Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
IL RESORT DI LUSSO A GAZA
Solo la satira (vedi Una modesta proposta di Swift) poteva concepire qualcosa di
simile al piano di eradicazione dei gazawi da Gaza per fare di quel litorale un resort di lusso.
Eliminare i poveri e spianare le loro case per fare posto ai ricchi in vacanza. Il beffardo procedimento logico di Swift (è socialmente utile, scrisse il grande irlandese, che i bambini poveri vengano dati in pasto ai ricchi, così da problema
diventano risorsa) fu identico a quello degli odierni pianificatori americani e israeliani: con la differenza che passa tra un pamphlet satirico, il cui scopo era mettere in luce la mostruosità del classismo, e un progetto economico-politico che in quella mostruosità invece confida, la propugna e la vuole mettere in atto.
È difficile immaginare una visione più disgustosa e violenta del mondo, ma tant’è, questo è il menù che passa il convento: ecco un business che si nutre di sterminio, deportazione, esproprio, umiliazione. Sulle rovine della città distrutta, per impedire ad alcuno di rimpiangerla o peggio ricostruirla, non spargeranno sale ma dollari: e ne saranno anche fieri, convinti di avere bonificato, con i loro resort di merda, la morte sottostante.
Se mai vedremo (e niente, in questo momento, ci sembra impossibile) un tale abominio, saremo autorizzati a considerarlo un significativo test su ciò che resta di umano, tra gli umani: odiare New Gaza, i suoi progettisti, i suoi costruttori, i suoi frequentatori, per quanto mi riguarda sarà condizione indispensabile per continuare a considerarsi umani. E come i lettori sanno, odiare non è un verbo che spendo con spensieratezza.
(da – repubblica.it)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
UN OCCIDENTE DIVISO E IMPOTENTE, UN ASSE TRA RUSSIA, CINA, INDIA, TURCHIA, COREA DEL NORD, IRAN, UN’AMERICA TEATRO DI CONFLITTI FRATICIDI
Il trionfo di Trump geopolitico è presto detto. Ora c’è un occidente diviso e impotente, ma c’è un asse tra Russia Cina India Turchia Corea del nord Iran Kazakistan e vari altri unito nelle premesse e potente come un’ombra d’acciaio. Temevamo
una nuova Yalta, c’è Shanghai, coi fiori e tutto. Si attendono Budapest e Bratislava. Speravamo nella pace in Ucraina o in un più modesto cessate il fuoco, c’è una pioggia di missili e droni, e la capa di Bruxelles deve fare un atterraggio di emergenza. Al demente di Washington restano l’amicizia con Bolsonaro e poco altro, a parte il gangster che accoglie i suoi “rimpatriati”. Un capolavoro. America first è America di secondo rango. Ormai un’agenzia immobiliare impegnata sull’implausibile futuro di Gaza-Montecarlo e ostile ai visti per i palestinesi superstiti della Cisgiordania. Bel colpo, Anchorage. Narcisismo e autoritarismo si rivelano traditori, tradiscono un progetto che parla di Golden Age e mette ali di piombo al paese inutilmente più potente del mondo che fu, del mondo di ieri. Materia di riflessione per gli amici dissimulati del trumpismo in tutto il mondo, Italia compresa. Da certi abbracci bisogna sapersi sciogliere in tempo.
Il gauleiter americano è forse pronto a abbandonare del tutto la politica estera e di sicurezza, ora che ha rovinato il proprio sistema di alleanze e ne ha costruito un altro fatto su misura per contrastarlo, trasformando nel frattempo il suo paese nel teatro di un conflitto fratricida in cui la resistenza di media e giudici è ancora l’unica flebile garanzia di sopravvivenza della democrazia e dello stato di diritto. Il grande ripiegamento è nei fatti. Non sembra allo stato avere molte alternative. Tutti quelli con la testa sulle spalle lo denunciano come una prospettiva realistica, senza altre vere opzioni. Urgente metterci una pezza, e che non sia la classica pezza a colori, almeno nel sistema Europa o in quel che ne resta. Noi siamo sempre stati specialisti nello stare né di qua né di là. La politica famosa del piede di casa ci ha portato, fino al momento delle scelte, una relativa tranquillità.
