Destra di Popolo.net

PER LA SERIE FACCIAMOCI SEMPRE CONOSCERE. LE NUOTATRICI PILATO E TARANTINO FERMATE A SINGAPORE PER FURTO. INTERVIENE L’AMBASCIATA, ALLA FINE VENGONO FATTE RIPARTIRE DOPO AVER PROMESSO DI NON FARLO PIU’

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

QUANDO SI INDOSSA LA MAGLIA DELLA NAZIONALE SI RAPPRESENTA L’ITALIA E DEVI ESSERNE DEGNA, NON FARE CAZZATE…. ORA LA FEDERAZIONE LE SOSPENDA, IL PAESE HA BISOGNO DI ESEMPI

Il rientro in Italia dopo i Mondiali di nuoto di Singapore si è trasformato in un’esperienza da dimenticare per Benedetta Pilato e Chiara Tarantino. Le due azzurre, di ritorno dalle vacanze, sono finite al centro di un episodio gravissimo all’aeroporto della città asiatica.
Secondo quanto ricostruito, le telecamere di sorveglianza avrebbero ripreso Tarantino mentre infilava alcuni oggetti sottratti in un negozio all’interno della borsa dell’amica. La scena non è sfuggita alle autorità locali: le due nuotatrici pugliesi sono state fermate dalla polizia, private dei passaporti e trattenute per ore in stato di fermo. Interrogate e formalmente accusate di furto, hanno vissuto momenti di forte tensione prima che la vicenda si chiarisse.
L’intervento della Farnesina
La situazione si è sbloccata soltanto grazie all’intervento delle istituzioni italiane. L’ambasciata a Singapore è stata
immediatamente attivata e ha contattato la polizia locale. La Farnesina è stata subito informata. Dopo lunghe ore di incertezza, alle atlete è stato concesso un permesso speciale per poter lasciare il Paese. Pilato e Tarantino sono state accompagnate in un hotel in attesa del volo di rientro e hanno ricevuto un severo avvertimento a non ricadere in simili episodi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato informato quando le ragazze erano gà tornate in albergo.
La vacanza a Bali e il rientro da Singapore
Le due nuotatrici non erano sole. Con loro c’erano anche Anita Bottazzo, che si allena in Florida, e Sofia Morini, compagna di squadra della Tarantino a Verona. Anche le due ragazze sono state fermate, interrogate e sottoposte a controlli prima di poter partire. L’intero gruppo era rientrato a Singapore da una breve vacanza a Bali, in attesa del volo programmato per l’Italia dopo la conclusione dei Mondiali, disputati fino al 3 agosto. Alla fine le quattro atlete hanno potuto fare ritorno a casa, ma il loro viaggio resterà segnato da un episodio destinato a far discutere ancora a lungo.

(da agenzie)

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“MIO PADRE HA TROVATO LAVORO E IMPARATO L’ITALIANO CON IL LEONCAVALLO, SENZA NON SAREI NATA”

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

LA STORIA DI RAJAA, 33 ANNI, ITALIANA DI SECONDA GENERAZIONE… IL RUOLO POSITIVO CHE CERTI CENTRI SOCIALI SVOLGONO A FAVORE DELLA COMUNITA’

