Destra di Popolo.net

MSNBC LICENZIA ANALISTA POLITICO PERCHE’ HA DETTO LA VERITA’ SULL’ATTENTATO A CHARLIE KIRK

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

“UNA FIGURA DIVISIVA IMPEGNATO A DIFFONDERE ODIO”… “NON PUOI PENSARE DI PRONUNCIARE PAROLE TERRIBILI SENZA ASPETTARTI CHE SI VERIFICHINO AZIONI TERRIBILI”

La MsNbc ha licenziato il suo analista politico Matthew Dowd che aveva scatenato la rabbia della rete per i suoi commenti sulla uccisione dell’attivista conservatore Charlie Kirk.
A Dowd era stato chiesto di commentare “l’ambiente in cui può avvenire una sparatoria del genere” e lui aveva definito Kirk “una delle figure più divisive, in particolare tra i giovani, costantemente impegnato a diffondere discorsi d’odio”.L’analista aveva proseguito: “Pensieri carichi di odio portano a parole cariche di odio, che a loro volta portano ad azioni cariche di odio. Questo e’ l’ambiente in cui ci troviamo. Non puoi pronunciare parole terribili senza aspettarti che si verifichino azioni terribili”.
La MsNbc si e’ scusata per le parole di Dowd che avevano provocato indignazione sui social: la presidente della rete Rebecca Kutler ha definito “inaccettabili” i commenti dell’analista e chiesto scusa per le sue dichiarazioni.
(da agenzie)

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PER LA SERBIA DI VUCIC NOVAK DJOKOVIC E’ “PERSONA NON GRADITA”. E LUI SI TRASFERISCE IN GRECIA

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

IL CAMPIONE DI TENNIS SI ERA SCHIERATO CON IL MOVIMENTO CHE DA OLTRE OTTO MESI PROTESTA CONTRO LA CORRUZIONE E L’AUTORITARISMO DEL FILOPUTINIANO ALEKSANDAR VUCIC PARLANDO DI “GUERRA CIVILE” E “SITUAZIONE ORRIBILE”

Lo hanno chiamato traditore. Falso patriota. Per alcuni mediavicini al presidente Vucic è “persona non gradita”. E lui se ne va. Djokovic lascia la Serbia, si trasferisce ad Atene. Lo scontro con il Paese è al limite, non c’è tie-break.
Il campione si è schierato, ha parlato di “guerra civile”, di situazione inaccettabile, orribile”. A Vucic non ha fatto piacere che una voce così autorevole, durante tornei che hanno eco mediatica enorme, Wimbledon e Us Open, parli del Paese: «Sto con il popolo e con i giovani – aveva detto -provo simpatia e sostegno per chi protesta».
Un grande movimento da oltre otto mesi protesta contro la corruzione e l’autoritarismo di Aleksandar Vucic e dei suoi governi.
A migliaia hanno partecipato alle manifestazioni. Accusano il governo di incitamento alla violenza e lo definiscono illegittimo. Tutto nasce un anno fa dopo che il crollo della pensilina di una stazione ferroviaria di Novi Sad causò la morte di 15 persone, diventò un caso politico e scatenò le proteste nei confronti del governo accusato di irregolarità nella concessione degli appalti per la ristrutturazione della stazione.
Ad accendere lo scontro il trasferimento ad Atene dell’Atp 250 di Belgrado, torneo che si giocherà dal 2 all’8 novembre, nella settimana che precede le Atp Finals di Torino. Un torneo, dice l’Atp, «organizzato da un team esperto che ha già lavorato a nove precedenti tornei internazionali». Un team guidato da Djordje Djokovic, fratello di Nole.
Il tennista avrebbe già nuova casa a Glyfada, un esclusivo quartiere residenziale nel sud di Atene, e si è iscritto con i suoi figli, dagli 11 agli 8 anni, a una scuola privata dove ha seguito il suo nuovo corso. Djokovic ha avuto la possibilità di provare anche i campi del club molto vicino alla sua nuova abitazione, il Kavouri’s Club.
(da agenzie)

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PER I TRE GIUDICI DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI, CHE HANNO SOLLECITATO AI PM DI ROMA L’INDAGINE A CARICO DI BARTOLOZZI, IL REATO CONTESTATO NON HA BISOGNO DEL VAGLIO DEL PARLAMENTO

