Marzo 27th, 2024 Riccardo Fucile
L’ESCALATION E’ SEMPRE PIU’ VICINA: PERICOLO PER L’ESTONIA. IL RUOLO DI SVEZIA E FINLANDIA
Il presidente della Russia Vladimir Putin se la prende con
l’Occidente per la strage al Crocus City Hall di Krasnogorsk vicino Mosca. E la Nato rafforza il suo fianco ad Est portando da 40 a 100 mila gli uomini a oriente. Mentre secondo fonti Usa il prossimo obiettivo dello Zar potrebbero essere i paesi baltici. A partire dall’Estonia, che ha una significativa quota di popolazione di origine russa. Un attacco farebbe scattare l’articolo V dell’Alleanza Atlantica. E mentre il consiglio di sicurezza e i servizi segreti russi accusano l’Ucraina e gli occidentali di aver aiutato il commando Isis, Kiev dice che l’attentato fa molto comodo al Cremlino perché giustificherà la mobilitazione totale. E l’escalation della guerra. Secondo la Russia la conferma arriva dagli interrogatori degli arrestati. Che sono stati torturati prima di finire davanti al giudice.
I mandati d’arresto
Il tribunale di Mosca ha spiccato un mandato d’arresto nei confronti del direttore dello Sbu (i servizi segreti ucraini) Vasyl Malyuk con l’accusa di terrorismo in relazione alla strage di Mosca. Mentre il capo dell’Fsb Alexander Bortkinov ha detto che «l’azione è stata preparata da islamisti radicali e naturalmente è stata facilitata da servizi speciali occidentali. Quelli ucraini sono coinvolti. I primi dati che abbiamo ricevuto dai detenuti lo confermano».
Poi ha puntato il dito contro Usa e Gran Bretagna, oltre che contro Kiev: «I tre paesi hanno una lunga storia di azioni di questo tipo. Ma lo sponsor ancora non è stato identificato. Il capo dei servizi ucraini Budanov è un obiettivo legittimo per le forze militari russe». Mentre lo Sbu, secondo Mosca, «addestra miliziani islamici in Medio Oriente e dovrebbe essere considerato un’organizzazione terroristica».
Ucraina «ovviamente» responsabile
Anche il capo del Consiglio di sicurezza Nikolai Patrushev ha detto che «ovviamente il responsabile è l’Ucraina». Intanto ieri la Corte di Mosca ha confermato l’arresto dell’ottavo indiziato per la strage di Mosca. «L’intera macchina dell’informazione russa, compreso Putin, ha cercato, anche contro ogni logica, di addossare la colpa ai nostri servizi. Tuttavia, le numerose incongruenze e bugie nelle versioni da loro diffuse, in particolare il fatto che dei terroristi in una dittatura di polizia siano riusciti a raggiungere la regione di Bryansk senza ostacoli e in un lampo, per utilizzare una sorta di “finestra” sul confine con l’Ucraina, non fanno altro che confermare le valutazioni sull’interesse della stessa Mosca in questo attacco terroristico», dice oggi al Corriere della Sera Andrij Cherniak dell’intelligence militare di Kiev.
L’escalation
Per questo la Polonia oggi chiede alla Nato l’innalzamento dello scudo di sicurezza. E l’Alleanza Atlantica, secondo Varsavia, sta valutando la possibilità di abbattere i missili russi che si avvicinano. L’esercito polacco, spiega oggi il Quotidiano Nazionale, ha 100 mila soldati in più rispetto a otto anni fa e la quota di spese per la difesa nel bilancio polacco è pari al 4% del Pil. Il confine rimane l’articolo 5 che obbliga alla difesa a vicenda. I 100 mila soldati Nato schierati a est fanno parte della Response Force, ovvero il nucleo di reazione rapida a un attacco a sorpresa. Gli Usa hanno anche già installato nel paese un comando di corpo d’armata. E rafforza la protezione per la Bulgaria. A est la presenza avanzata della Nato (Forward Presence) comprende otto gruppi tattici multinazionali. Sono forniti dalle nazioni quadro e da altri alleati su base volontaria.
