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LA LEADER DELL’OPPOSIZIONE BIELORUSSA TSIKHANOUSKAYA: “PUTIN E’ UN CRIMINALE DI GUERRA, SOLO UN’EUROPA UNITA POTRA’ FERMARLO”

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA ALL’OPPOSITRICE IN ESILIO: “I BIELORUSSI VIVONO NEL TERRORE, MA RESISTONO. UN GIORNO IL MIO PAESE SARA’ LIBERO”

«L’Europa deve rimanere ferma e unita: quando i dittatori percepiscono un Occidente debole e diviso, si sentono incoraggiati ad agire».
A lanciare il monito, in un’intervista a Open, è Sviatlana Tsikhanouskaya, leader dell’opposizione bielorussa al regime di Alexander Lukashenko, definito come “l’ultimo dittatore d’Europa”.
Un settantenne che da oltre trent’anni tiene sotto controllo il suo Paese grazie al sostegno di Vladimir Putin. Costretta all’esilio dal 2020 dopo le contestate elezioni presidenziali in Bielorussia e le proteste di massa, Tsikhanouskaya richiama l’attenzione sull’urgenza di un fronte compatto contro i regimi autoritari, e sottolinea la necessità di rafforzare la coesione europea e di sostenere sia l’Ucraina che la Bielorussia nella loro lotta per la libertà.
Un’esigenza resa ancora più urgente dagli ultimi sviluppi geopolitici: l’abbattimento di oltre dieci droni russi nello spazio aereo polacco riaccende l’attenzione sulla grande esercitazione militare “Zapad-2025”, che Mosca e Minsk condurranno vicino ai confini della Nato. «Ricordiamo bene cosa è successo l’ultima volta – avverte Tsikhanouskaya –: è iniziata con un’esercitazione e si è trasformata nell’invasione dell’Ucraina. Non possiamo permettere che la Bielorussia diventi il “premio di consolazione” per Putin».
Monito che Tsikhanouskaya lancerà questo fine settimana nel luogo-simbolo della rinascita europea dopo le dittature, alla prima Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia. «Se vogliamo davvero difendere i valori su cui si
fonda l’Unione europea – sostiene Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia che organizza l’evento – dobbiamo sostenere chi nel mondo lotta per la libertà e la dignità umana, e portare avanti il percorso di riforme avviato dal Parlamento per rafforzare la nostra Unione».
Sig.ra Tsikhanouskaya qual è l’attuale situazione politica e sociale in Bielorussia sotto il regime di Lukashenko?
«La Bielorussia oggi è un paese tenuto in ostaggio da un dittatore. Non c’è libertà, né giustizia, né vere elezioni. Più di 1.300 prigionieri politici sono dietro le sbarre (Oggi Minsk ne ha rilasciati 52, ndr). Proprio questa settimana abbiamo appreso della morte di un altro detenuto. In totale, almeno nove prigionieri politici sono morti in custodia. Le repressioni continuano, o addirittura si intensificano. Anche se alcune persone sono state rilasciate, incluso mio marito, altri vengono ancora arrestati. Si può essere arrestati per un post sui social, per un commento, o anche solo per avere l’adesivo “sbagliato” sul telefono. Non si tratta di un conflitto civile: è il regime contro il suo stesso popolo. Forse non è più così visibile, ma non esiste alcuna libertà politica».
Perché continua a resistere il regime in Bielorussia?
«Il regime di Lukashenko è sopravvissuto al 2020 e fino a oggi solo grazie al sostegno di Putin. Da allora, si è completamente allineato al Cremlino, cedendo la nostra sovranità pezzo dopo pezzo, permettendo il dispiegamento di truppe, missili e perfino armi nucleari russe sul nostro territorio. Questo mese, il regime ospita le esercitazioni militari congiunte con la Russia, Zapad
2025. Ricordiamo bene come è andata l’ultima volta: con l’invasione dell’Ucraina. Ma anche sotto questo terrore, i bielorussi continuano a resistere. Il sogno della libertà è ancora vivo».
Suo marito è stato rilasciato dopo cinque anni di prigione. Come sta oggi? Cosa le ha raccontato della sua detenzione?
«Siarhei è un uomo forte. Questi cinque anni hanno avuto un impatto sulla sua salute, ma non hanno spezzato il suo spirito. Crede ancora, come me, che la Bielorussia sarà libera. Mi ha raccontato storie di coraggio e solidarietà anche nelle celle più buie. E queste storie rafforzano la mia determinazione. Non si è preso una pausa per riposare: vuole continuare la lotta e ora si trova negli Stati Uniti, dove sta raccogliendo sostegno per la nostra causa».
Quali sono i vostri piani politici per il futuro della Bielorussia?
«I nostri piani politici restano invariati: una transizione pacifica verso la democrazia. Elezioni libere. La liberazione e riabilitazione di tutti i prigionieri politici. Giustizia per le vittime. E il ritorno della Bielorussia in Europa. Abbiamo già costruito istituzioni democratiche in esilio e ci stiamo preparando per il giorno in cui la Bielorussia sarà libera. Perché quel giorno arriverà».
La mediazione di Trump nella guerra in Ucraina ha riabilitato la figura di Vladimir Putin. Qual è la sua opinione?
«Diciamolo chiaramente: Vladimir Putin è un criminale di guerra. Nessuna stretta di mano politica può cambiare questo fatto. La guerra che ha scatenato ha portato morte e distruzione
in Ucraina, e ha usato la Bielorussia come piattaforma per l’aggressione. Apprezzo profondamente gli sforzi del presidente Trump per porre fine alla guerra e per liberare i nostri prigionieri politici. Ha la possibilità di fare la storia. Ma la pace deve essere giusta e duratura».
E L’Europa cosa dovrebbe fare?
«L’Europa deve rimanere ferma e unita. Se i dittatori vedono che l’Occidente è debole e diviso, questo li incoraggia. Non possiamo permettere che la Bielorussia diventi un “premio di consolazione” per Putin. Una Bielorussia libera è la sanzione più potente contro il Cremlino. Non è il momento dell’accondiscendenza, ma della chiarezza, dell’unità e dell’azione».
La scorsa settimana Lukashenko ha partecipato alla parata di Xi Jinping insieme a Putin e ad altri dittatori. L’Occidente deve avere paura?
«Quello che abbiamo visto in Cina è stato un incontro tra dittatori che si sentono intoccabili. Stanno formando un’alleanza globale contro la democrazia. Si sostengono a vicenda, copiano i metodi gli uni degli altri, si proteggono reciprocamente dalla giustizia. Stanno costruendo un asse del male».
Quanto è pericolosa questa alleanza tra dittature?
«Sì, è pericoloso. Non solo per la Bielorussia o per l’Ucraina, ma per tutto il mondo democratico. Questi regimi sono uniti da un obiettivo comune: distruggere l’ordine mondiale basato sulle regole. Ecco perché anche le democrazie devono rimanere unite. Dobbiamo dimostrare che la solidarietà è più forte della
dittatura. E che la libertà vince sempre».
Questo week end ci sarà l’evento del Parlamento europeo a Ventotene. Quale messaggio porterà?
Porterò un messaggio chiaro: l’Europa non deve dimenticare la Bielorussia. Il futuro dell’Europa si decide non solo in Ucraina, ma anche in Bielorussia. Le nostre nazioni sono in prima linea nella lotta tra libertà e tirannia.
Cosa dovrebbe fare l’Europa per preservare libertà, unità e democrazia?
«Per preservare la democrazia, l’Europa deve agire con coraggio. Rafforzare il sostegno alle forze democratiche. Sostenere i nostri difensori dei diritti umani, i media indipendenti e la società civile. Bloccare ogni possibilità di aggirare le sanzioni. E assicurarsi che, quando arriverà il momento, la Bielorussia sia accolta di nuovo nella famiglia europea. Dobbiamo dimostrare ai bielorussi che esiste un’alternativa europea al mondo russo. La democrazia non è un dono: è una lotta. E questa lotta la combattiamo insieme».
(da Open)

