Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
A ESSERE PIU’ COINVOLTE SONO LE FAMIGLIE NUMEROSE: LA PRESENZA DI FIGLI MINORENNI CONTINUA AD ESSERE UN FATTORE CHE ESPONE AL DISAGIO ECONOMICO (E POI DICI CHE NON SI FANNO PIU’ FIGLI)… UNA CONDIZIONE CHE RIGUARDA PIÙ DI 2,2 MILIONI DI FAMIGLIE NEL PAESE, IN MAGGIORANZA AL SUD
Oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta in Italia. Persone che faticano o non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali. Adulti, anziani e tanti minori, tra i più colpiti: gli under-18 costretti a vivere in questa condizione di difficoltà sono 1,3 milioni. Una condizione che nel complesso riguarda più di 2,2 milioni di famiglie nel Paese, di più al Sud. Lo scatto arriva dalle stime preliminari dell’Istat relative al 2023.
Stime che in quanto tali sono suscettibili di revisioni, ma che per ora indicano numeri in aumento, che toccano i massimi della serie storica dal 2014. Anche se il quadro – sottolinea l’Istituto – è di sostanziale stabilità rispetto al 2022. I dati sono allarmanti, affermano sindacati e consumatori. E l’opposizione attacca.
Tanto più se si guarda ai minori: per loro l’incidenza di povertà assoluta sale al 14%, il valore più alto della serie storica dal 2014. Rispetto al 2022, l’incidenza è invece stabile tra i giovani di 18-34 anni (11,9%) e tra gli over65 (6,2%), che restano la fascia di popolazione a minor disagio economico.
I dati confermano che le famiglie più numerose sono quelle più coinvolte e che la presenza di figli minori continua ad essere un fattore che le espone maggiormente al disagio. Nel complesso, nel 2023 le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie residenti (erano l’8,3% nel 2022), corrispondenti a 5 milioni 752mila individui (9,8%; dal 9,7% del 2022), indica l’Istat, sottolineando che resta invariata l’intensità della povertà assoluta (cioè la distanza media della spesa delle famiglie povere dalla soglia di povertà) a livello nazionale (18,2%).
Spesa che nel 2023 cresce sulla spinta dell’inflazione. L’anno scorso, sempre secondo le stime Istat, la spesa media delle famiglie risulta pari a 2.728 euro mensili in valori correnti, in aumento del 3,9% rispetto ai 2.625 euro dell’anno precedente. Crescita che risente ancora in larga misura dell’aumento dei prezzi (+5,9% la variazione su base annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo). In termini reali si riduce infatti dell’1,8%. In altre parole, per i consumatori è l’ennesima prova che gli italiani hanno speso di più per acquistare di meno, a causa del forte impatto del caro-prezzi.
Tra le diverse voci, spiccano le spese delle famiglie per l’acquisto di alimentari e bevande analcoliche che crescono del 9% rispetto al 2022. Aumentano anche le spese per trasporti (+8,7%) e per salute (+3,4%). Di qui la richiesta al governo di mettere in campo misure concrete contro i rincari e per far recuperare il potere d’acquisto. La Cgil parla di dati “drammatici” e considera un “fallimento” le scelte dell’esecutivo. L’opposizione torna ad attaccare il governo per aver cancellato il Reddito di cittadinanza.
E alla premier Giorgia Meloni che afferma che “la povertà non si abolisce per decreto”, M5s – padre del Reddito – e Pd replicano che “Meloni per decreto ha aumentato la povertà”, che così tocca “il record storico”. Di qui rilanciano la proposta e la necessità di introdurre il salario minimo per legge e di ripristinare uno strumento di contrasto alla povertà che sia universale. A metà marzo i nuclei familiari beneficiari dell’Assegno di inclusione (una delle due misure post Reddito, introdotta insieme al Sostegno formazione e lavoro) risultano 550mila. I due nuovi strumenti per la Cgil non bastano affatto, anzi: “Gli esclusi – sostiene – sono troppi, almeno 600 mila famiglie su cui il governo risparmierà 4 miliardi di euro”.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
MA UNA PERIZIA PSICHIATRICA AI POLITICI MAI?
Potranno anche eccellere in tutte le branche del diritto. Citare a
memoria codici e codicilli, senza batter ciglio. Per vestire la toga però, d’ora in poi, gli aspiranti magistrati italiani dovranno passare un esame in più. Un test psicoattitudinale, per esser certi di affidare Corti e tribunali a giudici mentalmente stabili.
