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“SONO UNA MADRE, SONO CATTOLICA, SONO UNA MOGLIE”: SILVIA SALIS FA IL VERSO A MELONI. LA SINDACA DI GENOVA È LA POSSIBILE CONCORRENTE DI SCHLEIN COME CANDIDATA PREMIER DEL CAMPO LARGO

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

TOSTA, AMBIZIOSA, FURBA, PREPARATA, NEL 2023, INTERVISTATA DAL “FATTO” DISSE: “QUAL È L’ACCUSA CHE MI RIVOLGONO MAGGIORMENTE? “CHE SONO UNA STRONZA…”. GRANDE COMUNICATRICE, RIBATTE COLPO SU COLPO, A GENOVA DOVE VA ORMAI SONO APPLAUSI E STRETTE DI MANO… NOSTRA OPINIONE DA MESI: SILVIA IN UN CONFRONTO LA MELONI LA ASFALTA

I neuroni di Giorgia Meloni ed Elly Schlein, per ragioni diverse, sono al lavoro sulla stessa segnalazione di pericolo imminente: tenere d’occhio questa Silvia Salis. Controllare cosa dice, come lo dice. E dove va. Quando, perché. Curiosità strazianti. Dentro una domanda ad alto potenziale drammaturgico: sul serio la tipa ha già messo nel mirino l’ambita poltrona da premier a Palazzo Chigi?
Retroscena: Salis sarebbe stata individuata come ideale federatrice di un nuovo «centro» che guardi a sinistra, riformista, con attenzioni specifiche alle esigenze del mondo cattolico e a quello delle imprese, attento a contrastare certe campagne destrorse del governo . A dirigere i lavori per la costruzione di questo soggetto politico, come si sa, c’è Matteo Renzi. Che «per la Silvia», letteralmente, stravede. La immagina dentro un percorso identico al suo: da primo cittadino a presidente del Consiglio, bruciando tappe e avversari. Nel caso specifico: avversarie. Dario Franceschini, che pure lavora allo stesso progetto nella penombra dell’officina trasformata in ufficio, quartiere Esquilino, Chinatown romana, approva l’identikit della prescelta, ma suggerisce: «Prima, però, facciamole almeno fare per un po’ il sindaco».
Lei, di solito, reagisce così: «Preferisco essere chiamata sindaca. Se comunque sindaco vi piace di più, tranquilli: mi volto lo stesso».
Comprensibili, le preoccupate suggestioni diffuse tra chi siede a Palazzo Chigi (Meloni) e chi lavora per andarci (Schlein): Salis
tosta e ambiziosa, testardamente ambiziosa e fresca, nuova, sicura, brillante, furba, bella, bionda, spregiudicata, spavalda e competitiva (dieci titoli italiani, due Olimpiadi e tre mondiali: lanciava con il martello, sport di una noia mortale, tutta fatica e forza bruta, ma — appunto — ci sarà un motivo se non ha scelto danza). In più: è consapevole d’essere diventata subito personaggio.
Il dettaglio non sfugge a Elly (che ha da poco cominciato ad essere più disinvolta in tv). E nemmeno a Giorgia, già fuoriclasse del palco. Ricordate? «Sono donna, sono cristiana, sono madre!». Uno slogan che divenne tormentone rap, gospel politico. Ma adesso c’è lei, la Salis, che — addirittura — le fa il verso: «Sono madre, sono cattolica, sono moglie!».
Di Fausto Brizzi, regista famoso e suo fan scatenato («Il consiglio che mi ha dato Fausto? Essere chiara nei messaggi»). Hanno un figlio: Eugenio, 23 mesi, che porta il cognome della madre. Scelta non banale. Come un po’ tutto il Wikipedia di Silvia: che inizia con la mamma Tamara, impiegata comunale, e il padre Eugenio, storico militante comunista e custode dell’impianto d’atletica Villa Gentile, nel quartiere genovese di Sturla («Una sera, da neopatentata, rimasi senza benzina. Lui arrivò in soccorso con una tanica e mi disse: «Ricordati che sei figlia di un operaio, nella vita non puoi permetterti di essere imbecille»). Consigli. E destino.
Quando lascia l’attività agonistica, Silvia diventa vicepresidente vicario del Coni. Un’intuizione di Giovanni Malagò.
«Sono la dimostrazione vivente — ammette — che lo sport è il primo ascensore sociale del Paese».
Marco Bucci, da sindaco di Genova per il centrodestra, la premia come «ambasciatrice della città». Lei, a Rep, dice: «Prima ero la candidata perfetta per la destra, poi sono diventata una pericolosa estremista con falce e martello». Silvia 2 Sovranisti 0.
Nel 2023, il Fatto la intervistò: qual è l’accusa che le rivolgono maggiormente? «Che sono una stronza». In realtà ha capito che in politica conta solo arrivare primi. La medaglia d’argento non esiste.
«Mi sveglio alle 6,30 e resto sul tapis roulant un’ora: corro per 10 chilometri e leggo i giornali». In forma smagliante, capelli sciolti, un’eleganza banale e rassicurante, distante dai tailleur Armani di Meloni e dalle giacche sui toni pastello che l’armocromista sceglie per Schlein: finora non ha sbagliato mezza mossa. Un colpo a sinistra, uno al centro. E ogni volta che parla e si gira (ovunque, tra gli applausi): come se spiegasse il personale programma politico.
A Sant’Anna di Stazzema («Il fascismo è un mutaforma»). Nelle Marche da Matteo Ricci («I moderati devono consolidare il loro campo»). Poi accoglie Roberto Saviano al teatro Politeama. Sfila al Gay pride. Allestisce una giunta rosa: 7 donne su 12. La sua amministrazione registra 11 figli da coppie di donne
Quindi va alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia e parla di «sicurezza» (argomento caro a Matteo Salvini) e urla che bisogna «vincere!» (verbo dal rimbombo fascista che, a sinistra, è impronunciabile). Rende omaggio alla Flotilla diretta a Gaza. Aprirà la prossima Leopolda renziana.
Non è un underdog. E l’abbiamo vista arrivare. Così torniamo alla domanda iniziale: che cos’ha in mente? Sensazione precisa: la sua partita è di prospettiva. Tradotto: la sfida è con Giorgia Meloni. Le eventuali primarie di coalizione del centrosinistra (con dentro lei, Schlein, Conte, uno di Avs e lo Scalfarotto di turno) qualora dovesse cambiare la legge elettorale, e fosse necessario indicare il nome del candidato premier prima delle elezioni, possono essere un passaggio importante. Forse. Chissà.
Fabrizio Roncone
per corriere.it