Dove sono le truppe Nato a Est
Le truppe, sotto diretto comando Nato, sono oggi dislocate in Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania. Mentre in Lettonia, Polonia, Slovacchi e Romania sono di stanza i gruppi di difesa missilistica. In tutti i paesi è attiva la sorveglianza aerea. Dopo il 24 febbraio 2022 gli effettivi sono saliti a 40mila uomini e l’Alleanza ora è impegnata nel processo di portare i battaglioni al livello di brigata (da 1.000 a 5.000 uomini l’uno). Il New Force Model sta rimpiazzando la Responce Forze. Il Commander-in-Chief alleato (nome in codice: Saceur) avrà a disposizione «100mila uomini entro 10 giorni, 200mila tra 10 e 30 giorni, almeno 500mila tra 30 e 180 giorni». Gli Usa hanno 90 mila soldati in Europa, di cui 10 mila in Polonia. La Germania sta piazzando 5 mila uomini in Lituania al confine con la Bielorussia.
Svezia e Finlandia
Poi ci sono Svezia e Finlandia che blindano il confine Nato a nord e a nord-Est. Per adesso non ci sono piani per dislocare truppe in zona. Proprio perché si ritiene che Helsinki e Stoccolma siano in grado di presidiarlo. Anna Zafesova su La Stampa intanto spiega che in Russia ormai credere alle rivendicazioni dell’Isis significhi fare il gioco degli occidentali. In questo quadro gli estremisti islamici sono stati addestrati dagli ucraini, a loro volta al servizio degli anglosassoni. Un cocktail cospirazionista fatto di terroristi islamici, nazisti ucraini, Cia, Interpol, Nato e Isis. Da agitare, ma non mescolare. Anche perché, si ragiona a Mosca, i terroristi hanno «confessato». Il fatto che uno fosse senza un occhio, uno senza un orecchio e un altro in carrozzina evidentemente è soltanto un dettaglio.
(da Open)
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Marzo 27th, 2024 Riccardo Fucile
QUANDO IL CATTIVO ESEMPIO VIENE DALL’ALTO
Leggendo la ridicola versione del governo russo sulla carneficina di Mosca (sarebbero stati ucraini, americani e inglesi a organizzarla), ho ripensato all’abc del giornalismo, non sempre applicato da giornali e giornalisti (diciamo, ottimisticamente: non da tutti), ma insomma impossibile da ignorare per chi scrive le notizie e per chi le legge.
Verifica delle fonti al primo posto: vuol dire, grosso modo, che non puoi raccontare una cosa se non ne sei sicuro. Se non hai almeno qualche concreta, credibile pezza d’appoggio. In breve: non si devono dire balle.
Beh, mi sembra giusto valutare quanto questo concetto elementare di correttezza, già spesso disatteso sui media “classici” quanto sui social, sia sistematicamente aggirato in politica. La menzogna e la propaganda (termini quasi sinonimi) sono il bastione che regge la comunicazione di una moltitudine di governi.
Inarrivabile la Russia di Putin, ma finché campiamo non potremo mai dimenticare le «armi di distruzione di massa» inventate da Bush e Blair per attaccare l’Iraq. O le atroci balle di Boris Johnson durante la campagna pro-Brexit. Una bugia, benché occidentale, rimane pur sempre una bugia.
Ora, la domanda da farsi è questa: come possiamo pretendere dalla vox populi, che è l’anima dei social, un minimo di rispetto della realtà, se il cattivo esempio arriva dall’alto?
Se l’arte di negare l’evidenza, contraffare la realtà, manipolare gli eventi, è praticata spesso e volentieri prima di tutto dalla boriosa voce ufficiale di grandi potenze e di applauditi leader, come pretendere nitidezza di pensiero, e onestà di parola, dalla folla sottostante? Il pesce puzza sempre dalla testa, come si usa dire.
(da repubblica.it)
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Marzo 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL PAESE E’ UNO DEI PIU’ POVERI DELL’EX URSS, RICCO DI RISORSE MINERARIE CHE NESSUNO SFRUTTA… IL 98% DEGLI ABITANTI È MUSULMANO MA, DA QUANDO PER LEGGE È VIETATO COSTRUIRE MOSCHEE E INSEGNARE IL CORANO, L’ISLAM LOCALE È DIVENTATO FACILE PREDA DEL FANATISMO
Si son fatti saltare a gennaio in un mausoleo sciita dell’Iran. E
l’hanno rifatto qualche settimana dopo in una chiesa di Istanbul. E ci hanno riprovato a inizio mese in Inguscezia. E poi in una sinagoga russa. E tempo fa, nel duomo di Colonia. E ne sono spuntati in Svezia, in Olanda, forse in Francia.