Il governo è pronto a certificare una svolta che già agita il mondo delle toghe italiane, con il Consiglio superiore della magistratura (Csm) che chiede un dibattito d’urgenza sui test e l’Associazione nazionale magistrati sul piede di guerra. Intanto però il dado è tratto: il Guardasigilli Carlo Nordio porterà questo pomeriggio il testo in Cdm.
La norma è stata inserita nel Ddl di attuazione della legge Cartabia sulla riforma del “fascicolo” dei magistrati: le “pagelle” del Csm che ogni quattro anni decidono se un giudice può essere promosso oppure no, sulla base della sua efficienza, la qualità e la velocità dei processi seguiti.
Ebbene, il testo nuovo – frutto di una lunga mediazione tra Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e il resto della maggioranza – introduce una “terza prova” per chi farà il concorso per la magistratura.
«Terminate le prove orali», si legge nella bozza, i candidati saranno sottoposti «alla verifica della idoneità psicoattitudinale allo svolgimento delle funzioni giudiziarie» da parte di «esperti qualificati». Chi non passa il test dovrà rifare l’esame da capo, chiarisce il testo atteso in Cdm.
Anche se nel disegno di legge pronto al via è stata inserita un’altra norma per ammorbidire: sarà aumentato da tre a quattro il numero massimo di concorsi «il cui esito negativo impedisce la partecipazione ai successivi bandi».
La riforma è un vecchio pallino di Silvio Berlusconi, che provò a farla passare al suo terzo giro a Palazzo Chigi, senza riuscirvi per i tanti veti. Dopo un primo blitz a fine novembre Nordio aveva cercato di prendere tempo, evitare uno scontro frontale con la magistratura su un tema da sempre scivoloso per la categoria.
Alla fine però ha prevalso la linea oltranzista di Forza Italia e della Lega, rappresentata dalla presidente della Commissione giustizia al Senato Giulia Bongiorno. E ora lo sprint del governo agita le acque del mondo giudiziario.
«Cosa sono questi test, a cosa servano, non ce lo ha spiegato nessuno – attacca il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia – così diventa un proclama contro i magistrati, per far pensare che hanno bisogno di essere controllati dal punto di vista psichico o psichiatrico».
Mentre il Csm – ha fatto sapere ieri una nota congiunta di tutti i membri togati – aprirà una pratica d’urgenza sugli esami psichici e fa trapelare seri dubbi sulla svolta in Cdm: «In quest’ambito il controllo sull’equilibrio dei singoli si dispiega in un contesto di salvaguardia dell’indipendenza della magistratura».
Nordio, si diceva, ha provato a mediare. Ad esempio insistendo sulla previsione di un coordinamento stretto tra ministro e Csm per decidere, così dice il testo, sia «le linee di indirizzo» sia le «procedure per i relativi accertamenti». O ancora promuovendo un esame una-tantum, a inizio carriera, e non “periodico” come pure chiedeva una parte della maggioranza.
Quanto ai test, ai dettagli penseranno i decreti delegati. Probabile che si ricorra al modello Minnesota già in uso per tanti concorsi nella PA: due ore di prova, 567 quesiti a crocette per rivelare eventuali patologie psichiche dei candidati. Si vedrà. A Palazzo Chigi invitano alla cautela, almeno su tempi, modalità ed esperti da incaricare. Come cauta del resto è la seconda metà della riforma della giustizia pronta al via libera definitivo in Cdm.
Oltre alle “pagelle” sui giudici ogni quattro anni, la maggioranza ha bollinato il disegno di legge che introduce una stretta sui magistrati fuori ruolo. Cioè i giudici che servono temporaneamente lontano dai tribunali, come funzionari, dirigenti della Pa, capi di gabinetto di ministri. Le regole cambiano: niente incarichi extra per chi veste la toga da meno di dieci anni, e in ogni caso non per più di sette anni consecutivi.
Sul taglio dei fuori ruolo però il governo frena. Dovevano passare dai 200 attuali a 180. Peccato che ovunque siano piovute richieste di magistrati di collegamento “in prestito”.
(da il Messaggero)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
IN UN ANNO E MEZZO DI GOVERNO I SOVRANISTI SONO RIUSCITI A FAR SEGNARE IL NUOVO RECORD STORICO DI ITALIANI IN POVERTA’ ASSOLUTA
Hanno coperto di insulti i 5 Stelle, accusandoli di aver lasciato tanti poveri, ma in appena un anno e mezzo di governo le destre sono riuscite a far segnare il nuovo record storico di italiani in povertà assoluta, arrivati a 5,7 milioni. Una sorpresa per chi segue quasi tutta la stampa e la tv, dove ci si illude di recuperare ascolti ripescando Giletti e altri fenomeni “amici” piuttosto che aprendo onestamente una finestra sul Paese.