“Quando mio padre è arrivato a Milano nel 1989 era solo, non conosceva la lingua e non aveva un lavoro. Al Leoncavallo ha trovato persone disposte ad aiutarlo senza chiedere nulla in cambio. Così è riuscito a inserirsi nella società, ha conosciuto la donna che è diventata sua moglie e tre anni dopo sono nata io”. Questa è la storia di Rajaa, una ragazza italiana di seconda generazione attiva nel centro sociale Lambretta e che ha voluto raccontare a Fanpage.it ciò che il Leoncavallo ha rappresentato per molte persone come suo padre per quasi 50 anni: “È stato un luogo aperto a tutti, dove chiunque poteva trovare un sostegno, aiutare gli altri ed essere finalmente protagonista della propria vita”.
Com’era Milano quando tuo padre aveva deciso di trasferirsi qui?
Non molto diversa da quella di oggi, in realtà. Mio padre era partito dal Maghreb per andare in Francia. Era un atleta professionista e pensava che Parigi avrebbe potuto aprirgli la giusta strada per la sua carriera. Poi nel 1989 ha deciso di trasferirsi in Italia e Milano gli era sembrata la scelta migliore. Non conosceva nessuno allora, nemmeno la lingua, e trovare un lavoro era quasi impossibile. Un po’ come succede ancora in molte situazioni, soprattutto nelle aree più periferiche della città.
Ed è qui che si inserisce il Leoncavallo.
A quei tempi il centro sociale era ancora in via Leoncavallo, in zona Casoretto. Là mio padre ha conosciuto compagne e compagni che lo hanno aiutato concretamente. Nei primi tempi gli davano da mangiare, poi ha potuto frequentare la scuola di italiano e ancora grazie a loro in breve tempo ha trovato lavoro. Poi ha incontrato mia madre e sono nata io.
Quando lo scorso 21 agosto il Leoncavallo è stato sgomberato da carabinieri e polizia, molti hanno affermato che le funzioni sociali svolte dal centro, come appunto la scuola di italiano e la ricerca di lavoro, spettano al Comune di Milano e non a uno spazio pubblico autogestito che ha sede in un edificio occupato.
Uno spazio come il Leoncavallo può offrire alle persone cose che un’amministrazione pubblica forse non sarà mai in grado di fare. Per prima cosa è aperto a tutti, anche a chi non ha niente e che per vari motivi non è ancora in regola. Ma soprattutto è rapido. Qui l’aiuto arriva subito, non bisogna aspettare chissà quale procedura burocratica. E infine, forse la cosa più importante, qui le persone possono sentirsi davvero protagoniste della propria vita. Chiunque può partecipare alle attività, può proporre progetti e aiutare gli altri. Ci si sente parte di una comunità viva, di una crescita collettiva, e non più straniero in una città che non conosci.
Oggi è più facile per le persone straniere o per gli italiani di seconda generazione come te vivere a Milano?
Non molto, forse per niente. La città lascia ancora ai margini le persone di origine straniera e fa lo stesso con noi italiani di seconda generazione, anche se praticamente ormai è iniziata la terza. Per non parlare poi della legge sulla cittadinanza, che è ancora la stessa dal 1992. Io sono nata a Milano proprio in quell’anno, ho frequentato la scuola qui, ma ho dovuto aspettare i
18 anni per avere la cittadinanza perché i miei genitori non sono nati in Italia. Ogni due anni dovevo andare con loro a rinnovare il permesso di soggiorno, con tutti i costi che comporta. Credo che lo sgombero del Leoncavallo possa essere letto anche come un attacco a noi, italiani di seconda generazione.
In che modo?
Basta guardare come veniamo considerati dalla politica di questo Paese. Per la destra, siamo tutti delinquenti. Per la sinistra, sembra che siamo sbarcati con il barcone due giorni fa e quindi siamo ancora da compatire. La realtà non è più questa da diverso tempo. Le persone di seconda generazione fanno ormai parte della società, sono attive nelle comunità sotto tanti aspetti, anche se ancora non con rilevanza nella politica tradizionale. Intanto siamo già arrivati alla terza generazione e probabilmente si rappresenteranno da soli in politica. Non siamo persone da condannare o compatire, ma interlocutori, soggetti con cui confrontarsi.
Sono ancora importanti gli spazi come il Leoncavallo in questa società?
Ti faccio un esempio concreto. Durante il lockdown, nei mesi più duri delle zone rosse, intere fasce di popolazione erano diventate del tutto invisibili, come chi lavorava in nero: avevano perso da un giorno all’altro la loro unica fonte di reddito e non avevano diritto nemmeno alla Naspi. I centri sociali, Leoncavallo compreso, si sono subito mobilitati per fornire un supporto a chi all’improvviso non aveva più nulla.
Ora che il Leoncavallo è stato sgomberato da via Watteau, l’ipotesi sul tavolo è un trasferimento in via San Dionigi, al Corvetto. Si tratta di una zona difficile, spesso al centro delle notizie di cronaca. Ricordiamo per esempio quanto accaduto
dopo l’incidente di Ramy Elgaml, con il quartiere che si è acceso di proteste nel giro di poche ore per chiedere giustizia e contestare le forze dell’ordine. Pensi che il Leoncavallo in quel contesto potrà aiutare a favorire un dialogo?
Questo bisognerebbe chiederlo alle persone che vivono il Leoncavallo. Da parte mia, ritengo che più centri sociali ci sono e meglio è. Ma non solo a Milano, in ogni città. Sono luoghi di confronto e di crescita, non sono chiusi in loro stessi come spesso vengono descritti da chi non li conosce. Questa è la mia opinione, ma io sono di parte. Faccio parte del Csoa Lambretta che ora, dopo molti sgomberi, sembra aver trovato un luogo dove poter stabilizzare almeno i lavoratori della nostra associazione, fondata durante la pandemia, che abbiamo chiamato Mutuo Soccorso Milano. Speriamo sia una stabilità duratura.

