Destra di Popolo.net

IN VENETO I MUGUGNI CONTRO SALVINI SI TRASFORMANO IN SOMMOSSA. IL CAPITONE È SUL BANCO DEGLI IMPUTATI PER GLI INSUCCESSI ELETTORALI E LA DERIVA A DESTRA (CHE C’AZZECCA VANNACCI CON GLI IDEALI BOSSIANI?)

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

SI PREPARA LA SUCCESSIONE AL CAPITANO, CON FEDRIGA IN PRIMA FILA. MENTRE ZAIA, CHE AUSPICA “UN PARTITO LABOUR ALLA TONY BLAIR”, NON MOLLA LA BATTAGLIA PER IL TERZO MANDATO

In Sardegna non solo il presidente leghista è stato sostituito d’imperio da un candidato meloniano lasciando di stucco i militanti isolani del Carroccio ma la Lega ha ottenuto appena il 3,7% (rispetto all’11,4% delle precedenti regionali e al 6,3% delle politiche 2022), in Veneto il cerchio magico di Luca Zaia non si capacità di come a Roma la Lega non riesca a cavare un ragno dal buco sul terzo mandato e sul banco degli imputati va ovviamente Matteo Salvini, reo anche di frequentazioni politiche controverse, da Marine Le Pen a Roberto Vannacci, che con la Lega bossiana, quella che in Veneto macina voti e consensi, non hanno nulla da spartire.
Ce n’è quanto basta perché i mugugni si trasformino in sommossa. Senza contare che si voterà in Abruzzo e per la Lega potrebbe esserci un’altra tosata di percentuale. Non è un caso che in questo tsunami che sta investendo il Carroccio la regola del silenzio pena l’espulsione non sia più un deterrente efficace.
Ecco allora in panchina prepararsi chi potrebbe, secondo i veneti, prendere il posto di Salvini. Si tratta di Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e in grande sintonia con Zaia, e di Roberto Marcato, assessore regionale di punta della giunta Zaia.
Ad aprire la strada gli zaiani hanno mandato un centravanti di sfondamento, Gianantonio Da Re, leghista duro-e-puro, 60 anni, di Cappella Maggiore (Treviso), ex sindaco di Vittorio Veneto, ex consigliere regionale, ora europarlamentare eletto nel collegio Nord-Orientale.
Lui ha festeggiato il Capodanno ieri perché così era per la Repubblica Veneta. Spiega: «In Veneto, all’epoca della Serenissima, il Capodanno non era il primo gennaio ma l’1 marzo. Questa tradizione ha origini antiche: furono i romani, stabilendo la divisione dell’anno, a farlo iniziare l’1 marzo, dedicando l’intero mese a Marte, Dio della Guerra. Festeggiare il Capodanno in primavera era usanza anche della popolazione veneta preromanica che a sua volta l’aveva ereditata dagli indoeuropei. Perciò buon anno a tutti i veneti».
La Lega, per l’europarlamentare, dovrebbe rifarsi a queste tradizioni non flirtare con Vannacci: «Ma come facciamo a presentarci in Europa con lui? Nessuno lo vuole, metterebbero la Lega in castigo. Se sarà in lista lui non mi candido io. La mia è una scelta politica, non condivido niente del famoso libro, ci sono pagine dove dice che Mussolini è stato uno statista, per me Mussolini era un dittatore, lo statista era De Gasperi. Vannacci non può fare il capolista. Se Salvini non corre, l’unico capolista è il ministro Giorgetti che è in grado di intercettare quell’elettorato fatto da persone moderate che hanno votato Lega e non voteranno Vannacci. Questa è l’unica soluzione per tornare a crescere».
Da Re esprime un malcontento che nei congressi leghisti in corso nel Veneto altri affermano a mezza bocca. Una settimana fa si è svolto quello di Treviso e in 500 hanno applaudito l’assessore regionale Federico Caner quando ha detto, sulla scia delle considerazioni di Da Re: «Si deve togliere il nome di Salvini dal simbolo».
Mentre un assist a Fedriga lo lancia il sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy, Massimo Bitonci: «Quando hai delle persone come Zaia e Fedriga bisogna cercare di tenerle, non metterle da parte».
Zaia non aspira a guidare il partito, se non passerà il terzo mandato (quarto per lui) lo alletta la carica di sindaco di Venezia. Quindi oltre a Fedriga l’altro candidato di peso che potrebbe prendere il posto di Salvini è, per i leghisti veneti, Roberto Marcato, 56 anni, assessore regionale allo Sviluppo economico, fondatore della Liga Veneta, che si definisce «autonomista impenitente», alle regionali è stato il più votato: 11.657 preferenze.
Lui non si tira indietro: «Se le regole d’ingaggio al congresso nazionale saranno chiare potrei partecipare. Dopo i segretari lombardi tocca a un veneto, il segretario non può essere sempre un «foresto»».
Insomma quella Roma che per Bossi era ladrona è diventata ora di nuovo indigeribile per i Zaia boys perché il Veneto conta assai poco e Salvini si fa i suoi giochi romani, loro non ne possono più dei Vannacci di turno. Scandisce Marcato: «La Liga è sindacato di territorio che chiede l’autonomia. il federalismo e sostiene le Pmi e la signora Maria che non arriva a fine mese. L’ha detto Zaia e lo ripeto anch’io: un partito labour».
La Lega partito laburista, lontano anni luce da quanto sta dicendo e facendo Salvini? È la strada che indica Zaia: «Spero che la Lega diventi sempre più un partito labour alla Tony Blair». Strade sempre più divergenti e ormai incomunicabili.
(da Italia Oggi)