Così in Rai i potenti di turno sguazzano sereni nella bava di Vespa, mentre a Mediaset hanno deciso di punire gli ascoltatori con trasmissioni a raffica solo su pericolosi islamici e baby gang. Nulla che faccia più paura di non avere un piatto per la cena, o il terrore che qualcuno bussi alla porta con l’ordine di sfratto. Eppure il quadro è chiarissimo: milioni per famiglie non riescono a pagare i mutui e gli affitti mentre le banche registrano i guadagni più alti di sempre.
L’assegno di inclusione che doveva aiutare chi non ha nulla e perdeva pure il Reddito di cittadinanza si è rivelato una puttanata alla pari del blocco navale e del taglio delle accise.
Il Pil, cioè la crescita dell’economia, che Conte aveva portato all’8,3% – il più alto in Europa – ora stagna allo zero virgola. Le misure espansive e di equità sociale sono state tutte smantellate per non disturbare i mercati, che nelle balle elettorali della Meloni dovevano schiattare, perché con lei pure a Bruxelles finiva la pacchia. Poi invece Giorgia è diventata best friend della von der Leyen, facendo impazzire di gelosia Biden, che per stare al passo se l’è baciata in fronte.
Questo è il bilancio delle destre, insieme ai fondi del Pnrr che non sanno spendere, alla sanità pubblica massacrata per fare più ricca quella privata, ai salari lasciati miseri, ai soldi buttati in armi, all’incapacità di fare un minimo di pressione sugli alleati per riattivare la diplomazia in Ucraina e Gaza. Aree coperte di macerie come quelle che il nostro governo lascerà su se stesso e purtroppo su tutto il Paese, massacrando oggi i poveri e domani gli artigiani e le imprese, a partire da quelle del Nord, dove la propaganda può raccontare le bugie che vuole, ma già si vedendo gli ordini e i fatturati in frenata.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
LA SENTENZA BOLLA IL PROVVEDIMENTO COME “DISCRIMINATORIO”: PER EFFETTO DELLA SENTENZA LA GRADUATORIA DEGLI AVENTI DIRITTO DOVRÀ ESSERE RIFORMULATA
Bonus patenti anche per i cittadini extracomunitari. I soldi che
servono per contribuire a ottenere i permessi per guidare mezzi pensati, spingendo sempre più persone verso la professione di autotrasportatori, devono essere messi a disposizione anche dei cittadini extracomunitari residenti che ne facciano domanda.
Una sentenza del tribunale di Torino obbliga il ministero dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, a modificare un decreto del 2021 in materia del “bonus patenti” per i cittadini stranieri. Sentenza che definisce “discriminatorio” il comportamento del ministro Salvini perché riserva il contributo solo ai cittadini italiani ed europei. E non a quelli extracomunitari.
Escluse quindi la categoria A e B per motocicli e autoveicoli. La norma in vigore “prevede che al bonus – osserva l’Asgi – possono accedere solo i cittadini ed europei anche se tale limitazione non era prevista dalla legge istitutiva”.
L’Associazione, sostenendo che la disposizione è “illegittima e ingiustificata”, si è rivolta al ministero: ne è nato un contenzioso che è stato chiuso a Torino con “la modifica del decreto. Non solo l’ecuadoriano ha maturato il diritto al rimborso delle spese di scuola guida, ma “il requisito della cittadinanza italiana ed europea è stato eliminato”. Per effetto della sentenza, secondo l’Asgi, la graduatoria degli aventi diritto dovrà essere riformulata, anche per gli anni 2022 e 2023.
Il click day si è tenuto il 4 marzo e in poche ore il fondo di circa 5 milioni di euro è stato esaurito, con l’emissione di 1.950 voucher. Anche per il 2024 il governo ha reso disponibile un fondo che consente, solo ai cittadini italiani ed europei fino alla sentenza di Torino, di età compresa tra i 18 e i 35 anni di ottenere il contributo per ottenere il permesso di guida. Circa 5 milioni la disponibilità per il 2024.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
GIOVANNI CROSETTO, NIPOTE DEL MINISTRO, SARA’ CANDIDATO DI FDI ALLE EUROPEE
Non ne fa mistero: se è lì, il cognome che porta ha avuto il suo peso. Certo, non si chiama Meloni come la premier o come la sorella Arianna di cui si discute in queste ore la candidatura alle Europee.
