Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’ELITE DI MOSCA VIVE IN UN CLIMA DI TERRORE, MOLTI PROVANO ‘UNA PAURA SIMILE A QUELLA CHE C’ERA DURANTE LE PURGHE DI STALIN’ … GLI ULTIMI A FINIRE IN MANETTE SONO DUE VICESINDACI DI DUE CITTA’ SIBERIANE
Gli ultimi arrestati sono due funzionari siberiani, Anatoly Zgonnikov, vicesindaco di
Kogalym, e Nikolay Tokarchuk, vicesindaco di Salekhard. Ma è soltanto lunedì, e alcuni canali Telegram di dietrologie cremlinologiche ormai tengono una rubrica fissa dal titoli “Gli arresti della settimana”. Mentre Vladimir Putin prepara il vertice in Alaska, in tutta la Russia stanno scattando le manette per centinaia di apparatchik putiniani, di cui molti di serie A.
Il ritmo degli arresti accelera di giorno in giorno, quasi in una sorta di secondo fronte interno della guerra che il Cremlino sta combattendo in Ucraina e che di fatto gli serve anche per le purghe difficili da effettuare in tempo di pace. Solo due giorni fa è stato proclamato ricercato Boris Dubrovsky, l’ex governatore della regione di Chelyabinsk, negli Urali. Anche il suo predecessore è latitante, mentre il successore Aleksey Teksler
perde quasi ogni giorno un paio di sottoposti portati via dalla polizia.
Negli ultimi giorni la televisione russa ha mostrato nelle rubriche di cronaca criminale le facce sconsolate di Aleksey Smirnov, ex governatore della regione di Kursk, Rustem Zainullin vicegovernatore di Belgorod e Nikolay Simonenko, vicegovernatore di Bryansk, tutti immortalati durante l’interrogatorio del giudice. A fine luglio sono scattate le manette anche per Maksim Egorov, ex governatore della regione di Tambov, 500 km a sud-est da Mosca, poco prima era stato arrestato Vladislav Loginov, sindaco di Krasnoyarsk, capitale dell’industria siberiana.
A battere tutti per il bottino, per ora, è stato Magomed Magomedov, per decenni uno dei leader del Daghestan: durante le indagini preliminari, partite da qualche settimana, all’ex segretario di Stato della repubblica caucasica sono state sequestrate ricchezze per più di un miliardo di euro.
L’accusa è sempre la corruzione nelle sue più svariate forme, tangenti, appalti, concessioni, appropriazione di fondi per le strade, storno dei risarcimenti per i reduci del fronte ucraino e creste sulle commesse statali nelle fabbriche militari. Il caso più clamoroso è quello del trio di Bryansk, Belgorod e Kursk: i capi delle tre regioni al confine con l’Ucraina sono tutti accusati di aver rubato i miliardi stanziati per fortificare la frontiera, aprendo la strada allo sfondamento degli ucraini in territorio russo, un anno fa. Ma dietro ai grandi nomi che fanno scalpore nei telegiornali, emerge un’autentica “mani pulite”: deputati di vari livelli, ministri regionali, generali e colonnelli della polizia, sindaci e presidenti di province, giudici e rettori, dirigenti dei ministeri moscoviti e di società statali siberiane, in una
mappatura di un sistema di corruzione capillare.
L’élite russa «sta provando una paura simile a quella delle purghe di Stalin», ha detto un anonimo funzionario governativo a Farida Rustamova, una delle giornaliste moscovite più addentro ai corridoi del potere russo. Il funerale del ministro dei Trasporti (ed ex governatore di Kursk) Roman Starovoit, che si è suicidato due ore dopo essere stato licenziato da Putin, è diventato a luglio occasione di un insolito lutto della nomenclatura, con ministri «sotto choc e terrorizzati»” scrive Rustamova. Il premier Mikhail Mishustin però era assente, e la corona di fiori del presidente non è mai arrivata: «Per Putin, Starovoit avrebbe dovuto subire il carcere, spararsi è stato un gesto da ribelle», ha commentato uno dei presenti.
È la rottura del patto sociale che Putin aveva stretto con la sua burocrazia, che finora aveva esibito impunemente lussi che nessuno si prendeva nemmeno la briga di giustificare. La ricchezza, nel sistema putiniano, viene generata dal potere, e le poche condanne (spesso lievi) per corruzione nascevano quasi sempre da lotte tra vari clan di oligarchi, oppure per eliminare i dissenzienti.
