Settembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
FUORI DAL PALAZZO LE PAROLE DEL GOVERNO NON BASTANO PIU’: C’E’ UN PAESE CHE NON HA PIU’ TEMPO DA PERDERE
Nelle ultime ore i membri del governo si sono affannati a rendere omaggio a un
suprematista razzista, idolatra delle armi, uno che considerava le stragi da fuoco negli Stati Uniti un prezzo inevitabile della libertà. Hanno scelto di ricordare lui, mentre il presente brucia. Nelle stesse ore sono riusciti a parlare di Gaza senza mai nominarla. Hanno distribuito condanne omeopatiche contro Israele, con la cautela di chi misura le parole come fossero benzina, e hanno ridotto la Global Sumud Flotilla a un diversivo da reality, pur di non affrontare il genocidio che scorre davanti agli occhi del mondo.
Intanto i giornali amici del governo hanno inaugurato la caccia agli “amici di Hamas”: titoli costruiti senza prove e insinuazioni, secondo uno schema noto. L’importante è non parlare di quello che accade davvero. Qui accade che la scuola ha riaperto con decine di migliaia di cattedre scoperte, con gli insegnanti intrappolati nei bachi di un algoritmo e con famiglie che si ritrovano senza sostegno né continuità. Qui accade che l’Italia si presenta al vertice internazionale come un peso piuma,
irrilevante nei dossier decisivi. Qui accade che i dati sulla povertà restituiscono un Paese spaccato, con oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo l’Istat, mentre la retorica ufficiale continua a raccontare una ripresa inesistente.
Eppure l’agenda resta un’altra: l’eco di un culto per la violenza travestito da memoria, la prudenza lessicale per non disturbare l’alleato israeliano, le insinuazioni su chi prova a rompere il silenzio. Tutto pur di sviare lo sguardo. L’importante è che tutto il resto sia chiacchiericcio, che la realtà venga sostituita da un racconto addomesticato e funzionale. L’importante è eclissarsi fingendo di dire qualcosa senza dire niente. Ma fuori dal palazzo le parole non bastano più: c’è un Paese che non ha più tempo da perdere.
(da lanotiziagiornale.it)
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Settembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
I SOCIAL HANNO TRIBALIZZATO LA COMUNICAZIONE POLITICA
Quando si dice che è morta la dialettica, sopraffatta dal metodo binario “giusto/sbagliato”, “amico/nemico” imposto sui social (o imposto dai social, a seconda che si metta l’accento sulla prepotenza degli utenti o sulla sregolatezza del mezzo), non si dice qualcosa che riguarda gli appassionati di filosofia o gli intellettuali. Si dice qualcosa che riguarda la società intera e il popolo in primo luogo, perché meno munito di altre fonti di informazione e luoghi di espressione.
Il pauroso clima di odio che sta prendendo piede in America, quello spezzarsi in due metà in guerra, o di qua o di là, è anche figlio dei social. L’erosione progressiva del grigio, del tempo per riflettere, dell’esitazione nel giudizio, della voglia di confrontarsi non per sopraffare l’altro ma per conoscerlo e magari convincerlo, non solo non è un dettaglio: è una cancrena.
I social hanno tribalizzato la comunicazione politica, e come dice Safran Foer “la violenza non richiede eserciti; ha solo bisogno di vicini che smettano di credere l’uno nell’altro. Il pericolo non è solo nelle fantasie di vendetta ai margini, ma nell’esaurimento del centro”.
Questo esaurimento del centro è al tempo stesso un fenomeno sociale, culturale e politico.
Sociale: perché scompare il ceto medio e si radicalizza la divisione in ricchi e poveri; culturale: perché muore la dialettica; politico: perché gli estremisti riempiono la scena per intero, e possono addirittura diventare presidente, come Trump che è violento e bugiardo in ogni singola sillaba che gli esce di bocca e proprio per questo — certo non per i suoi meriti — ha vinto.
Che fare? Prepararsi al peggio e tenere duro. Ed essere contenti di vivere in paesi dove le armi da fuoco in mano ai privati sono pochissime.