Ma quella di Giovanni con il co-fondatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto è pur sempre una parentela che conta. Soprattutto quando si tratta di convincere gli elettori a scrivere il proprio nome sulla scheda. «La mia fortuna è avere un rapporto veramente paterno con mio zio — ripete spesso il nipote del ministero della Difesa —, lui è un maestro, mi dà consigli e mi indica la strada da seguire».
Così, adesso i «fratelli» vogliono portare il piccolo Crosetto a Bruxelles. «Sarà uno dei nostri candidati di punta in Piemonte», ha dichiarato al Corriere il vicecoordinatore regionale di FdI, Paolo Bongioanni.
Trentatré anni, cuneese trapiantato a Torino, dove si è laureato in Economia, Giovanni appartiene alla dinastia di costruttori di rimorchi della famiglia del «gigante di Marene».
L’esito era stato più che onorevole: eletto con 1.002 voti di preferenza. E così, da tre anni, Giovanni siede nei banchi del Consiglio comunale, dove ricopre l’incarico di capogruppo. Da allora qualcuno lo ha ribattezzato il «nipote d’Italia». Il giovane Crosetto si è distinto per aver criticato quei «fratelli» che hanno partecipato alle presentazioni del libro del generale Vannacci, lotta contro la carne sintetica, che definisce una «porcheria», e sostiene la linea filoatlantista e pro Israele nei dibattiti sulle questioni internazionali. Di recente ha fatto storcere il naso a qualche vecchio nostalgico del Msi, quando ha condannato apertamente le decine di saluti romani al raduno di Acca Larentia: «Una agghiacciante apologia del fascismo».
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
COSI’ IL SUO COMPAGNO DIMITRI KUNZ HA FINANZIATO LA MELONIANA IN DIFFICOLTA’… GLI INTRECCI TRA IL SALVATAGGIO DI VISIBILIA E L’AFFARE IMMOBILIARE IN VERSILIA
Riciclaggio? Quale riciclaggio? A Milano si racconta che Daniela
Santanchè abbia accolto con una “sonora risata” l’ultima novità sulle indagini giudiziarie che mettono in dubbio l’onorabilità di una manager e imprenditrice che «in trent’anni di carriera – parole sue – non ha mai avuto nessun problema con le aziende» che ha gestito. Alle inchieste della procura di Milano che venerdì sono arrivate al giro di boa del fine indagini per la presunta truffa all’Inps di Visibilia editore, si è aggiunto il procedimento sulla compravendita della villa di Forte dei Marmi.
Tra luglio 2022 e gennaio 2023 l’affare in Versilia venne gestito da Dimitri Kunz, il compagno della ministra del Turismo, e da Laura De Cicco, moglie del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che di Santanchè è collega di partito in Fratelli d’Italia nonché, all’occorrenza, anche legale di fiducia.
COLPO GROSSO
Come Domani ha rivelato l’estate scorsa, la coppia De Cicco-Kunz il 12 gennaio 2023 è riuscita a rivendere all’imprenditore Antonio Rapisarda una villa acquistata, come conferma il rogito, solo un’ora prima.
Un’operazione lampo che ha fruttato l’eccezionale guadagno un milione di euro. L’immobile era stato ceduto a De Cicco e Kunz dal sociologo Francesco Alberoni, che è morto a 93 anni nell’agosto scorso.
Ebbene, due settimane fa, la procura di Milano ha dato mandato alla Guardia di Milano di fare tutte le opportune verifiche sui movimenti di denaro legati a questo affare da record, per cancellare anche l’ombra del sospetto che l’operazione immobiliare di Forte dei Marmi possa essere servita in qualche modo a puntellare i disastrati conti di Visibilia editore. Quest’ultima, va ricordato, all’inizio di marzo è stata commissariata su richiesta dei magistrati milanesi.
Se è vero (ma sarà vero?) che Santanchè ha liquidato con una risata la notizia delle indagini sulla villa in Versilia, Laura De Cicco ha dato la sua versione dei fatti all’agenzia Ansa. Tutto regolare, ha detto la moglie del presidente del Senato.
«Tutto alla luce del sole», ha aggiunto, precisando che le trattative per arrivare al rogito del 12 gennaio 2023 sono durate «un anno» e che quasi sei mesi prima della rivendita all’atto del preliminare era stato versato ad Alberoni “una parte cospicua del prezzo convenuto dallo stesso professore in base ad una perizia da lui fatta fare”.
CAPARRA D’OR
Domani ha confrontato le affermazioni di De Cicco con i documenti depositati al catasto, “alla luce del sole”, per usare le parole della moglie del presidente del Senato.