Nel nuovo Isis-K, lo Stato islamico dell’Asia centrale, i tagiki sono quel che i tunisini erano nel vecchio Isis iracheno e siriano: i foreign fighters più numerosi, i peggio pagati, i più disponibili. Terroristi in franchising, Pronti a tutto per 5 mila dollari
«Gente che non ha nazione, né patria, né religione», li ha liquidati con disprezzo il dittatore del Tagikistan, domenica sera al telefono con Putin per le scuse e le condoglianze. Lui li conosce bene: i jihadisti lo chiamano «l’infedele» per via delle sua religiosità mezza zoroastriana e lui — Emomali Rahmon, al potere da trent’anni, — li ricambia volentieri, impiccandoli.
Fra gli «stan» nati dalla polverizzazione dell’Urss, il Tagikistan è uno dei più poveri e cupi. E anche la capitale Dushanbe ha un nome che, tradotto, significa il più triste dei giorni settimanali: lunedì. I tagiki sono dappertutto, un milione e mezzo d’emigrati solo in Russia, l’economia del Paese si regge sulle loro rimesse dall’estero ed è difficile per le intelligence controllarne i movimenti.
Si scopre adesso che i killer del Crocus di Mosca andavano e venivano dalla Turchia, senza segnalazioni particolari: da quando Rahmon bandì la libertà di culto in un Paese dove il 98% degli abitanti è musulmano, da quando per legge è vietato costruire moschee e insegnare il Corano ai bambini e ammettere le donne alla preghiera, l’Islam tagiko è ovviamente diventato la facile prateria dei predicatori web, del fanatismo, del qaedismo.
Il Tagikistan è nella «piccola Nato russa» Csto, sui monti tagiki è impiantata la più grande base di Mosca per la guerra nello spazio. Ma in un Paese che è fra i più inquinati del mondo, col maggior indice di fertilità dell’Asia, ricco di risorse minerarie che nessuno sfrutta, sotto la cupola del potere ci sono 10 milioni di sunniti in ebollizione, ancora feriti dalla guerra civile anni ’90. Era tagiko Gulmurov Khalinov, che comandava l’Isis in Siria. È tagiko Sanaullah Ghafari, fondatore dell’Isis-K in Afghanistan
(da Corriere della Sera)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
I SEGRETARI LOCALI LASCIANO E LE SEDI DEL PARTITO SI SVUOTANO. UNA RIEDIZIONE DELLA “NOTTE DELLE SCOPE” DEL 2012, QUANDO ROBERTO MARONI FECE “PULIZIA” DEL CERCHIO MAGICO DI BOSSI… OGGI, A FINIRE SPAZZATI VIA POTREBBERO ESSERE I “MIRACOLATI DI SALVINI”
Alla ormai ex sezione di Paullo, chiusa perché la segretaria e tutti gli iscritti (14) sono usciti dal partito, hanno tolto tutto, bandiere, manifesti e sticker, giornalini, camicie verdi, lasciando un solo cimelio: un ritratto fotografico di Umberto Bossi, vecchio di 30 anni.
In questo paesone alle porte di Milano, 11 mila abitanti, succede quello che sta avvenendo da parecchie parti in Lombardia, la terra delle origini del Carroccio.
«Vedrete, tanti altri addii ci saranno dopo le Europee, resterà un giocattolino, un guscio vuoto, nelle mani di Matteo Salvini e dei suoi fedelissimi», è il pronostico di Nicole Pignarca, 28 anni, la segretaria dimissionaria, che in passato aveva lavorato nello staff leghista alla Camera ed è militante da quando aveva 16 anni. Una specie di tradizione familiare, con il papà Renato anche lui per 20 anni leghista, consigliere comunale a fine mandato. «Ho dedicato tempo, fatica e sacrificato me stesso a favore di un ideale nel quale credevo. Ora è tutto cambiato… », dice.
Possono anche sembrare cose piccole, ma un certo fastidio lo danno, se è vero che dopo la chiusura della serranda in diversi parlamentari del territorio si sono affrettati a condividere sui social la fotografia di un gruppo di persone (18) con lo striscione “Lega Paullo”.
Come a dire, tutte chiacchiere, i militanti li abbiamo ancora. «Bello striscione — replica Pignarca — ma quelle ritratte dietro sono persone di Erba, Pantigliate, San Giuliano, San Donato, Cernusco, Melegnano, Senago, Cinisello Balsamo, tranne che di Paullo».