(da Fanpage)

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“IL PIANO PER LA CASA DI MELONI E’ UNA PRESA PER I FONDELLI, SOLO PROPAGANDA PER LE REGIONALI”

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

INTERVISTA A MATTIA SANTARELLI, PRESIDENTE DEL COMITATO “MA QUALE CASA”: “UNO SPOT ELETTORALE, IL GOVERNO SULLA CASA HA VARATO SOLO CONDONI E TAGLI AL FONDO AFFITTI”

Nel suo intervento al Meeting di Rimini, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lanciato un annuncio con pochi dettagli: “Una delle priorità su cui vogliamo lavorare insieme a Salvini è un grande Piano casa con affitti a prezzi calmierati per le giovani coppie, perché senza una casa è molto più difficile costruire una famiglia”, ha detto, presentando l’iniziativa come un modo per aumentare la natalità. Fanpage.it ha interpellato Mattia Santarelli, presidente del comitato nazionale Ma quale casa che chiede di inserire in Costituzione il diritto all’abitare.
Per il poco che si sa finora, cosa ne pensate del piano di Meloni?
Il fatto stesso che non si sappia ancora quasi nulla è indicativo. Il punto è politico.
Cosa sappiamo del piano casa per le giovani coppie annunciato da Giorgia Meloni
Cioè?
All’inizio del mandato di questo governo, Salvini proclamò che questo Paese aveva finalmente un piano per la casa. Finora abbiamo visto solo un gigantesco piano di condoni: non un euro di finanziamenti, nessuna visione, non si è parlato di housing sociale, né di alloggi residenziali pubblici, né di riqualificazione degli spazi. Un piano vuoto.
Oggi, con diverse elezioni regionali alle porte, la situazione cambia: di colpo la stessa presidente del Consiglio, insieme al ministro competente, si sente in dovere di annunciare che stanno preparando un altro piano per la casa. Salvini da anni dice che nel suo ministero c’è un tavolo permanente convocato sul tema, che avrebbe dovuto risolvere praticamente tutti i problemi abitativi del Paese: e solo ora, dopo tre anni di governo, se ne escono per la prima volta con un piano, ancora molto fumoso. Addirittura solo per le giovani coppie.
È un annuncio di comodo in vista delle elezioni?
Uno spot elettorale, sì. Come lo era la Zes unica al Sud, come lo sono state tante sue uscite in questi anni. Uno spot che serve a Meloni per cercare di recuperare terreno nelle Regioni in cui, evidentemente, si sente in difficoltà (penso alle Marche).
Uno dei primi atti di questo governo è stato definanziare il Fondo affitti per la morosità incolpevole. Perché dovremmo pensare che invece su questo Piano casa metteranno dei soldi? Che di colpo abbiano avuto un’idea per le politiche abitative? È una presa in giro.
È un male concentrarsi sulle giovani coppie?
Le giovani coppie sono solo una fetta delle persone colpite dall’emergenza abitativa. E nemmeno la più ampia. Basta
pensare ai quasi sei milioni di persone che vivono in povertà assoluta: spesso sono famiglie molto numerose che abitano in appartamenti molto piccoli; oppure persone single, disoccupate o con un lavoro pagato pochissimo. Numericamente, le giovani coppie in difficoltà sono una parte marginale del problema. Dicono di voler puntare su di loro per sostenere la natalità, ma il sistema non può occuparsi di una sola categoria.
Cosa servirebbe, invece?
Il nostro Paese investe nell’edilizia pubblica lo 0,5% del Pil. Per fare un paragone, investiamo in armi l’1,5% (che nei prossimi anni salirà fino al 3,5%). Il primo passo dovrebbe essere aumentare i fondi, e di parecchio. Una volta che gli investimenti salgono, magari all’1% o all’1,5% del Pil, allora si può anche decidere di aiutare di più certe categorie, che siano le coppie, gli studenti o altre ancora. Ma al momento servono semplicemente più soldi per dare un tetto sopra la testa a chi un tetto sopra la testa non riesce ad averlo.
Il ministro Salvini ha detto anche che entro giugno 2026 chiuderanno i cantieri per recuperare circa 15mila alloggi popolari. È un bene?
Io sarei ben contento se completassero davvero i lavori, se riqualificassero decine di migliaia di alloggi popolari e aprissero i bandi e aggiornassero le graduatorie per l’assegnazione. Vorrebbe dire che stiamo facendo la stessa battaglia. Ma bisogna guardare a cosa ha fatto il governo finora. Definanziato, tagliato, fatto proclami e varato misure incoerenti con questo obiettivo.
Salvini è lo stesso ministro che per risolvere il problema della mancanza di alloggi studenteschi ha reso abitabili anche i garage da nove metri quadrati. Con l’unico risultato di alzare ancora di più i prezzi del mercato immobiliare, perché se ora un garage lo
puoi affittare come monolocale a 400 euro al mese, l’appartamento che sta un paio di piani sopra lo potrai mettere come minimo a 700 euro. Quindi, se inizieranno a occuparsi per davvero di case popolari, bene. Ma le speranze sono poche.