Dalle carte risulta che con il preliminare di vendita siglato il 21 luglio del 2022 la coppia di compratori si è impegnata a versare ad Alberoni, in due tranche, una caparra di 350 mila euro come anticipo sul prezzo pattuito che inizialmente era di 2,5 milioni. Una somma certo cospicua, ma normale in operazioni immobiliari di questo tipo.
Tra l’altro, agli acquirenti fin dal 5 luglio erano state consegnate le chiavi della villa per “curare la manutenzione del giardino e quant’altro”, si legge nell’atto. Al momento del rogito del gennaio successivo, Kunz e De Cicco otterranno anche uno sconto di 50 mila euro “in dipendenza dell’esecuzione di alcuni lavori di manutenzione”.
Una volta firmato il preliminare, ai due compratori restavano quindi da pagare 2,150 milioni per il saldo. I documenti catastali rivelano che almeno metà di quella somma è stata versata da Rapisarda. Proprio lui, il compratore che a gennaio si aggiudicherà Villa Alberoni a un prezzo del 40 per cento superiore rispetto a quello appena pagato da chi gliel’ha rivenduta.
DA DOVE ARRIVANO I SOLDI
Il 7 ottobre, infatti, Rapisarda ha girato ben un milione di euro a Kunz e De Cicco come anticipo sul prezzo della villa, che verrà poi fissato a 3,450 milioni.
Un milione di euro, questa sì che è una somma non solo cospicua, ma anche fuori dall’ordinario, a maggior ragione perché è stata pagata come anticipo del pagamento per un immobile che ancora non era nella disponibilità dei venditori.
Secondo quanto Domani ha potuto accertare, Rapisarda è riuscito a finanziare l’acquisto della villa grazie alla vendita di un altro immobile di pregio a Forte dei Marmi, che ha fruttato 3,1 milioni. Il rogito per quest’ultima operazione è stato siglato il 7 novembre, esattamente un mese dopo la firma del preliminare con Kunz e De Cicco.
L’imprenditore milanese aveva però già ricevuto 500 mila euro come anticipo a luglio. Lo stesso mese in cui Alberoni si accorda con il compagno di Santanchè e la moglie di La Russa.
Quindi a ottobre del 2022, Kunz e De Cicco ricevono un milione da Rapisarda, rientrano dalle spese (350 mila euro) del preliminare di luglio possono dividersi altri 650 mila euro.
APPUNTAMENTO AL TWIGA
Proprio in quelle settimane Kunz stava completando un altro affare importante. Un affare in cui era coinvolta Santanchè, la sua compagna appena nominata ministra del Turismo nel nuovo governo di Giorgia Meloni.
Anche in questo caso la trama dell’operazione porta in Versilia. Il 18 novembre del 2022 passa di mano una quota dell’11 per cento del Twiga, il celebre stabilimento balneare fondato da Flavio Briatore. A vendere è Santanché, che di Briatore è amica di lunga data. Per trovare un compratore la ministra non è andata lontano: vende la sua partecipazione nel Twiga al compagno Kunz che tramite due società paga un milione e 433 mila euro.
Carte alla mano, quindi, da una parte Kunz incassa grazie alla vendita della villa e dall’altra paga più di un milione di euro a Santanchè. Alla ministra quei soldi facevano comodo come non mai. La galassia Visibilia rischiava il dissesto e servivano garanzie tangibili da offrire ai creditori, dal fisco ai dipendenti. Missione compiuta? Pare di no, la storia di Villa Alberoni promette di offrire nuovi colpi di scena.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI DI VISIBILIA ACCUSANO LA MINISTRA
Le parole contenute nei verbali dei dipendenti di Visibilia Editore e Concessionaria, sentiti come testimoni da investigatori, inquirenti e anche nell’ambito degli accertamenti dell’Inps, avrebbero consentito alla Procura di Milano di ottenere prove sulla presunta consapevolezza di Daniela Santanchè nella ipotizzata truffa sulla cassa integrazione a zero ore, tra il 2020 e il 2022, nel periodo Covid.
Nel corso delle indagini condotte dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza e coordinate dall’aggiunto Laura Pedio e dai pm Luigi Luzi e Marina Gravina, sono state acquisite le testimonianze dei lavoratori, dalle quali sarebbe emerso che la ministra del Turismo sarebbe stata a conoscenza che i dipendenti lavoravano, malgrado la società avesse chiesto e ottenuto la Cig Covid. E per un totale di oltre 126mila euro, ossia l’ammontare della presunta truffa, spalmati su 13 dipendenti delle due società del gruppo fondato dalla senatrice di Fdi, che ha dismesso cariche e quote nel 2022.