Poi catastrofi notorie. Non è più così, non dovrebbe essere, anche solo per pragmatismo di governo. Il Cremlino ci tratta come un territorio politico potenzialmente colonizzabile, e noi gli mandiamo un ambasciatore per carità rispettabile ma
nell’immagine utile solo alla loro propaganda. Litighiamo con un premier francese uscente, essendo diventati un paese che attrae ricchezza e promette stabilità, e ne gode al 110 per cento, ma in un quadro fragile e autolesionista di ideologia autoinflitta della decrescita pseudoegalitaria, da Milano in giù via procure e giornalate. Afferrarsi per i capelli è necessario a tirarsi fuori dalla pozzanghera trumpiana, perché l’unità dell’occidente non è più una politica, se alle condizioni dettate dall’erraticità di Trump, ma un flatus vocis inudibile. Nessuno ha bisogno di eroismi, a parte gli ucraini che ne abbondano, o della platealità impraticabile delle rotture vocalizzanti, e tutti abbiamo bisogno degli Stati Uniti. In questo il piede di casa aiuta a camminare. Ma occorre dimostrare ciò che non appare, che l’Europa è un affare serio per tutti, risoluta a non farsi prendere in giro nemmeno in nome dell’atlantismo e della Nato, e che l’Italia agirà da paese serio, non solo da pontiere che scavalca a parole un tragico abisso.
(da ilfoglio.it)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
TUTTA LA FLOTTA SI RADUNERA’ IN ACQUE INTERNAZIONALI NEI PRESSI DEL CANALE DI SICILIA ENTRO IL 5 SETTEMBRE
La giornalista Francesca Del Vecchio, che collabora con La Stampa è a bordo di una
delle imbarcazioni dirette a Gaza in partenza dalla Sicilia il 4 settembre
Sono partite ieri da Barcellona e da Genova le prime 25 navi della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza.
Le cinque imbarcazioni partite dalla Liguria sono dirette verso il punto di incontro previsto in mare aperto. Intanto, è iniziato a Catania il corso di addestramento per volontari, attivisti e giornalisti che si imbarcheranno dalla Sicilia il 4 settembre. Il corso è un manuale di non violenza, soprattutto in caso di blocco e intercettazione da parte della Marina israeliana.
Dopo le ultime partenze da Catania e Siracusa, tutta la flotta si radunerà in acque internazionali nei pressi del Canale di Sicilia non oltre il 5 settembre. Fin qui, molte barche di ong e volontari la scorteranno in segno di solidarietà. Da lì in poi, procederà verso est, costeggiando le acque territoriali di Egitto e Cipro, per poi puntare verso Gaza.
L’arrivo nella zona di blocco israeliano è previsto intorno alla metà di settembre, salvo eventuali ritardi dovuti a condizioni meteo o intercettazioni. In tutto saranno oltre 40 imbarcazioni,
per lo più a vela, di 12/16 metri. Ciascuna potrà portare a bordo non oltre 10 persone, oltre alle scorte alimentari e di acqua.
Ci saranno poi alcune imbarcazioni più grandi, ma i dettagli logistici sulla flotta sono stati tenuti riservati per motivi di sicurezza.
«Tutte le barche che partiranno da Genova sono state acquistate in Italia sul mercato dell’usato» racconta Luca Poggi, il responsabile logistica della Flotilla. Sono state pagate tra i 30mila e i 50mila euro ciascuna.
«Molti venditori, quando hanno saputo che ci servivano per portare gli aiuti alla popolazione di Gaza, ci hanno fatto pagare meno di quello che chiedevano all’inizio, chiedendo di essere coinvolti nell’iniziativa», aggiunge Poggi.
La flotta è dotata di sistemi satellitari per la navigazione e per mantenere comunicazioni costanti con il centro di coordinamento a terra. Un team legale internazionale monitora costantemente la rotta per documentare eventuali violazioni del diritto marittimo.
(da La Stampa)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’8 SETTEMBRE È PREVISTO IL VOTO DI FIDUCIA CHIESTO DAL PREMIER BAYROU CHE SI PUO’ SALVARE SOLO CON IL VOTO DEI SOCIALISTI … IL “WALL STREET JOURNAL” PUNTA IL DITO CONTRO MACRON: “HA GETTATO LE BASI PER L’ATTUALE MALESSERE, INTRODUCENDO AMPI TAGLI FISCALI DALLA SUA PRIMA ELEZIONE NEL 2017 SENZA PREVEDERE LE GIUSTE COPERTURE”
Spread in risalita e conti pubblici sotto la lente. A settembre, la Francia si prepara a una serie di appuntamenti difficili e le premesse non sono delle migliori, tanto che il Wall Street Journal parla di «governo sull’orlo del collasso» e si chiede: «La Francia è la nuova Italia»?.