Ora, come mostrano gli anni di carcere al clan dell’ex viceministro della Difesa Timur Ivanov e le manette all’oligarca dell’oro Konstantin Strukov, deputato della Duma e sponsor di Russia Unita, nessuno si può sentire al sicuro: «Quando il sistema comincia a divorare se stesso non ci sono più intoccabili», commenta al Moscow Times il politologo in esilio Abbas Galyamov.
Tutti gli arrestati sono infatti dei fedelissimi del Cremlino, con anzianità spesso ventennale. Ma essere ladri leali non basta più, e le sanzioni occidentali, insieme al divieto di espatrio aifunzionari statali, rendono difficile la fuga all’estero. La guerra contro l’Ucraina ha permesso a Putin di trasformare il suo autoritarismo in una dittatura, e come nella grande purga staliniana del 1937, diretta essenzialmente contro lo stesso partito comunista, sta sostituendo la sua vecchia nomenclatura con i reduci dal fronte.
(da La Stampa)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DOLLARO PER DOLLARO FATTA DAL “NEW YORKER”, TRA IMMOBILI DI LUSSO, CRIPTOVALUTE, REGALINI DEGLI EMIRI E CAUSE PER DIFFAMAZIONE
Per Donald Trump, la presidenza è un affare! Come ricostruisce David D. Kirkpatrick in un lunghissimo e dettagliatissimo articolo sul “New Yorker”, il Caligola di Mar-a-Lago e i suoi familiari avrebbero incassato oltre 3,4 miliardi di dollari direttamente o indirettamente, tra cripto-valute, deal immobiliari e regalini vari.
Ma può? La Trump Organization, attiva in immobili di lusso, hotel, club e licenze di marchio, beneficia del “no-conflict-of-interest provision” che esenta il presidente da vincoli sugli affari privati.
Già durante la transizione del 2016-2017 Trump rivelò un’offerta da 2 miliardi a Dubai dall’immobiliarista Hussain Sajwani, vicinissimo agli Emirati. Formalmente passò la gestione ai figli, ma senza separarsi dagli asset.
Nel primo mandato promise di non siglare nuovi affari esteri, impegno svanito: oggi la famiglia incassa da cinque maxi-deal nel Golfo Persico, inclusi progetti a Muscat, Riyadh, Doha e Dubai con Dar Al Arkan.
Jared Kushner ha ottenuto 2 miliardi dal fondo sovrano saudita, più centinaia di milioni da Emirati e Qatar. Mar-a-Lago, divenuto epicentro politico e mondano, ha generato almeno 125 milioni extra, mentre merchandising, Nft e token $TRUMP e $MELANIA hanno fruttato 385 milioni.
Tra le operazioni più controverse, un Boeing 747 “donato” dall’Emiro del Qatar, licenze per hotel e ville di lusso, gestione di golf club e investimenti crypto. Con Justin Sun, miliardario cinese accusato dalla SEC, la famiglia ha creato World Liberty Financial: stablecoin e token ispirati a Trump, con 2 miliardi di USD1 acquistati da un’azienda della famiglia regnante di Abu Dhabi, generando potenzialmente 243 milioni per i Trump.
Trump Media & Technology Group, proprietaria di Truth Social, ha accumulato 1,3 miliardi in asset liquidi tra bitcoin e contanti grazie alla conversione del titolo meme in capitale, e prepara ETF crypto “patriottici”.
Cause per diffamazione contro Meta, ABC, X e CBS si sono concluse con pagamenti milionari alla fondazione della biblioteca presidenziale, controllata dai familiari, senza limiti stringenti d’uso.
All’estero, in Vietnam, via libera a un resort da 1,5 miliardi con almeno 40 milioni attesi in licenze. In Oman, progetti trentennali con il sultano e Dar Al Arkan, mentre in Scozia e in Indonesia nuovi golf club espandono il brand.