Dunque, per gli inquirenti non solo Santanchè e il suo compagno Dimitri Kunz in quel periodo, quando veniva chiesta indebitamente la cassa Covid e i dipendenti continuavano a lavorare, hanno amministrato la società, ma erano entrambi consapevoli del presunto schema illecito, così come messo a verbale dai lavoratori.
La ministra del Turismo, che ha sempre respinto l’accusa, contestata nella chiusura indagini notificata tre giorni fa anche a Kunz e a Paolo Concordia, consulente esterno di Visibila Editore e Concessionaria, già lo scorso luglio in Senato aveva detto: “Di fronte alla contestazione tardiva della dipendente pur ritenendo le sue informazioni infondate ed essendo certa che lei non ha mai messo piede in Visibilia, la società ha sanato la situazione considerandola in servizio senza che fosse pervenuta alcuna richiesta dagli enti preposti e prima della vicenda mediatica. Nessun altro dipendente ha sollevato questioni sulla cassa integrazione”.
Il riferimento era a Federica Bottiglione, ex responsabile Investor Relations di Visibilia, la quale con la sua denuncia ha portato la Procura milanese ad aprire l’indagine. L’ex manager aveva registrato una serie di conversazioni avute anche con Kunz e finite in una perizia giurata di trascrizione, poi acquisita anche nell’inchiesta milanese. Ha depositato anche gli screenshot di alcune chat, come una in cui dialogava, nel settembre del 2021, sempre col compagno della senatrice e gli chiedeva: “Buongiorno mi puoi fare link zoom per cda di oggi ore 16 così faccio invitation” e Kunz le inoltrava il link con cui “sen. Daniela Santanchè” invitava alla “riunione”.
Dalle conversazioni registrate dall’ex manager veniva a galla già la presunta consapevolezza nel raggiro all’Inps da parte di Kunz e di Concordia. Tanto che Bottiglione a più riprese diceva che avrebbe sollevato la questione, ossia il fatto di aver scoperto di essere in cassa a zero ore ma che stava comunque lavorando, e Kunz le rispondeva: “Ma non lo puoi fare Federica, sennò metti nei casini tutti”.
“Cosa dobbiamo aspettare perché la ministra al Turismo Daniela Santanchè si dimetta?” si domanda in un post su Facebook la senatrice M5S, Sabrina Licheri. “Non è bastata la notizia che fosse indagata per truffa all’Inps per farle fare un passo indietro – aggiunge l’esponente pentastellata -, anzi rilancia e dice che se verrà rinviata a giudizio si dimetterà. La Santanchè dimentica però che oltre alla giustizia c’è una questione di opportunità politica. Con quale faccia può rappresentare il nostro Paese? Ha ragione Fiorello, altro che Open to Meraviglia. Qui siamo arrivati all’Amen to Meraviglia, ma a farne le spese è l’Italia e il suo prezioso patrimonio artistico e culturale”
“A che ora si dimette la ministra Santanchè?” ha chiesto il deputato del Pd, Andrea Casu, intervenendo in aula alla Camera nell’ambito della discussione generale sulla proposta di legge sul conflitto d’interesse. “Non abbiamo sentito ancora nessuna parola da parte della presidente del consiglio Meloni – ha aggiunto l’esponente dem – sulle inquietanti notizie che riguardano la ministra. E dopo il danno, la beffa: a scrivere la nuova legge sul conflitto d’interesse dovrebbe essere proprio la Santanchè insieme agli altri ministri del Governo. Infatti come per le proposte di legge sul salario minimo e il voto per i fuori sede, ancora una volta, la maggioranza azzera il dibattito parlamentare con un emendamento che snatura una legge in quota alle opposizioni e delega il governo a legiferare entro due anni. In questo modo – conclude Casu – la maggioranza si assume la responsabilità di chiudere il dibattito sulla legge sul conflitto d’interesse in questa legislatura”.
(da lanotiziagiornale.it)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
MELONI BRIGA PER LA RICONFERMA DI VON DER LEYEN MA I SUOI ALLEATI CONSERVATORI SONO CONTRARI: PIS, VOX, ZEMMOUR, ORBAN…URSULA E’ SEMPRE PIU’ NEL MIRINO DEL TRIO WEBER-MACRON-SCHOLZ
Il fronte sovranista europeo è diventato un pollaio: tanti galletti,
uno contro l’altro, e dagli obiettivi confliggenti.
Se Giorgia Meloni briga per la riconferma di Ursula Von der Leyen, contro la cofana tedesca si sono già schierati il Pis polacco, i neo-franchisti di Vox, il mal-destro Zemmour, tutti alleati della Ducetta nel gruppo Ecr.