(da Fanpage)

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“LA SITUAZIONE A GAZA È GIUNTA A UN PUNTO DI ROTTURA. BASTA COSÌ”: CINDY MCCAIN, DIRETTRICE ESECUTIVA DEL PAM, IL PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE DELL’ONU, LANCIA UN APPELLO DOPO AVER VISITATO GLI OSPEDALI DI KHAN YOUNIS E DEIR EL-BALAH

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

“HO INCONTRATO BAMBINI AFFAMATI IN CURA PER GRAVE MALNUTRIZIONE. HO VISTO FOTO DI QUANDO ERANO SANI. OGGI SONO IRRICONOSCIBILI”

La situazione a Gaza è giunta a un “punto di rottura”, da cui rischia di non tornare più indietro, “basta così”: è l’ultimo accorato appello del Programma alimentare mondiale (Pam), braccio dell’Onu per una equa distribuzione di cibo sul pianeta, perché sia fermata la carestia a Gaza, che Israele continua a negare in ogni modo, tra note ufficiali e spot sui social.
La direttrice esecutiva del Pam, Cindy McCain, è stata a Khan Younis e Deir el-Balah, dove ha visitato una clinica per bambini malnutriti e ha incontrato madri sfollate che lottano quotidianamente per trovare avanzi di cibo.
“Ho incontrato bambini affamati in cura per grave malnutrizione – ha detto – e ho visto foto di quando erano sani. Oggi, rispetto a quelle foto, sono irriconoscibili”. Una testimonianza che cozza apertamente con la propaganda israeliana, che nei giorni scorsi ha invitato noti influencer a ‘constatare’ che ‘la carestia a Gaza non esiste’ e che negli ultimi mesi ha inondato i social di spot a pagamento con immagini di cibi sopraffini di cui, secondo Israele, la Striscia sarebbe piena.
Secondo McCain, invece, la carestia a Gaza peggiora di giorno in giorno e per questo sollecita l’urgente ripristino della sua rete di 200 punti di distribuzione alimentare, sostituita da Israele e Stati Uniti con la controversa Gaza Humanitarian Foundation. Nei suoi centri di distribuzione si contano quotidianamente vittime di colpi di arma da fuoco. In quello di Rafah, è stata segnalata la scomparsa di diverse persone, tra cui un bambino.
Lo ha denunciato un gruppo di esperti dell’Onu: cinque membri del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate o involontarie, insieme a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti nei territori palestinesi, e al suo omologo sul diritto al cibo, Michael Fakhri. Un “crimine atroce”,
a cui la Ghf si dice tuttavia estranea.
La carestia nella Striscia “non è più una possibilità incombente, è una catastrofe attuale”, insiste il segretario dell’Onu Guterres. “Israele, in quanto potenza occupante, ha obblighi chiari: deve garantire la fornitura di cibo, acqua, medicine e altri beni essenziali, facilitare un accesso umanitario molto più ampio, proteggere i civili, e porre fine alla distruzione di ciò che è indispensabile per la sopravvivenza della popolazione”.

(da agenzie)

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COSA FARANNO LE TRUPPE ITALIANE DOPO LA GUERRA IN UCRAINA? UN CAZZO, COME SEMPRE. MELONI: “NO A UNA FORZA DI PACE”

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

“FAREMO MONITORAGGIO MA FUORI DAI CONFINI UCRAINI”: E’ L’ITALIETTA SOVRANISTA DEL “TENGO FAMIGLIA” CHE HA PAURA ANCHE DELO SCOPPIO DI UN PETARDO