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GIORGETTI ACCUSA LA RAGIONERIA DELLO STATO DI NON AVERLO AVVERTITO DEI COSTI FUORI CONTROLLO DEL SUPERBONUS, PER LA CORSA AI CREDITI D’IMPOSTA ATTIVATI A FINE 2023, CHE HANNO FATTO SCHIZZARE IL DEFICIT AL 7,2%

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

PECCATO CHE I TECNICI DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO LO AVESSERO INFORMATO SUL BUCO NEI CONTI DELLO STATO GIÀ A NOVEMBRE – LA RAGIONERIA POTREBBE METTERE A TACERE GIORGETTI PRESENTANDOGLI UN “PROMEMORIA”

In novembre scorso il flusso dei dati riservati dell’Agenzia delle Entrate e di quelli pubblici dell’Enea, l’ente che registra gli interventi finanziati dal Superbonus immobiliare, mettevano già in evidenza una sgradevole verità: il costo dei crediti d’imposta al 110% attivati nel 2023 stava già superando di circa 20 miliardi di euro il livello di 30 miliardi preventivato sull’intero 2023.
Il disavanzo dello Stato per l’anno dunque minacciava di superare di almeno l’1% del prodotto lordo quel 5,3% preventivato nell’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) presentato dal governo in autunno.
Stava succedendo qualcosa di imprevisto. Di fronte alla prospettiva di una stretta sull’incidenza dei crediti d’imposta ottenibili in proporzione alle spese effettuate – dal 110% originario, al 90%, fino al 70% in vigore nel 2024 – nella parte finale del 2023 si è verificata una vera e propria corsa delle famiglie ad attivare il Superbonus a condizioni d’oro: rimborsi fiscali altissimi, crediti d’imposta utilizzabili come contante per pagare le imprese edili e cedibili da queste ultime alle banche.
Dunque i conti dello Stato sul 2023 erano diretti in una direzione diversa: ieri l’Istat ha certificato un deficit al 7,2% del Pil, sopra il 4,4% preventivato nel Def di aprile scorso e il 5,3% dell’“aggiornamento” di settembre.
Hanno senz’altro contribuito anche tre dettagli passati in Parlamento dalla maggioranza convertendo al decreto di un anno fa, con il quale il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti cercava di dare una stretta al Superbonus. In primo luogo il meccanismo restava automatico, senza alcun limite al tiraggio consentito. In secondo luogo chi non aveva ancora portato i crediti nel suo “cassetto” fiscale, per esigerli dallo Stato, aveva più tempo per farlo. In terzo luogo chiunque avesse anche solo presentato la “comunicazione di inizio lavori” prima del decreto di stretta del febbraio 2023 – un semplice formulario online – aveva diritto a godere in pieno del Superbonus al 110% alle generosissime condizioni originarie.
Quei tre dettagli sono frutto di scelte in sede politica compiute o confermate dall’attuale maggioranza. E hanno contribuito ad aprire una nuova voragine nei conti pubblici. Non è chiaro tuttavia, a sentire gli uffici coinvolti, in che misura e quando Giorgetti stesso fosse consapevole della dinamica fuori linea esplosa in autunno ed evidenziata nei dati dell’Agenzia delle Entrate e dell’Enea.
Secondo ambienti vicini a Giorgetti stesso, il ministro non era a conoscenza dei dati di deficit al 7,2% comunicati ieri dall’Istat. Questi ambienti si chiedono da quando la Ragioneria dello Stato – che è un dipartimento del ministero guidato da Giorgetti – fosse stata al corrente della divergenza sui conti.
Ambienti della Ragioneria invece hanno una versione diversa: conservano memoria di aver segnalato al ministro il primo sfondamento da 20 miliardi sul Superbonus a novembre 2023 e un secondo sfondamento da altri 20 miliardi circa a gennaio 2024.
La Ragioneria dunque avrebbe comunicato che il deficit sul 2023 sarebbe stato almeno fra il 6,5% e il 7%, poi lievemente rivisto al rialzo (7,2%) da Istat sulla base di stime su dati attinti dall’ufficio statistico da altri ministeri.
In anni anche lontani incomprensioni fra il ministro dell’Economia e la Ragioneria hanno portato quest’ultima a presentare al ministro stesso dei promemoria, per ricordargli il proprio operato e documentarlo. Non è escluso che succeda di nuovo.
Di certo dietro la tensione sui costi nel 2023 del Superbonus (e anche di Industria 4.0) c’è un tema anche più serio: la recente esplosione ulteriore di questi crediti d’imposta, voluti senza alcun tetto dalla classe politica quasi per intero, mettono il debito pubblico in condizioni precarie.
Scrivere il nuovo Def sarà difficilissimo. Mettere il debito in traiettoria calante come da regole europee anche, perché tra l’altro nessuno a Roma è disposto a giurare che nel 2024 il Superbonus sia davvero sotto controllo. Poco importa se con un vecchio Ragioniere dello Stato, o con uno nuovo magari più gradito alla politica.
(da Corriere della Sera)