Un totale di oltre 3,4 miliardi di dollari: un intreccio di politica e
affari che, seppur legale, è sicuramente poco opportuno: dà l’idea che il presidente americano si può comprare (e c’è il sospetto che lo sia)
David D. Kirkpatrick
The New Yorker
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL “PATTEGGIAMENTO” DI DISNEY E PARAMOUNT, LE “STABLECOIN” IN MANO AI PRIVATI, LE MINACCE E LE PRESSIONI: COME IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO HA STRAVOLTO LE CERTEZZE DELL’ECONOMIA AMERICANA
Frastornati da cento decisioni improvvise, minacce, ripensamenti di Donald Trump,
perdiamo vista il modo in cui sta cambiando la natura stessa del capitalismo americano.
L’impegno di Nvidia e Amd, produttori Usa dei microchip più avanzati, di versare al governo il 15% dei profitti delle loro vendite in Cina, appena sbloccate dal presidente, rappresenta, nella storia economica americana, un passo senza precedenti verso qualcosa che va oltre lo statalismo: siamo quasi a un capitalismo di Stato col governo che non è proprietario delle imprese ma le controlla con un numero crescente di strumenti. Magari ricavandone anche un profitto. Per il Tesoro federale o per la famiglia presidenziale.
Ci sono due modi di guardare all’affare Nvidia-Cina. Il primo: un abbassamento della guardia da parte di Trump che […] regala a Pechino tecnologie sofisticate in cambio di accordi commerciali convenienti.
Nessuna certezza ma molti indizi: tregue sui dazi mentrevengono bastonati gli alleati, l’India punita con balzelli raddoppiati al 50% perché compra petrolio e gas dalla Russia, mentre Pechino, che fa altrettanto, per ora non viene colpita, TikTok tuttora libera nonostante la spinta bipartisan del Congresso per la sua messa al bando. E il presidente di Taiwan che ha cancellato un viaggio in America Latina dopo che Washington gli ha negato uno scalo a New York.
Potrebbe essere la tentazione di cedere qualcosa alla Cina nel lungo periodo su primato tecnologico e geostrategico in cambio di vantaggi economici immediati, da spendere con gli elettori.
O potrebbe essere un tentativo di uscire dalla logica del muro contro muro, dopo aver fatto la voce grossa. Comunque Trump sta seguendo una linea diversa da quella da lui stesso proposta col recente piano governativo per la leadership nell’intelligenza artificiale.
Ma Trump sta anche iniettando nel capitalismo americano forti dosi di statalismo, magari senza un piano strategico ma applicando i suoi istinti autoritari e la predilezione per gli affari.
Tutto iniziato a gennaio coi leader di big tech andati a rendere omaggio al nuovo presidente per evitare vendette e, magari, ottenere benefici. Poi le cause (infondate) di Donald contro due reti televisive, Abc e Cbs: potevano essere facilmente vinte, ma le proprietà delle due reti, Disney e Paramount, hanno preferito patteggiare versando decine di milioni di danni a Trump per evitare ostacoli ai loro piani industriali soggetti a nulla osta governativi.
Uso dei poteri presidenziali per tornaconto personale, certo, ma abbiamo sottolineato questa patologia senza prestare sufficiente attenzione al messaggio mandato a tutte le imprese.
Così oggi non fa notizia che Centre Lane Partners, una società di
private equity che ha lanciato attraverso una controllata una linea di piatti, posate, tovaglie e altro col logo MAGA, prometta di versare tutti i guadagni alla futura library di Trump. Un dettaglio: Centre Lane Partner, nel mirino delle autorità della Pennsylvania che hanno fatto ricorso all’Antitrust dopo la chiusura delle sue vetrerie Pyrex di Charleroi, ha bisogno della benevolenza di Trump per evitare guai con questa authority.
Ora Trump si sta allargando ovunque: nel patto siderurgico tra Us Steel e Nippon Steel, impone una golden share del governo seguendo esempi europei che hanno fatto sempre rabbrividire il capitalismo liberista Usa. E poi spinge la Coca Cola a cambiare dolcificante e fa lui l’annuncio costringendo l’azienda a confermare ma anche a difendere la formulazione attuale.
E mentre, in campo monetario, assedia il capo della Federal Reserve e impone norme in base alle quali le future valute digitali ( stablecoin ) verranno emesse da privati, non dalla Banca Centrale, ecco l’intervento sui chip, punta avanzata della tecnologia Usa.