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MONICA MAGGIONI SI FA FARE UN CONTRATTO DA “ARTISTA” DALLA RAI E RADDOPPIA MAGICAMENTE LO STIPENDIO: DA 250 A 500 MILA EURO L’ANNO: L’ACCORDO HA UNA DURATA DI CINQUE ANNI, ESATTAMENTE QUANTO MANCA ALLA GIORNALISTA PER ANDARE IN PENSIONE

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

UN’ANOMALIA, VISTO CHE I CONTRATTI RAI DI SOLITO NON VANNO OLTRE I DUE ANNI …IL M5S ANNUNCIA UN’INTERROGAZIONE SUL CASO MAGGIONI IN COMMISSIONE VIGILANZA RAI

“Presenteremo un’interrogazione in Commissione Vigilanza per fare piena luce sul caso di Monica Maggioni, che va in scia ad altri casi analoghi come i precedenti di Bruno Vespa e di altri giornalisti diventati “artisti” e proseguendo a fare ciò che già facevano in Rai ma con stipendi molto più gonfiati
Monica Maggioni infatti si è dimessa dal suo incarico e, senza alcuna soluzione di continuità, ha proseguito la propria attività in Rai come “artista”. Il risultato? Un contratto di cinque anni, con un compenso quasi raddoppiato, per continuare di fatto a fare lo stesso lavoro di prima.
Tutto questo accade mentre l’azienda accumula ritardi nei pagamenti e decine di giornalisti seri e competenti vivono nell’incertezza, con contratti rinnovati di anno in anno e nessuna prospettiva di stabilità.
È inaccettabile che chi manda avanti la Rai con professionalità debba vivere nella precarietà, mentre per pochi privilegiati si trovano scorciatoie e condizioni di favore. È per questo che chiediamo trasparenza e chiarezza: la Rai appartiene ai cittadini e non può essere piegata a logiche di potere e convenienza”. Così gli esponenti M5S in commissione di vigilanza Rai.
Le dimissioni di Monica Maggioni, arrivate intorno al 20 agosto, avevano sorpreso tutti. Dopo 33 anni in Rai, l’ex direttrice dell’Offerta Informativa aveva lasciato l’azienda in silenzio, con un semplice trafiletto sul Corriere della Sera che annunciava la notizia, passata quasi inosservata anche per via del periodo estivo.
Poco dopo, però, si è scoperto che Maggioni ha firmato con la Rai un contratto di collaborazione di cinque anni, valido fino al 2030, per continuare a realizzare i suoi programmi. La questione arriverà domani anche sul tavolo del consiglio di amministrazione Rai, perché tre consiglieri di opposizione – Davide Di Pietro, Roberto Natale e Alessandro Di Majo – hanno
chiesto chiarimenti all’amministratore delegato Giampaolo Rossi.
Come racconta “Il Fatto Quotidiano”, il primo nodo riguarda i compensi. Con il nuovo contratto, Maggioni guadagnerà quasi il doppio rispetto a prima: circa 500 mila euro l’anno invece dei 240 mila che percepiva come dirigente Rai, cifra che corrispondeva al tetto massimo previsto per i manager pubblici. Ora è stata inquadrata come “artista”, lo stesso regime riservato a volti noti esterni come Bruno Vespa, Massimo Giletti, Salvo Sottile, Maria Latella, Monica Setta, Antonino Monteleone e Riccardo Iacona. Va detto, però, che la maggior parte di loro riceve compensi ben più alti (Vespa 1,6 milioni, Giletti 1,1, Latella 730 mila, Setta 700 mila).
L’elemento più insolito riguarda la durata del contratto: cinque anni, quando normalmente in Rai i contratti non superano i due. Una scelta che coincide quasi con il tempo che manca a Maggioni alla pensione, prevista tra sei anni. Intanto, continuerà a occuparsi dei suoi programmi: In Mezz’Ora su Rai3 (che tornerà il 28 settembre) e Newsroom su RaiPlay. Nel contratto è prevista anche una consulenza con lo staff dell’ad Rossi.
Un altro aspetto curioso riguarda le ferie arretrate: Maggioni ne aveva accumulate circa mille giornate, tra i periodi da inviata esteri e i ruoli di direttrice al Tg1 e a Rainews. Considerando che le ferie non godute non vengono pagate da Viale Mazzini, avrebbe potuto “coprire” con queste assenze retribuite quasi tutto il tempo che le resta prima della pensione. Questo dettaglio
potrebbe aver inciso sulla sua decisione.
Chi la conosce racconta che alla base della scelta ci sia il desiderio di lasciare ruoli di responsabilità e concentrarsi solo sulla produzione di contenuti: programmi, reportage, e magari anche libri.
Già ora, ad esempio, è all’estero per realizzare servizi per Newsroom. Inoltre, con il nuovo inquadramento potrà muoversi con maggiore libertà: non dovrà più chiedere autorizzazioni per partecipare a trasmissioni o pubblicare scritti. Negli ultimi tempi, da direttrice dell’Offerta Informativa, aveva avuto diversi contrasti con i direttori dei tg sulla gestione degli inviati. Con il nuovo ruolo, questi problemi non si presenteranno più.
(da Open)