Ancora una volta il governo Meloni ribadisce che non è intenzionato a prendere l’impegno di inviare soldati italiani in Ucraina, quando la guerra sarà finita. L’esecutivo ha profilato un’altra ipotesi: quella di operazioni di “monitoraggio” e anche di “formazione”, effettuate dai militari, ma “al di fuori dei confini ucraini”. Detto che, naturalmente, si parla ancora di ipotesi remote visto che la guerra “non finirà prima della fine dell’anno”, come ha affermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Questa mattina a Palazzo Chigi Tajani e Meloni si sono riuniti insieme a Matteo Salvini e al ministro della Difesa Crosetto. L’obiettivo: fare un punto della situazione sui negoziati che riguardano l’Ucraina. L’incontro alla Casa Bianca tra il presidente Usa Donald Trump, il presidente ucraino Volodymyr
Zelensky e i leader europei sembrava aver dato un’accelerata al confronto, che in realtà dopo ha subito una brusca frenata.
Qual è la proposta dell’Italia per la pace in Ucraina
In una nota, la presidenza del Consiglio ha detto che i vertici del governo hanno discusso “le opportunità di dialogo verso una pace giusta” che si sono “dischiuse nelle ultime settimane”. L’aspetto fondamentale, per l’esecutivo, è che ci siano “robuste e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina, da elaborare insieme agli Stati Uniti e ai partner europei e occidentali”. Detto in soldoni, “garanzie di sicurezza” significa trovare un modo per essere certi che, dopo un eventuale accordo di pace, la Russia non torni a invadere il territorio ucraino.
Su questo nell’ultimo periodo ha preso piede una possibilità sostenuta anche dall’Italia. Un meccanismo ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington, che regola la Nato. L’articolo in questione prevede che se un Paese dell’Alleanza viene invaso, è come se tutti fossero invasi; quindi, tutti sono impegnati a rispondere nel modo più opportuno, eventualmente anche con le armi. Per l’Ucraina è fuori discussione coinvolgere direttamente la Nato, ma si starebbe lavorando a un sistema per cui attaccare Kiev porterebbe alla reazione militare di diversi Paesi europei e forse anche degli stessi Stati Uniti.
Un deterrente che, si spera, sarebbe sufficiente a evitare nuove offensive di Mosca. Per il momento però è solo uno dei piani sul tavolo. “La Francia ha l’idea di inviare truppe a difendere l’Ucraina, noi abbiamo l’idea dell’articolo 5. Ma non potremo prescindere da quello che diranno Zelensky e Putin”, ha dichiarato oggi Tajani, in conferenza stampa dopo una riunione del Consiglio dei ministri.
Cosa faranno i soldati italiani dopo la pace in Ucraina
Proprio l’invio di soldati è uno dei punti che più scalda gli animi all’interno del governo italiano. Pochi giorni fa, l’attacco di Matteo Salvini al presidente francese Macron sulla questione ha scatenato una polemica internazionale e interna che poi è man mano rientrata. Per ora, “la posizione è sempre la stessa: non invieremo militari italiani sul terreno ucraino”, ha ribadito oggi Tajani. “Nessuno di noi ha mai parlato di truppe italiane in Ucraina”.
Anche la nota del governo ha ribadito che non è “prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impegnare in territorio ucraino”. Insomma, se alla fine si decidesse che la garanzia per l’Ucraina sarà una forza di pace (magari anche sotto l’egida dell’Onu), l’Italia si tirerà indietro e non parteciperà: questo è l’impegno.
L’alternativa allo studio sarebbe quella di “monitoraggio”, per il momento non meglio specificato, e “formazione”. Operazioni da svolgere “al di fuori dei confini ucraini”. Si era parlato anche dell’ipotesi di sminare il terreno dell’Ucraina, e il ministro Tajani oggi non l’ha esclusa: “Le operazioni di sminamento non sono di tipo militare, sono più di protezione civile, operazioni di carattere umanitario”, ha commentato. “Abbiamo dato la nostra disponibilità”, ha ammesso, “abbiamo una tecnologia sia privata che militare per lo sminamento. Non ha nulla a che vedere con la presenza militare sul terreno”.

(da Fanpage)

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L’ITALIA DEI VILI SI CHIAMA FUORI DALL’UCRAINA: NON INVIERÀ TRUPPE SUL TERRENO, E NEMMENO GLI SMINATORI . AL CONSIGLIO DEI MINISTRI PASSA LA LINEA DI SALVINI, QUINTA COLONNA DI PUTIN

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

I “VOLENTEROSI”, GUIDATI DA MACRON, CON L’APPOGGIO DEL TEDESCO MERZ E DEI BALTICI, CHIEDONO UN INTERVENTO IMMEDIATO DELL’EUROPA. MA LA DUCETTA “DURA E PURA” TENTENNA: TEME IL DISIMPEGNO AMERICANO, E DEVE FARE I CONTI CON UN’OPINIONE PUBBLICA CHE SE NE FREGA ALTAMENTE DI KIEV

