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REGIONALI PUGLIA, EMILIANO FA UN PASSO DI LATO

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

IN SERATA ELLY SCHLEIN LO RINGRAZIA DAL PALCO DEL FESTIVAL DELL’UNITA’

Il governatore della Puglia Michele Emiliano in serata ha confermato il passo di lato – di non correre per il consiglio regionale – sbloccando così la corsa di Antonio Decaro alla presidenza della regione Puglia per il centrosinistra. È quanto confermato fonti Pd che ricordano come anche Schlein lo abbia ringraziato dal palco per l’atteggiamento tenuto nella vicenda. Il tardo pomeriggio era diventato un po’ movimentato quando, secondo Ansa, il presidente uscente, sembrava aver cambiato idea. Ai suoi secondo l’agenzia avrebbe detto che se si candida Nichi Vendola si potrebbe candidare anche lui. «Caduto il problema politico per Vendola cade anche per Emiliano ovviamente», avrebbe detto ai fedelissimi.
Rumors che hanno agitato le acque in casa Pd. In serata è intervenuta la segretaria Elly Schlein, dal palco della festa dell’unità a Bisceglie. «Sono stati dieci anni di governo che hanno prodotto risultati concreti e tangibili. Grazie a Michele Emiliano per il lavoro svolto in questi anni, per la capacità di unire innovazione e questioni sociali. Per lo spirito di squadra e
la generosità dimostrata quando due giorni fa mi ha detto di essere disponibile a fare passo di lato per permettere una classe dirigente nuova che continuerà a fare affidamento sulla sua competenza. Voglio ringraziare tutti per questa bella partecipazione che animerà la costruzione del progetto», ha dichiarato. Qualche ora dopo è arrivata la nota sul passo di lato da parte del governatore, assicurato da fonti del partito.
Nichi Vendola correrà con Avs
Nichi Vendola guiderà la lista di Avs, dovrebbe esser questo il patto tra le forze di centrosinistra, nonostante il veto posto nei giorni scorsi dall’ex sindaco di Bari. In tutto ciò i 5 stelle stanno a guardare. Per ora confermano sostegno attorno al nome di Decaro. Il leader del Movimento, Giuseppe Conte, parlando a Cosenza e commentando le dichiarazioni del coordinatore 5 stelle in Puglia, Leonardo Donno ha detto che M5s esprime «una posizione dopo mesi di varie vicissitudini che non trovano ancora una composizione. Una comunità che è rimasta in silenzio sin qui, che si è dichiarata costruttivamente disponibile a una soluzione» e che «adesso chiede che ci sia una chiara soluzione».
I ringraziamenti di Vendola a Decaro: «Collaborerò lealmente e con passione»
«Ringrazio Antonio Decaro per aver scelto di mettersi al servizio della nostra regione. Credo sia la personalità più forte e
autorevole per rispondere al bisogno di futuro di questa terra e costruire, anche e soprattutto da qui, quella alternativa che serve per chiudere il prima possibile la pessima stagione in cui questa destra ha trascinato l’Italia. La Puglia ha dinanzi a sè sfide cruciali e difficile: come arginare la povertà crescente, come invertire il trend della crisi demografica, come contrastare gli effetti del cambio climatico, come difendere i diritti collettivi e le libertà individuali avendo come orizzonte politici e culturale la pace e la convivenza. Il Sud, che vede sciaguratamente dimezzati i fondi europei per la coesione, paga più di tutti il prezzo delle diseguaglianze, della privatizzazione del Welfare, delle politiche di riarmo. Sono tempi difficili in cui occorre che ciascuno faccia la propria parte: e insieme urge la rigenerazione di una politica lungimirante e operosa. Io mi sento totalmente impegnato per questo e la mia disponibilità a candidarmi nella lista di Avs con spirito di servizio non ha altro obiettivo che questo: sostenere l’alleanza progressista, sostenere Decaro, spingere per il cambiamento che serve alla Puglia e all’Italia e, con la squadra di AVS, lavorare per l’ingresso in consiglio regionale di una nuova generazione di donne e di uomini che rappresentino le migliori risorse della nostra terra. Per questo obiettivo collaborerò lealmente e con passione con Antonio Decaro». Queste le parole, in una nota, di Nichi Vendola, già presidente della Regione, che annuncia la sua candidatura nella lista di AVS a sostegno di Decaro