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“ASSASSINATION CULTURE” SI FA STRADA NEGLI STATI UNITI

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

IL 38% DEI CITTADINI USA RITENGONO “GIUSTIFICABILE” L’ASSASSINIO DI TRUMP, LA PERCENTUALE SALE AL 55% TRA I PROGRESSISTI… IL 34% DEGLI STUDENTI UNIVERSITARI GIUSTIFICA LA VIOLENZA CONTRO GLI AVVERSARI POLITICI… BASTA IPOCRISIE: SE ELEGGETE UN ISTIGATORE ALL’ODIO E’ NORMALE CHE SI RISCHI LA GUERRA CIVILE

L’omicidio di Charlie Kirk, attivista conservatore e fondatore di Turning Point Usa, avvenuto nella serata italiana di mercoledì 11 settembre, ha riportato al centro dei dibattito il tema della violenza politica. Tutto il mondo ricorda ancora l’attentato del 13 luglio 2024, al quale Donald Trump – allora in corsa per la seconda presidenza – sfuggì per un soffio.
Ma la questione, come dimostra il recente attentato contro una politica dem del Minnesota, è evidentemente un problema bipartisan negli Stati Uniti ed è lecito chiedersi se la violenza politica debba ormai considerarsi parte di una tragica normalità
È di pochi mesi fa un report del Network Contagion Research Institute (Ncri), che metteva in luce dati impressionanti: 38 americani su 100 giudicavano “giustificabile” l’assassinio di Trump, 31 su 100 quello di Elon Musk.
Tra gli elettori progressisti, le percentuali salivano ulteriormente fino al 55% e al 48%.
Per una triste coincidenza, lo stesso Charlie Kirk aveva rilanciato recentemente il sondaggio, denunciando la diffusione di una vera e propria “assassination culture” e avvertendo che la sinistra americana stava normalizzando la violenza politica. All’indomani dell’omicidio un editoriale del New York Times cita un altro sondaggio, pubblicato dalla Foundation for Individual Rights and Expression, secondo cui il 34% degli studenti universitari americani ritiene accettabile usare la violenza per impedire un discorso pubblico con cui non è d’accordo. La percentuale è in crescita costante negli ultimi anni: nel 2021 il “sì” raggiungeva il 24%, una cifra «già inaccettabilmente elevata».
L’editoriale del New York Times – dal titolo “Il terribile omicidio di Charlie Kirk e il peggioramento della violenza politica in America” – sottolinea che la violenza politica ormai attraversa lo spettro ideologico: da Trump alla deputata democratica Nancy Pelosi, fino ai casi più recenti de
i parlamentari locali in Minnesota. Una spirale di violenza che rischia di travolgere la convivenza stessa, dimenticando il Primo emendamento della Costituzione, quello che sancisce la libertà di espressione.
(da Open)

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LA LIBIA È DI NUOVO SULL’ORLO DEL CAOS: LA VOLONTÀ DEL PREMIER, ABDUL HAMID DBEIBAH, DI CONSOLIDARE IL CONTROLLO SULLE FORZE ARMATE DELL’OVEST E RIDIMENSIONARE LE MILIZIE RIVALI, IN PARTICOLARE IL GRUPPO RAD, STA ALIMENTANDO LA TENSIONE

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

UN TENTATIVO ESTREMO DI SALVARE L’ESECUTIVO CHE RISCHIA SCATENARE UN NUOVO CONFLITTO A TRIPOLI CHE PUÒ TORNARE AD ACCENDERE IL MEDITERRANEO. E SAREBBERO CAZZI PER GIORGIA MELONI, CON UNA NUOVA ONDATA DI SBARCHI DI IMMIGRATI SULLE COSTE ITALIANE … L’APPOGGIO DI PUTIN AD HAFTAR