Nella schiera dei nemici della Presidente della Commissione c’è anche il filo-russo Viktor Orban.
Il premier ungherese, che non ha mancato di congratularsi con Putin per la vittoria delle elezioni farsa in Russia, è in predicato di sbarcare, dopo il 9 giugno, nel gruppo dei Conservatori.
Il suo futuro ingresso, però, avendone combinate più di Carlo in Francia, appare incerto: Giorgia Meloni è stata costretta a prendere le distanze sull’arruolamento di Fidesz in Ecr (“Non è all’ordine del giorno”).
L’ammuina tra i sovranisti può rappresentare per Giorgia Meloni un’opportunità e un problema. Avere alleati così ingombranti, ingestibili e ideologici potrebbe spalancare le porte a una “Melon-exit” dal gruppo, che la sora Giorgia presiede. Non sarebbe complesso, in futuro, giustificare un addio ai Conservatori, mettendo all’indice le posizioni euro-critiche e filo-Putin dei suoi alleati…
D’altro canto, una pattuglia di camerati così divisa pone Giorgia Meloni in una posizione di estrema debolezza. Il sito “Politico.eu” l’ha incoronata “Gran sacerdotessa della destra europea” (“High priestess of the European right”), e invece si ritrova una falange versione Armata Brancaleone, bersagliata quotidianamente dal suo “cagacazzi numero uno”, Matteo Salvini.
Il “Capitone”, che non solo ha rivendicato per sé il ruolo di autentico sovranista (“mica è una parolaccia”), ha gioco facile nel minare la corsa di Ursula al secondo mandato.
A dargli manforte, c’è la sua alleata, Marine Le Pen, che ha attaccato la Meloni dal palco del summit sovranista “Wings of change”, a Roma: “Signora Presidente, sosterrete von der Leyen? Io credo di sì. Così si contribuirà ad aggravare le politiche di cui tanto soffrono i popoli d’Europa. Unico che si opporrà a von der Leyen a destra sarà Matteo Salvini”.
La Duciona di Francia, a differenza di quanto immaginato dai cronisti de’ noantri, non ha dato fuoco alle polveri su innesco del suo caro amico Matteo, per infilarsi nella disputa tutta italiana tra la premier e il suo ministro delle Infrastrutture. Dietro le sue parole di fuoco si gioca una partita più ampia: quella sulla leadership della destra europea.
L’affondo di Marine Le Pen è un guanto di sfida lanciato alle euro-ambizioni di Giorgia Meloni: “Ah bella, la destra c’est moi”.
L’amazzone del Rassemblement National non può certo puntare all’Eliseo nel 2027 da junior partner della “Thatcher della Garbatella”: dopo le europee, se RN dovesse essere il primo partito delle destre, e una delle delegazioni più numerose all’Europarlamento, si faranno i conti.
Ps. A tal proposito sono molti quelli che, in trepidante attesa, aspettano di maneggiare i sondaggi di aprile sulle elezioni europee del 9 giugno…
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile
L’AFFONDO SUL TERZO MANDATO CONTRO GIORGIA MELONI (CHE NON VUOLE CONCEDERLO): “LASCIAMO CHE A DECIDERE SIANO I VENETI, SONO LORO CHE DEVONO POTER SCEGLIERE E VALUTARE”
«Presidente Luca Zaia come sta?» . «Sto!» . E allora come va? «Va!» . Tra “sto” e “va”, cinque lettere in tutto si snoda il “viaggio” politico del governatore veneto. Che sì parla del suo libro “Fa presto, vai piano” (in una affollata sala romana dove la lingua universale è il veneto, ed Eleonora Daniele tiene le fila tra i veneti accorsi, e non solo), ma chi ascolta – giornalisti compresi – fatica a non declinare il lessico di Zaia in esemplari metafore del travagliato viaggio della “sua” Lega.