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LA BEFFA A TRUMP IN VISITA A LONDRA: LE FOTO CON EPSTEIN PROIETTATE SUL CASTELLO DI WINDSOR

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

QUATTRO ARRESTI NELA NOTTE, OGGI LA CERIMONIA CON RE CARLO

Quattro persone sono state arrestate nella notte di mercoledì 17 settembre per aver proiettato immagini di Donald Trump e di Jeffrey Epstein sul castello reale di Windsor. Si tratta della
residenza in cui il presidente degli Stati Uniti sarà ospite di Re Carlo durante la visita di Stato in Gran Bretagna. Trump è arrivato ieri sera e oggi per lui è in programma una cerimonia proprio al castello, che si trova a 40 chilometri da Londra.
Le foto
Nelle prime ore di martedì, i manifestanti hanno srotolato un enorme striscione con una fotografia di Trump ed Epstein vicino al Castello di Windsor.
In seguito hanno proiettato diverse immagini dei due su una delle torri del castello. La polizia ha dichiarato in un comunicato che quattro adulti sono stati arrestati in seguito a una «proiezione non autorizzata al Castello di Windsor, che hanno descritto come una trovata pubblicitaria. I quattro rimangono in custodia.
L’8 settembre, i Democratici della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno reso pubblica una lettera di compleanno che Trump avrebbe scritto a Epstein più di 20 anni fa. La Casa Bianca ne ha negato l’autenticità. La lettera è stata anche proiettata sul castello, insieme a foto delle vittime di Epstein, ritagli di giornale sul caso e rapporti della polizia.
La relazione Trump-Epstein
La pubblicazione della lettera ha riportato l’attenzione sull’affaire Epstein. Sebbene abbia esortato i suoi sostenitori ad abbandonare l’argomento, la curiosità di conoscere i dettagli sui crimini di Epstein e su chi altro potrebbe averne saputo o essere stato coinvolto con lui è rimasta alta. Trump era amico di Epstein prima di diventare presidente. I due hanno rotto nel
2019. La lettera di compleanno conteneva il testo di un presunto dialogo tra Trump ed Epstein in cui Trump lo chiama “amico”. E dice: «Che ogni giorno possa essere un altro meraviglioso segreto». Il testo è racchiuso in uno schizzo approssimativo della sagoma di una donna nuda.
(da Open)

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“PUTIN SOGNA DI TORNARE AI CONFINI DELL’URSS, MA IL SUO ESERCITO NON E’ PIU’ IL SECONDO AL MONDO”

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI POLACCO SIRKOSKO: “IL PRIMO CORPO D’INVASIONE NEL 2022 E’ GIA’ STATO DISTRUTTO, I SOGNI IMPERIALI NON CORRISPONDONO ALLA REALTA’”