La Libia appare nuovamente sull’orlo di un conflitto armato, ennesima situazione al limite di questo decennio che ha visto il Paese afflitto da un’instabilità ormai sistemica.
Tripoli è diventata in questi ultimi mesi il fulcro di una tensione crescente, alimentata dalla volontà del premier Abdul Hamid Dbeibah di consolidare il controllo sulle forze armate dell’ovest e ridimensionare le milizie rivali, in particolare il gruppo Rada (Dispositivo di Deterrenza Speciale).
Un tentativo estremo di salvare il suo esecutivo – il Governo di Unità Nazionale, GNU, precedentemente incaricato dall’Onu – da un destino ormai da tempo evidente: il capolinea di un’esperienza che ha visto Debeibah dapprima cercare di unire il Paese, per poi fallire nel tentativo di indire elezioni (già nel 2021) e infine alimentare divisioni e complessità interne.
Le mobilitazioni militari intorno alla capitale, i movimenti delle forze di Misurata e Gharyan, le esplosioni sospette a depositi di armi e i posti di blocco nelle strade visti in queste ultime settimane evocano scenari già vissuti, con il rischio concreto che il Paese ripiombi in una spirale di violenza.
Le Nazioni Unite hanno lanciato ripetuti allarmi, mettendo in guardia dal pericolo che un nuovo conflitto a Tripoli possa rapidamente estendersi ad altre regioni – innanzitutto il Mediterraneo, ossia il bacino geostrategico primario dell’Italia.
La Missione Onu (Unsmil) e il Comitato 5+5 (l’organismo militare congiunto istituito dopo il cessate il fuoco del 2020 per facilitare la de-escalation e monitorare le intese tra le parti) hanno chiesto a tutte le forze di rientrare nelle basi di
appartenenza e di astenersi da azioni unilaterali, sottolineando la necessità di proteggere i civili e di mantenere in vita il fragile processo politico.
Sono innanzitutto le tensioni interne a Tripoli a meritare un approfondimento specifico, perché è da qui che molto nasce. La milizia Rada, ad esempio, non è soltanto un gruppo armato ma controlla infrastrutture strategiche come l’aeroporto e il carcere di Mitiga (dove sono detenuti anche jihadisti di al-Qaeda e ISIS).
La sua forza deriva anche da alleanze fluide: contatti con Haftar, rapporti con il Consiglio Presidenziale e un legame ambiguo con la Turchia, che la rendono un attore ibrido e difficilmente incasellabile. In modo del tutto simile, altre milizie si sono fatte largo nel complesso mosaico libico.
Finché il GNU è riuscito a mantenere un equilibrio con esse – sostanzialmente foraggiando l’equilibrio di potere – l’instabilità è rimasta controllata. Ma attualmente Dbeibah ha difficoltà a gestire il bilancio, bloccato anche da una diatriba con la Banca Centrale Libica (connessa anche all’accesso ai proventi petroliferi). E quindi sicurezza, fondi, energia – tutto collegato in un caos sistemico.
Intanto la popolazione civile vive in una costante incertezza, tra posti di blocco, spari sporadici e timori di una nuova guerra urbana che aggraverebbe l’emergenza umanitaria.
A questo si somma la fragilità istituzionale del GNU, la cui legittimità è stata erosa dal mancato svolgimento delle elezioni del 2021, fattore che ha rafforzato il potere delle milizie come alternative allo Stato. Se le tensioni dovessero degenerare, il rischio è però anche legato alla possibilità che attori esterni – Russia, Egitto, Emirati o anche la stessa Turchia – possano sfruttare il caos per rafforzare la propria influenza.
Accanto alle tensioni interne, emergono infatti nuove manovre regionali. Ankara, storico sponsor del governo di Tripoli, mantiene uomini a Mitiga ma sembra riorientare parte della propria strategia verso un dialogo con Haftar e i suoi alleati.
Negli Emirati Arabi Uniti si susseguono incontri che vedono protagonisti Khalifa e Saddam Haftar, e si intensificano i contatti tra la milizia Rada e le forze di Bengasi, fino a ipotizzare un’integrazione sotto l’ombrello dell’LNA (Libyan National Army, la formazione guidata da Khalifa Haftar con base nella Cirenaica). Parallelamente, l’Egitto e gli Emirati rafforzano il loro sostegno agli Haftar, mentre la Russia, attraverso il ridispiegamento di risorse già presenti in Siria, torna a proiettare influenza a est.
In questo quadro instabile, si affacciano anche gli Stati Uniti: la scorsa settimana, a Roma, Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump per gli Affari Africani, ha preso parte a un incontro senza precedenti tra Ibrahim Dabaiba (nipote e consigliere del premier del GUN di Tripoli) e Saddam Haftar (figlio di Khalifa e vicecomandante dell’LNA), reso possibile dalla mediazione congiunta di Italia e Stati Uniti – il che rappresenta un segnale politico rilevante.
Qui si apre lo spazio dell’Italia, che cerca di confermare la centralità in un dossier storicamente primario nella propria agenda. Il recente incontro a Roma tra il viceministro della
Difesa libico Abdulsalam Zoubi, i ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi e i vertici dell’intelligence italiana, riflette la volontà di sostenere le capacità istituzionali del ministero della Difesa libico, fornendo addestramento e supporto tecnico.
Gli avvertimenti delle Nazioni Unite, i tentativi di mediazione – molti dei qualifacilitati anche dall’Italia – tra le fazioni libiche e gli sforzi di Ankara per dissuadere un’azione militare si scontrano con la determinazione del premier di Tripoli a rafforzare il proprio controllo sull’ovest del Paese.
In un recente intervento televisivo, Dbeibah ha sottolineato che il governo intende portare avanti il piano di sicurezza, non arretrare nello smantellamento delle milizie e riportare sotto l’autorità statale tutte le infrastrutture strategiche – porti, aeroporti e carceri. Ha definito le formazioni armate gruppi criminali che si rifiutano di integrarsi nelle istituzioni ufficiali, accusandole di agire come un vero e proprio colpo di mano contro lo Stato e di esercitare ricatti sulle strutture pubbliche – anche se proprio queste finora hanno garantito la prosecuzione delle attività governo.
A spiegare la durezza attuale di Dbeibah c’è anche un fattore politico-istituzionale: UNSMIL ha presentato una roadmap della durata di circa due mesi che punta a un’intesa tra Est e Ovest per rimodellare l’Alta Commissione elettorale (oggi incompleta) e creare un nuovo governo unificato di scopo, con l’obiettivo di accompagnare il Paese verso elezioni nazionali. Per il premier, mostrare fermezza contro le milizie diventa dunque una questione di sopravvivenza politica, in risposta all’agenda fissata
dalle Nazioni Unite.
(da agenzie)