(da agenzie

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GLI AIUTI DI FLOTILLA, UNA LUCE NELLE TENEBRE

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

CHIUSO IN UNA BOLLA, INDIFFERENTE ALL’OPINIONE DEL MONDO, ISRAELE PERDE LA SUA ANIMA EBRAICA

Una flotta di imbarcazioni piccole e grandi sta solcando il Mediterraneo alla volta di Gaza. Porta persone provenienti da ben 44 Paesi, attivisti, politici, medici, giornalisti, giuristi, insomma i rappresentanti della migliore società civile. Non recano armi, ma aiuti alla popolazione di Gaza stremata dalle bombe e dalla fame. Intendono rompere con la forza della non violenza il blocco che impedisce agli aiuti umanitari di
raggiungere Gaza.
L’obiettivo è duplice: da una parte, sbarcare aiuti che l’esercito israeliano non lascerà entrare a Gaza, consapevoli che si tratta sì di un gesto simbolico, ma di un simbolismo che svela radicalmente la fame che travaglia i palestinesi, il blocco che impedisce loro di mettersi in salvo, l’uccisione sistematica da parte dell’Idf, l’esercito israeliano, dei giornalisti palestinesi che documentano ciò che succede nella Striscia, gli unici a cui Israele concede di farlo fino a che un drone non li colpisce: 278 di loro sono già morti.
Dall’altra, attuare una provocazione che potrà portare a uno scontro anche cruento ma che farà apparire chiaramente in luce le responsabilità di quanto sta succedendo. Responsabilità certo di Hamas ma anche, in questo momento in cui la sproporzione delle forze è immane, soprattutto, se non solo, di Israele.
Se il governo israeliano agisse in modo sensato, se si curasse in qualche misura dell’opinione pubblica del mondo, non solo li lascerebbe entrare ma applaudirebbe alla loro iniziativa. Farebbe almeno finta di considerarla un aiuto a ciò che Israele rivendica falsamente come un suo merito, nutrire i palestinesi. Invece Israele non può né vuole farlo perché il suo messaggio è duplice. Verso il mondo, afferma che non c’è carestia a Gaza, che si tratta della propaganda di Hamas.
Ma verso i suoi cittadini, vuole far passare la tesi che tutti i
palestinesi si identificano con Hamas, che tutti sono colpevoli e terroristi, che tutti meritano di essere assassinati dalle bombe, dalle malattie, dalla fame. Un’educazione al genocidio. Lo dicono, inondandoci di terribili video, molti rabbini, molti politici, tutti i coloni. Ed ecco quindi che il governo proclama che tutti coloro che sono imbarcati sulla flottiglia saranno trattati come terroristi. Arrestati e chiusi nelle terribili carceri destinate ai palestinesi, dove spesso si muore.
Israele si è chiuso in una bolla fatta da paura, aggressività, violenza e disinteresse verso l’opinione pubblica del resto del mondo. Anche le inalterabili norme della diplomazia sono state cancellate. Dopo un incontro con Papa Leone, il presidente israeliano Herzog ha rilasciato dichiarazioni sulla buona riuscita dei colloqui e sui temi affrontati che sono state confutate e corrette radicalmente dal Vaticano. Che cosa diranno i giornali in Israele di queste inaudite falsificazioni, ne parleranno davvero, a parte naturalmente quelle poche voci che con coraggio portano avanti la battaglia contro il governo?
Nessuno sa davvero cosa può succedere mentre la flottiglia si avvicina a Gaza. Attacchi e arresti in acque internazionali? Non sarebbe la prima volta, è successo altre volte, determinando incidenti il più grave dei quali è avvenuto nel 2010 quando le imbarcazioni della Freedom Flotilla, che volevano come oggi forzare il blocco, sono state assalite in acque internazionali, con
10 attivisti uccisi.
Quell’incidente aveva portato a un intervento della Corte penale internazionale, conclusosi con un nulla di fatto. Ma oggi la situazione è diversa. Israele ha perduto ormai completamente quel diritto all’eccezionalità e all’impunità di cui godeva in seguito alla memoria della Shoah. Il clima nei suoi confronti è pesante: come potrebbe non esserlo con quasi sessantamila palestinesi assassinati, le norme del diritto internazionale sistematicamente violate, una propaganda negazionista sempre più ampia e assillante?
Chi si preoccupa di questo, definito da Bibi e dai suoi “antisemita”, ha invece a cuore l’onore di Israele, la sua reputazione. Vorrebbe che una rivolta dal basso cancellasse queste atrocità – chiamiamole come preferite, sterminio, genocidio, crimini di guerra – e facesse rinascere l’anima dell’ebraismo. Ma il governo accusa ormai di terrorismo anche i suoi oppositori interni, i giusti che sfilano chiedendo la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi oltre che la cessazione del massacro dei palestinesi. Finché ci sono questi giusti, io credo, possiamo ancora vedere una luce debole nelle tenebre. Ma fino a quando? E se non ora quando?
(da lastampa.it)

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IL FEUDALESIMO AL SUD E’ PIU’ VIVO CHE MAI