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OSPEDALI, LIDI, TRENI: LE MARCHETTE DEI 13 MINISTRI PER L’ABRUZZO A UNA SETTIMANA DAL VOTO

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI HANNO PAURA DI PERDERE, PIOGGIA DI MILIONI SULL’ABRUZZO PER CONDIZIONARE IL VOTO… “TUTTI ALL’AQUILA” L’ORDINE DELLA MELONI AI MINISTRI… MA TALVOLTA FARSI VEDERE SOLO ALL’ULTIMO PUO’ ESSERE CONTROPRODUCENTE: SA DI PRESA PER IL CULO

Qualche evento era già fissato prima della sconfitta elettorale in Sardegna. Ma alcuni no. Per diversi ministri ed esponenti di governo è servita la richiesta esplicita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: andate in Abruzzo per la campagna elettorale.
Perdere alle elezioni regionali del 10 marzo per la premier potrebbe essere un vero guaio per il suo governo: il candidato del centrodestra Marco Marsilio è di Fratelli d’Italia, è un fedelissimo di Meloni e L’Aquila è il collegio in cui la presidente del Consiglio si è fatta eleggere nel 2022. Nel governo c’è preoccupazione perché ormai il distacco tra Marsilio e il candidato del centrosinistra Luciano D’Amico si sarebbe assottigliato: sarebbe testa a testa.
La premier quindi si è mossa in prima persona: il 7 febbraio ha firmato l’accordo per i fondi di coesione e martedì a Pescara riunirà i leader del centrodestra per il comizio di chiusura della campagna elettorale.
Ma in questi giorni è partita la corsa di ministri, viceministri e sottosegretari a presentarsi in Abruzzo: solo nell’ultima settimana si sono presentati 13 esponenti di governo, di cui 10 ministri. Non solo per fare la campagna elettorale ma anche per sfruttare il proprio incarico per promuovere iniziative per gli abruzzesi: opere pubbliche, riqualificazione di tribunali e ospedali e perfino progetti per rinnovare passaporti. Tutte prebende elettorali con l’obiettivo di vincere il 10 marzo.
Se non è passata inosservata l’approvazione al Cipess di giovedì della tratta Roma-Pescara rivendicata da Meloni, il più attivo in queste ore è il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini: il leader della Lega ieri ha detto che il suo partito supererà il 10% ma secondo alcuni sondaggi interni al Carroccio, invece, rischia di scendere sotto il 6% anche in Abruzzo dopo la batosta in Sardegna (3,7%).
Per questo mercoledì era a Pescara per l’iniziativa L’Italia dei sì presentando i cantieri aperti dal governo in Abruzzo mentre ieri è stato a Avezzano, Barisciano e Civita di Bagno (L’Aquila) e oggi a Sant’Onofrio e Castellalto (Teramo). Salvini giovedì ha visitato l’aeroporto di Pescara promettendo un abbassamento delle tasse. Mercoledì a Pescara si è presentato anche il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha visitato l’ospedale de L’Aquila e firmato un protocollo da 60 milioni per l’ospedale di Chieti. “Fondi che erano fermi e aspettavamo da 25 anni”, ha spiegato Marsilio.
Venerdì invece a Pescara è stato il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo che ha partecipato a un evento di Forza Italia e si è soffermato sul progetto di fusione dei comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore definendolo come un “laboratorio” a livello nazionale.
Anche il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto venerdì ha partecipato a un convegno al Tribunale di Avezzano promettendo una rivisitazione della geografia giudiziaria per salvare i tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto.
La ministra del Turismo Daniela Santanchè, invece, è stata a Roseto degli Abruzzi all’iniziativa “Turismo è meraviglia” in cui ha anche toccato l’argomento degli stabilimenti balneari.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi invece prima ha presentato il 112 unico in Abruzzo e due giorni fa insieme a Poste un progetto per rinnovare i passaporti.
Martedì anche il ministro dell’Istruzione leghista Giuseppe Valditara sarà tra Silvi e Giulianova per visitare alcune scuole e così anche la ministra della Disabilità Alessandra Locatelli che incontrerà alcune associazioni di volontariato.
Venerdì a Torino di Sangro si è presentato anche il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli mentre ieri è stata una giornata abruzzese per la titolare dell’Università, Anna Maria Bernini che ha visitato diversi centri di ricerca e ospedali presentando l’hub dell’innovazione tecnologica Abruzzo-Lazio a L’Aquila.
Lunedì invece arriverà il ministro dello Sport Andrea Abodi per un convegno a Chieti sullo sport in Costituzione mentre giovedì il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
(da ilfattoquotidiano.it)