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“IL PREZZO CHE PAGHIAMO PER LA LIBERTÀ DI POSSEDERE ARMI È CHE QUALCUNO TALVOLTA SARÀ UCCISO” : LE FRASI FARNETICANTI DI CHARLIE KIRK, UCCISO CON UN COLPO DI FUCILE DURANTE UN COMIZIO ALL’UNIVERSITÀ DELLO UTAH

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

“L’ABORTO VA VIETATO. SE MIA FIGLIA DI DIECI ANNI VENISSE VIOLENTATA DOVREBBE PARTORIRE”… “MICHELLE OBAMA, DONNA DI COLORE, HA UN CERVELLO INFERIORE DI QUELLO DI UNA DONNA BIANCA”… “LE CONDANNE A MORTE DOVREBBERO ESSERE PUBBLICHE, VELOCI, TRASMESSE IN TELEVISIONE” … E’ STATO ACCONTENTATO

Razzista, antisemita, islamofobo, ostile ai trans, no vax, anti abortista, pro armi e pro pena di morte: Charlie Kirk, l’influente attivista di destra ucciso in un campus in Utah, era anche tutto questo, divisivo, provocatorio, incendiario.
Ecco alcune delle sue frasi shock, quelle con cui aveva infiammato il popolo Maga, pronunciate durante eventi pubblici o scritte sui social, quasi un manifesto dell’America bianca e rurale che rappresenta il bacino elettorale di Trump.
“Il prezzo che paghiamo per la libertà di possedere armi è che qualcuno talvolta sarà ucciso”.
“L’aborto va vietato. Se mia figlia di dieci anni venisse violentata dovrebbe partorire” un eventuale figlio concepito nello stupro.
“Michelle Obama, donna di colore, ha un cervello inferiore di quello di una donna bianca”. “Quando vedo un pilota nero su un aereo mi chiedo se è qualificato”.
“Dovrebbe essere legale bruciare una bandiera arcobaleno o di “Black Lives Matter” in pubblico”.
“Importare milioni di musulmani è un suicidio per la nostra civiltà”.
“Un uomo che si identifica come trans sta vestendo una maschera da donna esattamente come io potrei vestire una maschera da nero. E sta facendo qualcosa di malvagio, non importa che nella sua testa lui pensi di star facendo una cosa buona: anche i nazisti lo pensavano”.
“Tanti libri di testo non riescono a presentare agli studenti più
versioni dei fatti su un tema. Gli studenti vengono spinti verso un’educazione che demonizza la libera impresa ed elogia la lotta di classe”.
“Le condanne a morte dovrebbero essere pubbliche, veloci, trasmesse in televisione. Penso che a una certa età sarebbe anche un’iniziazione. A quale età si dovrebbe cominciare a vedere esecuzioni pubbliche?”.
(da Open)

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LA PRESIDENTE USCENTE DELLA CASSAZIONE, MARGHERITA CASSANO, RIFILA UN ULTIMO SCHIAFFONE A CARLO NORDIO, CHE NON PERDE OCCASIONE PER ATTACCARE I MAGISTRATI: “UNA CRITICA CHE SI TRASFORMI IN DILEGGIO, IN NEGAZIONE STESSA DI UNA FUNZIONE DELLO STATO, NON È PIÙ QUALIFICABILE COME TALE”

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

LA BOCCIATURA SENZA APPELLO DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA DEI SOVRANISTI: “LA COSTITUZIONE VIETA DI ISTITUIRE GIURISDIZIONI SPECIALI COME L’ALTA CORTE CHE DOVRÀ OCCUPARSI DEI PROFILI DISCIPLINARI DEL MAGISTRATI”