«Putin sogna» di tornare ai confini dell’ex Unione Sovietica. «Ma da oltre 11 anni combatte in Donbass e non è riuscito a prenderlo interamente, figuriamoci il resto». Lo afferma in un’intervista al Corriere della Sera il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski. Che poi precisa: «Non siamo in guerra con la Russia. Ma è nostro diritto operare per fermare l’invasione dell’Ucraina». Sikorski poi parla dell’esercito di Mosca: «Tutti credevamo che le forze armate russe fossero le seconde al mondo. Non lo sono. Anzi, il primo corpo d’invasione nel 2022 è già stato distrutto. I sogni imperiali non corrispondono alla realtà».
L’Europa e la guerra alla Russia
Al Cremlino, che accusa Nato ed Europa di essere già di fatto in guerra con la Russia, risponde osservando come l’Ucraina sia «attaccata da un membro permanente del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite. E l’invasione è stata condannata dalla stragrande maggioranza dell’Assemblea generale dell’Onu. Noi stiamo semplicemente prendendo contromisure che la comunità delle nazioni è chiamata a scegliere nel rispetto del diritto internazionale». Sul rischio di scontro diretto con Mosca chiarisce: «Droni e missili russi non dovrebbero volare nello spazio aereo ucraino. Sono armi guidate da remoto o in caduta libera che colpiscono indiscriminatamente la popolazione. Noi dovremmo intervenire quando quelle armi volanti mettono in pericolo i nostri cieli». Infine, Sikorski parla anche del presidente statunitense Donald Trump dicendo di non pensare che abbia abbandonato la difesa dell’Europa: «C’è un apparato militare comune».
(da agenzie)

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ISRAELE, IL CONTO CON LA STORIA

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

L’ASSALTO FINALE A GAZA E’ UN ERRORE STRATEGICO

L’assalto alla residua popolazione palestinese di Gaza non è solo un crimine ma un errore strategico di Israele. Figlio della retorica di Netanyahu, finito prigioniero di sé stesso quando ha posto come obiettivo della guerra — ormai più che sovraestesa su innumerevoli fronti, tutti aperti, nessuno chiuso — la distruzione totale di Hamas, fino all’alba del 7 ottobre finanziato in collaborazione con Qatar ed Egitto per dividere i palestinesi. Machiavellismo di cui Bibi andava (va ancora?) particolarmente fiero.
L’assalto a Gaza City si ritorce contro Gerusalemme, mentre ha fatto di Hamas il simbolo della causa palestinese su scala globale. Ma il capo di Israele non può accettare un qualsiasi compromesso perché suonerebbe ammissione di sconfitta. Quando si entra nella logica della guerra totale, potenzialmente infinita perché fine a sé stessa, in genere si finisce male.
Dopo essersi inchiodato alla sua propaganda, il premier israeliano sta trascinando nel gorgo la patria. Israele affronta lo scenario dell’orrore che nelle scuole militari di tutto il mondo è modello da evitare come la peste: la guerra urbana. Aggravata dal fatto che di Gaza City ce ne sono molte: quella di superficie,
ormai azzerata, più i vari strati disegnati da centinaia di chilometri di tunnel dove si annidano ancora miliziani di Hamas. Israele si assume davanti alla storia la responsabilità della liquidazione di una popolazione civile trattata quale banda di terroristi. Peggio: “animali”. Non bastasse, Netanyahu sacrifica gli ostaggi, a rischio di finire uccisi per errore dai suoi stessi soldati e/o di essere usati quali scudi umani da Hamas.
Quale che sia l’esito militare dell’operazione in corso, criticata dallo stesso capo di Stato maggiore delle Forze armate che la stanno eseguendo, se ne intravvedono già gli effetti sul piano interno e internazionale. Le crepe nello Stato profondo israeliano, con il Mossad che rifiuta di partecipare all’attacco contro i dirigenti di Hamas a Doha (quindi lo fa fallire) e le aspre dispute fra governo e militari, oltre che tra alcuni ministri, espongono le faglie che da ben prima del 7 ottobre minano la fabbrica sociale e istituzionale di Israele.
Lo Stato ebraico è in crisi di identità. Lo conferma il rifiuto di molti riservisti di andare in battaglia. Il motivo principale per cui Netanyahu apre sempre nuovi fronti senza chiuderne nessuno è che oramai la sua alternativa è fra guerre esterne e guerra civile. L’impossibilità di chiudere con una vittoria decisiva le partite con palestinesi, huti, iraniani e altri più o meno minacciosi nemici può finire per chiudere il cerchio producendo una spirale suicida.
La nuova fase della strage di palestinesi inasprisce lo scontro nella regione. Altro che accordi di Abramo fra Stato ebraico e
Golfo. Il vertice arabo-islamico di Doha, convocato in seguito all’attacco di Israele al Qatar, disegna ripercussioni di portata strategica. In attesa dell’annunciatissimo nuovo raid contro l’Iran — ma per ottenere che cosa? — si profila all’orizzonte la minaccia, non immediata ma visibile, di uno scontro fra Israele e Turchia. Rovesciando quella che è stata per decenni la collaborazione sotterranea quanto effettiva fra gli Stati profondi di Gerusalemme e Ankara, Netanyahu ed Erdo?an sono ai ferri corti. Si guardano in faccia a Damasco, dove i turchi hanno appena piazzato presunti clienti — jihadisti riciclati — sul decrepito trono degli Asad. Ma come assicura il ministro Bezalel Smotrich, capo dei coloni più estremisti, la capitale dell’ex Siria spartita in vari pezzi deve tornare a casa, nel Grande Israele comandato da Dio. L’avanzata che ha portato i tank con la stella di Davide a mezz’ora da Damasco esplicita tanta ambizione, coltivata dall’ala teocratica dello schieramento che sostiene Netanyahu.
In parallelo la crescita esponenziale dell’influenza turca in una vastissima area che dall’Asia centrale si diffonde in Africa via Levante anticipa la resa dei conti per l’egemonia mediorientale: Israele contro Turchia. Stato ebraico contro paese Nato a vocazione imperiale, che in teoria se attaccato potrebbe invocare il famoso articolo 5, coinvolgendo gli Stati Uniti in un conflitto con il “gemello” strategico. Ciò che ovviamente non avverrà. Ma già solo poter concepire uno scenario così paradossale rende conto della rivoluzione geopolitica in corso. Di cui nessuno è più
in grado di determinare gli sviluppi. Le guerre mangiano chi pensa di dominarle. Proprio mentre Netanyahu scatena l’offensiva su Gaza City, la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite bolla “genocidio” la campagna dello Stato ebraico nella Striscia. Risposta del ministero degli Esteri di Gerusalemme: gli estensori della sentenza sono “clienti di Hamas”. L’autismo del governo lascia immaginare quali saranno, forse per generazioni, i costi in termini di reputazione, quindi di sicurezza, che lo Stato ebraico pagherà per la liquidazione dei gazawi. E per il suo senso di onnipotente impunità. Con conseguenze già visibili per gli ebrei dovunque si trovino. Coloro per i quali Israele fu fondato e che ora sembra aver dimenticato.
(da repubblica.it)