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TRA SCUDI E MANGANELLI: I “CELERINI” DEL REPARTO MOBILE SONO 5.000 E GUADAGNANO TRA 2.000 E 3.000 EURO AL MESE

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

“SE QUALCHE TESTA CALDA ECCEDE, VIENE BECCATA”

“Umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)”. Pier Paolo Pasolini li descriveva così nel 1968 i “celerini” – antico termine per definire gli agenti antisommossa – nella sua famosissima poesia-intervento dal titolo “Il PCI ai giovani”.
È lo stesso testo che da decenni il mondo conservatore non perde occasione di citare, in quanto l’autore, rivolgendosi ai giovani di sinistra protagonisti degli scontri a Valle Giulia, vi affermava: “io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri”.
L’ultimo è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che giovedì ha attualizzato la citazione contrapponendo gli agenti “figli del popolo” agli studenti “radical-chic”.
Ma chi sono questi “figli del popolo” che il governo difende? E perché sono “odiati da tutti”?
I 15 Reparti mobili (così si chiama ora la “Celere”) contano al loro interno 5mila unità. Sono quasi tutti uomini, pochissime le donne. È la polizia “muscolare”, quella che con scudi, caschi, imbottiture e manganelli ha il compito di evitare disordini durante le manifestazioni pubbliche e protegge gli “obiettivi sensibili”, ma interviene anche in caso di calamità in soccorso di terremotati e alluvionati.
Secondo il Viminale, nel 2023 in Italia ci sono state ben 11.219 manifestazioni “di spiccato interesse per l’ordine pubblico”: dai cortei politici e sindacali fino agli sfratti con forza pubblica (ce ne sono stati 30mila nel 2022), si sono verificati disordini in 397 casi (il 3,5% del totale).
Conteggiate a parte le partite di calcio: Serie A, B, C, Dilettanti, coppe e amichevoli: 2.650 incontri. Totale agenti impiegati nel 2023: 969.700.
In realtà sono sempre gli stessi 5mila che fanno turni anche di 12 ore al giorno, prendono botte, sassate, sputi. “Abbiamo un solo riposo settimanale, ma spesso ci viene sospeso”, racconta Franco, uno dei “celerini” più esperti a Roma. “I cortei sono nel weekend ma gli altri giorni succede sempre qualcosa: solo alle 8 di sera ci dicono cosa dobbiamo fare il giorno dopo”.
È vero che guadagnano poco? In realtà il Reparto mobile è tra i più ambiti perché la paga, grazie alle indennità accessorie, è tra le più alte in polizia. Il salario base è di 1.400 euro netti al mese (esclusi anzianità e promozioni), poi ci sono l’indennità da Reparto mobile (500 euro l’anno), 12 euro al giorno di indennità di ordine pubblico e 6 euro l’ora di straordinari. E poi l’indennità per servizio fuori sede che, Roma a parte, è molto gettonato. Non solo. I “celerini” superano quasi sempre le 55 ore mensili di monte straordinario: le “eccedenze” finiscono in un fondo che il Viminale sblocca quando ci sono i soldi a bilancio: non viene erogato da 18 mesi.
A conti fatti, un agente semplice in media raggiunge i 2mila euro netti al mese, mentre uno esperto può superare anche i 3mila euro. Sono anche sottoposti a un addestramento, fisico e tattico, giornaliero. “Dopo i fatti del G8 di Genova del 2001 – dice Franco – fu creato il Centro di formazione per l’ordine pubblico, c’è stata una svolta etica, di formazione del personale”.
La “pasta” del “celerino” si misura durante la “carica”. È il momento in cui si rischiano gli scontri più gravi. E gli errori. “Qualche testa calda c’è, è vero – confessa Marco, un agente più giovane – ma anche i capi squadra che sanno contenerle. Non sono rari i richiami disciplinari e le punizioni: non lo venite a sapere perché potrebbero essere strumentalizzati. Ma se eccedi vieni sempre beccato, non c’è scampo, è pieno di telecamere, non servono gli identificativi”.
Quali i comportamenti sbagliati? “Mai disperdersi né eccedere o accanirsi sul manifestante. Il Reparto mobile si basa sulla compattezza: staccarsi e inseguire il singolo mette a rischio per prima cosa sé stessi e i compagni. Anche perché se ci si ritrova da soli contro un gruppo si può essere risucchiati e lì può succedere di tutto. E i colleghi devono lottare per venire a tirarti fuori. Lì il servizio è rovinato”.
La descrizione ricorda i fatti di Pisa. Marco nega: “Non mi pare ci siano stati errori in quel caso”. In piazza i “celerini” sono come pedine teleguidate non dal loro comandante, ma da un altro funzionario di Questura: “Nessuno fa un passo senza un ordine”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I GIOVANI (E I PROF) RIEMPIONO PISA: “NO ALLA REPRESSIONE DEL GOVERNO”