A cominciare dal fatto che lui sta bene in «Veneto e che resta concentrato nella sua attività amministrativa». Risposte univoche che provano a sminare polemiche (politiche soprattutto), ma che comunque riaffiorano senza mai citare il partito né il suo segretario Matteo Salvini: insomma, un miracolo dialettico
Certo, non è mistero ma un fatto che Luca Zaia a questa Lega preferiva rigorosamente «la vecchia Lega, la Liga veneta». E se evita rigorosamente colpi bassi da parte sua, in questa fase, non risparmiano invece dure critiche i suoi amici e i militanti storici convenuti nella capitale: sono loro i “ventriloqui” del Doge che aprono la piazza del dibattito pubblico sul ruolo e le prospettive del partito fondato da Umberto Bossi. Non può essere un caso, infatti, che in ogni incontro pubblico ma anche privato, sempre senza mai citare il vicepremier Matteo Salvini
Per questo Luca Zaia rilancia secco: «Lasciamo che a decidere siano i veneti, sono loro che devono poter scegliere e valutare se sono stati amministrati bene o male». Pausa. Anche perché arringa il governatore: «L’elezione diretta è il sale della democrazia» ma soprattutto perché il «Veneto non è la periferia dell’impero» e quindi «va difeso con i fatti e non con le chiacchiere». E i fatti, sostiene il governatore, narrano che la mia regione è un boccone prelibato, «un gioiellino da 180 miliardi di Pil con nove siti dell’Unesco e le Olimpiadi alle porte, che io mi sono inventato, ma soprattutto una sanità d’eccellenza che trae la sua migliore forza nei centri sanitari pubblici perché l’incidenza di quella privata eroga solamente l’11 per cento delle prestazioni contro il 30-40% di altre regioni».
Quindi, allarga le braccia e scandisce: «Questa è la regione che governo, una parte del Paese che riesce ancora ad attivare investimenti esteri». E chiarisce subito con i suoi, tra un selfie e un autografo sul libro che, personalmente «non ho alcuna ansia per il terzo mandato», e infatti, «non perdo il sonno per questo» ma certamente i «veneti molti dubbi se li pongono» anche perché quando «si inizia un viaggio è indispensabile capire la direzione che si vuole prendere». Come dire: «Bisogna capire da dove si parte e soprattutto dove si vuole arrivare».
Da qui il sillogismo politico di Luca Zaia: sono in Veneto, resto in Veneto e da qui difendo i veneti. Altro che bandierine, altro che ruolo in Europa.
Inutile, quindi, parlare di programmi, proposte, risarcimenti personali, il governatore da questo punto di vista è chiarissimo e ribadisce che «il mio futuro lo programmerò quando sarà ora, io resto concentrato sulla mia azione amministrativa che in tanti anni mi pare sia stata apprezzata dai miei cittadini ma anche dalla destra, dalla mia parte politica». A prescindere dal dibattito che sarà sul terzo mandato, che per ora il governo, ma anche le forze politiche della coalizione come Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno riposto in un cassetto e anche dal risultato del prossimo voto europeo. «Ogni tappa ha il suo ristoro, ogni calvario ha la sua croce».
Insomma, la corsa di Zaia tra Venezia, Padova, Treviso e le colline di Conegliano va avanti a prescindere, lascia intuire, consapevole che «quando si parte per un viaggio è bene avere in mente la direzione da prendere. Se non si sa da dove e quando si parte non si sa nemmeno dove e quando si arriva». Tornano così alla mente le frasi sulla vecchia Lega che sapeva mirare un bersaglio mentre l’attuale pare aver smarrito gli obiettivi da puntare.
Per Luca Zaia, dunque, il tema centrale a chi lo sente da giorni resta uno, o meglio due: l’identità e la collegialità. Requisiti senza i quali «non sempre si fa strada», anzi, «direi che non se ne fa, perché senza identità non c’è consenso, e il consenso è il carburante dei cittadini».
«Può accadere – dice Zaia – che in qualche circostanza da soli si faccia anche prima e più in fretta ma di sicuro insieme si fa un viaggio più lungo e più sicuro». Una curiosa sintesi politica, che casualmente a leggerla bene riflette la parabola della Lega salviniana che da primo partito alle elezioni europee del 2019 con il 34 per cento dei consensi rischia di scivolare alle prossime del 9 giugno sotto Forza Italia e divenire la terza gamba di una coalizione sempre più a trazione Giorgia Meloni.
È lo scenario più temuto da Matteo Salvini, ma forse è anche quello al quale si stanno preparando tutti al casato di via Bellerio e dintorni. I silenzi di queste settimane di tanti dirigenti anche vicini al leader parlano molto di più di tante liturgie politiche ascoltate in queste settimane.
Anche Luca Zaia non parla, scuote la testa e rimarca che la destra, tutto il centrodestra, ad esempio, non può più rinunciare a parlare di diritti perché «la società è già molto oltre la lentezza della politica». «Il testamento biologico, il dopo di noi sono temi che riguardano tutti, il nostro dovere è discuterne, non lasciare che siano argomenti esclusivi solo per la sinistra. È di questo che vorrei discutere nel mio partito, nella mia destra”. Altro che raduno sovranista, altro che “Winds of change”. Per Zaia la formula resta sempre la stessa, prima il territorio poi tutto il resto. E così la pensano i suoi, e così «la pensano i veneti».
(da la Stampa)
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