La premier certifica quanto è sotto gli occhi del mondo: il Cremlino allontana la tregua a colpi di missili sui condomini.
Poco dopo, Palazzo Chigi diffonde un comunicato. Deve riassumere il vertice convocato da Meloni con i big del governo. In quel testo, però, manca un passaggio. Dopo aver infatti ribadito che non è «prevista alcuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale da impegnare in territorio ucraino», l’esecutivo sottolinea che «sono al vaglio ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini, solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità». Degli sminatori italiani, invece, nessuna traccia.
Eppure, era stato Antonio Tajani a parlarne apertamente solo due giorni prima. E il governo aveva garantito questa disponibilità agli alleati nelle riunioni tra i consiglieri per la sicurezza nazionale (Nsa), a livello di capi di Stato maggiore, tra ministri della Difesa e degli Esteri.
Del nodo si discute ovviamente nel chiuso di Palazzo Chigi. Si espongono Meloni e Guido Crosetto. Poi il titolare della Farnesina. Matteo Salvini non si oppone alla linea condivisa, che
suona così: in futuro potremo inviare esperti per le bonifiche, per mare e probabilmente anche per terra, ma soltanto a pace siglata.
Un modo per comprare tempo e non esporsi, ma soprattutto per veicolare un messaggio di cautela, utile a prendere di distanze dai “volenterosi” anglo-francesi. Intanto, meglio insistere sull’articolo cinque: «La chiave di volta è costituita da robuste e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina, da elaborare insieme a Stati Uniti e partner europei».
Poco dopo, Tajani scende in conferenza stampa. Ribadisce che gli sminatori esistono e potrebbero essere mobilitati, ma solo in futuro. «Non manderemo soldati italiani sul terreno», premette. Poi aggiungere: «Abbiamo imprese private e civili, anche marittime. Abbiamo militari in grado di farlo. Se ci sarà una richiesta, saremo a disposizione».
Ma il cuore del messaggio di Tajani è un altro. E serve a prendere le distanze da Parigi e Londra: «Sarebbe una operazione umanitaria — spiega infatti — che non ha nulla a che vedere con la presenza militare come la intendono alcuni dei volenterosi». Su questo terreno, Roma ha ingaggiato proprio in queste ore un aspro duello con Emmanuel Macron.
La battaglia si sta consumando soprattutto a livelli degli Stati maggiori alleati. I francesi, sostenuti dai tedeschi, ma soprattutto da baltici e scandinavi, premono su un principio: gli europei devono agire, mandare un segnale rapido. L’Italia — e in modo soft la Gran Bretagna — replicano che prima di ogni mossa è fondamentale una “copertura” americana.
Il rischio, sostengono, è che un eccessivo attivismo continentale consenta alla Casa Bianca di sfilarsi, lasciando gli europei a fronteggiare Putin in un’escalation. Senza Usa, insistono, la guerra è già persa. […] Roma fa presente che per essere coerenti
bisognerebbe andare ben oltre il progetto dei volenterosi — disposti a impegnare sei brigate Ue e comunque non sul confine — e mobilitare fino a 500 mila uomini. Valesse la proporzione, l’Italia ne dovrebbe spedire 60 mila. Dimensioni e costi insostenibili, per l’esecutivo.

(da agenzie)

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LEGGE E DISORDINE, CON I SOVRANISTI AL VIMINALE DILAGA LA CRIMINALITA’: “A NAPOLI LA GENTE HA PAURA DI USCIRE DOPO LE 21”

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

SOCCORRE UN RAGAZZO CADUTO IN SCOOTER E VIENE PICCHIATO SELVAGGIAMENTE DA UNA BABY GANG… LA VITTIMA: “COSA RACCONTERO’ AI MIEI FIGLI RIGUARDO AL VALORE DEL SOCCORSO E DELLA LEGALITA’?”

Doveva essere l’ultima serata di vacanza in compagnia della famiglia prima di lasciare la sua Napoli. E invece, Raffaele Di Giacomo, 47 anni, ingegnere che vive e lavora a Milano, è dovuto rimanere nel capoluogo campano, con il naso e uno zigomo fratturato, all’ospedale Cardarelli. Ferite provocate dalla violenza cieca di una baby gang che – il danno oltre la beffa – lo ha accerchiato dopo che Di Giacomo ha provato a soccorrere un ragazzino caduto dallo scooter.
La caduta in scooter e l’aggressione
Era martedì 26 agosto, intorno alle 23, a Fuorigrotta, periferia Nord di Napoli. Di Giacomo, conosciuto come Lello, aveva appena cenato con la madre e il fratello in una pizzeria di Bagnoli. Poi, al volante della sua auto, stava riaccompagnando la madre a casa insieme ai suoi due figli di 10 e 14 anni. «Avevo rallentato per lasciar passare alcuni pedoni, proprio in quel momento, dietro di me sopraggiungevano alcuni scooter guidati da giovani senza casco. Non sono riusciti a fermarsi e uno di loro è caduto», racconta dal letto dell’ospedale in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno. Da lì, d’istinto, Di Giacomo scende dall’auto per soccorrere il giovane a terra, ma invece del ringraziamento inizia il pestaggio. «Mi sono trovato aggredito con violenza da lui e da un gruppo di suoi amici, che hanno iniziato a colpirmi con calci, pugni e persino con i caschi. Ero a terra, davanti a numerosi testimoni, mentre altri ragazzi hanno intensificato l’aggressione».
Almeno una dozzina i partecipanti
Il branco si è via via accresciuto, arrivando a contare una dozzina di partecipanti. Il tutto sotto gli occhi dei clienti del Mc Donald poco distante. Trasportato al Cardarelli, l’ingegnere ha riportato fratture multiple al naso e allo zigomo, oltre a traumi diffusi: «Sono in attesa di ulteriori accertamenti ma sono vivo. Ma mi domando con amarezza: “Cosa racconterò ai miei figli riguardo al valore del soccorso e della legalità?”. Come spiegare che chi presta aiuto viene punito? È possibile che in una città
come Napoli, che da anni difendo dai pregiudizi vivendo ormai a Milano, episodi del genere possano accadere sotto gli occhi delle istituzioni».
ll fratello: «Napoli sotto coprifuoco delle baby gang»
Di Giacomo è fratello di Sergio Lomasto, consigliere della X Municipalità in quota M5s. «Pochi minuti dopo averci salutati ho ricevuto la telefonata di mia madre: ‘hanno aggredito Lello’. Quando sono arrivato, c’erano la polizia e un’ambulanza. Mio fratello ha tre fratture scomposte al naso e uno zigomo lesionato. E i miei nipoti sono sotto choc: il più piccolo non smetteva di piangere. Il paradosso è che dobbiamo dirci fortunati che non sia andata peggio, che non sia spuntato fuori un coltello», racconta. Lomasto denuncia una situazione già segnalata più volte: «È inimmaginabile che i cittadini debbano temere di uscire dopo le 21, quasi costretti a vivere sotto “coprifuoco” imposto dalle baby-gang».