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

DOPO GLI SCONTRI DEL 23 FEBBRAIO, IERI A PISA HANNO SFILATO IN 5.000 (SENZA INCIDENTI)

Non sembra neanche la stessa città, lo stesso Paese. Nessun agente in divisa, nessuna camionetta, solo una fiumana pacifica che stavolta riesce ad arrivare in Piazza dei Cavalieri, nel centro di Pisa, dopo quattro ore di corteo, proprio lì dove 8 giorni fa una quindicina di ragazzi inerti era stata presa a manganellate dalla Polizia.
Eppure 8 giorni bastano per lavare il sangue dalle strade, ma non l’onta di un pomeriggio, quello del 23 febbraio, che in città ha traumatizzato una generazione, capace – ben oltre il pregiudizio – di pensare, capire, collegare, organizzare e organizzarsi.
“Ci dite che siamo sempre chini sui cellulari. Eccoci qui: oggi alziamo la testa”. Margherita Razzi ha 18 anni e in mezzo al corteo vuol dire avere l’età di una veterana. Paolo Maida, un altro degli animatori della protesta che ieri ha portato 5 mila persone per le strade di Pisa, parla con voce rotta dall’emozione davanti alle telecamere. Quando ha finito, lei ride e lo abbraccia: “Siamo stati bravi”. Scorci di genuinità.
I grandi partiti sono lontani, quasi estranei e il sospetto è che sia questione di incomunicabilità. Ma è sbagliato pensare che questi giovani, per la maggior parte minorenni, alla politica non ci pensi. Anzi: “Non siamo qui solo per reagire alle botte del 23 – dice Margherita al Fatto – o per ribadire la nostra posizione sulla Palestina. C’è un problema di repressione del dissenso”.
Uno degli striscioni chiama in causa Giorgia Meloni: “Fermiamo la repressione del governo Meloni a Pisa e nel Paese” Un altro sintetizza il senso della giornata: “Pisa in piazza contro le bombe e i manganelli”. Pietro ha appena 16 anni ed è in corteo con tre coetanei: “Mi preoccupa come viene gestito chi dice qualcosa di diverso. Abbiamo visto casi di censura in tv e anche in altri cortei, non solo a Pisa, la Polizia ha preso a botte chi protestava”.
Accanto agli studenti, ma in disparte, ci sono i professori. Sandra, docente del Liceo Scientifico Dini, quasi sospira nel raccontare: “Le mie due figlie erano nel corteo del 23 febbraio. Ti lascio immaginare cosa ho pensato quando ho visto le immagini…”.
Loro sono davanti, vicino al furgone che guida il corteo, lei è indietro insieme a qualche collega: “Faremo tutti insieme una giornata di sospensione didattica”.
Giovanni Bruno invece ha 62 anni e insegna Storia e Filosofia al Liceo Buonarroti: “Ho trovato i ragazzi scossi, impauriti. Una ragazza mi ha chiesto se andare in piazza servirà ancora a qualcosa”.
Le quattro ore di corteo servono forse anche a questo, a capire il senso dell’impegno civile e sociale. Senza neanche una bandiera di partito, se si escludono alcune formazioni di sinistra come Rifondazione e Potere al Popolo. Pd e 5Stelle non pervenuti, se non su iniziativa personale. In corteo sfila Enrico Bruni, che ha 24 anni ed è apprezzato consigliere comunale: “Il Pd sta cambiando, ci vuole tempo. Non è scontato farsi accettare in queste piazze, ma dobbiamo ricostruire certi rapporti”.
Federico, 17 anni, la spiega così: “A volte c’è bisogno di un leader politico, ma qui no. Questa è la piazza degli studenti”. Anche per Margherita il punto è l’autonomia dei collettivi: “Chiunque avrebbe potuto aderire, ma nessuno doveva strumentalizzarci”.
Ciccio Auletta guida Una Città in Comune, la lista di sinistra di mille battaglie in Consiglio comunale: “È una straordinaria giornata di mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese e contro la repressione, per la quale chiediamo le dimissioni di Piantedosi, del deputato leghista Edoardo Ziello e del questore di Pisa”.
Il grido “dimissioni” (oltre a qualche coro contro Israele) esce dai megafoni quando il corteo raggiunge il palazzo della Questura.
Mancano poche centinaia di metri a Piazza dei Cavalieri, ultima tappa del percorso concordato, e a dare il ritmo alla camminata ci sono le note di Bella Ciao. Poi, musica trap e balli fino all’arrivo. Come a dire: vi facevamo davvero così paura?
(da Il Fatto Quotidiano)