Qualcuno se ne va, qualcun altro resta e protesta, sempre con gli striscioni. Nelle ultime settimane ne sono apparsi diversi: a Pontida, su una statale in Val Camonica, sulla superstrada Milano-Meda, l’ultimo a Monza. Tutti contro il cerchio magico di Salvini, ma in quello monzese c’era un dettaglio in più, una scopa appesa accanto e che suona come un oscuro presagio. La ramazza è infatti un chiaro richiamo alla famosa notte delle scope: l’oggetto stava per la richiesta di pulizia, capeggiata da Roberto Maroni, contro un altro cerchio magico, quello di Bossi.
Era il 10 aprile 2012 e al capannone della fiera di Bergamo andò in scena la detronizzazione del Senatur. I militanti avevano acquistato le scope, 3,50 euro l’una, poco lontano; bersaglio delle proteste erano Renzo Bossi, Rosy Mauro e il tesoriere Francesco Belsito, in primis, accusati di gestire i fondi del partito per i propri tornaconti. L’è ura de netà fò ol polér, cioè è ora di pulire il pollaio, recitavano alcune magliette con la scopa indossate per la fatidica occasione.
E quindi rieccoci qui, con i miracolati di Salvini — così li chiamano i più incattiviti — che ieri stavano con le scope e adesso invece sono accusati di aver creato un altro cerchio ristretto attorno al grande capo.
«L’ideale leghista non merita di essere soppresso per colpa di qualche arrivista nominato disposto a svendere la nostra storia per una poltrona. Lo statuto della Lega prevede che i congressi si svolgano ogni tre anni: ne sono passati nove dall’ultimo congresso nazionale della Lega Lombarda. È tempo di tornare a rispettare le regole. O forse il cerchio magico ha paura di andare a casa?», hanno scritto gli autori (anonimi) in un comunicato poi rilanciato da Paolo Grimoldi, ex deputato e ultimo segretario eletto della Lega Lombarda. Assieme a Bossi, Grimoldi anima il Comitato nord, la minoranza interna al Carroccio.
Tra poco ricadono i 40 anni dall’atto di fondazione della Lega autonomista Lombarda, da via Bellerio non ci si è prodigati per ricordare l’evento, mentre sui territori c’è chi si organizza, tipo la risottata in piazza a Varese, città epicentro del primo Carroccio, sperando che l’ideatore dell’Alberto da Giussano si faccia vedere.
Di sicuro Bossi continua a intendersi con chi oggi fa apertamente campagna contro il Carroccio, come per esempio l’ex ministro Roberto Castelli, oggi alleato con Cateno De Luca nel “Fronte della Libertà”. Il mondo autonomista, dentro e fuori la Lega, spera in qualcosa di non ben definito, comunque un terremoto riunificatore. Di certo c’è solo il nemico: Salvini.
(da La Repubblica)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
RAI3 MORTA SENZA GRAMELLINI, BERLINGUER, AUGIAS, ‘REPORT’ MALAMENTE SPOSTATO DI COLLOCAZIONE. PERSINO IL TG3 E LA TGR PERDONO TERRENO
-Approvato dal Consiglio dei Ministri il contratto di servizio Rai 23-
28 ora si corre verso il rinnovo del Cda, in versione TeleMeloni entro il 21 maggio, data limite per scongiurare l’effetto europee di giugno il cui esito potrebbe rimettere in discussione i già precari accordi.
In scadenza c’è il direttore del Tg1 Gianmarco Chiocci «gemellato» con l’ad Roberto Sergio, tutti e due con contratto a un anno. La presidente Marinella Soldi ha già detto che la sua esperienza Rai finisce qui: tra i tanti nomi fatti, si chiama fuori Giovanna Melandri e dal versante opposto, Guido Paglia uomo di Giampaolo Rossi, prossimo ad della Rai.
Al suo posto si fa il nome (FdI) di Mauro Mazza, lunghissima carriera in Rai ma che potrebbe scatenare un problema di genere. Vista la scarsa competizione, sembra che presidente sarà proprio la protégé di Gianni Letta, Simona Agnes, figlia del grande direttore Rai Biagio Agnes e senza altre rimarchevoli caratteristiche.