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CALIN GEORGESCU, CANDIDATO DI ULTRADESTRA ALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI ROMENE DEL NOVEMBRE 2024, È STATO RINVIATO A GIUDIZIO PER COMPLICITÀ IN UN TENTATIVO DI COLPO DI STATO

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

“È STATO IL BENEFICIARIO DELLE AZIONI DI GUERRA IBRIDA DELLA RUSSIA”… PAESE CHE VAI CRIMINALE SOVRANISTA CHE TROVI

La Procura di Bucarest ha rinviato ufficialmente a giudizio l’esponente dell’ultradestra Calin Georgescu, insieme a Horatiu Potra, per complicità in un tentativo di colpo di Stato.
Secondo il Procuratore Generale, citato dagli organi di stampa locali, “il candidato alla presidenza è stato il beneficiario delle azioni di guerra ibrida della Russia”. Le elezioni che alla fine del 2024 videro protagonista Georgescu, vincitore a sorpresa del primo turno, furono annullate dopo attacchi informatici russi contro istituzioni chiave e campagne online aggressive a favore di Georgescu, realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Nel corso di una conferenza stampa, il procuratore generale Alex Florenta ha apertamente accusato la Russia di aver condotto una ‘guerra ibrida’ contro la Romania nel corso della campagna elettorale presidenziale dello scorso anno. Ciò, a suo dire, con oltre 85 mila cyberattacchi contro il sistema elettorale, unitamente a massicce campagne di disinformazione e manipolazioni sulle reti social.
A Georgescu era stato poi vietato di ripresentare la sua candidatura alle nuove elezioni presidenziali, decisione questa contestata dai suoi sostenitori dell’ultradestra con numerose proteste di piazza, sfociate spessi in epispodi di violenza.
Stando all’accusa, Georgescu avrebbe tenuto riunioni segrete con Horatiu Potra, esponente nazionalista a lui vicino, per mettere a punto un piano per destabilizzare la situazione nel Paese e scardinare l’ordine costituzionale. Potra sarebbe all’estero e, secondo i giudici, sarebbe intenzionato a chiedere protezione in Russia.
(da agenzie)

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PUTIN NON STA SFIDANDO LA NATO, MA L’EUROPA. L’AMBASCIATORE STEFANINI: “PUTIN SI SENTE PIÙ FORTE DOPO IL TAPPETO ROSSO DI ANCHORAGE CON TRUMP, IL VERTICE ‘SCO’ DI TIANJIN E LA PARATA MILITARE DI PECHINO ACCANTO A KIM JONG-UN E XI JINPING”