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

FAMILISMO, CLIENTELE E IMPUNITA’: LE CLASSI DIRIGENTI MERIDIONALI FINSCO SEMPRE PER ESSERE COOPTATE

Maledetto feudalesimo! Sembrava finito da secoli, eppure è ancora in mezzo a noi, totalmente a suo agio nelle vicende politiche meridionali, nelle sedi dei partiti e nei palazzi delle istituzioni.
Giambattista Vico ci aveva ammonito: la storia è circolare, non lineare, un’epoca data per conclusa torna se le condizioni si ripresentano. Anche Norbert Elias ce lo aveva spiegato nel suo straordinario saggio Potere e civiltà: nessun periodo storico finisce mai completamente, ma una parte di esso si “incapsula” nel nuovo e lo accompagna per tutto il tempo necessario a che sistemi diversi di vita e di produzione si affermino definitivamente. Quando ciò non avviene, i vecchi comportamenti si confondono con i nuovi e non permettono che il passato passi davvero. Insomma, possono tranquillamente convivere con la modernità atteggiamenti arcaici di tipo feudale. La clientela ne è una espressione, il familismo ne è un’altra, l’impunità un’altra ancora. La clientela non è altro che una forma più raffinata di servitù consapevole; il familismo non è che una trasformazione del diritto divino a ereditare il potere dei padri; l’impunità non è che l’aggiornamento dell’immunità garantita nonostante ogni abuso di potere, ogni aggiramento di legge. C’è una differenza, certo: quello che si concede oggi ai clienti non è di proprietà del feudatario ma sono posti e risorse pubbliche; quello che si trasferisce ai figli non è solo il proprio patrimonio ma il potere derivato dalle funzioni pubbliche; l’impunità non si ottiene perché i magistrati sono pagati con le risorse del feudatario (come avveniva un tempo) ma grazie al fatto che li si coinvolge, con varie modalità, nel proprio sistema di potere.La sorprendente vitalità del feudalesimo la si è vista all’opera, in questi giorni, nel campo largo del centrosinistra, così largo da legittimare – come se niente fosse – comportamenti che sembrano appartenere ad altre epoche storiche. Tra la Dc clientelare e familistica di ieri e il Pd di oggi non c’è quasi interruzione. I Gava e i De Luca, a loro volta, sono in continuità con i baroni che Ferrante d’Aragona cercava di sottomettere e che invece si comportavano come sovrani assoluti nei loro feudi. Cambiano le forme ma non la sostanza, cambiano le epoche non l’abuso e la tracotanza.
Perché mai, nella sinistra italiana, coloro che si presentano come rinnovatori alla fine abbandonano i meridionali che vogliono combattere contro le degenerazioni della politica? Perché da secoli si ripete questo eterno ritorno del feudalesimo e non si riesce a estirparlo? E come mai spesso sono i “progressisti” del
Centro-Nord che prima annunciano la lotta ai feudatari e poi si mettono d’accordo con essi?
Il Sud ha sempre rappresentato un terzo della popolazione italiana e un terzo della base elettorale. Avere alleate le sue classi dirigenti e le sue classi proprietarie è stato fondamentale per ogni regime politico, per ogni governo, per ogni capo di partito. Eppure, al tempo stesso, si è continuato a indicare il Sud come la “cloaca” della nazione, la suppurazione di una ferita permanente di uno Stato altrimenti sano. È stato necessario, allora, per superare questa contraddizione (allearsi con coloro che erano causa dei mali che si denunciavano) inventarsi un carattere immodificabile della popolazione, una tara insita nel carattere dei meridionali. Che grande comodità dire che i meridionali sono immodificabili nella loro indole e al tempo stesso salvare le responsabilità della classe dirigente con cui ci si allea! È questa una delle costanti del rapporto del Centro-Nord con il Sud: l’antropologia si sostituisce al giudizio politico. Non c’è ipocrisia più insopportabile di chi si allea con i peggiori ritenendosi migliore.
Faccio qualche esempio. Quando arrivano gli inviati di Cavour a Napoli nel 1860, essi descrivono i napoletani e le altre popolazioni meridionali con accenti mai riscontrati nel passato. Luigi Carlo Farini scrive: “Che paesi sono mai questi, il Molise e Terra di lavoro. Che barbarie! Altro che Italia. Questa è Affrica:
i beduini a confronto di questi caffoni, sono fior di virtù civiche”. E in un’altra lettera si spinge più avanti: “Se tu conoscessi l’indole di questa gente, capiresti quante difficoltà si incontri ad espedire la più ordinaria e comunale pratica… È spaventoso lo stato di questo disgraziato paese. Che Italia, che libertà. Ozio e maccheroni”. E così l’indole dei meridionali entrò prepotentemente sulla scena politica della nuova Italia, mentre tutti coloro che pure erano responsabili del livello economico e civile di quelle popolazioni divennero la base di sostegno dei cavouriani e poi della destra storica al governo nei primi 15 anni della nazione.
Nel 1876 al governo arrivò la sinistra guidata dal lombardo Agostino Depretis. In un discorso a Stradella, in risposta a coloro che criticavano gli accordi stipulati con la destra, Depretis così si giustificava: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. Fu così che la parola “trasformismo” divenne la caratteristica di un’epoca politica che non è mai finita. Nella sinistra entrarono tutti quelli che prima avevano appoggiato la destra. Si può tranquillamente dire che Depretis andò al potere grazie soprattutto al voto siciliano e meridionale. In Sicilia, nelle elezioni successive, vinse in quasi tutti i collegi anche con l’appoggio della mafia.
Nel 1876 due giovani toscani, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, si recarono in Sicilia per un’inchiesta. Ne venne fuori uno dei testi più spietati sulle classi dirigenti isolane. Sonnino poi intraprese una straordinaria carriera che lo portò a ruoli importanti nel governo in alleanza con quegli stessi latifondisti che aveva indicato tra i principali responsabili delle mafie feudali.
L’egemonia del capitalismo centro-settentrionale e la tenuta politica dell’Italia dell’epoca si basò, dunque, sul fatto che esso chiese al latifondismo meridionale, come contropartita per la sua difesa, di mandare puntualmente in Parlamento dei deputati stabilmente filogovernativi, i cosiddetti “ascari”, senza minimamente preoccuparsi delle modalità di quel consenso. Nel Secondo dopoguerra è stata la Dc a non avere scrupoli nell’usare qualsiasi sostegno, compreso quello mafioso, e non solo in Sicilia. Andreotti ne è stato solo l’interprete più spregiudicato.
I dirigenti della sinistra, invece, essendo più raffinati, hanno avuto bisogno di un’altra giustificazione, per far digerire la loro alleanza con il peggiore Sud: il consenso. “Prendono voti, vuol dire che il popolo li segue. Bando, dunque, agli scrupoli morali!”. Si ammira, nei feudatari meridionali, l’ardire sulfureo, l’esagerazione, il sopruso, il dominio sulle masse, scambiando tutto ciò per un vitalismo progressista. E ci si lascia offendere da essi senza replicare, suggestionati dalla “spiritosa immoralità” di
cui parlava Costantino Nigra.
Insomma, il feudalesimo nel Sud continua a produrre rappresentanti funzionali al sistema di potere italiano, a destra e a sinistra. Anche i progressisti non hanno saputo sottrarsi a questa maledizione. Dimenticando che esistono tanti meridionali che non accetteranno mai di considerare i familisti e i clientelari come dei bravi amministratori.