(da repubblica.it)
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Settembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
GLI STUDI STATISTICI PER DETERMINARE IL QUANTUM DI FELICITA’ SI BASANO SOLO SU CRITERI ECONOMICI
Sono in gran rispolvero gli studi a livello statistico per determinare il quantum di felicità
o infelicità che c’è fra i popoli del mondo. Si basano quasi tutti su criteri economici a indirizzo statistico, anche se non solo. Il risultato è all’apparenza paradossale: i popoli più ricchi, che appartengono in genere all’area occidentale, sono più infelici di quelli poveri.
Ma non è una sorpresa. I popoli più ricchi sono inseriti in quello che ho chiamato il “modello paranoico” basato sulle crescite esponenziali che esistono in matematica (tu puoi sempre aggiungere un numero) non in natura: raggiunto un obiettivo devi immediatamente inseguirne un altro ancora, più ambizioso,
salito un gradino devi farne un altro, e così all’infinito per cui non puoi mai raggiungere un momento di riposo, di quiete, di serenità.
I primi a occuparsi di felicità sono stati gli americani che nella loro Costituzione, cioè nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776 hanno proclamato, prudentemente, un diritto alla ricerca della felicità che però l’edonismo straccione contemporaneo ha trasformato in un vero e proprio diritto alla felicità. Sono i diritti impossibili postulati dal razionalismo irrazionale dell’Illuminismo. Dichiarare che esiste un diritto alla felicità significa rendere l’uomo per ciò stesso e ipso facto infelice. Diritti di questo genere, come quello alla salute, non esistono. “Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non il suo diritto” (Cyrano, giugno 2005). Così come non esiste un diritto alla salute. Il fortunato che ce l’ha se la tiene ma nemmeno Domineiddio può dargliela. Esiste semmai un diritto alla sanità, cioè alle cure mediche. Tra l’altro nessuno può essere sottoposto contro la sua volontà a un trattamento sanitario obbligatorio (Tso). Il problema si pose all’epoca del Covid e del lockdown. Ma per raggirarlo si misero i cittadini in una situazioni così complessa che non avrebbero più potuto lavorare. I movimenti “no vax”, cioè delle persone che rifiutavano i vaccini, furono oppressi in tutto il mondo senza tener conto che i vaccini possono avere anche pesanti effetti collaterali, collaterali per modo di dire perché possono portare alla morte come accadde a una ragazza di Genova. Io, naturalmente, non faccio statistica, ma ho almeno tre conoscenti che sono rimasti
paralizzati in modo irrimediabile. In quanto al lockdown noi comuni mortali non avremmo potuto allontanarci più di duecento metri dalla nostra abitazione, ma intanto Matteo Renzi trasvolava continenti e oceani per andare a trovare in Arabia Saudita il suo amico Bin Salman e a farsi pagare da lui cospicue somme per cosiddette conferenze (il “rinascimento arabo” secondo l’ineffabile statista di Rignano). A Novak Djokovic, che era un convinto no-vax fu proibito di partecipare agli Australian Open e successivamente agli Us Open. Ma Novak è uno dei pochissimi che porta fino in fondo le proprie convinzioni, dice ciò che pensa e pensa ciò che dice (“Il Kosovo è serbo e rimarrà sempre serbo”, dichiarazione che gli è costata la condanna di tutta la cosiddetta comunità internazionale).