Strada spianata dal Pd alla scrittrice arcobaleno Chiara Valerio al posto di Francesca Bria, verso la riconferma sia il pentastellato Di Majo, sia il rappresentante dei lavoratori Rai, Davide Di Pietro. Porte aperte per l’attuale direttore della TgR Alessandro Casarin al posto di De Biasio che ha raggiunto i due mandati in cda.
Il vero problema è che la Lega ha concentrato troppe poltrone e se le elezioni non dovessero andare bene per il Carroccio, sarà difficile farle ingoiare agli alleati. Si parla anche di Marcello Ciannamea come direttore generale con delega all’editoria mentre in versione «corporate» si indica Felice Ventura attuale capo del Personale. Ciannamea lascia scoperto l’Intrattenimento Prime Time che sarebbe accorpato al Day Time e il pacchetto dato nelle mani di Angelo Mellone.
Stefano Coletta chiede da tempo di abbandonare il palinsesto per i contenuti editoriali e potrebbe essere accontentato mettendo al suo posto Maurizio Imbriale.
Riuscirà il valzer delle poltrone ad arginare i tanti problemi?
I nuovi programmi che non decollano e se gli ascolti in qualche modo reggono è grazie alle vecchie proposte oramai fidelizzate, come Un posto al sole, successo ventennale che ha salvato il centro di produzione di Napoli e per questo la città ha conferito al suo ideatore Minoli la cittadinanza onoraria. Va male Il Provinciale, con Federico Quaranta che non supera il 2,4% di share; va male Serena Bortone con Che sará che al 4,1%, persino Agorà non ha più raggiunto l’8% di un tempo.
Non convince Cento anni di notizie, che non supera il 4,5% e perde due punti sul programma precedente. Eppure la conduttrice Incoronata Boccia potrebbe avere Agorà estate e poi l’invernale e a quel punto dovrebbe lasciare la vicedirezione del Tg1. Sguardo attento su Rai3 che, snaturata, non cattura più l’interesse del suo pubblico che si sposta altrove, soprattutto su La 7, dopo aver perso la maggior parte dei conduttori di riferimento, una transumanza pesantissima iniziata da Fabio Fazio.
Via Gramellini, via Berlinguer, via Augias, Report malamente spostato di collocazione. Persino il Tg3 e la Tgr perdono, il primo intorno agli 84mila telespettatori e la seconda 68mila. Infatti l’assemblea dei giornalisti del Tg3 ha espresso «preoccupazione per lo stato in cui versa Rai3 penalizzata da scelte aziendali che hanno privato la Rete di volti storici e regalato alla concorrenza programmi d’appeal certo». Ci si consola con i diritti esclusivi in chiaro per Uefa Europa League e gli Internazionali d’Italia
Persino le sfide poco accorte mettono in difficoltà le punte di diamante come l’ottimo Alberto Matano che dal pomeriggio vincente è stato precipitato alla notte degli Oscar con dirette da Hollywood imbarazzanti, trasmissione assurta a cult dell’orrore.
La guerra degli ascolti tra Rai e Mediaset viene combattuta anche attraverso gli orari come da decisione di anticipare le Morning News del Tg1 alle 6 del mattino per tentare di arginare il Tg5. La verità che nessuno vuole dirsi è che il grande Fiorello e il suo strepitoso Viva Rai2 cannibalizza qualsiasi concorrente, esterno ma soprattutto interno e soprattutto la mattina di Rai1 riservata all’informazione come Buongiorno Italia e Buongiorno Regione che faticano a mantenersi sopra il 10% sempre causa ciclone Fiore che porta sì parecchia pubblicità ma non sufficiente a colmare ciò che erode
Non decolla il programma di Caterina Balivo, La volta buona e alcuni hanno dato la colpa allo scarso traino del Tg1 Economia. Ma quando è stato chiesto il suo spostamento, dalle 14 alle 8,30 del mattino, è insorta l’assemblea del Tg1 ribadendo che «l’informazione del servizio pubblico in nessuno spazio può essere soggetta ai dati di marketing».
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
SOLO FDI VOTA NO, LEGA E FORZA ITALIA ESCONO DALL’AULA… L’ELEGANZA VERSO GLI AVVERSARI, QUESTA SCONOSCIUTA
Dopo un mese di polemiche e distinguo, il Consiglio comunale di Bologna approva il riconoscimento a Romano Prodi dell’Archiginnasio d’Oro, la maggior onorificenza assegnata dal Comune. Ma anche nella città del Professore l’intesa bipartisan, più volte auspicata dal sindaco dem Matteo Lepore (autore della proposta), resta una chimera. Contro il riconoscimento all’ex premier e ex presidente della Commissione Ue vota compatta FdI, mentre gli altri capigruppo di centrodestra lasciano l’aula al momento del voto.