(da ilfattoquotidiano.it)

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LA SOCIETA’ DELL’EMERGENZA: COSI’ IL POTERE SFRUTTA PANDEMIE, GUERRE E CLIMA PER RIGENERARSI

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

LA VERA EMERGENZA E’ LA PERDITA DI SENSO DELL’UMANITA’

La società dell’emergenza (Sensibili alle foglie, 2024), l’ultimo saggio di Francesco Fantuzzi, si colloca dentro un dibattito cruciale a cui abbiamo partecipato sia su questo blog che nella commissione DuPre: come leggere il susseguirsi di crisi del nostro tempo e, soprattutto, come non farsi imprigionare da una narrazione che minimizza la complessità dei fenomeni e abbraccia risposte riduzionistiche.
Pandemia, guerra, crisi energetica, cambiamenti climatici: tutto
viene declinato con la stessa grammatica dell’emergenza, che chiede obbedienza e sacrifici ai cittadini, mentre poco o nulla viene detto sulle cause strutturali e sulle alternative possibili.
Fantuzzi propone dieci parole chiave per orientarsi in questo scenario: sfiducia, post informazione, tecnocrazia, postdemocrazia, responsabilità, colpevolizzazione, paura, polarizzazione, caos e senso. È un vero e proprio decalogo post-pandemico che mostra come l’“emergenza permanente” sia diventata la cifra del nostro tempo. Qui il suo ragionamento si intreccia con la prospettiva sindemica di cui abbiamo parlato tante volte: la pandemia non è stata solo il frutto di un virus, ma l’effetto moltiplicatore di disuguaglianze sociali, precarietà economica, fragilità ambientali, che hanno radici nel terreno di un sistema economico e sociale che da decenni sfrutta le classi sociali più disagiate e non offre nulla in cambio.
Il libro di Fantuzzi non si limita a una critica del potere politico, ma mette in luce il ruolo decisivo dell’informazione e della tecnoscienza. L’autore descrive un sistema mediatico che ha amplificato la paura, strumentalizzandola e trasformandola in strumento di controllo sociale, e un apparato tecnologico che ha reso possibile nuove forme di sorveglianza: dal green pass all’IT-alert, fino alla retorica del “telefono che salva la vita”. Qui emerge un parallelismo con il “capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff: l’uso della tecnologia non per emancipare
ma per disciplinare.
Uno degli aspetti più interessanti del saggio è la riflessione sulla sfiducia. Se storicamente in Italia la distanza tra cittadini e istituzioni era già marcata, la sindemia ha accelerato questo processo. I cittadini sempre più percepiscono medici ed esperti come dogmatici, ideologici e non affidabili perché influenzati da grandi conflitti di interesse. E la politica non fa da argine, anzi, strumentalizza gli scienziati.
Ne è derivata una contrapposizione estrema: da un lato l’adesione fideistica alla linea ufficiale, dall’altro la radicalizzazione di ogni voce critica, ridotta a caricatura. Anche Fantuzzi ribadisce come questo clima di delegittimazione reciproca non solo non aiuti a capire, ma alimenti un caos che rende la società ancora più governabile attraverso lo strumento dell’emergenza.
Come abbiamo cercato di fare spesso su questo blog, Fantuzzi collega le crisi tra loro: la pandemia, la guerra, il disastro eco-climatico. Non eventi separati, ma tasselli di un continuum che il potere utilizza per rigenerarsi. Se durante l’era Covid il capitalismo sembrava vacillare, la guerra lo ha rilanciato grazie ai profitti dell’industria bellica e fossile. La sindemia, dunque, non è solo sanitaria: è sociale, politica, economica, e il libro invita a coglierne la portata globale. A questo proposito invito a leggere anche le riflessioni di Fabio Vighi sulla crisi del
capitalismo e le politiche emergenziali.
Il merito di Fantuzzi è anche che non si limita a denunciare, ma propone una via d’uscita: la necessità di ripensare il modello stesso di sviluppo, ponendo la “decrescita” e la “prossimità” come parole chiave per una società da rifondare. In un mondo dove l’individualismo e la competizione hanno eroso la coesione sociale, bisogna recuperare dimensioni collettive.
“Occorre che i dissidenti pensino a creare qualcosa come una società nella società, una comunità degli amici e dei vicini dentro la società dell’inimicizia e della distanza” scriveva Agamben. E noi aggiungiamo: una comunità di persone in cammino che, invece di chiudersi dentro il perimetro di una prassi autoreferenziale, si impegni a gettare ponti e a costruire nessi tra movimenti e istituzioni, tra la base e i decisori politici.
Quello di Fantuzzi è un testo che, nel solco delle riflessioni più attente sulla sindemia, ci ricorda che la vera emergenza non coincide con il virus, la guerra o la crisi climatica, ma con la perdita di senso e di umanità implicita in un sistema che produce diseguaglianze e infelicità alla stessa velocità con la quale impone le sue “innovazioni” tecnologiche.
(da il Fatto Quotidiano)

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SPARI DEI CRIMINALI LIBICI SU OCEAN VIKING, PARTONO AZIONI LEGALI A LIVELLO INTERNAZIONALE DELLA ONG. RICHIESTA AI MAGISTRATI ITALIANI DI INDAGARE PER TENTATO OMICIDIO PLURIMO E TENTATO NAUFRAGIO