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AUGUSTO PROIETTI, IL “RE DELLA LOBBY DELLE BANCARELLE” A ROMA, ATTACCA E INSULTA ROCCO CASALINO, “COLPEVOLE” DI AVER SEGNALATO ALLA POLIZIA MUNICIPALE GLI AMBULANTI IRREGOLARI SOTTO LA SUA NUOVA CASA, A PIAZZALE FLAMINIO

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

“QUEL MISERABILE DI CASALINO, QUEL FRO… QUEL GAY, TUTTI I GIORNI CHIAMA I VIGILI PER FARCI FARE I VERBALI”… IN PASSATO PROIETTI È STATO CONDANNATO A DUE ANNI DI CARCERE PER AVER PERSEGUITATO E MINACCIATO I VIGILI

Insulti omofobi, minacce velate, parole incivili e irripetibili. Augusto Proietti, definito il re delle bancarelle di certo non per nobiltà d’animo, questa volta se la prende con Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio quando a Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte.
Di recente, come ha raccontato lui stesso sui social, Casalino si è spostato ad abitare in piazzale Flaminio, che è assediato dalle bancarelle degli ambulanti. Compresa quella di Proietti, già condannato a due anni di carcere per aver perseguitato e minacciato i vigili urbani.
Dal suo canale YouTube, lo scorso 15 gennaio è andato in onda uno dei suoi violenti show: «Ci hanno fatto la multa a piazzale Flaminio per due metri di banco perché quel miserabile di Casalino. Fro… non se po’ di’. Che… non se po’ di’. Ma gay sì: quel gay di Casalino tutti li giorni chiama i vigili urbani per farci fare i verbali».
E ancora: «Mo’ faccio la denuncia alla procura della Repubblica che te la ricordi per tutta la vita perché Casalino sta stolchizzando gli ambulanti. Che t’hanno fatto, t’hanno r… il c… e non ti hanno pagato bene?». Questi sono solo alcuni dei vergognosi insulti omofobi lanciati da Proietti che tra l’altro definisce anche il presidente del M5S «un miserabile».
L’ambulante detesta i 5S da quando in Campidoglio c’erano la sindaca Raggi e l’assessore al Commercio Andrea Coia. Con quest’ultimo Proietti sfiorò la rissa nella bouvette dell’Aula Giulio Cesare, dopo averlo insultato e minacciato. [
Secondo l’ambulante sarebbe colpa di Casalino, «perché a lui je dà fastidio». In realtà non è solo lui a lamentarsi della situazione della zona, ma molti residenti della zona e da anni.
Quando Casalino è arrivato nel nuovo appartamento e si è accorto della situazione, ha semplicemente raccolto l’insoddisfazione dei suoi vicini di casa e in una decina di persone hanno deciso di unirsi in gruppo WhatsApp che si chiama Flaminio Revolution e porterà alla costituzione di un comitato di quartiere. Intanto hanno iniziato a farsi sentire ogni giorno con i vigili per denunciare le irregolarità. Che vengono anche multate dai pizzardoni. Poi, però, la situazione torna a essere quella di prima.
Il piazzale è pieno di bancarelle con merce usata (che in alcuni casi sembra contraffatta visto che in vendita ci sono prodotti di grandi marchi), una copre il percorso per i non vedenti e si trova al centro del piazzale, occupandolo con tre enormi ombrelloni che coprono i banchi. Il tutto di fronte alla fermata della ferrovia, a fianco all’ingresso monumentale del 1800 di Villa Borghese e di fronte a Porta del Popolo. [
D’altronde Augusto Proietti è lo stesso che, come si legge in alcune note inviate anche alla procura, parlando di un vigile ha usato espressioni del tipo: «Ha un tumore e spero che Dio lo accolga presto perché voglio andare a pisciare sulla tomba e mi ci faccio pure la foto, mica lo seppelliscono con la divisa, pisciare non è oltraggio».
(da La Repubblica)