(da agenzie)

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I VICE MELONI SGOMITANO PER UN POSTO AL SOLE

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

IL CDM “CONCEDE” A TAJANI LA RIORGANIZZAZIONE DELLA FARNESINA, SALVINI SI AGITA PER OTTENERE VISIBILITA’ SENZA GUADAGNARE MAI UN VOTO

La chiave per interpretare ogni cosa, infine, è quella elettorale. Per quante rassicurazioni di circostanza vengano dispensate, al meeting di Rimini è stata inequivocabile la tensione nel tridente d’attacco del centrodestra. Giorgia Meloni ha voluto ribadire i rapporti di forza: lei statista osannata dalla platea cattolica che espone l’orizzonte di senso politico in cui si muove il governo. Un ruolo da superstar inscalfibile, anche se Matteo Salvini ci ha provato: a girovagare per gli stand lo stesso giorno, quasi a tentare di rubare la scena e tanto da sollevare un piccolo caso diplomatico visto che i due non si sono incrociati nemmeno per una fotografia al volo, accendendo le speculazioni sui rapporti tesi tra i due.
Le colombe dell’una e dell’altra parte hanno minimizzato, parlando poi di una telefonata, eppure non è sfuggito a nessuno quanto il leader della Lega stia lavorando per appropriarsi di uno spazio di manovra maggiore rispetto a quello che il ministero delle Infrastrutture gli consente. Dopo il veto per lui al Viminale, nella scommessa iniziale del governo: Salvini aveva scommesso sul ministero più danaroso grazie al Pnrr, lasciando ad Antonio Tajani il timone degli Esteri. Scommessa sbagliata, vista la centralità dei conflitti internazionali negli ultimi tre anni.
Tanto che – nell’impossibilità di contendere spazio mediatico alla premier – Salvini ha trascorso gli ultimi mesi a fare il controcanto proprio al suo collega vicepremier.
Ultima polemica da lui creata ad arte: quella con il presidente francese Emmanuel Macron, che ha prodotto un richiamo all’Eliseo dell’ambasciatore italiano e costretto Tajani all’ennesima dichiarazione stizzita de: «Di esteri mi occupo io». Sarà difficile però che il richiamo freni Salvini dal proseguire nella sua agenda più di lotta che di governo.
Il consiglio dei ministri
A tentare di restituire un ordine istituzionale è stato il consiglio dei ministri di ieri, il primo dopo il rientro dalla pausa estiva in cui i tre leader si sono incontrati formalmente. Alla conferenza stampa si è presentato in solitaria il ministro Tajani, che ha iniziato spiegando la riforma che renderà il ministero degli Esteri «bicapite, con una testa politica e una testa economica» a partire dal 2026 e ha annunciato anche la nomina come nuovo ambasciatore a Mosca di Stefano Beltrame, nome legato alla Lega come consigliere diplomatico di Salvini prima e attualmente del ministro Giancarlo Giorgetti.
Il vero cuore della conferenza stampa, però, è stato una puntualizzazione sui molti dossier aperti, a partire da quello sull’Ucraina su cui Salvini ha polemizzato con Macron.
Tajani ha ribadito che i soldati italiani non saranno in territorio ucraino se non, a guerra conclusa e «se ci sarà una richiesta specifica», per operazioni di sminamento. ma «siamo in una fase teorica» e «prima bisogna far finire la guerra». Sintesi della nota
di palazzo Chigi: «L’Italia non parteciperà a una eventuale forza multinazionale sul territorio». Poi Tajani si è inserito nel solco della premier, nell’insistere sull’ipotesi italiana di garantire la sicurezza dell’Ucraina «con un modello di mutua assistenza tipo quello dell’articolo 5 della Nato». In mattinata, infatti, si è tenuta una riunione per un punto di situazione sul possibile percorso negoziale a cui hanno preso parte Meloni, i due vicepremier e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Quanto alla situazione in Israele, stigmatizzata da Meloni a Rimini, – «vanno inasprite le sanzioni europee nei confronti dei coloni che aggrediscono i villaggi in Cisgiordania perché questo mina le fondamenta di un nuovo Stato palestinese. Siamo pronti a sanzionare i coloni violenti» ma «vediamo come procede il dibattito».
Evidente il diverso approccio dei due vicepremier: se Salvini punta a differenziarsi dalle posizioni della premier per solleticare l’elettorato più estremo, Tajani invece si mette in scia a Meloni, lavorando in sinergia con Meloni per incassare i dividendi politici della stabilità di governo.
Due strategie opposte, che sono destinate a incrociarsi al tavolo dei leader per decidere i candidati alle regionali. Anche di questo Tajani ha parlato, tra un «no a qualsiasi blitz di tipo fiscale contro banche» che strizza l’occhio alla famiglia Berlusconi e una professione di «difesa del ceto medio».
A chi gli ha chiesto dei candidati ancora mancanti, a partire da quello in Veneto, il vicepremier ha risposto che «c’è tempo» e che i nomi arriveranno. Ma non ha rinunciato alla stoccata a Salvini sulla situazione al nord: «Non è una questione di lottizzazione di partito: troviamo il miglior candidato possibile». Eppure, un incontro ancora non c’è stato e nemmeno è in
programma.
Una sintesi è lontana ma andrà trovata e non solo su questo. Secondo fonti di palazzo Chigi, il perenne controcanto di Salvini – più evidente con Tajani, più nascosto con Meloni – sta infastidendo la premier, soprattutto quando travalica i confini nazionali come è stato nel caso di Macron (con cui Meloni aveva appena finito di ricucire i rapporti dopo la pausa estiva). Del resto, è cosa nota e ripetuta anche a Rimini quanto lei tenga allo standing internazionale suo e del paese e non gradisca giochi tattici che interferiscano in questo campo. Tuttavia, è la convinzione dentro Fratelli d’Italia, i rapporti di forza verranno ancora una volta riequilibrati con i risultati delle regionali.