Non solo licenze all’export promesse, ma firmate solo dopo l’accettazione del balzello da parte di Nvidia e Amd: il terzo protagonista della partita, Intel, oggi rimasto indietro, è anch’esso nel mirino di Trump che ha chiesto le dimissioni del suo amministratore delegato. Inaudito? Non per il ceo Lip-Bu Tan che ieri si è precipitato alla Casa Bianca con proposte per «addolcire» il presidente.
Lapidario il Wall Street Journal , bibbia del conservatorismo finanziario: «Un tempo pensavamo che la Cina, liberalizzando l’economia, sarebbe divenuta simile agli Usa.
Invece il capitalismo americano comincia a somigliare a quello della Cina».
(da “Corriere della Sera”)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
SE LA PREMIER IMPORRÀ IL SUO CANDIDATO (IL FRATELLONE D’ITALIA LUCA DE CARLO O RAFFAELE SPERANZON), SI RITROVERÀ UN LISTONE ZAIA CHE DRENERÀ I VOTI DI FDI E LEGA, ELEGGERA’ MOLTI CONSIGLIERI IN REGIONE, COMMISSARIANDO DI FATTO IL FUTURO GOVERNATORE MELONIANO
Tutto fermo. Nessun vertice tra alleati è alle viste per provare a uscire dalla palude veneta in cui il centrodestra è sprofondato e annaspa, ormai da settimane.
Giorgia Meloni è in vacanza in Grecia, comunque con la testa al vertice in Alaska fra Trump e Putin, mentre Luca Zaia ha già detto come la pensa e ieri lo ha ribadito: serve una sua lista civica per «portare voti» e confermare alla coalizione la regione da lui guidata per quindici anni.
Specie nel caso in cui FdI avesse insistito nel rivendicarla per sé. Esattamente la condizione posta un mese fa, nel faccia a faccia con la presidente del Consiglio. Che tuttavia ha sempre respinto la richiesta al mittente.
Per una ragione, essenzialmente: anche se alla fine sarà lei a vincere la sfida con Matteo Salvini — ovvero a imporre la candidatura di uno fra Luca De Carlo e Raffaele Speranzon — chiunque diventerà presidente in Veneto si troverà di fatto commissariato dall’esercito del governatore uscente. La cui messe di consensi rischia non solo di svuotare FdI, oltre alla Lega, ma pure di condizionare con la forza dei numeri la maggioranza a Palazzo Balbi.
Il problema è che ora, ad avere il manico del coltello in mano, è proprio il Doge. Il quale, dopo molte titubanze, è riuscito a portare dalla sua parte il segretario federale: […] Salvini si è infatti convinto che il marchio Zaia può essere «un valore aggiunto». Come ha ribadito ieri, ospite alla Versiliana. [«Squadra che vince non si cambia», la premessa, dettata dallo schema seguito negli altri territori: «Come non si cambia nelle Marche e in Calabria, con Acquaroli e Occhiuto, così si fa in Veneto dove la Lega non è che ha cinque sindaci, ne ha 161 e 1.200 amministratori locali, penso che potremo prendere per
mano questa straordinaria regione».
Per poi benedire il simbolo intestato a Zaia: «Più i cittadini hanno libertà di scelta e meglio è, più liste ci sono e meglio è, ma siamo una coalizione», si affretta a precisare, non posso decidere io chi si candida in Puglia, in Toscana o in Veneto».
Ci vuole un accordo, è il sottinteso: «Il valore aggiunto del centrodestra è la compattezza», scandisce Salvini, «dividersi sarebbe un errore clamoroso: se stiamo uniti i compagni non governano per i prossimi 30 anni». Un messaggio ai naviganti che, sebbene mitigato, sembra una minaccia.
Accolta dal gelo degli alleati. «Sarà il futuro candidato presidente a decidere quali sono le liste che lo sosterranno», chiude il meloniano Speranzon, in corsa per il post-Zaia. In sintonia con l’altro nome in pole, il collega senatore De Carlo, che è anche coordinatore regionale: «L’assetto che la Lega vuol darsi per affrontare le prossime regionali non riguarda Fratelli d’Italia: potremmo eventualmente occuparci della lista del presidente solo nel caso in cui il presidente fosse espressione nostra».