Margherita Cassano è appena uscita dall’organico della magistratura dopo una carriera lunga e strepitosa. Prima donna ad essere stata Presidente della Cassazione. L’avevano accolta con grandi applausi forse perché qualcuno si aspettava in lei una figura malleabile, ma non è stato così.
«Non penso che quando si parla di una donna la si possa necessariamente identificare con un essere fragile e indifeso, no? Ognuno ha la sua formazione. Io devo ringraziare dei maestri che mi hanno insegnato non soltanto a tentare di esercitare al meglio la professione, ma anche che non basta declamare l’autonomia e l’indipendenza. Bisogna praticarle in concreto».
E lei, pur di formazione conservatrice, ha criticato severamente la riforma Nordio sulla separazione delle carriere. Non la convince la creazione di un corpo separato dei pubblici ministeri, né lo sdoppiamento dei Csm.
«Cercherò qui di semplificare al massimo il mio pensiero. Primo, è indubbia prerogativa esclusiva del legislatore fare le scelte di sua pertinenza. Secondo, quando queste scelte hanno ricadute sull’organizzazione giudiziaria o sul funzionamento della giustizia, il Consiglio superiore della magistratura non solo può, ma deve fornire il suo contributo.
Lo prevede l’articolo 10 della legge costituzionale istitutiva del Csm. Ebbene, in attuazione dell’articolo 10, il Consiglio superiore della magistratura ha formulato un parere che mette in luce talune criticità nell’adozione di questa riforma. È un parere che è stato adottato con la totalità del voto dei consiglieri togati, compreso il mio, e ha visto il voto dissenziente di alcuni togati laici, espressi dal Parlamento. Sulla base di queste premesse e riaffermando ciò che è già scritto in quel parere, ho ribadito quali possono essere i profili di criticità»
Il principale?
«La Costituzione vieta espressamente di istituire giurisdizioni speciali oltre quelle esistenti. Ma l’istituenda Alta corte (che dovrà occuparsi dei profili disciplinari del magistrati, ndr) è indubbiamente una nuova giurisdizione. Lo dice la Corte costituzionale, non io. La Corte in più occasioni ha riaffermato la natura giurisdizionale del procedimento a carico dei magistrati.
Quindi, in chiave propositiva e di apporto tecnico alle scelte esclusive del legislatore, noi poniamo questo interrogativo tecnico che non è stato molto ripreso nel dibattito: è possibile senza una modifica costituzionale prevedere un’ulteriore giurisdizione speciale?
E c’è un secondo problema. Sempre la Costituzione prevede come garanzia generalizzata per ogni cittadino, e quindi anche per il magistrato, che tutte le sentenze siano appellabili in Cassazione. Per i magistrati, invece, pare previsto solo un ricorso alla medesima Alta Corte. Insomma, sarebbe fondamentale capire se anche queste sentenze saranno suscettibili o meno di ricorso per Cassazione».
Eppure, a dispetto dei vostri argomenti, il governo e il centro-destra spingono in Parlamento per approvare al più presto la riforma con clamorosa accelerazione.
«Mi auguro che i contributi offerti dalle varie figure professionali mosse soltanto da uno spirito di collaborazione (perché le istituzioni devono cooperare, sa) possano essere prese in esame. Sicuramente la magistratura non è mossa da intento di polemica né di contrapposizione
Siccome la sua attività consiste quotidianamente nella interpretazione delle norme, forse noi abbiamo la possibilità, o meglio la fortuna di cogliere tecnicamente alcune aporie, alcune questioni, che, se affrontate preventivamente, consentono poi di evitare problemi in sede applicativa o interpretativa»
Si sono dimenticati della Cassazione, insomma, ma forse quella scelta va letta assieme alle polemiche che la maggioranza di recente ha rivolto alla Suprema corte per alcune sentenze non gradite. Lei trova normale che nell’anno di grazia 2025 si debba difendere il ruolo della Cassazione in Italia?
«Io mi auguro che le sentenze pronunciate dai magistrati in nome del popolo italiano possano essere studiate e anche essere oggetto di critiche, ma motivate, non contestate genericamente in maniera tale da arrivare a delegittimare una funzione sovrana dello Stato. Perché se arrivassimo a queste situazioni patologiche, noi incrineremmo i fondamenti dello Stato di diritto».
È però un periodo incandescente nei rapporti tra magistratura e politica.
«Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, le sentenze di tutti i giudici, compresi quelli di legittimità, possono e devono essere oggetto di critica. La critica ci aiuta a crescere. Ma una critica che si trasformi in dileggio, in negazione stessa di una funzione dello Stato, non è più qualificabile come tale».
A proposito di carriere separate, lei ha ricordato che il Parlamento la vedeva molto diversamente qualche anno fa
«Accadeva nel 1999: con la legge 479, si previde che prima di
essere assegnati alle funzioni di pubblico ministero, obbligatoriamente i magistrati dovessero esercitare funzioni giudicanti collegiali.
Perché è nel Collegio che si stempera l’individualismo. È nel collegio che si impara a rimettere in discussione le proprie convinzioni e a confrontarsi con gli altri, e si affina la sensibilità della prova su cui si deve fondare l’esito del processo. Quindi sì, nel giro di poco tempo, si ha avuto un percorso esattamente opposto».
(da agenzie)

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CHE AVANSPETTACOLO: VANNACCI STA TERREMOTANDO NON SOLO LA LEGA (ZAIA POTREBBE USCIRE DAL PARTITO) MA STA PREOCCUPANDO ANCHE FRATELLI D’ITALIA

Settembre 12th, 2025 Riccardo Fucile

IL RICHIAMO DEL GENERALISSIMO ALLA DECIMA MAS ABBAGLIA QUALCHE FASCISTA DA BAGAGLINO CHE NON SA NEANCHE CHE IL COMANDANTE BORGHESE UNO COME VANNACCI LO AVREBBE SCHIFATO… VANNACCI HA COME TRAGUARDO LE POLITICHE DEL 2027, QUANDO IMPORRÀ A SALVINI I SUOI UOMINI IN TUTTE LE CIRCOSCRIZIONI. ALTRIMENTI, CARO MATTEO, SCENDO DAL CARROCCIO E DO VITA AL MIO PARTITO