Oggi sulla questione è intervenuta anche la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde che ha addirittura citato l’intervento del Fondo monetario.
La numero uno dell’Eurotower ha detto che il Parigi non si trova attualmente in una situazione tale da richiedere l’intervento de
Fmi ma il rischio della caduta di un governo nella zona euro è preoccupante.
Parlando all’emittente Radio Classique, Lagarde ha affermato che la disciplina fiscale rimane un imperativo in Francia e che sta osservando con molta attenzione la situazione degli spread obbligazionari francesi.
A portare in primo piano le preoccupazioni sul Paese è stato l’annuncio del voto di fiducia richiesto dal primo ministro François Bayrou per l’8 settembre. L’ipotesi di una grave crisi politica a Parigi ha riportato al centro dell’attenzione la fragilità dei conti pubblici d’Oltralpe.
Secondo un’analisi del Wall Street Journal, «il governo Macron ha gettato le basi per l’attuale malessere», introducendo «ampi tagli fiscali» dalla su prima elezione nel 2017 senza prevedere le giuste coperture. Forse anche per questo, la Francia si trova oggi in una posizione delicata. Il debito pubblico ha superato i 3.300 miliardi di euro, pari al 114% del Pil, mentre il deficit viaggia al 5,4%.
Numeri che pesano in un contesto di crescita economica debole: per il 2025 il governo prevede appena un +0,7%, troppo poco per garantire un rientro dei conti ordinato. La pressione dei mercati si traduce in rendimenti obbligazionari in crescita e in un allargamento dello spread Oat-Bund, il differenziale tra i titoli francesi e quelli tedeschi, che ha superato soglie di allarme per gli investitori internazionali. Oggi quota in area 79 punti, in crescita di quasi mezzo punto rispetto a venerdì.
«In questo contesto, gli Oat restano vulnerabili e il recente sollievo per gli spread è destinato ad avere vita breve» scrivono gli analisti di Commerzbank.
Il confronto con l’Italia, paradossalmente, non gioca più a favore della Francia. Per gli esperti, la differenza che si sta costruendo tra la curva dei rendimenti italiana e quella francese esprime la diversa solidità delle politiche fiscali.
Parigi ha annunciato misure correttive, ma lo scarso margine di crescita limita la capacità di aggiustamento. In altre parole, i mercati iniziano a percepire il debito francese come più rischioso.
L’appuntamento dell’8 settembre rappresenta un passaggio cruciale. «Lo scenario più probabile è una bocciatura del governo Bayrou – spiega John Taylor, Head of European Fixed Income di AllianceBernstein –. A quel punto Macron avrebbe tre opzioni: nominare un nuovo governo incaricato di varare il bilancio, indire nuove elezioni o, in alternativa, dimettersi».
Quest’ultima ipotesi, estrema e poco probabile, sarebbe la più dannosa per gli asset francesi.
Nel caso di un nuovo esecutivo, Barclays prevede che lo spread Oat-Bund possa rientrare verso quota 70 punti base; elezioni anticipate o crisi più profonda, invece, lo spingerebbero a sfiorare i 100 punti, con ulteriore volatilità.
Ma non c’è solo la politica a turbare i mercati. Due giorni dopo il voto di fiducia è previsto un grande sciopero nazionale, mentre il 12 settembre Fitch aggiornerà il rating sovrano: un declassamento da AA ad A è considerato possibile, con l’effetto di alzare i costi del debito di circa un miliardo l’anno.
A ciò si aggiunge l’aumento stagionale dell’offerta di titoli sovrani, in un contesto di quantitative tightening che rende più difficile l’assorbimento delle emissioni. Tutti fattori che contribuiscono a mantenere la pressione sugli spread.
Un altro elemento di vulnerabilità riguarda la forte esposizione verso gli investitori esteri, che detengono circa il 50% del debito pubblico francese. Una quota elevata, che amplifica i rischi in caso di shock di fiducia.
La vera sfida, per Macron e per il futuro governo, sarà dimostrare la credibilità di una rotta di bilancio in grado di ridurre deficit e debito senza spegnere una crescita già anemica. Un compito tutt’altro che semplice, con le elezioni presidenziali
del 2027 che si avvicinano e i mercati sempre meno disposti a concedere tempo.