Se non è una porta sbarrata, le somiglia molto. Dopodiché «se la Lega vuole dividere i voti con una lista Zaia, no problem», avverte ancora De Carlo: «È però un’anomalia trovare una lista guidata da una persona che non è candidato presidente», svela l’ordine di scuderia diramato dalla premier. «Se in FdI avessimo un fuoriclasse come Zaia, lo candideremmo nella nostra lista».
(da Repubblica)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
E ORA ARRIVA LO SCIOPERO DEI BAGNINI DI RIMINI, STANCHI DI LAVORARE ANCHE 14 ORE AL GIORNO
Aumentano i prezzi sulle spiagge ma non migliorano le condizioni di chi ci lavora. Anzi, gli
operatori del turismo stagionale si dividono tra contratti irregolari, paghe insufficienti e alloggi inadeguati che spingono bagnini e animatori perfino a dare le dimissioni nei primi giorni di attività.
Una protesta che da poche ore ha un volto: quello di Gilberto Contadin, neolaureato, ventenne, che ha lasciato l’ingaggio da animatore in un albergo a 4 stelle di Rimini dopo appena un giorno. In un video diffuso su TikTok, il giovane ha raccontato di essere scappato dopo che per quel lavoro «pagato 3 euro l’ora» gli avevano messo a disposizione un alloggio «con le pareti ammuffite».
Il posto letto rientrava nel “comfort pack” da detrarre dallo stipendio, 1.300 euro in origine, di cui 700 di alloggio. «C’erano stanze condivise con tre-quattro ragazzi, bagni ciechi e muffa evidente sulle porte, l’acqua della doccia allagava il bagno e quando aprivi la porta finiva sopra la moquette», ha raccontato. La presidente di Federalberghi Rimini Patrizia Rinaldis ha difeso la struttura: «È serissima».
Quello degli alloggi fatiscenti è un problema che da tempo denuncia anche la costa sarda, dove durante la stagione si riversano circa 100 mila lavoratori stagionali da tutta Italia. «Nel Nord dell’Isola abbiamo denunce di operatori ammassati in piccole stanze con brandine, in condizioni inadeguate per chi deve vivere lì per tre mesi – spiega Nella Milazzo della Filcams Cgil Sardegna –. A San Teodoro i lavoratori si sono dimessi perché l’alloggio doveva essere condiviso con altre sei persone».
Il problema della casa è la punta dell’iceberg. La regola è essere pagati poco, fuori contratto e per lavorare senza sosta. «Non è più lavoro nero, lo chiamiamo “grigio” – dice Milazzo –. Si stanno affermando sistemi di forfettizzazione, contratti pirata, con paghe orarie al ribasso rispetto agli accordi nazionali».
A firmare sono perlopiù giovani tra i 18 e i 24 anni, con poca esperienza dei loro diritti. «Spesso lo stipendio si scopre il giorno della presa di servizio: l’anno scorso in Ogliastra le persone si sono dimesse in massa da un albergo dopo aver letto il contratto».
A essere in rivolta sono tutti gli operatori delle spiagge. A Rimini il 9 agosto i bagnini di salvataggio hanno scioperato per chiedere maggiori tutele, più sicurezza nei monitoraggi e dignità professionale. Non va meglio a chi si occupa della manutenzione degli stabilimenti. «Da maggio a oggi ho avuto un solo giorno di riposo» spiega Paolo (il nome è di fantasia), che da tre anni ogni estate fa l’aiuto bagnino in uno stabilimento di Riccione. […]
Ha 65 anni e 3 figli e mentre parla sta per cominciare il turno delle 18. «Adesso è alta stagione e non posso chiedere una pausa ma ho deciso, a settembre, a pochi giorni dalla scadenza del contratto la prenderò». Lui è riuscito a negoziare un salario da dieci euro l’ora «perché ho la mia età – spiega – ma chi è più giovane non sempre ha le forze per trattare».
Da Nord a Sud i sindacati parlano di turni di lavoro che superano regolarmente le 10 ore al giorno e arrivano anche a 14 ore. «L’Ispettorato del lavoro certifica quello che diciamo da tempo – spiega Francesco Guitto, della Filcams Cgil di Rimini –, il 70% delle imprese nel turismo è irregolare».
Le elaborazioni dell’Unione nazionale dei consumatori parlano di rincari che nelle spiagge a luglio hanno aumentato i prezzi del 16% su base mensile. Per Altroconsumo, nei lidi i lettini costano fino a 500 euro a settimana e sei giorni in albergo costano in media mille euro.