Solo due consiglieri d’opposizione, il leghista Giulio Venturi e il civico Gian Marco De Biase, alla fine seguono il centrosinistra. «Fino a pochi giorni fa Romano Prodi ha ripetuto che bisogna limitare le destre in Europa. È una persona ancora politicamente esposta», ha detto il meloniano Stefano Cavedagna, confermando il voto contrario di FdI.
Dopo 28 sì e 5 no il via libera all’Archiginnasio d’oro per Prodi, che verrà consegnato ad aprile.
E l’applauso in aula del centrosinistra bolognese. «Sono commosso», ha scritto il Professore, ringraziando per un riconoscimento che fu assegnato postumo anche al fratello Paolo Prodi: «Sono felice e onorato».
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
SCONFITTE ELETTORALI E MALUMORI INTERNI RIVELANO CHE IL CAPO E’ ALL’INIZIO DELLA FINE
Cauto, lento, la voce impastata e vagamente dolente, Matteo Salvini
a “Quarta Repubblica” su Rete 4 commenta il tracollo della Lega in Abruzzo. Gli occhi stanchi, un compito mandato a memoria come fosse la punizione di uno scolaro trovato impreparato. «Certo, avevamo preso molti più voti nel 2019. C’è stato di mezzo il governo di Mario Draghi con Pd e 5 Stelle che sicuramente alla Lega e a me bene non hanno fatto. Il Covid, il lockdown, il green pass, Roberto Speranza ministro della Salute». Non c’è niente di cui vantarsi in queste settimane per il segretario del Carroccio, nessun miracolo da annunciare. Da mesi cammina lungo il crinale sottile che separa i malumori ormai plateali del suo stesso partito dai malumori dei suoi alleati di governo. È una questione di tempo, dicono in via Bellerio, la resa dei conti è all’orizzonte. Intanto il malcontento fa un baccano tremendo. Saltano pezzi, si scoperchiano antichi risentimenti. Dimissioni, rimozioni.
In Veneto, Toni Da Re (all’anagrafe Gianantonio, ma nessuno lo chiama così), eurodeputato con una lunga lista di incarichi nel partito, è stato espulso nel corso del direttivo regionale dopo 42 anni di militanza: aveva dato del «cretino» al segretario dopo avere visto un sondaggio che dava la Lega in caduta libera al 5%. Paolo Grimoldi, ex deputato leghista, ora parte del Comitato Nord di Umberto Bossi, fa il dissidente e raccoglie applausi partecipando alle feste della Lega al Nord, dove spara a zero su Salvini. Giuseppe Leoni, 77 anni, deputato ed eurodeputato per sei legislature della Lega, di cui è fondatore, dà semplicemente del «fascista» al segretario. E poi c’è quel sondaggio interno, voluto dallo stesso vicepremier, che dice che senza il marchio Salvini la Lega potrebbe crescere di almeno due punti. Siamo solo all’inizio, si direbbe.
«Questo è il capolinea del salvinismo ma non è ancora la fine», spiega Massimiliano Panarari, professore di Sociologia della comunicazione all’Università degli Studi di Modena e Reggio-Emilia: «La Lega è un partito cesarista e, prima di accantonare il capo, il processo da percorrere è complesso e non lineare. Ricordiamo che Salvini controlla il partito e non vedo un’opposizione strutturata che lo sfida apertamente. Ci sono, però, prese di posizione pubbliche che confermano una richiesta molto solida: il ritorno della Lega come partito macro-regionale delle Regioni settentrionali in cui resistono ancora le tradizioni leghiste della prima ora. Durante quella breve fiammata di ascesa che coincide con il successo della Lega alle Europee, Salvini non è riuscito a costruire un consenso stabile in tutte le altre Regioni. Succede. La sindrome di onnipotenza dei leader populisti può fare brutti scherzi. Ma Salvini ci è sprofondato. Come in tutti i partiti personali, il confronto politico interno è stato sostituito da yes-women e yes-men. Con un effetto distonico di allontanamento della realtà. A questo si unisce una linea politica ondivaga, costruita sulla polemica del giorno, che non riesce a creare un’agenda».