(da La Stampa)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LE FORZE ARMATE DI MOSCA DISTURBANO I SEGNALI AEREI SOPRATTUTTO LUNGO IL FIANCO EST DELL’UNIONE, SUL BALTICO, SULLE REGIONI DEL MAR NERO, SUL CONFINE POLACCO-UCRAINO
E’ il volto invisibile dei conflitti: una “guerra elettromagnetica” combattuta a colpi di
impulsi e frequenze sui campi di battaglia, dell’Ucraina e del Medio Oriente, dove ormai è diventata fondamentale.
Ma c’è un altro conflitto parallelo, che prende di mira i cieli dell’Unione Europea e che molti iniziano a chiamare la “Guerra Fredda del Gps”, perché c’è una nuova frontiera della Ue marcata dalla presenza di un “muro” ostile che cancella o riduce la possibilità di ricevere le coordinate satellitari e quindi conoscere la posizione esatta.
L’intensità massima c’è sul Baltico, sulle regioni del Mar Nero, sul confine polacco-ucraino. Autorità civili e militari europee non hanno dubbi sull’origine di questi “buchi” nelle mappe satellitari: sono opera delle forze armate russe, che hanno dimostrato competenze straordinarie nella materia.
Stiamo parlando di una disciplina bellica la cui importanza è cresciuta esponenzialmente negli ultimi tre anni. I sistemi di contromisure elettroniche in passato venivano utilizzati soprattutto per oscurare i radar e disturbare le comunicazioni radio tra i comandi.
Sin dall’epoca sovietica, Mosca ha sempre saputo trasfondere la ricerca fisica d’avanguardia nella realizzazione di apparati con grandi prestazioni. Mentre la Nato impiega questi sistemi per dare “uno scudo” ai mezzi più preziosi – come aerei e navi – l’esercito russo li ha distribuiti in massa sul terreno: l’idea è creare cupole di emissioni elettromagnetiche per bloccare le armi
hitech del nemico.
Perché è grazie a queste bordate di impulsi che si possono disturbare le trasmissioni radio usate per guidare i droni, spezzando la connessione tra la bomba volante e i piloti: a quel punto i velivoli telecomandati precipitano al suolo come uccelli storditi.
L’azzeramento delle coordinate Gps invece ha lo scopo di rendere cieche gran parte delle strumentazioni di navigazione occidentali: nel Donbass e a Zaporizhzhia ha fatto impazzire le ogive hitech che dirigono i razzi Himars e i proiettili d’artiglieria ad alta precisione come gli Excalibur, mettendo fuori gioco per mesi e mesi le armi più potenti consegnate dal Pentagono.
Adesso viene usato su larga scala nei cieli della Russia per cercare di frenare le incursioni dei droni a lungo raggio di Kiev e impedirgli di raggiungere i bersagli designati, che distano anche mille chilometri dalla frontiera: una contromisura resa inefficace dalle innovazioni ucraine, che hanno introdotto apparecchiature alternative al Gps per trovare la rotta e completare la missione distruttiva.
Il capitolo più misterioso e inquietante è quello relativo ai blackout provocati negli spazi aerei dell’Unione europea, con improvvisi oscuramenti nella ricezione dei segnali che mettono a rischio il traffico dei velivoli di linea perché aumentano il pericolo di collisioni in volo.
Una situazione che diventa ancora più pericolosa durante gli atterraggi, quando le coordinate satellitari sono fondamentali per impostare la discesa verso la pista: in tutti i jet di ultima generazione il calcolo di queste traiettorie è affidato ai computer di bordo, che indicano ai piloti cosa fare esattamente.
Gli episodi sono stati tanti e l’intelligence occidentale ha la convinzione che siano tutti frutto di una “strategia della tensione” russa, condotta con un sistema che non lascia tracce oggettive e vuole generare un senso di insicurezza nelle reti di trasporto europee.
Il primo fronte è la Scandinavia, dove c’è stato un crescendo di allarmi a partire dal 2022 e dall’invasione dell’Ucraina. L’epicentro è la regione più settentrionale della Norvegia, quella di Finnmark: le autorità locali hanno registrato disturbi in 294 giorni del 2023 e la catena di oscuramenti è proseguita in maniera massiccia l’anno successivo tanto da spingere l’Authority norvegese delle comunicazioni – Nkom – a interrompere il censimento delle denunce.