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

L’ATTACCO E’ PARTITO DALLA MOTOVEDETTA DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA “CORRUBIA HOUN 664 (UNA DI QUELLE REGALATA DALL’ITALIA AI TRAFFICANTI)… SE FOSSIMO UN PAESE NORMALE SAREBBE GIA’ IN FONDO AL MARE, INVECE FINANZIAMO I CRIMINALI

Gli audio originali delle conversazioni con i libici e delle comunicazioni con la Guardia costiera. Nuove immagini. Le email inviata a tutte le autorità marittime competenti. Sono tutte le nuove prove che Sos Méditerranée, a dieci giorni dall’attacco armato dei libici contro la Ocean Viking, ha allegato alla denuncia formalmente depositata in procura. Un fascicolo che si aggiunge a quello aperto dalla procura di Siracusa e va oltre.
Denuncia in Italia, altre azioni legali a livello internazionaleAi magistrati, i legali dell’ong francese chiedono di indagare per tentato omicidio plurimo, tentato naufragio, danneggiamento di un’imbarcazione, nonché qualsiasi altro reato che l’autorità giudiziaria ritenga applicabile. Altre azioni legali, anche a livello internazionale saranno avviate per individuare le precise responsabilità di tutta la catena di comando all’interno della Guardia Costiera libica, come delle istituzioni e degli Stati che continuano a finanziarla, equipaggiarla e addestrarla. Italia in primis.
Attacco partito dalla motovedetta Corrubia Houn 664
Gli elementi su cui lavorare gli investigatori li hanno. In larga parte è stata la stessa Sos Méditerrané a fornirli, consegnando foto, video e audio registrati in quelle ore, oltre che la fitta corrispondenza elettronica con le autorità competenti. La motovedetta – nelle immagini si vede chiaramente – è la calle Corrubia Houn 664, una di quelle che l’Italia ha donato alla Guardia costiera libica. A bordo, gli agenti avevano il volto
coperto da passamontagna, ma non dovrebbe essere complesso per gli investigatori risalire agli ufficiali in turno. Sulla carta, non si tratta di una milizia, ma di un apparato di uno Stato con cui l’Italia ha rapporti di “proficua collaborazione”, come ha ricordato non più tardi di ieri il ministro Piantedosi. “Devono essere perseguiti”, chiedono dall’ong francese, che nella denuncia sottolinea come sia necessario risalire e vagliare le responsabilità di tutta la catena di comando che ha permesso a una nave istituzionale libica di sparare su una nave umanitaria, con a bordo anche un presidio fisso della federazione internazionale di Croce Rossa.
Nelle comunicazioni radio, la cronaca dell’attacco
Gli audio che oggi Sos Méditerranée ha reso pubblici lo dimostrano. La nave umanitaria, in coordinamento e su autorizzazione delle autorità italiane, si stava dirigendo verso un altro barchino in difficoltà, che era riuscito a inviare un mayday. Il capomissione Angelo Selim lo ha spiegato all’ufficiale della motovedetta libica, che ha solo continuato a urlare: “Andate via, andate via”. Anche quando Ocean Viking ha cambiato rotta, i messaggi via radio non sono cambiati: “Zero, zero (significa mettere la prua a Nord ndr) Fuori dalla Libia”. Una bugia, come dimostrano le coordinate che il capomissione Selim comunica al centro di coordinamento e soccorso mentre sul ponte piovono proiettili. “Ci stanno sparando, li sentite gli spari? Mayday,
mayday”, dice in modo concitato al telefono. “Chiamate Tripoli e dite che richiami la motovedetta. Le persone qui sono in pericolo”, aggiunge. Dalla Roma arriva un laconico: “teneteci aggiornati”. Solo dopo oltre venti minuti di raffiche, continuate anche mentre la nave si dirigeva verso Nord, i libici si sono allontanati.
Attacco deliberato contro una nave umanitaria
“Si è trattato di un attacco armato senza precedenti, deliberato e mirato contro i sopravvissuti, gli operatori umanitari e le risorse di salvataggio in acque internazionali”, denunciano da Sos Méditerranée. “Gli 87 naufraghi così come l’equipaggio umanitario della Ocean Viking, sono stati messi in pericolo di morte, nonostante la nave rispettasse rigorosamente il diritto marittimo internazionale e fosse in costante coordinamento con le autorità italiane”.A dimostrarlo sono i danni che i proiettili hanno provocato: quattro finestre del bridge distrutte, così come le antenne di comunicazione, galleggianti devastati, rhib, i gommoni veloci di soccorso, irrimediabilmente forati. I fori rimasti a testimoniarlo sono più di cento, sul ponte superiore molti sono ad altezza uomo.
“Gli umanitari in mare non possono essere lasciati senza protezione”
“Sebbene non siano stati segnalati feriti, sia i sopravvissuti che l’equipaggio sono stati esposti a un pericolo mortale immediato,
subendo un impatto psicologico significativo. Per la prima volta nei dieci anni di storia della Ocean Viking è stato dichiarato il massimo livello di allerta sicurezza: un incidente di sicurezza di livello 3”.“Questo attacco – afferma Bianca Benvenuti, responsabile dell’advocacy internazionale – deve servire da monito. Gli operatori umanitari e i sopravvissuti non possono essere lasciati senza protezione in mare mentre gli Stati europei continuano a esternalizzare il controllo delle frontiere a un’autorità libica che ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il diritto internazionale”.
L’appello di Sos Méditerranée
E’ una delle richieste dell’ong francese che pubblicamente chiede un’indagine indipendente e trasparente sull’attacco e l’assunzione di responsabilità sia da parte dei responsabili che di coloro che li hanno aiutati, la sospensione di tutto il sostegno – finanziario, materiale e operativo – dell’UE e dell’Italia alla Guardia Costiera libica, l’abolizione del Memorandum d’intesa Italia-Libia del 2017 e la cessazione del programma SIBMMIL e la sospensione e la revisione del riconoscimento della regione di ricerca e soccorso libica da parte dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO). Parole al momento cadute nel vuoto. Sui venti minuti di raffiche di mitra che hanno raggiunto Ocean Viking, il governo non ha ancora detto una parola.
(da Repubblica)