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FACCIAMO CHIAREZZA: ALESSANDRA TODDE NON RISCHIA DI PERDERE LE ELEZIONI IN SARDEGNA, RESTA CON UN MARGINE DI VANTAGGIO DI OLTRE 1.500 VOTI

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

LE 22 SEZIONI SCRUTINATE A POSTERIORI HANNO SEMPLICEMENTE RIDOTTO IL VANTAGGIO DA 2.600 A 1500 VOTI, MARGINE SUFFICIENTE ANCHE IN CASO DI RICONTEGGIO DELLE NULLE

Alessandra Todde non rischia di perdere le elezioni regionali sarde del 25 febbraio: c’è la conferma che il suo vantaggio sul candidato presidente del centrodestra Paolo Truzzu esce dimezzato dalle verifiche in corso agli uffici circoscrizionali dei tribunali di Cagliari e Sassari sulle 22 sezioni rimaste in sospeso, ma in attesa che arrivi finalmente l’ufficia lità le proporzioni del calo sembrano rassicurare il Campo largo.
Dai 2600 voti di scarto che risultavano a urne appena chiuse, Truzzu ha recuperato sensibilmente ridimensionando il divario a favore del centrosinistra, che ora sarebbe tra i 1.250 e i 1.400 voti, secondo Giuseppe Conte è invece di 1.600.
Non è molto ma basta a tenere lontano lo spettro di un possibile ricorso al Tar da parte del centrodestra per ottenere il riconteggio delle schede e quindi per chiudere definitivamente la contesa elettorale.
I numeri reali, ancora da confermare, sarebbero questi: dalle due sezioni di Sassari e dalle due di Sorso la Todde porterebbe a casa 200 voti in più, altri 14 dalle tre sezioni di Sestu, 19 dall ’unica sezione di San Gavino scrutinata dal tribunale. Afavore di Truzzu sarebbero arrivati 110 voti dalle due sezioni di Bonarcado, 449 dai tre seggi di Luras, 250 dalle due sezioni di Musei, 384 dalle due di Serdiana, 29 da Villasor.
Manca il dato delle quattro sezioni di Silius, ma qui si tratta di 1.048 votanti di cui 450 hanno votato Todde. Quindi Truzzu ha recuperato 994 voti sull’esito del 25 febbraio cui andranno aggiunti quelli di Silius, si è avvicinato alla candidata del centrosinistra ma non abbastanza da mettere in pericolo la vittoria del Campo largo.
Non solo: con questi numeri l’eventuale ricorso al Tar per il riconteggio appare decisamente in salita. Perché la richiesta possa essere dichiarata ammissibile dai giudici amministrativi dovrebbe partire dalla segnalazione di situazioni anomale, con riferimenti precisi alle sezioni dove sarebbero avvenute e alle conseguenze riscontrabili sullo spoglio delle schede.
Un divario come quello ora dichiarato dal campo largo sembra però sufficiente a garantire comunque il successo della Todde, un successo che legge alla mano – elaborata con il governo di centrodestra presieduto da Ugo Cappellacci, nel 2013 – arri verebbe anche con un solo voto di distacco.
Adesso però bisognerà attendere l’ufficialità, una volta concluso il cammino delle schede votate nei 1844 seggi dell’isola. Quelle rimaste in sospeso in dieci comuni sono state trasmesse agli uffici circoscrizionali dei tribunali di competenza, Cagliari e Sassari.
I funzionari incaricati hanno portato alla conclusione gli scrutini interrotti e compilato i verbali rimasti aperti, valutando in particolare le schede contestate dai rappresentanti di lista e quelle annullate dai presidenti di seggio.
(da Il Fatto Quotidiano)

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CROSETTO RIFILA UN ALTRO SCAPPELLOTTO AL GENERALE SOSPESO: “VANNACCI CITTADINO È LIBERO DI ESPRIMERE OGNI IDEA E OPINIONE. VANNACCI MILITARE PERÒ DEVE SOTTOSTARE ALLE REGOLE CHE HANNO I MILITARI”

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

“L’INCHIESTA DELL’ESERCITO SUL SUO COMPORTAMENTO INIZIA AD AGOSTO E HA AVUTO I SUOI TEMPI. È STATO IL SUO AVVOCATO A RENDERE NOTE LE CONCLUSIONI. AVRÀ VALUTATO CHE POTEVA ESSERE UTILE”