Io, la felicità l’ho trovata solo presso alcuni popoli aborigeni, in Sudafrica e in Australia. Per essere felici mancava loro solo la consapevolezza di esserlo. Ma se l’avessero raggiunta, la loro felicità si sarebbe sciolta come neve al sole.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “ SUI TERRITORI, IN TOSCANA E IN CALABRIA, SI SEGNALANO CONTINUE USCITE DAL MONDO DI LUPI VERSO QUELLO DI TAJANI, CIOÈ DI FORZA ITALIA. MELONI DEVE PROVARE A TENERE UNITI TUTTI I PEZZI: QUESTIONE ANCHE DI LEGGE ELETTORALE. ECCO PERCHÉ L’IDEA DI UN LISTINO BLOCCATO COLLEGATO AL PREMIO DI MAGGIORANZA POTREBBE CALMARE GLI ANIMI
Le regionali possono aspettare, ancora per un po’. Così Giorgia Meloni alle prese con il dilemma Veneto (confermarlo alla Lega in cambio di una prenotazione per la Lombardia da sottrarre al Carroccio) si getta con una certa passione in quel limbo chiamato centro. Dopo il successo al Meeting di Rimini, domani sarà alla festa dell’udc, invitata dai dioscuri Lorenzo Cesa e Antonio De Poli, vecchio e nuovo segretario. E’ un piccolo mondo antico quello dei centristi di destra, dominato da scossoni e submovimenti. La scala Richter segnala per esempio piccole faglie dentro “Noi moderati”.
Il partito di Maurizio Lupi, che sogna Palazzo Marino a Milano e guida la quarta gamba della coalizione con una discreta pattuglia di parlamentari, inizia a registrare malumori e addii. I primi arrivano dai deputati ex totiani (nel senso di Giovanni Toti, già governatore della Liguria) Pino Bicchielli e Ilaria Cavo, che le malelingue del Transatlantico danno interessati a Forza Italia.
Che fanno il paio con una dichiarazione passata in sordina: una settimana fa il coordinatore di “Noi Moderati” Saverio Romano se n’è uscito chiedendo le dimissioni di Giorgio Silli, sottosegretario agli Esteri (ex totiano) per via di una presunta incompatibilità nell’organizzazione Italo-latina Americana. Scaramucce di secondaria importanza ma che raccontano In problemi di crescita di un partito che non svetta nei sondaggi che ma che continua a incamerare personale politico di prim’ordine: su tutti gli arrivi da Azione di Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna. Tutto ciò accade mentre sui territori, in Toscana e in Calabria, si segnalano continue uscite dal mondo di Lupi verso quello di Tajani, cioè di Forza Italia.
Meloni sa che da leader della coalizione con la testa già alle elezioni del 2027 deve provare a tenere uniti tutti i pezzi, facendo in modo che gli ingredienti della maggioranza non impazziscano. Questione di dosaggi, ma anche di legge elettorale. Ecco perché l’idea di un listino bloccato collegato al premio di maggioranza potrebbe calmare gli animi dei piccoli della maggioranza, ma anche quelli dei grandi a partire dalla Lega.
Le regionali sono in qualche modo legate alla nuova legge elettorale, ammesso che riesca a vedere la luce. il punto di equilibrio del centrodestra passa dal Veneto
La suggestione di FDI che conferma il Veneto alla Lega in cambio di un’ipoteca sulla Lombardia (si fa il nome dell’euromeloniano Carlo Fidanza, ma c’è anche quello di mister Coldiretti Ettore Prandini) con Massimiliano Romeo, segretario regionale lumbard, che dice che non se ne parla. E allora forse per Meloni il mondo centrista rischia di essere un antistress rassicurante.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
RICCI: “E’ MELONI LA MIA VERA AVVERSARIA, NON PUÒ PERDERE LE MARCHE, LE CREEREBBE UN PROBLEMA POLITICO E UN DANNO DI IMMAGINE IMPORTANTE, PER QUESTO È SCESA IN CAMPO IN PRIMA PERSONA”
«La mia vera avversaria è Giorgia Meloni». Matteo Ricci scende dal palco della festa
dell’Unità di Reggio Emilia, al termine di un dibattito con Michele de Pascale e Stefania Proietti, presidenti di Emilia-Romagna e Umbria, ultimi a vincere le elezioni regionali per il centrosinistra.
A novembre l’ex sindaca di Assisi ha riconquistato la regione, prima amministrata dal centrodestra: esattamente quello che vorrebbe fare Ricci nelle Marche. «Oggi ho partecipato a un confronto pubblico con Acquaroli davanti a 200 imprenditori – racconta – e l’ho asfaltato, nella sfida con lui sono più forte».