(da la Stampa)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA ONG SAVE UKRAINE HA DENUNCIATO L’ESISTENZA DI UN DATABASE RUSSO CHE OFFRE AGLI ASPIRANTI GENITORI ADOTTIVI LA POSSIBILITÀ DI SCEGLIERE TRA 294 BAMBINI UCRAINI RAPITI NELLA REGIONE DI LUGANSK FILTRANDOLI PER ETÀ, SESSO, IL COLORE DEGLI OCCHI E DEI CAPELLI E, PERSINO, PER IL CARATTERE – DA QUANDO È INIZIATA LA GUERRA DEPORTATI 35.000 BIMBI
Quando la settimana scorsa la ong Save Ukraine ha denunciato l’esistenza di un database russo che offre agli aspiranti genitori adottivi russi la possibilità di scegliere tra 294 bambini ucraini rapiti nella regione di Lugansk filtrandoli per età, sesso, il colore degli occhi e dei capelli, in tanti a Kiev hanno commentato disperati: «Basta andare su quel sito per vedere quali sono i nostri figli rapiti, non c’è bisogno di fare liste».
In questi tre anni e mezzo di guerra l’Ucraina ha confermato la deportazione di oltre 19.500 minori da parte della Russia, ma c’è chi teme che la cifra reale sia più alta. Solo circa 1.350 di loro sono stati rimpatriati, in alcuni casi grazie alle mediazioni di Stati terzi, in particolare da Qatar, Sudafrica e Vaticano, ma a volte anche grazie al lavoro di realtà come Save Ukraine e di singoli attori che si adoperano per mettere fine a questa pratica che ricorda gli orrori della dittatura argentina o di quella nazista.
Lo Humanitarian research lab dell’università di Yale — lo stesso a cui il presidente statunitense Donald Trump ha tagliato i fondi — ha stimato che il numero di bambini ucraini deportati sia più vicino a 35 mila e ha contributo ad individuare la localizzazione di decine di loro.
Mosca, dal canto suo, evocando la cifra di 700 mila minorenni spostati dalle zone di guerra rende l’idea di come il presidente russo Vladimir Putin abbia fatto della politica di incremento demografico e della russificazione dei territori occupati una vera e propria bandiera e un perno della sua strategia imperialista.
A questo orrore, confermato delle testimonianze raccolte dai media di tutto il mondo, Corriere compreso, si aggiungono ora nuovi macabri dettagli.
Nel database, afferma il direttore di Save Ukraine, Mykola Kuleba, si offrono anche descrizioni caratteriali dei bambini catalogati come «obbedienti», «calmi», «educati e rispettosi verso gli adulti», «disciplinati» e «non conflittuali» o «affidabili nell’esecuzione dei compiti». Gli utenti possono anche «filtrare» la ricerca in base alla forma di tutela preferita, come l’adozione o l’affidamento. Il database divide poi i bambini elencati in «orfani» e «bambini rimasti senza cure parentali».
In realtà, non si tratta di una tattica nuova: database come questi sono stati creati dai russi a partire dal 2014, anno di inizio della guerra con gli ucraini.
Tuttavia, dal 2022, la pratica è diventata sistemica. E — come ribadisce Kuleba — le autorità russe hanno «semplificato» a tal punto la procedura che «un bambino ucraino può ora essere effettivamente “ordinato” online
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
IL SOCCORSO E IL VOLO DISPERATO IN OSPEDALE… “DUE VITE IN PERICOLO MENTRE ITALIA E MALTA SI RIMBALZAVANO LE RESPONSABILITA’”
Più forte delle avversità, più forte del ritardo dell’elicottero, più forte del dramma del
naufragio. Si è conclusa con un fiocco rosa e una bimba di tre chili e mezzo l’odissea di una migrante, soccorsa e a bordo della Sea Watch 5, prima delle doglie e del volo disperato verso Trapani.
La donna incinta di diversi mesi era insieme ad altri 65 migranti su una delle imbarcazioni della Ong quando si sono rotte le acque. I medici della Ong tedesca hanno subito lanciato una richiesta di aiuto a Italia e Malta per chiedere un’evacuazione d’urgenza.