Uno spettro si aggira minaccioso per l’Armata BrancaMeloni: Robertino Vannacci. L’ex comandante della Folgore, eletto a Bruxelles nel giugno di un anno fa con una valanga di preferenze (oltre 500 mila, il più votato in Italia dopo Giorgia Meloni), sta terremotando non solo la Lega ma sta preoccupando seriamente anche Fratelli d’Italia.
Il richiamo del Generalissimo alla Decima Mas e alla paccottiglia del ventennio (“Io fascista? Non mi offendo”) sta abbagliando sempre di più lo “zoccolo” della Fiamma, disingannato dai tre anni di potere meloniano in cui le radici post-missine sono state via via democristianamente “pettinate”, se non del tutto sotterrate.
Molti partiti di estrema destra, come Forza Nuova, avrebbero voluto candidare Vannacci dopo l’exploit saggistico del “Mondo al contrario”, nel tentativo di trasformare i suoi lettori in elettori. Alla fine se lo è accaparrato la Lega.
Chi ha capito subito che era un madornale errore prendere Vannacci sottogamba, liquidandolo come un’antica macchietta ricicciata da “Alto Gradimento” (il delirante “generale Damigiani” di Mario Marenco) è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, denunciando come “farneticazioni personali” le posizioni espresse nel libello.
Imposto come vice segretario da Salvini per salvare la sua leadership (privata del contributo di Vannacci, la Lega alle europee dell’anno scorso si sarebbe ridotta a un partitino del 5-6%), il progetto futuro che frulla nella mente del Generalissimo ha come traguardo le politiche del 2027, quando, facendo leva sul mezzo milione di voti intascati alle Europee, imporrà a Salvini i suoi uomini in tutte le circoscrizioni. Altrimenti, caro Matteo, scendo dal Carroccio, do vita al mio partito, e amici come prima.
Nell’attesa, forte dei suoi 150 circoli, si è portato avanti il lavoro dettando la lista dei suoi candidati alle prossime regionali
d’autunno, facendo incazzare i leghisti storici, a partire dal trio dei governatori, dalla Toscana al Veneto. Attilio Fontana non l’ha toccata piano, sbottando: “Col cazzo che vannaccizzano la Lega”.
Che “Il mondo al contrario” sia ormai una sorta di partito nel partito che non ha nulla a che fare con la Lega, l’ha capito anche Luca Zaia: “Non c’è nessun effetto Vannacci nel partito, se non fa il leghista vuol dire che non lo è”.
E ha aggiunto: “Esistono i valori di un partito nato più di trent’anni fa. Il generale non ha fatto la gavetta, come è toccato a tutti noi, a partire da Matteo Salvini. È doveroso che rispetti le regole e le liturgie del partito in cui è entrato”.
Al coro furibondo che si è levato da tutti gli esponenti leghisti, Vannacci ha replicato serafico, in modalità presa per il culo: “Io porto la mia esperienza, i miei ideali e cerco più adepti possibile…”, pavoneggiandosi con le 190 mila preferenze ottenute nel Nord-est alle Europee del 2022. Per chiudere come Trump: “Make the League great again!”.
Oltre al rischio che il partito fondato da Umberto Bossi diventi un utile taxi per la presa del potere del Generalissimo, si sta facendo strada tra molti discepoli di Alberto da Giussano l’idea di rispondere alla vannaccizzazione con un taglio netto e definitivo: uscire dalla Lega.
E’ vero che Luca Zaia nel corso del tempo non ha mai posseduto l’ardire di schierarsi con il nazional-populismo di Salvini, ma quando ha chiamato Attilio Fontana per congratularsi per la sua clamorosa uscita “Col cazzo che vannaccizzano la Lega”, ha trovato però il coraggio di annunciare: Se il partito va avanti così, io esco dalla Lega…
Il presidente uscente della Regione Veneto ha peraltro aggiunto che non ha nessunissima intenzione di fare un nuovo partito. Gli basta il caos in corso per le Regionali in Veneto, dove il candidato annunciato da Salvini è un suo fedelissimo, Alberto Stefani.
Da Roma, Meloni non poteva fare altro che piegare la cofana bionda masticando amaro il rospo salviniano: con le Marche in bilico per il candidato di Fratelli d’Italia, non era il caso di correre il rischio di perdere il Veneto.
A questo punto, con il leghista Stefani in campo, Zaia dovrà riporre nel cassetto la sua fatidica lista del 40% delle precedenti elezioni regionali e magari si vedrà piazzato capolista-calamita di voti nelle varie circoscrizioni.
Intanto, si è già aperto un altro fronte del duello tra Lega e Fratelli d’Italia: la presidenza del Pirellone…”In Lombardia si vota tra tre anni, mi sembra un po’ presto e frettoloso mettere le due cose sullo stesso tavolo”. Lo afferma il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo parlando delle prossime elezioni regionali e dell’ipotesi che Fdi possa chiedere la presidenza della Lombardia.
“Alle ultime regionali, sommando i voti della Lega a quelli della lista di Fontana, siamo andati molto vicini ai numeri di Fratelli d’Italia. Rispetto le legittime rivendicazioni degli alleati, ma anche noi abbiamo il diritto di rivendicare il fatto di voler proseguire con i nostri presidenti di Regione”.
Insomma, “noi vogliamo mantenere le Regioni che governiamo, anche senza il terzo mandato – conclude Romeo -. Devono restare alla Lega, poi eventuali compensazioni si possono trovare in altri contesti”.
(da Dagoreport)

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ARROGANTE E SENZA SCRUPOLI: IL LATO OSCURO DI LARRY ELLISON, COFONDATORE DI ORACLE, DIVENTATO L’UOMO PIÙ RICCO DEL MONDO CON UN PATRIMONIO ARRIVATO A 393 MILIARDI DI DOLLARI IN MENO DI 24 ORE GRAZIE AL BUSINESS CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

SOPRANNOMINATO IL “BAD BOY” DELLA SILICON VALLEY, L’81ENNE ELLISON HA COSTRUITO UN’IMMAGINE DA “PIRATA DEL TECH”: INVESTITORE SPREGIUDICATO, COLLEZIONISTA DI JET E YACHT, È UN AMICO FEDELE DI TRUMP, PER CUI ORGANIZZÒ UNA RACCOLTA FONDI GIÀ NEL 2020. E HA FINANZIATO ANCHE NETANYAHU