È la strategia di nazionalizzazione della Lega il più grande fallimento, spiega il politologo e professore nel dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Bologna, Piero Ignazi: «Perfettamente riuscita nel 2019 con le Europee, poi costretta a una battuta di arresto con il momento Papeete e il governo Draghi».
Ma non dovrebbero essere le Regionali in Abruzzo o in Molise a turbare il Carroccio: «Il problema è quello che succede con le Europee nelle Regioni governate dalla Lega, sarà quella la prova del nove. Se lì Salvini resiste su percentuali accettabili e soprattutto mantiene l’elettorato, può considerarsi salvo. Ricordiamoci che durante le elezioni politiche Fratelli d’Italia ha superato la Lega in Veneto, doppiandola in tutti i collegi. Una possibile débâcle potrebbe concretizzare lo scontro tra lui e Luca Zaia, che negli ultimi mesi ha preso posizioni che lo proiettano decisamente sul campo nazionale. Negli anni la politica di Salvini si è radicalizzata, ha coltivato relazioni pericolose con frange estremiste di destra. Si potrebbe profilare uno scontro interessante tra i due: uno faceva i comizi con il rosario e l’altro favorevole all’eutanasia, due mondi totalmente opposti».
Anche per Roberto D’Alimonte, politologo e docente alla Luiss, le Europee fanno da banco di prova delle capacità di tenere la rotta del partito: «Salvini ha fatto un’operazione molto difficile; ha preso in mano un partito che noi politologi definiamo etnoregionalista e ha cercato di trasfigurarlo in un partito nazionale. Un successo effimero. Ha un partito che non è primo partito al Nord, che al Sud non ha sfondato e in più l’aver spostato la Lega verso destra ha dato la possibilità a Forza Italia di sopravvivere dopo Silvio Berlusconi. Il progetto è fallito su tutta la linea. Però la Lega ha ancora l’8% e Salvini controlla i gruppi parlamentari, la macchina del partito. Come dicono negli Usa: “You can’t beat somebody with nobody”. Non si può battere qualcuno con nessuno. Ci dev’essere qualcuno che lo sfidi a viso aperto. Senza questo “qualcuno” fino alle Europee non succederà nulla».
«Oggi Salvini è un leader populista senza popolo», sentenzia Nadia Urbinati, politologa italiana naturalizzata statunitense, docente di Scienze politiche alla Columbia University di New York: «Il leader populista vive della forza di rappresentare sé stesso come colui che incorpora il popolo; quando si erode il numero di persone che può identificare come popolo, bisogna chiedersi: a chi parla? Se la platea si restringe è un popolino. Salvini è costretto a vincere, non può permettersi il lusso di perdere. E invece sistematicamente perde. Oggi Fratelli d’Italia dà le carte e gli altri cercano di ritagliarsi uno spazio. Un partito come Forza Italia può fare questo gioco perché è liberale e conservatore, sa dove andare, conosce i suoi elettori. Salvini ha costruito la Lega intorno a sé».
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
SPINSE L’ALLORA PREMIER CONTE A SOSTENERE COLEI CHE OGGI CRITICA
Dopo il colpo basso arrivato dalla convention leghista “Winds of change”, che sabato scorso ha visto un attacco frontale di Marine Le Pen a Giorgia Meloni, ne arriva un secondo sempre interno al centrodestra, e questa volta il bersaglio è invece Matteo Salvini.
Il colpo sotto la cintura è arrivato dal suo alleato vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che partecipando a Tagadà su La7 ha svelato come fra il giugno e il luglio 2019 per l’elezione di Ursula von der Leyen sia stato fondamentale proprio l’apporto di Salvini.
Il leader della Lega fece fare retromarcia a Conte pronto a votare Timmermans
Le Europee di quell’anno erano state vinte dal Ppe, con la sconfitta rispetto alle attese dei socialisti, ha ricostruito Tajani. Nei gruppi parlamentari era quindi stata indicata dai popolari, che erano la maggioranza, von der Leyen come candidata alla presidenza della commissione.
Ma – sempre secondo il racconto di Tajani – per la prima volta la prassi era stata stravolta da un accordo fra governi in carica sul socialista olandese Frans Timmermans. «Uno stravolgimento inaccettabile», ha ricordato Tajani, «e anche il premier italiano Giuseppe Conte aveva preso parte a quell’accordo che tradiva l’indicazione dei gruppi parlamentari. Siccome Conte poggiava ancora su una maggioranza in cui la Lega era fondamentale, chiamai Salvini chiedendogli di intervenire».