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CPR IN ALBANIA, LA CASSAZIONE: “DUBBI DI COSTITUZIONALITA’”. ORA GLI ATTI ALLA CONSULTA

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

I DUBBI SULLA NORMA CHE PERMETTE IL TRATTENIMENTO FINO A 48 ORE DOPO LA NON CONVALIDA DA PARTE DEL GIUDICE E LA POSSOBILITA’ DI EMETTERE PROFFEDIMENTI RIPETUTI

Nuovo colpo al sistema Albania. Dopo le sentenze che hanno fatto prima scricchiolare e poi paralizzare la fase 1 del progetto, che a Shengjin e Gjader prevedeva di trasferire i naufraghi intercettati in mare, adesso una pronuncia mette in crisi anche la fase 2, che nei centri ha permesso di portare anche i trattenuti in Cpr italiani.
Nella legge che ha inaugurato la nuova fase, il governo ha previsto che – contrariamente a quanto previsto – in caso di non convalida del trattenimento, un soggetto potesse essere liberato fino a 48 ore dopo l’ordine emesso dal giudice.
Nello specifico, la legge prevede che la mancata convalida del trattenimento non esclude “l’eventuale successiva adozione di un provvedimento di trattenimento”. Nel caso venga “adottato immediatamente o, comunque, non oltre 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida, il richiedente permane nel Centro fino alla decisione sulla convalida”.
Per gli ermellini, la norma viola sei articoli della Costituzione, ma adesso toccherà alla Consulta pronunciarsi.
“Un tema particolarmente sensibile come quello della (ritenuta) illegittima restrizione della libertà personale – evidenziano i giudici supremi – non può che essere immediatamente sottoposto al vaglio della Corte costituzionale, là dove si ravvisi una torsione rispetto alle norme della Costituzione”.
Il caso nasce dal ricorso di un uomo senegalese trattenuto a Gjader, liberato dopo la mancata convalida del primo trattenimento e subito colpito da altro analogo provvedimento emesso dal questore. Per i giudici della Cassazione, in questo modo si profila una lesione della libertà personale in quanto “si prevede che un provvedimento di trattenimento che venga dichiarato dal giudice quale illegittimamente assunto (e che, per questa specifica ragione, risulti non convalidato dall’Autorità giudiziaria) non venga seguito dall’immediata liberazione dell’interessato, bensì possa avere la residua attitudine a legittimare la permanenza del migrante stesso all’interno del Centro per i rimpatri, per un successivo arco temporale anche ampio. Ciò in attesa che il questore si risolva, eventualmente, ad adottare un nuovo decreto di trattenimento”.
Una violazione palese – sottolineano gli ermellini – anche del
principio di uguaglianza perché si consente la limitazione per decreto “della libertà personale di un individuo solo perché si trova in un centro di rimpatrio a differenza di chi invece è libero”.
Per Alessandro Zan, responsabile Diritti nella segreteria ed europarlamentare del Pd, “con la pronuncia della Cassazione, si smonta pezzo dopo pezzo il modello Albania di Giorgia Meloni. Trattenere una persona senza convalida significa violare i principi più elementari dello Stato di diritto. Questo governo vuole trasformare i cpr in zone franche dai diritti, dove la Costituzione non arriva. La sentenza certifica che la propaganda di Meloni non è solo disumana ma anche illegale, come denunciamo da tempo”.
(da La Repubblica)

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DAL FORUM DI CERNOBBIO EMERGE UN’ITALIA CHE ARRANCA TRA 1,4 MILIONI DI GIOVANI INATTIVI, FUGA DI CERVELLI E STIPENDI IN CALO. I NEET COSTANO 24.5 MILIARDI L’ANNO