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

AL CONSOLIDAMENTO DELLE ALLEANZE PRO RUSSIA RISPONDE LO SGRETOLAMENTO DELL’OCCIDENTE: ORMAI IL SOSTEGNO DI KIEV POGGIA SULL’EUROPA CON UN’AMERICA TRUMPIANA AGNOSTICA. IL PRESIDENTE RUSSO PERCEPISCE CHE IN QUESTA ‘GUERRA DI FATTO’ L’AMERICA DI TRUMP FARÀ UN PASSO INDIETRO E L’EUROPA RESTERÀ SOLA

Cosa spinge Mosca a scoprire di essere «di fatto in guerra» con la Nato? E a dirlo per bocca del portavoce di Vladimir Putin? Dmitry Peskov è latore di messaggi che vengono dal presidente russo
Quello che Putin pensa resta un mistero, ma quello che egli vuole si pensi che egli pensa, lo fa dire al fedele ed efficace Peskov. Ieri con una mossa che punta a spaccare la Nato ed isolare l’Europa. Azzardo più che scacchi.
Lettura più semplice: per legittimare i droni. Il messaggio arriva in coincidenza con un intensificarsi di punture di spillo russe oltre il confine Nato, prima in Polonia poi in Romania: l’intrusione di droni nello spazio aereo è un potenziale atto di guerra, abbatterli puramente di legittima difesa.
Ma, fa dire il presidente russo, «tanto siamo in guerra», dunque lo sconfinamento di droni non fa che riflettere questo stato di cose. Il che non rassicura certo la Nato, anzi pone un problema immediato di rafforzamento delle difese antiaeree nei Paesi di confine. Da manciate di droni russi la Nato sa come difendersi senza escalation al di là dei confini.
Per una lettura più complessa delle intenzioni russe occorre prima sgombrare il campo da ogni cortina fumogena. Tra Nato e Russia non c’è oggi più «guerra» di quanta ce ne sia stata dal 24
febbraio 2022, cioè dal momento dell’invasione russa dell’Ucraina. Da allora i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, chi più chi meno, qualcuno (Turchia) con acrobazie di politica estera, hanno sostenuto Kiev con aiuti militari complessivamente ingenti ma guardandosi bene dall’entrare in conflitto diretto con Mosca.
La linea rossa fu tracciata a suo tempo, rigorosamente, dall’amministrazione Biden a Washington. Ripetutamente esplicitata. Scrupolosamente rispettata per più di tre anni e mezzo da tutti gli alleati. E, implicitamente, accettata dalla Russia, come pure le sanzioni – che, da parte Ue, stanno arrivando al 19esimo pacchetto.
Mosca non fa mistero di considerare ostili le politiche europee ed atlantiche nei suoi confronti ma non le aveva finora classificate come «guerra di fatto». Fino ad ieri.
Cos’è cambiato? Principalmente due cose. Primo, Vladimir Putin si sente più forte di quanto non fosse solo un paio di mesi fa. Non tanto per l’andamento della guerra, in cui guadagna terreno ma sempre millimetricamente rispetto agli obiettivi e con grandi sacrifici di vite russe, e ultimamente nordcoreane.
Più forte internazionalmente dopo il tappeto rosso di Anchorage, il vertice Sco di Tianjin e, soprattutto, la parata militare di Pechino accanto a Kim Jong-un e Xi Jinping. L’uno gli assicura carne da cannone; l’altra cooperazione energetica, tecnologica e industriale essenziale per la macchina da guerra russa.
Secondo, al consolidamento delle alleanze pro Russia (ormai non
si può più dubitare da che parte stia Pechino, e non lo nasconde) rispondono lo sgretolamento dell’Occidente nel sostegno all’Ucraina
Ormai il sostegno di Kiev poggia sull’Europa con un’America trumpiana agnostica, disposta a fornire armi a Kiev a condizione che qualcuno le paghi
Vladimir Putin, con la complicità di Donald Trump, è riuscito nel capolavoro strategico inseguito vanamente da Mikhail Suslov e dai falchi sovietici: dividere l’Occidente. Loro cercavano di staccare l’Europa dagli Stati Uniti, Putin ha realizzato l’operazione inversa, staccando Washington dall’Europa.
E questo gli permette adesso di sfidare la Nato. In realtà, sfida l’Europa che ha già definito nemico – non gli Usa però, vedi Anchorage. La «guerra di fatto» con la Nato è una guerra di fatto con l’Europa.
Il presidente russo percepisce – o sa? – che in questa «guerra di fatto» l’America di Trump farà un passo indietro, che l’Europa resterà sola e che, a quel punto, l’Ucraina sarà costretta via mediazione americana ad accettare una “pax russa”.
Finora Donald Trump è stato al gioco. Avendo perso il conto degli ultimatum di due settimane dati all’amico russo, che li ha bellamente ignorati, ha rigirato l’onere delle sanzioni sugli altri alleati europei, cioè principalmente sull’Ue. Che ne sta già sopportando un peso molto maggiore che non gli Stati Uniti e che, anzi, già non comprando più gas russo da tre anni, si è impegnata a comprare una quantità esorbitante di Gnl a stelle eù
strisce, probabilmente più caro.
Putin costringe adesso Trump ad uscire allo scoperto sulla «guerra di fatto» della Russia con la Nato. Gli Usa restano il principale azionista dell’Alleanza Atlantica.
Qualsiasi Presidente americano da Truman a George W. Bush avrebbe reagito con una vigorosa affermazione di solidarietà e di deterrenza alla volta di Mosca. Se Donald non la farà e in termini netti, se si inventerà qualche altra scusante, tipo l’errore di navigazione dei droni (19!) la Nato che fronteggia la sfida del Cremlino siamo solo noi europei.
(da La Stampa)