Il problema è che, a due settimane dal voto, la sfida non è più, o non è solo, con il presidente uscente di Fratelli d’Italia, legato alla premier da un’amicizia e militanza politica di vecchia data. «Meloni non può perdere le Marche, le creerebbe un problema politico e un danno di immagine importante – spiega Ricci – per questo è scesa in campo in prima persona».
L’eurodeputato mostra al collega de Pascale una foto sul telefonino: è un manifesto elettorale di Acquaroli, in cui il governatore marchigiano appare in secondo piano, dietro al volto
della premier che occupa lo spazio principale. «Sembra che la candidata sia lei, come se il voto fosse su di lei e sul governo – sottolinea Ricci – la stanno impostando così per evitare la sconfitta».
I sondaggi, in effetti, sembrano premiare questa strategia: l’ultimo, pubblicato oggi da Ipsos di Nando Pagnoncelli, vede Acquaroli avanti di oltre cinque punti. Tutti gli altri, usciti nelle scorse settimane, vedono comunque in vantaggio il presidente uscente, con una forbice dal 2,5% al 4%.
«Stanno spendendo molto in sondaggi, anche questo può aiutarli», interviene sibillino Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd e gran cerimoniere della Festa dell’Unità nazionale. Ricci fa una smorfia e ammette: «Sondaggi che mi danno dietro di quasi sei punti fanno male, rischiano di scoraggiare gli elettori meno motivati – ragiona -. Se c’è la prospettiva di un testa a testa, come io credo che sarà, possiamo riuscire a portare più gente a votare. Se, invece, raccontano che Acquaroli è così avanti, diventa più dura».
Il timore in casa dem, non confessato ma intuibile, è che la vittoria si allontani, che l’unica regione considerata contendibile di questa tornata autunnale resti al centrodestra e, alla fine, finisca in un pareggio: 3 a 3 e ognuno si tiene le proprie bandierine. Un risultato che andrebbe benissimo a Meloni, molto meno a Schlein, che spera di strapparne almeno una alla destra e dare continuità ai successi elettorali del Pd e della coalizione unitaria.
Ricci sa bene di giocarsi «una partita che ha un valore politico nazionale», lo percepisce ogni giorno dall’aggressività degli
avversari. «Mi attaccano in tutti i modi, anche con falsità evidenti, è la dimostrazione che hanno paura». Lui ci proverà fino all’ultimo, con il sostegno di Elly Schlein, che sta andando nelle Marche una volta a settimana, macinando tappe e chilometri.
Mercoledì prossimo saranno insieme a Pesaro, in un terzetto con Stefano Bonaccini, per un comizio in contemporanea a quello organizzato dal centrodestra ad Ancona, con Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani accanto ad Acquaroli. Una contrapposizione cercata, spiega Ricci, «con Elly lo abbiamo fissato mercoledì apposta, per dare l’idea che non molliamo un centimetro e siamo lì a proporre un’alternativa credibile».
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
SENZA LO “ZIO SAM” A CONTROLLARE, MOSCA È LIBERA DI ALLARGARE IL SUO RAGGIO D’AZIONE – L’AMBASCIATORE STEFANINI: “È ORA, PER L’EUROPA DI COMINCIARE A TENER TESTA A TRUMP. ABBIAMO UN PRESIDENTE DI UN PAESE ALLEATO DELL’EUROPA CHE NON È AMICO DELL’EUROPA. ADULAZIONE E SERVILISMO NEI SUOI CONFRONTI SERVONO SOLO A FARGLI RINCARARE LA DOSE DI PREPOTENZA, NON A GARANTIRCI CHE SARÀ DALLA NOSTRA PARTE NEL MOMENTO DEL BISOGNO” (HAI CAPITO, GIORGIA?)
Netanyahu colpisce, Putin ferisce, Trump subisce. Rifugiandosi nella geografia. Non
aveva finito di sentirsi male circa il luogo («feel badly about the the location») dell’attacco israeliano in Qatar, quando è arrivata la notizia dei droni russi abbattuti in Polonia.