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

SIAMO L’UNICO PAESE OCSE DOVE I SALARI SONO SCESI

Un esercito di 1,4 milioni di Neet, ovvero giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano enon lavorano (in inglese, “Not in Education, Employment or Training”).
Una cifra che vale al nostro Paese il secondo peggior posto in Europa e che solleva interrogativi profondi sul futuro di un’intera generazione e dell’economia del Paese.
E’ la fotografia scattata al Forum Teha che si è aperto oggi a Cernobbio (Como) e prosegue sino a domenica prossima.
Giovani inattivi e abbandono scolastico
Nonostante una lieve riduzione rispetto a dieci anni fa (quando erano oltre 2 milioni), i numeri restano allarmanti: il tasso di Neet in Italia è del 15,2%, ben al di sopra della media Ue (11%) e ancora lontano dall’obiettivo del 9% fissato per il 2030. Di questi, 453mila giovani sono del tutto inattivi: non cercano lavoro e non frequentano alcuna attività formativa. Il fenomeno colpisce soprattutto le donne (69%), il Mezzogiorno (46%) e chi ha un basso livello di istruzione (42%).
Ma i segnali d’allarme non finiscono qui. La dispersione scolastica è un altro nodo critico: il 9,8% dei giovani italiani tra i 18 e i 24 anni ha lasciato la scuola prima del diploma, pari a circa 408mila ragazzi. Il dato, che colloca l’Italia ottava in
Europa per dispersione scolastica, è ancora più grave tra i giovani di origine straniera: abbandona il 15% dei cittadini europei residenti in Italia e addirittura il 27,4% di quelli provenienti da Paesi extra-Ue.
“L’abbandono scolastico – ha commentato questi dati Valerio De Molli, amministratore delegato di Teha Group – apre la strada alla povertà educativa, all’emarginazione sociale e, nei casi più gravi, al coinvolgimento dei minori in attività illegali o sotto il controllo di ambienti criminali”, riprendendo la dichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile.
Il fenomeno cervelli in fuga costa oltre 5 miliardi
Nel frattempo, ogni anno l’Italia “perde” oltre 37mila laureati, attratti da opportunità migliori all’estero. Un esodo che, secondo i calcoli del Forum, costa al Paese circa 5,1 miliardi di euro all’anno.
E non sorprende, considerando che solo il 31,6% dei giovani italiani è laureato, un dato che ci relega al terzultimo posto in Europa. Il gap rispetto a Paesi come Irlanda (qui i laureati sono il 65%) e Francia (53%) è abissale. Ancora peggio se si considerano i giovani stranieri residenti in Italia: solo il 13,4% ha una laurea, contro il 37,9% della media europea
Anche la formazione continua è un punto dolente: solo il 35,7%
dei lavoratori italiani partecipa ad attività di aggiornamento professionale, contro il 46,6% della media Ue. Un ritardo che pesa sulla competitività del sistema e sulla capacità di adattarsi alle trasformazioni del mondo del lavoro.
Italia unico Paese Ocse dove salari sono diminuiti
E poi c’è il nodo dei salari. In un contesto globale in cui i redditi medi reali crescono, l’Italia rappresenta un’anomalia: è l’unico Paese Ocse in cui gli stipendi sono diminuiti rispetto al 2000. Nel 2023, il salario medio reale risultava inferiore del 3,5% rispetto a ventitré anni prima. Nel frattempo, nella media Ocse i salari sono cresciuti del 17,8%, mentre negli Stati Uniti addirittura del 27,4%. Un trend che alimenta la sfiducia tra i giovani: uno su due teme di finire in un lavoro sottopagato o precario a tempo indeterminato.
La sfida è chiara, conclude De Molli: “Investire nella formazione del capitale umano rappresenta la leva decisiva per garantire la stabilità dei sistemi economici e offrire alle nuove generazioni un futuro prospero”.
(da agenzie)

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ISRAELE PER DIFFONDERE LA SUA PROPAGANDA SU GAZA HA GIA’ SPESO 40 MILIONI SU GOOGLE

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

GLI OBIETTIVI: NEGARE L’EVIDENZA DEL GENOCIDIO E SCREDITARE ONU E VOCI CRITICHE

L’opinione pubblica per Israele è un problema enorme. Questo spiega i 45 milioni di dollari versati a Google. Secondo un report pubblicato da Drop Site News, a fine giugno il governo di Netanyahu ha firmato un accordo della durata di sei mesi per promuovere annunci mirati e manipolare la narrazione del genocidio a Gaza. L’accordo fa parte di una campagna strutturata che Fanpage.it segue da mesi. Israele, infatti, sta utilizzando strumenti propri della comunicazione commerciale per la sua propaganda.
L’analisi dei dati su Google Ads rivela una promozione pubblicitaria su larga scala. Israele sta sponsorizzando decine di annunci che hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni. Ha promosso fake news sugli aiuti umanitari, arruolato influencer per negare il blocco di aiuti al confine e manipolato i risultati di ricerca su Google per screditare l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce assistenza ai rifugiati palestinesi, e Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
“Hasbara”: la propaganda israeliana che inonda Google, X e YouTube
Il contratto è stato stipulato con YouTube e con la piattaforma Google Display & Video 360. La campagna è stata targhettizzata
come “hasbara”. Il termine è usato per descrivere la strategia comunicativa con cui lo Stato di Israele promuove la propria immagine all’estero, cerca di giustificare le proprie azioni militari, diplomatiche e contrastare le critiche internazionali. Per questo, in ambito giornalistico e accademico, viene spesso tradotto come “pubbliche relazioni” oppure “propaganda”.
Oltre all’accordo semestrale da 45 milioni di dollari con Google, i documenti rivelano che il governo israeliano ha destinato circa 3 milioni di dollari a una campagna pubblicitaria su X. A ciò si aggiunge un investimento di circa 2,1 milioni di dollari a favore della piattaforma franco-israeliana Outbrain/Teads. Come dimostrano i report il governo israeliano sta investendo nella comunicazione digitale per modellare la percezione internazionale della crisi. Un’analisi pubblicata ad agosto dall’organizzazione di fact-checking araba Misbar ha definito le campagne come una “grande operazione di propaganda israeliana”, mirata a giustificare le azioni militari come necessarie alla sicurezza nazionale e dei paesi occidentali.
Israeli Government Advertising Agency: la macchina della disinformazione
Dietro, a manovrare la rete di sponsorizzazioni, c’è la Israeli Government Advertising Agency (IGAA), l’agenzia che opera come gruppo di comunicazione per il governo di Benjamin Netanyahu. Ha promosso su piattaforme come Instagram,
Facebook, TikTok e YouTube, falsi telegiornali che annunciano attacchi di Hamas, distribuzioni di aiuti che non sono mai avvenute, e fake news sul conflitto. Israele aveva anche accusato l’Onu di bloccare gli aiuti umanitari a Gaza. Queste clip sono comparse anche nelle inserzioni pubblicitarie di video di influencer e content creator italiani. È il caso di Adrian Rednic, in arte Caleel.
Non solo, l’agenzia ha portato avanti anche campagne mirate per screditare i suoi nemici. È successo con Francesca Albanese e con l’UNRWA. È bastato pagare per far comparire in cima ai risultati di ricerca di Google pagine denigratorie che riportavano false accuse su Albanese e sull’ UNRWA. L’accordo da 45 milioni di dollari, quindi, è solo l’ultimo tassello di una campagna mediatica invasiva che strumentalizza le tecniche della comunicazione commerciale per manipolare l’opinione pubblica.
(da Fanpage)