«Vannacci cittadino è libero di esprimere ogni idea ed opinione, ed è innocente dalle accuse finché non sarà giudicato in via definitiva. Vannacci militare però deve sottostare alle regole che hanno i militari in ogni nazione del mondo e che sono diverse da quelle dei civili come noi. L’inchiesta dell’esercito sul suo comportamento (non sulle sue idee) in quanto alto ufficiale inizia ad agosto, e ha avuto i suoi tempi.
Ciò detto la comunicazione delle conclusioni — la sospensione, che peraltro non era la decisione più dura che poteva essere presa — è stato il suo avvocato, e nessun altro, a renderla nota. Avrà valutato che poteva essere utile. Cosa totalmente diversa è l’inchiesta amministrativa sul suo periodo di permanenza in Russia, nata in tempi non sospetti e denunciata dal suo successore nell’incarico. Vannacci non è persona qualunque, lo ripeto, è un militare. E valgono per lui le regole che valgono per tutti i militari, perché chi è militare ha accettato di avere una gerarchia, di dovere rispetto e obbedienza ai suoi superiori e a una scala gerarchica precisa. Il rispetto delle regole è ciò che preserva l’organizzazione militare. Nessun civile lo sa ma lui, Vannacci, lo sa perfettamente».
E la sua forza fisica com’è? Lei è stato ricoverato per problemi al cuore, tra solidarietà e attacchi social…
«Sto bene, rassicuro i miei nemici. Scherzo perché in realtà ho avuto tanto sostegno, e l’imbecille che ti dice “ti sta bene, visto che ti eri vaccinato” dà la cifra del tenore dei nemici. Ciò detto sono un habitué dei problemi di cuore, mi dicono di fare una vita tranquilla, ma facendo il ministro in un momento come questo… L’unica soluzione sarebbe dimettermi (Ride)».
Pensa di farlo davvero?
«Ci penso talvolta, perché mi manca la vita di prima. Mantengo sempre un distacco totale dal potere pro tempore e non mi costerebbe lasciarlo».
(da Corriere della Sera)

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TORONTO AMARA PER LA DUCETTA: IL RICEVIMENTO ORGANIZZATO DAL GOVERNO CANADESE PER LA MELONI È SALTATO ALL’ULTIMO MOMENTO PER MOTIVI DI SICUREZZA, A CAUSA DI UNA PROTESTA PRO-PALESTINA DAVANTI ALLA ART GALLERY OF ONTARIO

Marzo 3rd, 2024 Riccardo Fucile

DOPO DUE ORE DI ATTESA, JUSTIN TRUDEAU HA COMUNICATO ALLA PREMIER L’ANNULLAMENTO DELL’EVENTO

L’ultimo atto della visita di Giorgia Meloni a Toronto, un ricevimento organizzato dal governo canadese, è saltato a causa di una protesta pro-Palestina davanti alla Art Gallery of Ontario, sede della serata a cui erano invitati i rappresentanti della comunità italocanadese.
Prima a decine, poi in numero crescente, i manifestanti si sono riuniti davanti all’ingresso del museo, che a un certo punto è entrato in stato di lockdown, nessuno poteva entrare né uscire. E dopo un paio d’ore di attesa Justin Trudeau ha comunicato personalmente alla premier l’annullamento dell’evento, mentre fuori dal palazzo si erano schierate dozzine di agenti di polizia, anche a cavallo.
Sulle proteste e cortei pro-Palestina, e soprattutto delle polemiche scoppiate in Italia per la gestione dell’ordine pubblico ai cortei di Pisa e Firenze, si era concentrato il punto stampa della premier alla fine della doppia missione a Wsshington e Toronto, con il Medio Oriente fra i temi principali affrontati con Trudeau e il giorno prima con Joe Biden.
L’ultimo appuntamento del programma (prima della partenza della premier per Roma, prevista in serata) era noto, e i manifestanti hanno scelto il museo per protestare chiedendo la “fine del genocidio dei palestinesi”, con bandiere e cartelli.
Una folla sempre più numerosa anche per il richiamo di profili social come Toronto4Palestine, che ha dato appuntamento al museo per l’incontro fra Trudeau e “il primo ministro italiano fascista Giorgia Meloni perché – diceva un post pubblicato nel tardo pomeriggio- entrambi continuano a sostenere il genocidio di palestinesi da parte di Israele”.
All’inizio del ricevimento due manifestanti sono riusciti a entrare nell’atrio del museo con un megafono, urlando “free Palestine”, prima di essere accompagnati fuori dalla sicurezza, che ha blindato i portoni di ingresso. Alcuni ospiti della serata sono entrati a fatica attraverso la folla. Ma al terzo piano del museo, fra musica, drink e stuzzichini all’insegna dell’orgoglio italocanadese, gli ospiti hanno impiegato un paio d’ore a capire che la serata stava prendendo un’altra piega.
I due capi di governo avrebbero dovuto godersi una visita privata dell’esibizione The Idea of North e della Galleria Italia. Ma su indicazione delle autorità non sono arrivate al museo, che nel frattempo è entrato in stato di lockdown: nessuno entra e nessuno esce, ha detto a un certo punto una persona dell’organizzazione, che a lungo ha impedito anche ai giornalisti italiani di lasciare il salone.
(da agenzie)

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