Elon Musk non è più l’uomo più ricco del mondo. In vetta alla classifica c’è ora Larry Ellison, 81 anni, cofondatore di Oracle, la cui fortuna è schizzata a 393 miliardi di dollari in meno di 24 ore.
Un incremento record di 101 miliardi, dovuto al rally delle azioni Oracle a Wall Street, balzate di oltre il 40% tra martedì e mercoledì grazie ai prodotti legati all’intelligenza artificiale.
Dopo la chiusura dei mercati, l’amministratore delegato Safra Catz ha annunciato la firma di quattro contratti multimiliardari in questo trimestre
Tra i più significativi, l’accordo di luglio per fornire a OpenAI – la società che ha creato ChatGPT – 4,5 gigawatt di elettricità per alimentare i suoi software di AI.
Soprannominato il «bad boy» della Silicon Valley, Ellison ha costruito un’immagine da pirata del tech: dropout universitario, collezionista di jet e yacht, investitore spregiudicato e amico di Steve Jobs e Donald Trump. Una figura divisiva, ma capace di intercettare ogni grande onda tecnologica degli ultimi quarant’anni e di trasformarla in miliardi.
Per anni i riflettori sono stati puntati su Elon Musk e Jeff Bezos.
Oggi però a prendersi la scena è Larry Ellison: l’81enne fondatore di Oracle che, grazie al boom dell’intelligenza artificiale, è salito in vetta alla classifica dei più ricchi e si è imposto come nuovo alleato chiave di Donald Trump.
Ellison, che possiede il 40% di Oracle e il 98% dell’isola hawaiana di Lanai, non è mai stato solo un imprenditore. Amico personale di Donald Trump, finanziatore di Benjamin Netanyahu, alleato di Sam Altman e Masayoshi Son nel maxi-progetto di data center “Stargate”, è diventato l’uomo su cui la Casa Bianca punta per assicurare agli Stati Uniti la supremazia tecnologica nell’era dell’Intelligenza artificiale.
Nata nel 1977 da un contratto con la Cia per costruire un database, Oracle ha vissuto una parabola unica. Per decenni identificata con i sistemi informativi aziendali, poi con il cloud, oggi è l’azienda che Wall Street scommette capace di diventare infrastruttura centrale dell’intelligenza artificiale.
Soltanto negli ultimi tre mesi il portafoglio di contratti è salito da 138 a 455 miliardi di dollari. Al cuore c’è l’accordo quinquennale da 300 miliardi con OpenAI, la società creatrice di ChatGPT, che ha scelto i data center Oracle quando Microsoft non riusciva a garantire capacità sufficiente. Ma i clienti includono anche Meta, Nvidia e la stessa xAI di Musk.
Il colpo da maestro resta però Stargate: un progetto da 500 miliardi di dollari in Texas, che vede Oracle insieme a SoftBank e OpenAI impegnata a costruire un’infrastruttura energetica e di calcolo mai tentata prima. Non a caso, il lancio ufficiale è avvenuto a Washington, con Trump sul palco
Già nel primo mandato presidenziale frequentava cene a Mar-a
Lago e incontri nello Studio Ovale. Trump lo ha elogiato pubblicamente come “un uomo straordinario e un imprenditore incredibile”.
Oggi quella vicinanza si traduce in dossier strategici: Oracle è la candidata privilegiata ad acquisire le attività americane di TikTok, che rischiano un bando se non si separeranno da ByteDance. Alla domanda se Musk potesse comprare TikTok, Trump ha risposto: “Mi piacerebbe che lo facesse Larry”.
Il cambio di equilibri è evidente: se Musk, logorato dalle polemiche politiche e dal calo di Tesla, si è allontanato dall’orbita trumpiana, Ellison ne ha preso il posto come alleato stabile e affidabile.
L’influenza di Ellison si estende anche ai media. Ha finanziato l’operazione da 8 miliardi con cui il figlio David ha creato Paramount Skydance, conglomerato che controlla CBS, MTV e Paramount Pictures. Un investimento che apre a nuove intersezioni tra business, cultura e politica in un’America polarizzata.
Sul fronte internazionale, Ellison ha coltivato un rapporto stretto con Benjamin Netanyahu e nel 2017 ha donato oltre 16 milioni di dollari alle Forze di difesa israeliane. Sul piano personale ha comprato nel 2012 il 98% dell’isola di Lanai, trasformata in un laboratorio di turismo esclusivo e di agricoltura idroponica.
Ellison ha quattro matrimoni alle spalle, una passione per gli yacht e gli aerei privati, e uno stile di vita che alimenta il mito del miliardario larger-than-life. Musk lo ha definito “la persona più intelligente che abbia mai incontrato”.
Eppure, paradossalmente, è proprio l’allievo a essere rimasto
indietro. Se Musk incarna la volatilità e l’esposizione politica, Ellison ha saputo costruire un equilibrio nuovo tra affari e potere. Nell’America di Trump, è lui l’oracolo a cui guardano politica e finanza
(da agenzie)

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NETANYAHU NON È RIUSCITO A UCCIDERE KHALED MESHAL, L’ULTIMO DEI NUMERI UNO DI HAMAS, NON HA DECAPITATO L’ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA E NON HA PIÙ UN TAVOLO PER NEGOZIARE IL RITORNO DEGLI OSTAGGI PER I QUALI, COME HA PROFETIZZATO IL GOVERNO DEL QATAR, “NON C’È PIÙ SPERANZA”

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

PER IL FLOP, FINISCE SOTTO ACCUSA IL MOSSAD CHE AVEVA SEGNALATO LA PRESENZA DI MESHAL, MA IN UN’ALTRA STANZA – E IL PREMIER DEL QATAR AL THANI ORA RIVELA: “A GIUGNO, AVEVAMO INTERCETTATO I MISSILI IRANIANI. GLI ISRAELIANI SONO UN’ALTRA COSA, HANNO USATO MEZZI CHE I NOSTRI RADAR NON HANNO VISTO”

Non ha ucciso Khaled Meshal, l’ultimo dei numeri uno. Non ha decapitato Hamas, o quel che ne resta. Non ha più un tavolo per negoziare il ritorno degli ostaggi: «Per loro, ormai non c’è speranza», li seppellisce il governo del Qatar
Non ha più un amico nel Golfo, almeno all’apparenza: dagli
Emirati al re di Giordania, dai sauditi agli egiziani, tutti si stanno precipitando alla corte dell’emiro di Doha e concordano, sì, che «Netanyahu a questo punto va consegnato alla Corte penale internazionale».
Non è finita in gloria e a Tel Aviv, nei corridoi della Difesa, s’avverte il malumore: i generali dell’Israel Air Force avevano espresso qualche dubbio non tanto sull’opportunità, quanto sulla riuscita del blitz. Unica consolazione: «Siamo riusciti a incutere paura nei cuori dei leader politici di Hamas».
I cellulari dei terroristi colpiti suonano a vuoto, qualunque cosa significhi. Sei capi supremi sono stati comunque ammazzati, chiunque essi siano. E non si dimentichi che per ufficializzare la morte d’Ismail Haniyeh, ucciso nel luglio ’24 in Iran e sepolto poco lontano dal villino di Doha, gli israeliani impiegarono cinque mesi. Vai a sapere.
Il prezzo politico, per Netanyahu è un piccolo saldo. Pochissimi in Israele gli contestano d’essere un esportatore di guerra. Molti gli rinfacciano d’esportarla male. E non sono serviti granché i meticolosi preparativi che hanno preceduto l’operazione. L’Iaf l’aveva pianificata già dall’inizio dell’anno, spiegano i media israeliani, ma c’è stata un’accelerazione quando s’è capito che Hamas respingeva qualsiasi proposta d’accordo.
Anche la data non doveva essere il 9 settembre: Bibi aveva firmato l’ordine già un mese fa, optando poi per l’occupazione militare di Gaza City. Volano un po’ di stracci.
Qualche accusa al Mossad, che aveva segnalato la presenza di Meshal, sì, ma non ha capito che la riunione di Hamas si sarebbe tenuta in una stanza vicina: l’errore che avrebbe salvato il gran capo.
Qualche rimostranza arriva pure dai ministri che seguono il dossier degli ostaggi: per prudenza, Netanyahu li ha tagliati fuori dalla war room, ammettendo solo il responsabile della Difesa, Israel Katz, e l’incaricato speciale Ron Dermer.
La segretezza è stata mantenuta al livello più alto: a ogni partecipante, è stato imposto di firmare un impegno alla riservatezza anche per il dopo (troppe volte, i dettagli sono finiti sui giornali ed «è come se il cuoco raccontasse a tutti le sue ricette», esemplifica un ufficiale), tutti i ministri del gabinetto di sicurezza hanno saputo dell’attacco solo dai social.
Sono state usate anche armi nuovissime e top secret, rivela il premier qatarino Mohammed Al Thani. «A giugno, avevamo intercettato i missili iraniani». E ora? «Gli israeliani sono un’altra cosa — allarga le braccia —, hanno usato mezzi che i nostri radar non hanno visto».
(da agenzie)