E stando a Tajani il leader della Lega costrinse Conte a ritirarsi da quell’accordo fra governi, che così non avevano più i numeri. E fu spianata la strada per l’elezione della von der Leyen, avvenuta proprio grazie ai 14 voti del Movimento 5 stelle: decisivi, visto che l’ex ministra del governo Merkel superò il quorum solo per 9 voti.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
SI INTRODUCONO OBBLIGHI R DIVIETI DISCRIMINATORI
Ieri si è svolta a Roma una giornata di protesta indetta dagli autisti
del settore Ncc (Noleggio con conducente). Si tratta di quelle aziende che permettono di pagare per farsi trasportare, in diretta concorrenza con i taxi, e di cui Uber è l’esempio più famoso. La loro rivendicazione è che il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, con gli interventi su cui il suo dicastero sta lavorando, voglia favorire i taxi per fare “campagna elettorale” con i tassisti, e al contrario sia intenzionato a danneggiare la categoria Ncc.
I decreti in questione sono gli interventi che dovrebbero mettere in atto delle norme già approvate nel 2019, che regolano il servizio Ncc. Tra le novità ci sarebbe il dovere di aspettare almeno un’ora tra un trasporto e l’altro, cosa che permetterebbe di svolgere pochissime corse al giorno. Bisognerebbe anche registrare i clienti: generalità, orario di partenza e di arrivo, destinazione. Una “schedatura” che secondo i rappresentanti della categoria aggiungerebbe lungaggini burocratiche e scoraggerebbe i clienti.
Scatterebbe anche l’obbligo di tornare “in rimessa”, quindi in sede, dopo ogni trasporto, e solo da lì ricevere nuove prenotazioni. Una norma controversa, che era già stata contestata dalla Corte costituzionale nel 2020. Ancora, potrebbe diventare vietato per gli operatori Ncc appoggiarsi a agenzie di viaggio, hotel e simili, per convenzioni sulle prenotazioni dei viaggi dei loro clienti.
Infine – anche se questo non ha a che fare con i ‘decreti Salvini’ – la protesta ha riguardato anche un punto del Codice della strada: l’articolo 85, che in caso di infrazioni prevede anche la possibilità di fermo amministrativo del veicolo per i conducenti del settore Ncc, per un periodo da due a otto mesi. La lamentela qui è che sia una sanzione troppo pesante per lasciarla semplicemente in mano a un vigile, senza l’intervento di un giudice.
Francesco Artusa, presidente di Sistema trasporti (tra gli organizzatori della protesta) ha chiesto un “intervento di Palazzo Chigi”, affermando: “Riteniamo il ministro Salvini ormai irrimediabilmente compromesso in una campagna elettorale a favore dei tassisti. Abbiamo bisogno di terzietà e di poter presentare le nostre proposte di riforma. Non accetteremo più le norme a noi imposte dai tassisti”. Andrea Romano, presidente della federazione MuoverSi, ha scritto ai parlamentari che le ripercussioni dei decreti “saranno pesantissime per la libertà di movimento dei cittadini, la qualità della mobilità urbana, la sopravvivenza economica di oltre 25mila imprese di Noleggio con conducente e di circa 50mila operatori del settore. Tutto questo per tutelare e proteggere i pochi e intoccabili tassisti”.
Tra le forze politiche, si sono espressi a favore dei Ncc molti partiti di opposizione e non solo. Per il Pd, il senatore Antonio Misiani ha chiesto che “il governo Meloni si fermi ed ascolti tutte le voci del trasporto pubblico non di linea”, da Italia Viva la senatrice Raffaella Paita ha definito Salvini “incapace di riformare adeguatamente il comparto”. Anche Forza Italia ha preso posizione a sostegno della protesta, anche se con toni più moderati: “Continueremo a lavorare con determinazione affinché si raggiunga un punto di equilibrio che contempli le ragioni di tutti i soggetti coinvolti nei decreti Salvini”, ha dichiarato il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. A contestare la protesta sono stati invece numerosi sindacati dei tassisti, parlando di una manifestazione “alimentata dagli interessi della multinazionale Uber”
(da Fanpage)
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