Cosa combina la Russia con i droni che violano lo spazio aereo polacco, si è domandato il presidente americano, lasciando l’interrogativo in sospeso su Truth Social. Per avere la risposta sarebbe bastato telefonare, come fa spesso, all’amico Vladimir e chiedergli: perché hai mandato quei droni sulla Polonia?
Tranquillo Donald. Non volevo far nulla di male ai polacchi – i droni erano disarmati. Ma volevo vedere come l’avresti presa tu, gli avrebbe detto il Presidente russo, prendendoti di sorpresa, scusami per quello. Adesso lo so. Facendo finta di niente o quasi.
Come facesti quando ad Anchorage – e grazie ancora della bellissima accoglienza che mi hai fatto – ti spiegai che non avevo alcuna intenzione di mettere fine alla guerra in Ucraina, come pur gentilmente tu mi chiedevi, fino a che non ne avessi risolto le “cause alla radice”, cioè l’esistenza dell’Ucraina libera e
indipendente.
Quella telefonata non c’è stata. Trump ha invece chiamato il presidente polacco, Karol Nawrocki, al quale avrà sicuramente espresso solidarietà. Null’altro. Non è più tornato sull’argomento.
A parziale alibi, stava succedendo molto altro. L’assassinio di Charlie Kirk rischia di far precipitare l’America in una spirale di violenza.
Ieri era l’anniversario, quasi dimenticato, dell’11 settembre, quando tutti ci sentimmo americani e un presidente, George Bush, si elevò al di sopra dei partiti per unificare la nazione. Oggi si chiede a Donald Trump di essere un unificatore, oltre che mettere le bandiere a mezz’asta per un suo alleato politico
È pertanto comprensibile che in questo momento l’attenzione di Trump sia rivolta all’interno. Ma meno, molto meno, che ignori il confronto con la sfida russa nel bel mezzo dell’Europa. No, Putin non ha in animo un attacco all’Alleanza Atlantica, non ancora almeno.
Ma ove percepisse un disimpegno americano l’escalation della guerra contro l’Ucraina e la tracimazione oltre i confini Nato, non fosse altro che per “punire” i Paesi che sostengono Kiev, diventano un’opzione realistica per un presidente russo alla ricerca di punti deboli dell’avversario. I pretesti, come le minoranze russofone in Lettonia o Estonia, o le minacce, persino contro la “statualità” della Finlandia del solito cane sciolto Dmitry Medvedev, non mancano.
E domani comincia, come ogni anno, la grande esercitazione militare russo-bielorussa “Zapad” (Occidente), un nome che è
tutto un programma. Ai confini della Polonia.
Lo sconfinamento di una manciata di droni nello spazio aereo polacco non aveva finalità immediatamente aggressive. Non c’erano armi o esplosivi a bordo, almeno nelle otto carcasse finora recuperate. Il che conferma che erano destinati proprio alla Polonia, non all’Ucraina. Intenzionalmente, allo scopo di mettere alla prova Varsavia, la Nato… e Donald Trump.
La risposta dei primi due è stata netta e puntuale: droni subito abbattuti con partecipazione all’operazione di vari alleati, fra cui un Awacs italiano. La prima cosa da fare, per qualsiasi Paese europeo che si veda improvvisamente sorvolato da droni di provenienza ostile, è prima eliminare la minaccia poi domandarsi come hanno fatto ad arrivarci.
Questo richiede difese antiaeree adeguate, Roma avvertita. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e i leader nazionali, fra i quali il presidente Sergio Mattarella, hanno immediatamente espresso sostegno alla Polonia e condannato Mosca. Donald Trump, con la sicurezza europea a rischio, ha risposto al test di Putin con una banalità sui droni russi nei cieli di Varsavia.
Gli ormai otto mesi della seconda presidenza Trump sono stati lunghi, ma istruttivi.
Ne mancano 40. Tanti. A quello che succederà in America pensino gli americani. Auguriamogli buona fortuna non fosse altro che per il debito di gratitudine nei loro confronti da Wilson a Roosvelt, da Eisenhower a Reagan.