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“NETANYAHU SA CHE GLI STATI UNITI LO SOSTENGONO A PRESCINDERE”: JOSHUA LANDIS, CAPO DEL “CENTER FOR MIDDLE EAST STUDIES” DELL’UNIVERSITÀ DELL’OKLAHOMA, PARLA DEL RAPPORTO DI SUDDITANZA DI “THE DONALD” NEI CONFRONTI DI “BIBI”

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

“FINORA TRUMP NON HA MAI PRESO DAVVERO LE DISTANZE DALLE AZIONI ISRAELIANE E ANZI, OFFRE SOSTEGNO. SI È LASCIATO COINVOLGERE NEI BOMBARDAMENTI IN IRAN DI MAGGIO (ANDANDO CONTRO ALLA SUA BASE ELETTORALE)

«Israele non ha intenzione di fermare la guerra a Gaza: e l’attacco di Doha lo dimostra. Netanyahu intravede una vittoria politica che considera storica: ha la possibilità di impadronirsi della Striscia, impedire definitivamente la formazione di uno Stato palestinese, soddisfacendo pure la destra messianica che governa con lui con l’aspirazione di ridisegnare i confini biblici del “Grande Israele”.
Infatti, è sempre più il pilastro del suo governo, considerato alla stregua di un eroe nazionale». Joshua Landis è l’analista a capo del “Center for Middle East Studies” dell’Università dell’Oklahoma, fra i maggiori conoscitori americani di dinamiche mediorientali.
Siamo davanti a una nuova escalation?
«Un passo ulteriore rispetto a quanto già visto in Libano e Iran. Netanyahu sta estremizzando sempre più le sue politiche perché sa che gli Stati Uniti lo sostengono a prescindere. Infatti la vera vittima dell’attacco è la diplomazia: insieme a qualunque prospettiva di cessate il fuoco a Gaza, temporanea o meno. Il Qatar è stato finora il grande facilitatore del dialogo con Hamas.
Paese che ha sì, buoni rapporti con la galassia della Fratellanza musulmana, al punto da essere accusato da Israele di sostenere il terrorismo. Ma pure buon alleato degli americani con cui ha riallacciato i rapporti commerciali, tanto da regalare un aereo a Trump».
Il presidente Usa ha preso le distanze dall’attacco.
«Se avesse voluto fermarli lo avrebbe fatto. La realtà è che finora non ha mai preso davvero le distanze dalle azioni israeliane e anzi, gli offre sempre sostegno. Si è lasciato coinvolgere nei bombardamenti in Iran di maggio.
E sta facendo enorme pressioni sui giovani americani che protestano per Gaza e sulle università che glielo hanno permesso. Senza dimenticare che ha appena negato i visti ai dirigenti dell’Autorità Nazionale palestinese attesi all’assemblea generale dell’Onu».
Qual è il suo interesse?
«Pensa ai suoi affari e alla politica interna: i grandi donatori ebrei, compresi quelli che fino a poco tempo fa sostenevano i democratici, ora si avvicinano a lui spaventati dall’ondata di antisemitismo indubbiamente reale. Come la base evangelica, pure quella sostenitrice dell’idea di un ritorno ai confini del “Grande Israele” per via di una profezia. No, Doha non cambierà le sue politiche e d’altronde è già passato oltre, affermando: “Questo sfortunato incidente sarà un’opportunità per la Pace”».
Il Qatar ora dice che proseguirà l’attività diplomatica.
«Diciamo che se decidesse di sottrarsi, a pagare sarebbero solo i palestinesi. Ma c’è poco da illudersi. La condizione dei gazawi sta destando l’indignazione mondiale ma non l’azione dei governi.
Pagano sulla loro pelle la vigliaccheria — o meglio gli interessi — degli altri Paesi arabi e dell’Europa. Perché a questo punto solo l’impegno congiunto della comunità internazionale potrebbe mettere fine alla guerra. E quello non c’è».
Come finirà?
«Nella Striscia i palestinesi continueranno a morire, tanto più che non possono nemmeno fuggire, visto che per loro tutte le porte sono chiuse. Anche la liberazione degli ostaggi non è più una soluzione: Israele non si fermerà in nessun caso, è troppo vicina ai suoi obiettivi.
Non vuole nemmeno il cessate il fuoco, perché una pausa permetterebbe alla comunità internazionale di far piani di ricostruzione che renderebbero poi più difficile riprendere la guerra. Il paradosso è che per distruggere fino all’ultimo uomo di Hamas si rischia di creare una nuova generazione di terroristi.
Cui Israele si prepara crescendo una nuova generazione di militari. Una spirale senza fine».
(da La repubblica)

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