultura Meloni e organizzatore della conferenza, ha dichiarato al Times che è giunto il momento per la destra italiana di porre fine al monopolio decennale della sinistra su musei, biblioteche, cinema, festival culturali e televisione in Italia.
Ha detto che il teatro di Roma era la punta dell’iceberg. “Ci sono migliaia di posti di lavoro come questo controllati dalla sinistra in Italia, ma la destra, finora, non ha ritenuto che la cultura fosse importante. E non si può dire che la destra non abbia cultura”, ha detto, citando tre icone del conservatorismo britannico: GK Chesterton, JRR Tolkien e Roger Scruton.
La sinistra italiana ha sostenuto che la destra non può “fare” cultura perché il suo innato conservatorismo le impedisce di sfidare le ortodossie – un’ambizione necessaria per qualsiasi scrittore, poeta o drammaturgo. Il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, ha contestato questo punto di vista alla conferenza di aprile, sostenendo che il dominio culturale della sinistra e l’obbedienza servile al politicamente corretto non le permettono più di sfidare le regole.
“La vera forma di anticonformismo, l’unica trasgressione, è il conservatorismo”, ha detto, aggiungendo che il compito dei conservatori è quello di combattere il “politically correct monolitico” e riaffermare la “libertà delle idee”. Sandro Ruotolo, portavoce del Partito Democratico per la cultura, ha sostenuto che l’acquisizione da parte della destra di posizioni chiave in Rai sta ottenendo il risultato opposto e sta portando la televisione di Stato alla censura. Ha citato la decisione della Rai di bloccare la trasmissione di un programma sulla mafia presentato da Roberto Saviano, autore del reportage sulla mafia Gomorra, che è stato denunciato con successo dalla Meloni per averla definita “bastarda” a causa delle sue politiche migratorie. Ruotolo ha detto: “In che razza di Paese viviamo? Vediamo il programma”.
Tom Kington
per “The Times”
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Gennaio 27th, 2024 Riccardo Fucile
I MACCHINONI DI BETTY CASELLATI, ANGELUCCI CHE FA IL SEGNO DEL SILENZIO, LA FOTO DI BERLUSCONI STEMPIATO
Immaginate vostro nonno di 89 anni ballare, all’Eur, al Salone delle Fontane, “Get Lucky” dei Daft Punk e poco lontano il ministro Gilberto Pichetto muovere il suo piedino sulle note di “è un’emozione/ sarà perché ti amo”. Se lo avete immaginato avete anche capito che i prossimi trent’anni di Forza Italia saranno da balera.
Le luci sono tecno, Betty Casellati arriva con due macchinoni, pronta a scatenarsi sulle note di Annalisa e della sua “Bellissima”. Sulla carta si celebrano i trent’anni della discesa in campo di Berlusconi, “questo è il paese che amo”, ma dopo pochi minuti sembra di stare a una festa del generone romano, dove mettono “Bandiera Gialla” di Pettenati e Maurizio Gasparri si toglie la cravatta, frustra Sigfrido Ranucci di Report.
Un’altra volta ancora è cerimonificio e si evoca lo spirito di Silvio che, come dice Tajani, “anche se non c’è ci guarda dall’alto”. Speriamo per lui che il Cav. si sia distratto perché se avesse visto la fotografia che il vicepremier ha scelto, lo avrebbe demansionato a parcheggiatore di Segrate. La fotografia è in bianco e nero, risale agli anni ottanta, e si vedono le prime stempiature di Silvio. Accanto c’è Tajani con tutti i suoi capelli. Un parricidio. L’evento è più seguito di un G7. La Gazzetta del Mezzogiorno ha mandato la firma delle firme, il campione De Feudis, il Corriere ha il gran maestro Verderami.
Per fortuna Gianni Letta, che rompe il silenzio (“difficile vincere l’emozione dopo aver sentito quella voce”) il partigiano Gianni, ci promette che ci difenderà lui da Giorgia Meloni e da tutti i concorrenti.
La famiglia Berlusconi lo ha spedito per confermare che i 98 milioni di debiti di FI li coprono ancora loro. Sollievo. Marta Fascina è rimasta nel suo castello con i folletti e i suoi cento milioni. Il partigiano Gianni indossa un gessato che se lo vede Fazzolari muore di invidia, ma il partigiano Gianni indica pure la direzione per tutti i gappisti in nome di Silvio: “Quello che ha creato Silvio deve continuare nel suo ricordo”.
Seduto c’è Cesare Previti e pure D’Amato, ex presidente di Confindustria. Ma dicevamo di Letta, uno che, come raccontava Dell’Utri a Salvatore Merlo, era contrario alla discesa in campo salvo poi piazzarsi a Palazzo Chigi dove ancora c’è il suo pettinino di madreperla e acqua di Avezzano, il profumo di Gianni.
Dice che il discorso di Berlusconi ha “fatto la storia” e che, “grazie a te, “caro presidente, siamo qui. Io sono qui e non ho i titoli anche se qualche giornale ha voluto …”. Boia chi Letta! Mentre parla si presenta un simpaticone, un militante, con un capello a cilindro con su scritto “da Scafati, Silvio per sempre”.
Giannilotta, che in pratica fa il postino (porta il messaggio dell’imperatore con la schiscetta, Piersilvio Berlingueroni, e di Marina B.) resta convinto che il “miracolo è destinato a ripetersi. Proseguitene l’opera per un altro ventennio e trent’anni ancora”. Fa l’elenco delle tessere: “C’era la numero due quella di Martino, la tre di Tajani”, del tenero Antonio, uno che per Berlusconi, dice sempre Letta, “non ha mai sbagliato una dichiarazione”.
Mentre il partigiano parla si aggira con il suo dolce vita anche il patron del Giornale, Angelucci, che ci fa segno del silenzio. Ha gli occhiali da sole, il baffetto impomatato. Gli manca solo il marranzano. Vito Bardi, governatore della Basilicata che la Lega non vuole ricandidare, e neppure Ronzulli, si diverte e dice che “serve pazienza. Io resisto”.
Ci sono le bandiere, le stampelle, i bastoni e poi è vero che ci sono i giovani, i nipotini dei dirigenti di Publitalia ma si può ancora celebrare, come fa Forza Italia, il giorno del ricordo del Berlusconi ricordato? Tajani urla che “c’è aria di vittoria” e non lo si vuole ferire, ma c’era anche aria di Berlusconipardo. Quando veniva diffusa “Azzurra libertà” sembrava infatti di trovarsi nelle pagine di Tomasi di Lampedusa: “Noi fummo i berlusconiani, i dellutri, i gianniletta, i fidelconfalonieri, quelli che ci hanno sostituito sono i Fazzolari, i Delmastro, i Sangiuliani, e tutti si sentono il sale di Palazzo Chigi”.
(da Il Foglio)
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