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“ORMAI NON SI CAPISCE DOVE FINISCE SALVINI E INIZIA VANNACCI, SI SOVRAPPONGONO”: “IL FOGLIO” CERTIFICA LA “SOTTOMISSIONE” DI SALVINI AL GENERALE

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

“SI STA RASSEGNANDO A FARE L’AIUTANTE, IL VICE VANNACCI, SALVINACCI! FORSE PENSA: SE IN TOSCANA VA MALE VANNACCI FINISCE LA BOLLA VANNACCI; SE VA BENE, INSIEME COSTRUIRANNO CASA VANNACCI AL POSTO DI CASA POUND… A PONTIDA IL GENERALE TEME CONTESTAZIONI, DA PARTE DEI LEGHISTI VENETI E LOMBARDI, E STUDIA UNA CONTROMOSSA. IL SUO MANIPOLO PREPARA QUESTE MAGLIE: ‘MAKE PONTIDA GREAT AGAIN’

Si sta rassegnando a fare il vice Vannacci, Salvinacci, Salvini l’aiutante. Lo copre, lo difende, lo sposa. Gli lascia usare, marchio Lega, lo slogan elettorale, “La Toscana svolta a destra”; ai leghisti che scappano, per colpa del generale, replica: “C’è tanta gente che in Lega entra e anche qualcuno che può prendersi del riposo” perché “Vannacci è un valore aggiunto”.
E’ così aggiunto che da vicesegretario non si presenta al federale, le riunioni di partito. Al suo posto ha mandato recentemente il factotum Massimiliano Simoni, lo stesso che ha imposto in Toscana nel listino bloccato. A Pontida vuole far sfilare i suoi vannacciani con le maglie, “Make Pontida great again”. E’ l’arlecchino del nuovo caos. Si è vannaccizzato per intero anche Salvini.
Pensa Salvini: se in Toscana va male Vannacci finisce la bolla Vannacci; se va bene Vannacci (e vedrete) insieme, costruiranno Casa Vannacci al posto di Casa Pound.
Si sono presentate ieri le liste della Lega in Toscana e Salvini ha partecipato di persona, a Firenze, dichiarato: “Il dibattito sulla vannaccizzazione della Lega interessa solo ai giornalisti” perché “in Toscana, casa sua, è giusto che Vannacci abbia voce in capitolo”.
Ormai non si capisce dove finisce Salvini e inizia Vannacci, si sovrappongono. Alla presentazione mancava l’europarlamentare Susanna Ceccardi, mancavano i leghisti toscani che sono stati estromessi dal generale, consiglieri che hanno versato in questi 5 anni fino a 135 mila euro al partito.
Sono le liste bollinate da Vannacci e che la segretaria della Lega Viareggio, dimissionaria, ha definito, “da pulizia etnica”. Hanno chiesto a Vannacci delle esclusioni e il generale ha fatto spirito:
“In Lega tutti potevano correre. Candidarsi non è né un premio né una rendita di posizione”.
E’ infatti un privilegio che Salvini ha concesso solo al suo factotum questo Simoni, collaboratore personale di Vannacci a Bruxelles, che il generale invia, in missione, perfino ai federali di partito. Oggi pomeriggio, alle 17, si tiene un nuovo federale: chi manda Vannacci? Simoni o un ologramma? E’ per Simoni che si è deciso (Salvini era contrario) di usare in Toscana il listino bloccato, scelta che ha provocato la fuga degli iscritti.
Racconta al Foglio, Fabio Filomeni, il primo dei vannacciani (anche il primo a separarsene) “che tanti seguaci di Vannacci stanno rimproverando al generale la scelta di entrare nella Lega. L’unione fra Vannacci e Salvini è stata un matrimonio d’interesse ma adesso nuoce a entrambi”. La Lega antica non ha mai avuto niente a che fare con la destraccia, che Meloni ha messo ai margini.
Prima che Salvini consegnasse a Vannacci la campagna elettorale Toscana l’europarlamentare “no vannax” Ceccardi, raccontano a Firenze, suggeriva: misuriamoci, fai correre Vannacci in tre collegi e in altri tre fai correre me. Vediamo chi porta più voti. La risposta è stata ‘no’ perché Vannacci è un generale, ma non ci mette la faccia (non si è candidato). Lui mette solo faccioni nei poster dei vannacciani.
Vannacci parlerà, già sabato pomeriggio, alla festa dei giovani Non parlerà Ceccardi, non lo farà l’altra vicesegretaria Lega, Silvia Sardone. Tutto il carnevale deve essere suo. Per tenerlo buono prenderà la parola Salvini, per primo, e seguiranno due interviste: una a Vannacci e l’altra al ministro Valditara. Attenti, c’è del metodo. L’ultima vestaglia che Vannacci intende indossare a Pontida è quella del Bossi con la cernia, il generale finto padano. Teme contestazioni, da parte dei leghisti veneti e lombardi, e studia una sorpresa, la contromossa. Il suo manipolo prepara queste maglie: “Make Pontida Great again”.
Sogna, ma non lo dice ancora, i cortei al nero di seppia, quelli di Londra (Matteo Renzi ha scritto: “Occhio: se Vannacci fa come Farage, Meloni va a casa. Meloni alimenta la paura perché lei ha paura”). Pontida 2025? O diventa Predappio o la Vannacciexit.
(da “Il Foglio”)