Quello che conta per noi però è la politica estera di Trump 2.0. Abbiamo imparato tre cose. Uno, la via libera a Benjamin
Netanyahu e a Vladimir Putin. Che fanno quello che vogliono, checché gli dicano Trump o i suoi. Le loro guerre continuano e si intensificano, altro che finire.
Due, abbiamo un presidente di un Paese alleato dell’Europa, che ne ha storicamente difeso le nostre libertà, che non è amico dell’Europa. Tre, adulazione e servilismo nei suoi confronti servono solo a fargli rincarare la dose di prepotenza non a garantirci che sarà dalla nostra parte nel momento del bisogno.
È ora, per l’Europa, di cominciare a tener testa a Donald Trump. Per gli stessi valori in nome dei quali, ventiquattro anni fa, ci sentimmo “tutti americani”.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
GIORGIA MELONI, CHE TEME LA SCONFITTA DEL SUO CANDIDATO ACQUAROLI NELLE MARCHE, PUNTA A CHIEDERE LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ENTRO META’ OTTOBRE PER POI DEDICARSI ALLA MODIFICA DELLA LEGGE ELETTORALE, MAGARI UN PROPORZIONALE CON LE PREFERENZE, IN VISTA DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE
La notizia è passata quasi in sordina, ma le regionali di Puglia, Campania e Veneto si
terranno, con tutta probabilità, lo stesso giorno di fine novembre, prevedibilmente il 23. A dirlo è stato Francesco Filini di FdI in una intervista a Repubblica, in cui ha specificato che «queste tre regioni avranno l’election day». Quello di Filini non è un nome qualsiasi. Il responsabile del programma del partito di Giorgia Meloni è considerato il “braccio operativo” del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari
Insomma la sua non è una «voce dal sen fuggita». E conferma la volontà dei meloniani di non accelerare con la scelta dei candidati. In particolare quello del Veneto, reclamato dalla Lega ma ancora senza successo. L’election day è anche la dimostrazione che il voto nelle Marche […] sarà determinante per decidere il successore di Luca Zaia.
Le probabilità pendono in favore di un candidato del partito di Salvini, anche perché una parte della Lega veneta è tornata a minacciare l’ipotesi di una corsa in solitaria nel caso in cui venga chiesto di cedere la regione a FdI.
Sembrano altre le priorità di Meloni, che ha cominciato settembre rilanciando il suo attivismo interno. La direzione è quella delle riforme: quella della giustizia è in seconda lettura a Camera e Senato, fissata per settembre e poi metà ottobre. Indicazione di scuderia: correre tagliando sulle audizioni, così da arrivare all’approvazione definitiva prima dell’imbuto della manovra di Bilancio. Poi toccherà al referendum a giugno 2026, che sarà campale anche come test in vista delle prossime politiche.§
Intanto, dalle parti di FdI si riflette sulla legge elettorale. Il motivo è che si tratta di un passaggio necessario con l’approvazione del premierato. In realtà gli esperti della materia, dentro il partito, sanno che i tempi per approvare una riforma costituzionale il cui testo è ancora molto da aggiustare non ci sono. Dunque, se l’obiettivo è rendere identificabile il candidato premier, basta cambiare, con legge ordinaria, la legge elettorale
Questa è la strada in cui si sta muovendo anche palazzo Chigi, tenendo però sottotraccia qualsiasi ipotesi. Troppo presto per parlarne ora, tanto più che un dibattito con l’opposizione sarà comunque necessario e anche gli alleati potrebbero non essere entusiasti del modello che ha in mente Meloni: proporzionale con preferenze, secondo le ultime indiscrezioni.