Ore di attesa, lunghissime, pericolose, poi la speranza: un elicottero da Lampedusa per l’evacuazione immediata della donna. ma erano passate quasi 7 ore.
Il volo d’urgenza ha permesso alla donna di dare alla luce una bimba, figlia della voglia di vivere oltre ogni limite, ma i referenti della Ong hanno sottolineato il grande ritardo e il serio rischio della donna incinta e della bimba.
«Da ore – avevano denunciato i volontari di Sea Watch durante le ore di doglie – i nostri medici di bordo stanno assistendo la donna che subito dopo essere stata soccorsa è entrata in travaglio. Tra loro c’è una ginecologa. Non è la prima volta che,
dopo aver rischiato la vita in mare, la scarica di tensione provata da una donna incinta innesca il parto. In questo caso però la situazione si è complicata e c’era necessità di un cesareo d’urgenza da eseguirsi in ospedale. Come al solito – prosegue la Ong – Italia e Malta si sono rimbalzate le responsabilità, cercando di far intervenire la Tunisia. Anzi alle nostre sollecitazioni Roma ha risposto minacciando sanzioni. La vita del bambino e della sua mamma erano in serio pericolo e servono soccorsi immediati. Solo alle sette di sera è finalmente arrivato un elicottero da Lampedusa. Sia la madre che il bambino sono in pericolo imminente a causa di una rara complicanza che può verificarsi durante il parto. Senza un intervento chirurgico urgente e un’assistenza medica in un ospedale specializzato, il bambino non ancora nato soffocherà e morirà. Qualsiasi ritardo nel trattamento aumenta esponenzialmente questo rischio e mette in pericolo anche la vita della madre».
Il parto con taglio cesareo è avvenuto all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, diretto dal Vito Iannone. La neo mamma e la bambina stanno bene, anche grazie alle cure ricevute a bordo della nave nelle ore del pre parto.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
L’IRRITAZIONE DELLA BASE LEGHISTA PER VANNACCI E IL PONTE: “SALVINI HA CAPITO CHE UN ZAIA AMICO È LA SOLUZIONE PREFERIBILE…” (TANTO NON HA IL CORAGGIO DI SFIDARLO A LIVELLO NAZIONALE)
Il destino politico di Luca Zaia, presidente uscente del Veneto, uno di quei temi che interessano quasi solo coloro che si definiscono “addetti ai lavori”, appassionati delle manovre tattiche inevitabili prima delle elezioni a ogni latitudine, ma di solito ristrette alle cucine dei partiti.
Cosa attrae allora nella vicenda Zaia? Il fatto che il protagonista sia stato visto a lungo come un’alternativa a Salvini in quanto leader della Lega.
Per la verità il presidente veneto ha fatto poco o nulla per accreditare tale ipotesi. Ha badato a consolidare il suo consenso regionale, di cui è nota l’ampiezza, inseguendo l’obiettivo fallito di ottenere un quarto mandato.
Adesso si tiene nella manica la sua idea di Lega, ben diversa da quella di Salvini, ma intende dimostrare che la forza regionale da lui modellata non si è dissolta. Ritiene di controllarla ancora e la metterà sul tavolo, all’occasione, quando si tratterà di decidere il prossimo sindaco di Venezia o un ministro di peso. Prima ipotesi assai più verosimile della seconda.
Ma quel che preme a Zaia è dimostrare di avere tuttora un peso politico. Rispetto sia a Salvini sia a Giorgia Meloni. È quest’ultima che ha chiesto un ricambio al vertice della regione per vedersi riconosciuto il diritto di Fratelli d’Italia a governare uno dei territori simbolo del Carroccio. Veneto, Friuli, Lombardia: il fortino del Nord-Nordest è tutto leghista e alla premier sembra o sembrava un po’ troppo.
Logica vorrebbe che un gesto di generosità fosse auspicabile da parte di chi guida il governo alla testa di FdI partito di maggioranza. In ogni caso, l’ex presidente (Zaia, appunto) suppone, forse a ragione, che una lista a suo nome darebbe più vigore alla coalizione.
Di sicuro, sarebbe la dimostrazione che le carte in Veneto le può dare ancora lui: indebolendo un po’ sia Salvini sia la Meloni, soprattutto costringendo entrambi a venire a patti con il “doge”.