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IL “SUCCESSO” POLITICO DI NETANYAHU: AVER UNITO I PAESI ARABI (CHE ORA VOGLIONO CREARE UNA LORO “NATO”) CONTRO ISRAELE

Settembre 17th, 2025 Riccardo Fucile

IL PREMIER IRACHENO SUDANI HA PROPOSTO DI FORMARE UN’ALLEANZA IN STILE “NATO” (“UN ATTACCO EQUIVALE A UN’AGGRESSIONE CONTRO TUTTI NOI”) PER RISPONDERE ALLE FUTURE AGGRESSIONI

Uniti nella condanna, divisi nella risposta. I leader dei principali Paesi arabi e islamici, convocati d’urgenza dal Qatar dopo l’attacco israeliano a Doha e mentre i tank dell’Idf invadono Gaza City con una pioggia di bombe, faticano a trovare una risposta comune a quella che l’emiro del Qatar, ha definito un’aggressione «sfacciata, infida e codarda» che puntava ad assassinare «i negoziati» per il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra.
I raid sulla capitale qatarina arrivano dopo due anni di attacchi israeliani contro Beirut, Damasco, Teheran, Sana’a, Gaza che, gli occhi del Golfo, disegnano un progetto di influenza considerato una minaccia. Netanyahu coltiva la «pericolosa illusione» di voler portare «il mondo arabo sotto l’influenza di Israele», ha detto l’emiro Al Thani.
La suggestione di una Nato araba accarezza i leader della regione, nove anni fa, ci aveva già provato l’egiziano al Sisi, senza successo. A rilanciarla è il premier iracheno, Muhammad Sudani: «Un attacco nemico equivale a un’aggressione contro tutti noi, serve una risposta di sicurezza collettiva alla maniera della Nato».
Nei prossimi giorni a Doha si riunirà il meccanismo di difesa congiunto dei Paesi del Golfo, «che finora però è stato una tigre di carta», spiega l’analista Andreas Krieg, «attivato solo nel 1991 contro l’Iraq, quando invase il Kuwait, e poi nel 2011 durante la primavera araba in Bahrein».
Il turco Erdogan propone di «strangolare Israele economicamente», l’egiziano al Sisi mette in guardia dalla possibilità che saltino vecchi e nuovi accordi di pace ma, oltre le intenzioni, il vertice di Doha non è riuscito a concordare misure collettive concrete, per i troppi interessi divergenti che separano emiratini e turchi, egiziani e iraniani, e per la prudenza del Golfo, ma anche dell’Egitto, nel non voler danneggiare i rapporti con l’America.
Questo è stato uno dei temi discussi ieri anche nel mini-vertice parallelo che il presidente francese Macron ha tenuto in videoconferenza con l’emiro del Qatar, al Sisi e il re giordano Abdullah a margine del summit di Doha.
Washington ha dato l’ok all’invasione di terra a Gaza e anche se Trump ha definito al Thani una «persona meravigliosa», un «grande alleato», il segretario di Stato dovrà chiarire al signore di Doha la reale posizione degli americani. Incluso cosa è successo la mattina del 9 settembre se è vero, come scrive Axios, che Netanyahu ha telefonato al presidente americano 50 minuti prima che si alzasse in volo il primo jet, ma nessuno lo ha fermato.
(da agenzie)

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