(da editorialedomani.it)

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L’APPLAUSO GENERALISTA

Agosto 29th, 2025 Riccardo Fucile

AL MEETING DI RIMINI DA ANNI , I CIELLINI APPLAUDONO CHIUNQUE GOVERNI… L’IMPORTANZA POCO ECUMENICA DI ESSERE VICINI AL POTERE

Mi chiedo sempre, ogni anno da molti anni, da cosa dipende l’applauso indiscriminato che il Meeting di Rimini riserva a chiunque governi (avrebbe una cordiale accoglienza anche Gengis Khan). C’è un’ipotesi fausta: quell’applauso dipende da un lodevole sentimento di ascolto, molto cristiano, che in politica genera un atteggiamento super partes decisamente anticonformista in tempi di faziosità spinta.
Ma c’è un’ipotesi infausta: è che tutto fa brodo purché il sapore sia quello del potere, e dunque non contano le idee e le posizioni politiche, conta quella sorta di “centralità” inamovibile, ecumenica e un poco ipocrita che un tempo fu della Dc, oggi è di Cl. In questo senso, applaudendo tutti, quell’assemblea applaude se stessa, la propria eternità, la certezza di esserci sempre e per sempre perché a riunirla non è il tifo per questo o per quel politico, è sentirsi arbitro della partita. E l’arbitro non vince e non perde: arbitra.
Dev’essere una bella sensazione, sentirsi a proprio agio dentro qualunque temperie politica e di fronte a qualunque bandiera. Però quelli non super partes (mi metto nel novero), oltre allo svantaggio di patire per le sconfitte fino a guastarsi l’umore, hanno anche il vantaggio di vivere le vittorie come se li riguardassero personalmente, come se fossero anche il frutto del proprio impegno — benché non sia un impegno, come dire, di tipo generalista.
Per i super partes non ci sono i gol fatti e quelli subiti, i gol sono tutti uguali e tutti meritevoli di esultanza, chiunque li abbia fatti. Dev’essere anche piacevole, perché mette al riparo dal senso di sconfitta. Però, non è un po’ comodo?

(da repubblica.it)

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