Un conto è vincere ugualmente il voto regionale, magari in modo risicato, nonostante lo strappo con il leader storico di quella parte
d’Italia. Altro conto invece sarebbe confermare le cifre trionfali del recente passato, pur riconoscendo a Zaia un ruolo anche nella nuova stagione.
In fondo Salvini, che sembra accettare adesso la lista personale, ha capito che un Zaia amico, o comunque non avversario frustrato, è la soluzione preferibile. E si capisce. Tante iniziative del leghismo salviniano non sono state comprese al Nord. A cominciare dallo spazio offerto al generale Vannacci
Certo, adesso c’è il tema del ponte di Messina che travolge ogni cosa. Ma è evidente che non tutti nel partito condividono l’entusiasmo del capo. Accettano il fatto che la nave siciliana sia ormai salpata, ma credono che la Lega sia composta di molti altri tasselli.
In definitiva, tutto lascia pensare che Giorgia Meloni debba accettare la complessità della carta geografica della penisola. Non tutto può essere deciso da Roma, muovendo le pedine opportune. Esistono soggetti, come Zaia o Fedriga, che non sfidano il quartier generale ma desiderano che sia loro riconosciuta una quota non secondaria di potere locale. Ed è un punto che lo stesso Salvini è chiamato a comprendere, una volta passata l’ubriacatura del ponte.
(da la Repubblica)
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Agosto 12th, 2025 Riccardo Fucile
INFLAZIONE IN AUMENTO DELL’1,7%M MASU IBENI ALIMENTARI GLI AUMENTI VOLANO AL 5%
Per i consumatori non ci sono dubbi, dai freddi numeri dell’Istituto nazionale di statistica
emerge la stangata sulle vacanze a danno delle famiglie italiane.
Intanto, l’inflazione acquisita per quest’anno, ovvero la crescita media che si avrebbe se i prezzi rimanessero stabili nei prossimi cinque mesi, è pari a +1,7% per l’indice generale e a +1,9% per la componente di fondo (al netto degli energetici e degli alimentari freschi).
Dal punto di vista tendenziale, quindi rispetto a luglio 2024, accelerano i prezzi dei beni alimentari non lavorati da +4,2% a +5,1%, ovvero la carne, il pesce fresco, la frutta e la verdura. Su anche i beni alimentari lavorati, come gli insaccati, i surgelati e gli analcolici. Scorrendo le divisioni di spesa pubblicate dall’Istat si nota l’incremento di due punti degli alcolici e di tre punti dei servizi ricettivi e di ristorazione.
Assoutenti calcola una maggiore spesa annua di cibo e vivande pari a 6,4 miliardi ed elenca i prezzi alle stelle dei prodotti di
largo consumo: la frutta fresca sale a luglio di quasi il 9%, i pomodori del 12%, i latticini del 7%, il burro del 17%, le uova del 7%, il caffè supera abbondantemente il 20%.
I costi maggiorati sono evidenti nel cosiddetto “carrello della spesa”, che oltre agli alimentari coinvolge i prodotti per la cura della casa e della persona: l’incremento registrato dall’Istat va dal +2,8% al +3,2%.
Puglia, Calabria e Veneto sono le Regioni con l’inflazione più alta a luglio: tra il 2,2 e il 2%, a fronte della media nazionale all’1,7%. Seguono Trentino Alto Adige, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Lazio.
Per quanto riguarda le città, Rimini è al primo posto con un aumento dei prezzi del 2,8%, ampiamente sopra tutti gli altri capoluoghi. Padova e Napoli segnano un’inflazione al 2,3%, quindi Bolzano, Trieste, Bari e Verona tra il 2,2 e il 2%. Sopra la media nazionale anche Bologna, Venezia, Genova, Reggio Calabria e Perugia.
Il Codacons quantifica l’inflazione all’1,7% in un maggior esborso di 559 euro per la famiglia con un figlio, di 761 euro per i nuclei con due figli. L’Unione consumatori evidenzia l’incremento «astronomico del 16% dei pacchetti vacanza nazionali, balzo inaccettabile considerato che giugno era già un mese di ferie».
Prezzi bollenti che fanno sudare più del sole di mezzogiorno, con ombrelloni dorati e scontrini da collezione: l’estate degli italiani si sta trasformando in una caccia al relax tra rincari da capogiro.
(da “La Stampa”)
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