Anche l’autonomia, spinta e voluta dalla Lega, sta ripartendo e sarà l’unico successo che Salvini potrà portare in dote sul palco di Pontida. Il lavoro da fare è ancora parecchio: va corretto il testo nel solco di quanto indicato dalla Consulta. La scommessa [è quella di arrivare al traguardo entro la fine della legislatura. Se ne è parlato nell’ultimo vertice di centrodestra, ma la Lega sa quanto la riforma sia indigesta a una parte di Fratelli d’Italia. Dunque il rischio è che a frenare sia proprio quel mondo.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
STAMANE LE AGENZIE AVEVANO IPOTIZZATO UN SUO PASSAGGIO A LA7, MA PER ORA NON SAREBBE COSI’
Nessun trasferimento di Sigfrido Ranucci a La7, secondo ambienti de La7. «L’unica verità – spiegano – è che Ranucci ha scritto un libro di prossima pubblicazione per Solferino, cioè la casa editrice del gruppo di Cairo, col quale era per questo previsto un incontro in questi giorni». Ma tutto il resto «è semplicemente considerato inesistente». E per due motivi: perché la stagione è appena iniziata, e perché da molti anni il gruppo di La7 e di RCS ha acquisito colei che è stata la fondatrice, e l’anima per decenni di Report, e cioè Milena Gabanelli. Non solo, l’emittente ha già puntato le sue carte sul programma di inchiesta, “100 minuti” affidato alle cure e alla conduzione di Corrado Formigli e di un ex della squadra di Report come Alberto Nerazzini. Insomma, secondo quanto riferito a Open, c’è già troppo Report nel mondo La7.
A lanciare stamane le indiscrezioni è stata l’agenzia La Presse che parlava di un trasloco di Sigfrido Ranucci dalla Rai a La7. Ha citato di un incontro entro la fine di settembre tra il conduttore del programma Report e Urbano Cairo, presidente e editore dell’emittente. Ma sul tavolo non c’è nessun trasloco, bensì un libro. Ranucci rappresenta uno degli ultimi conduttori ancora “interni” all’organigramma Rai. Dopo l’uscita di Monica Maggioni dall’azienda ad agosto 2025, il giornalista siciliano rimane uno dei pochi volti storici. «Se davvero la Rai dovesse perdere Sigfrido Ranucci, saremmo di fronte a un segnale
devastante: lo smantellamento progressivo del servizio pubblico e l’appiattimento totale dell’informazione ai desiderata del governo Meloni. Sarebbe la conferma di una deriva in cui la professionalità e l’indipendenza viene sacrificata sull’altare del controllo politico», aveva dichiarato stamane la presidente della Commissione di Vigilanza Rai Barbara Floridia.
Le indagini e le tensioni in Rai
Lo scorso 5 agosto, il conduttore è stato coinvolto in un’indagine della Procura di Roma insieme al collega Luca Bertazzoni, relativa alla messa in onda di un audio sul caso Sangiuliano–Maria Rosaria Boccia. Ranucci ha sempre difeso la trasmissione, spiegando che l’audio serviva a dimostrare le reali motivazioni della cancellazione di un contratto e non interferenze illecite nella vita privata dei protagonisti. «Stiamo parlando un audio di pochi secondi estrapolato da ore di conversazioni, quelle di gossip, con una notizia di grande interesse pubblico, che portò poi a uno scandalo internazionale e alle dimissioni di un ministro – si era difeso all’epoca dei fatti il conduttore. – Il Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti ha già archiviato la mia posizione».
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
I VELIVOLI MILITARI PILOTATI A DISTANZA, COME QUELLI CHE HANNO COLPITO IN POLONIA, SONO L’ARMA PRINCIPALE DEI RUSSI … DALL’INIZIO DELL’ANNO L’ARMATA ROSSA HA LANCIATO 37 MILA ATTACCHI AEREI IN UCRAINA. BOMBARDARE COSTA MENO CHE DIFENDERSI
Economici (costano intorno ai 20 mila dollari l’uno), leggeri (gli ultimi modelli sono fatti
anche col polistirolo), mortali (uccidono ogni giorno in Ucraina civili e militari). Che si tratti dei bombardamenti sulle città ucraine, sui target militari russi e ora anche sul territorio Nato, se dici guerra ormai dici droni.