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UN’ALTRA EURO-FIGURACCIA PER GIORGIA, PALADINA DELLE “CASTE”: BRUXELLES HA STRONCATO IL DECRETO CHE DISCIPLINA LE PIATTAFORME TECNOLOGICHE DI INTERMEDIAZIONE, UN TESTO CHE FAVORIVA I TASSISTI

Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile

È L’ENNESIMA RISPOSTA DELL’UE AL GOVERNO, CHE LE TENTA TUTTE PER DIFENDERE LE CATEGORIE CHE HANNO SOSTENUTO L’ASCESA DELLA MELONI… A FINE LUGLIO ERA ARRIVATO IL PARERE NEGATIVO DELLA COMMISSIONE UE SUL DECRETO IN TEMA DI INDENNIZZI AI BALNEARI

Nelle ultime settimane è passata quasi sotto silenzio la bocciatura da parte della Commissione europea del decreto del
presidente del Consiglio (Dpcm) volto a regolamentare le piattaforme tecnologiche di intermediazione tra domanda e offerta di servizi taxi e noleggio con conducente (Ncc), come Uber e Free Now.
Si tratta dell’ennesimo stop da parte di Bruxelles a una normativa italiana, in questo caso a un provvedimento che favorisce i tassisti a discapito degli Ncc, e penalizzando i consumatori.
A fine luglio era arrivato il parere negativo della Commissione sul decreto in tema di indennizzi ai concessionari marittimi, mentre la stroncatura probabilmente più nota era stata, a fine gennaio 2024, quella della legge sulla carne coltivata.
Si resta perplessi a fronte del fatto che per proteggere determinate categorie – come balneari, tassisti, associazioni di coltivatori e allevatori – l’esecutivo esponga l’Italia a certe figuracce in sede europea.
La Commissione ha rilevato una serie di profili di contrasto con la normativa dell’Unione.
In particolare, tra l’altro, il decreto viola la direttiva sui diritti dei consumatori (2011/83/UE), poiché prevede che all’utente di autoservizi pubblici non di linea siano fornite informazioni essenziali su tempi di arrivo e prezzi solo dopo che egli abbia selezionato l’operatore di cui avvalersi.
Insomma, il decreto pretende che il cittadino decida “al buio” se
prendere un taxi o un Ncc, senza poter capire quale gli convenga. Ai sensi della direttiva, invece, tali informazioni dovrebbero essergli fornite prima, per consentirgli una scelta consapevole anche attraverso la comparazione tra servizi alternativi.
Per Bruxelles il decreto non sarebbe in linea nemmeno con la direttiva sul commercio elettronico (2000/31/CE). L’obbligo di registrazione preventiva delle piattaforme presso il ministero dei Trasporti rappresenterebbe una forma di autorizzazione vietata da tale direttiva.
Nella nota di replica del giugno scorso, il governo ha inquadrato le piattaforme in modo da provare a sottrarle al diritto Ue su consumatori e digitale, ma la Commissione, in una nota di fine luglio, non ha accettato l’impostazione fornita dall’Italia.
Il fine dell’esecutivo è parso sin dall’inizio quello di ostacolare la concorrenza degli Ncc e di proteggere così, indirettamente, il sistema dei taxi, precludendo agli utenti un confronto che avrebbe potuto portarli a preferire i primi.
Tale fine emergeva anche da un altro provvedimento di cui avevamo dato conto nel dicembre 2024 e che ha avuto un epilogo in tribunale. Il 4 agosto scorso, il Tar del Lazio ha annullato il decreto del ministero dei Trasporti che imponeva agli Ncc l’uso del “foglio di servizio elettronico”, un registro digitale su cui dovevano essere tracciati prenotazioni e tragitti degli utenti, con informazioni messe a disposizione di vari
soggetti.
In conclusione, per garantire i tassisti, il governo ha prodotto norme che Bruxelles giudica incompatibili con il diritto dell’Unione e che i giudici italiani hanno iniziato a smontare.A rimetterci sono gli Ncc, che non possono competere ad armi pari con altri operatori; gli utenti di servizi di trasporto non di linea, privati dell’opportunità di scegliere con cognizione di causa, attraverso la trasparenza assicurata dalle piattaforme digitali; e pure i cittadini, i quali dovranno pagare la multa che sarà irrogata da Bruxelles a seguito dell’ennesima procedura di infrazione, qualora l’esecutivo volesse comunque “tirare dritto”.
Quando al Meeting di Rimini Giorgia Meloni ha detto che in Italia «le migliori intenzioni vengono spesso frenate da rendite di posizione», si riferiva forse a se stessa, che pare più preoccupata di “blindare” certe categorie che di tutelare la concorrenza e i diritti dei consumatori?
(da Domani)

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