Cosa importa ai russi del Finnmark? Prima dell’ingresso nell’Alleanza di Svezia e Finlandia, era il territorio della Nato più vicino alle basi della penisola di Kola che ospitano i sottomarini nucleari, cuore della deterrenza dall’epoca dell’Urss, e si ipotizza volessero contrastare l’attività di intelligence.
Per farlo però hanno messo a rischio gli atterraggi degli aerei che – nella lunga notte boreale e nelle condizioni climatiche feroci dell’Artico – dipendono dall’assistenza del Gps.
Negli ultimi mesi l’allerta in Norvegia è diventata ancora più forte. Perché il problema è che dall’inizio dell’anno alle tecniche di jamming si sono unite quelle di spoofing, ben più insidiose. Il jamming consiste nel bloccare i segnali gps “bombardandoli” con impulsi della stessa frequenza e crea un buco nelle mappe digitali: i piloti se ne rendono conto e possono affrontare la situazione.
Lo spoofing invece è assai più insidioso: si realizza inviando segnali falsi, che di fatto possono dirottare automaticamente l’aereo e aumentano il pericolo di impatti, contro altri velivoli o contro rilievi del terreno o contro i palazzi. L’equipaggio può non avere immediatamente la consapevolezza del problema e trovarsi in grande difficoltà.
Come un’epidemia, le segnalazioni dei “bombardamenti” contro la ricezione Gps si sono estese al Baltico, crocevia delle tensioni tra Nato e Russia; alle regioni polacche più vicine al confine
ucraino, dove atterrano i rifornimenti di armi e munizioni per la resistenza di Kiev; alla costa romena e bulgara, da cui decollano i ricognitori e gli aerei spia che monitorano le attività militari di Mosca nel Mar Nero.
(da La Repubblica)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA IN MEMORIA DEL GIOVANE MIGRANTE CHE MORI’ NEL MEDITERRANEO CON UNA PAGELLA CUCITA SUL VESTITO
A Canosa di Puglia i libri di scuola li paga l’azienda. È l’iniziativa lanciata da Farmalabor, società nel settore farmaceutico con sede nella provincia di Barletta-Andria-Trani, che per l’anno scolastico 2025-2026 ha deciso di sostenere i propri dipendenti con un contributo economico destinato a coprire le spese dei testi scolastici per studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Il beneficio sarà corrisposto direttamente in busta paga, garantendo un supporto immediato alle famiglie. Il tema del caro libri è tornato al centro dell’attenzione in queste settimane tanto che ha spinto il governo a valutare un piano di sostegno economico mirato alle famiglie meno abbienti per l’acquisto dei manuali scolastici.
Il progetto porta con sé un valore simbolico: il contributo è, infatti, dedicato alla memoria di un giovane migrante del Mali, morto durante una traversata nel Mediterraneo.
Nelle sue tasche venne ritrovata una pagella cucita con cura, testimonianza del sogno mai realizzato di proseguire gli studi. «Quel simbolo universale di speranza e dignità è diventato la fonte d’ispirazione per la nostra iniziativa che lega solidarietà, memoria e futuro», ha spiegato l’amministratore.
(da Open)
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Settembre 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LA SINGOLARE TARIFFA E’ STATA CHIESTA A UNA CLIENTE DELLO STABILIMENTO BALNEARE
Cinquanta centesimi ogni mezz’ora di corrente. Poi lo scontrino: “Charge”. Succede a
Ostia, dove nell’estate segnata dalle polemiche per il caro lettino arriva anche il caso della ricarica a pagamento del cellulare. La singolare ricevuta fiscale è stata postata su Facebook da una cliente del ristorante Urbinati, sul lungomare Toscanelli.
“Credo che con questo abbiamo toccato il fondo”, scrive la donna, che era stata avvisata del costo per ricaricare il telefono mentre si trovava nel ristorante. “30 minuti erano 50 centesimi. Sono tornata dopo 42 minuti… 1 euro”.
Sotto al post, pubblicato sul gruppo Facebook “Infernetto Casalpalocco e dintorni”, sono comparsi decine di commenti indignati contro il ristorante stabilimento, che ha anche arrotondato la tariffa per eccesso, chiedendo un euro alla donna: “Che vergogna”.
(da La Repubblica)
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