Finito il monopolio iraniano e turco, i russi si sono messi a produrre nuovi modelli più economici ma altrettanto letali. Ora nei cieli vanno per la maggiore i Geran (analoghi russi degli
iraniani Shahed), i Garpiya (realizzati con componenti cinesi) e i Gerbera ( decoy , esche, a basso costo che imitano gli Shahed sui radar ma trasportano poco o niente esplosivo, destinati a indebolire i costosi missili intercettori dell’Ucraina).
Nell’ultimo anno i tecnici ucraini hanno identificato almeno cinque tipi di testate, tra cui cariche termobariche, incendiarie e ad alto esplosivo in contenitori d’acciaio frammentati di vario peso. Alcuni campioni analizzati questa primavera raggiungevano i 90 chili.
Ora i droni dello zar sono dotati di modem e schede sim ucraine, che si collegano alle reti cellulari; i modelli più recenti ne hanno più di una, per passare a un nuovo numero di telefono in caso di interruzione della connessione. Disturbarli con le tecniche di jamming è diventato dunque sempre più difficile.
Dopo aver ottenuto i progetti iraniani, per sfornarne migliaia ogni mese la Russia ha costruito una propria enorme fabbrica in Tatarstan dove impiega manodopera a basso costo (donne straniere e studenti soprattutto) e ha aperto una nuova linea di produzione presso l’impianto elettromeccanico di Izhevsk, dove già vengono prodotti i droni Garpiya. La chiave di tutto sono i costi.
I modelli di fabbricazione russa Geran-1 (noto anche come Shahed 131) e Geran-2 (noto anche come Shahed 136) costano tra i 20 mila e i 50 mila dollari. «Nel 2022, la Russia pagava in media 200 mila dollari per un drone di questo tipo», spiega al Corriere una fonte dell’intelligence della Difesa ucraina. Uno zero in pi
«Nel 2025, quella cifra è scesa a circa 70 mila dollari», grazie alla produzione su larga scala. A titolo di confronto, un singolo intercettore missilistico terra-aria può costare più di 3 milioni di dollari.
Tradotto, bombardare oggi è meno costoso che difendersi. L’escalation Non a caso, secondo un conteggio del Center for Strategic and International Studies, dall’inizio dell’anno la Russia ha lanciato almeno 37 mila attacchi aerei contro l’Ucraina. E l’impennata — lo conferma l’Institute for the Study of War (ISW) — è da registrare in seguito alla ripresa dei colloqui bilaterali tra Ucraina e Russia a Istanbul, in Turchia, il 15 maggio. Tra gennaio e maggio 2025, gli attacchi con droni russi hanno registrato una media di circa 120 al giorno.
Da maggio ad agosto, la media è stata di 185. Un bel salto se si considera che all’inizio della guerra le salve di missili e droni più consistenti venivano lanciate circa una volta al mese.
Altro discorso, l’attacco in Polonia. Secondo l’esperto militare ucraino Ivan Stupak, è probabile che i droni utilizzati non fossero da combattimento, ma che fossero stati progettati appositamente per volare nel territorio polacco per testarne i sistemi di sicurezza.
Stupak, ex agente dei servizi di sicurezza ucraini, spiega che l’attacco potrebbe aver consentito alla Russia di tracciare la sequenza delle risposte radar della Polonia e di osservare quali aerei erano stati fatti decollare. Kirill Shamiev, ricercatore presso l’European Council on Foreign Relations, aggiunge che l’attacco «è un segnale che la situazione potrebbe degenerare in un fluss
regolare di droni russi “vaganti”, fatti di legno e nastro adesivo, verso aeroporti polacchi e baltici e altri hub logistici».
La strategia? «Dimostrare che Mosca può peggiorare significativamente la vita degli europei senza oltrepassare la soglia percepita di un’escalation militare, offrendo al contempo “concessioni” in cambio della “comprensione” europea degli interessi di Mosca in Ucraina», scrive Shamiev. Da Taiwan ai narcos Ovviamente, i droni non sono i protagonisti solo del conflitto tra Ucraina e Russia.
(da “Corriere della Sera”)
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