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

LA DECISIONE È GIÀ PRESA: IL REATO NON C’ENTRA CON I MINISTRI

È stato il Tribunale dei ministri a sollecitare l’indagine a carico di Giusi Bartolozzi per le «false dichiarazioni» rese da testimone sul caso Almasri. Quando hanno trasmesso alla Procura di Roma la richiesta di autorizzazione a procedere contro i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano per l’invio alla Camera dei deputati, le tre giudici del collegio hanno emesso un provvedimento separato riguardante la capo di gabinetto del Guardasigilli, segnalando al procuratore Francesco Lo Voi la violazione dell’articolo 371 bis del codice
penale. Per il quale deve procedere la magistratura ordinaria.
Di qui l’iscrizione di Bartolozzi sul registro degli indagati, che essendo magistrata ha comportato il contestuale avviso al Consiglio superiore della magistratura, al procuratore generale della Cassazione e al ministro della Giustizia. Che è come dire alla stessa indagata, principale collaboratrice di Nordio.
Si è aperto così un fascicolo distinto e separato da quello approdato a Montecitorio, che non ha bisogno di alcun vaglio parlamentare.
Tuttavia, dal momento in cui s’è saputo della nuova indagine molti nella maggioranza di centrodestra hanno cominciato a dire (pure ieri nella Giunta per le autorizzazioni) che la capo di gabinetto dovrebbe essere chiamata a rispondere «in concorso» con il suo ministro; quindi accusata degli stessi reati (omissione d’atti d’ufficio, favoreggiamento e peculato).
Con l’effetto di estendere anche a lei lo «scudo» dell’autorizzazione a procedere (che sarà negata). Tesi rafforzata dall’opinione di qualche docente di Diritto.
Il problema è che questa ipotesi è stata già valutata e respinta dal giudice competente, cioè lo stesso Tribunale dei ministri, che ha ritenuto di non coinvolgere negli ipotetici reati i collaboratori dei membri del governo inquisiti.
Nell’interlocuzione che ha preceduto la decisione finale, il procuratore Lo Voi aveva evidenziato che sulla base degli elementi emersi durante l’indagine svolta dal collegio andava analizzata anche la posizione di Bartolozzi, che certamente ebbe un ruolo nella scelta del governo di non convalidare l’arresto del generale libico ricercato dalla Corte penale internazionale, di
farlo scarcerare e infine riportarlo in patria con un aereo dei servizi segreti.
Il Tribunale aveva già messo in risalto le dichiarazioni «inattendibili e anzi mendaci» della capo di gabinetto, e il procuratore aveva invitato le tre giudici a considerare se fossero un indizio dell’eventuale correità di Bartolozzi con il ministro oppure altro, che inevitabilmente si sarebbe tramutato nelle ipotetiche «false informazioni».
La maggioranza di centrodestra, avendo i numeri, può anche imporre alla Giunta di rimandare gli atti al Tribunale chiedendo l’integrazione di Bartolozzi e, in caso di prevedibile diniego (vista la valutazione già fatta e la determinazione già espressa), sollevare il conflitto tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale. Ma al momento l’unico effetto sarebbe quello di allungare i tempi del procedimento penale a carico dei ministri e dunque la sospensione di quello a carico della capo di gabinetto, come previsto dal codice.
Del resto, la collaboratrice di Nordio non è l’unico «tecnico» che ha partecipato alle riunioni con Palazzo Chigi contribuendo alle scelte che hanno portato alla liberazione di Almasri. C’erano, fra gli altri, il capo del servizio segreto esterno Giovanni Caravelli, il capo della polizia Vittorio Pisani, il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Vittorio Rizzi, tutti testimoni ascoltati dal Tribunale come Bartolozzi. E come Bartolozzi non considerati «complici» dei componenti del governo.
Anche le loro deposizioni sono state valutate dal collegio, a volte in maniera critica. Caravelli, ad esempio, avrebbe fornito una versione «poco verosimile», sostenendo di aver saputo che
Almasri era sotto indagine della Cpi solo dopo l’arresto; e le risposte di Rizzi sono state giudicate «laconiche» ed «evasive» quando gli è stato chiesto di precisare i termini delle discussioni, soprattutto per ciò che riguarda le posizioni espresse dal ministero della Giustizia, e quindi da Nordio e dalla sua capo di gabinetto.
In generale — hanno scritto le tre giudici — le deposizioni di chi ha partecipato alle riunioni «risultano in certa misura reticenti e contraddittorie», in particolare quando hanno cercato di sostenere che in quegli incontri riservati non erano state prese decisioni. Ma secondo il Tribunale «non possono dirsi senz’altro mendaci». A differenza di quelle di Bartolozzi, per le quali il giudizio è stato netto e chiaro. Al punto da imporre alla Procura di indagarla per «false dichiarazioni».
(da Corriere della Sera)

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I SOVRANISTI LE TENTANO TUTTE PER SALVARE IL “SOLDATO BARTOLOZZI”: LA MAGGIORANZA SOLLEVA DAVANTI ALLA CONSULTA UN CONFLITTO DI ATTRIBUZIONE PER L’INDAGINE SUL CAPO DI GABINETTO DI CARLO NORDIO, GIUSI BARTOLOZZI, ACCUSATA DI “FALSE AFFERMAZIONI” SUL CASO ALMASRI

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

UNA MOSSA PER ESTENDERE ALLA “ZARINA DI VIA ARENA” L’IMMUNITÀ PARLAMENTARE DI CUI GODONO GLI ALTRI TRE INDAGATI PER IL PASTICCIO SUL TORTURATORE LIBICO (NORDIO, PIANTEDOSI E MANTOVANO) E QUINDI EVITARE CHE VADA A PROCESSO

Nell’ultimo anno «si era rafforzata la relazione» dell’Italia con la milizia libica Rada del generale Osama Almasri, strategica per tenere sotto controllo l’immigrazione clandestina. Anche se Almasri era un personaggio orrendo, a cui la Corte penale internazionale, che aveva spiccato un mandato di cattura nei suoi riguardi, contestava «34 omicidi accertati e 22 violenze sessuali documentate».
Ecco, nelle 36 pagine della sua relazione introduttiva, alcuni dei nuovi particolari forniti ieri sul caso Almasri dal deputato Federico Gianassi (Pd), vicepresidente della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera che dovrà pronunciarsi sulla richiesta del Tribunale dei ministri nei confronti del sottosegretario Alfredo Mantovano, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e di quello della Giustizia Carlo Nordio (archiviata invece la posizione di Giorgia Meloni).
Camera che ieri si è divisa, perché la maggioranza sembra intenzionata a mandare gli atti alla Consulta sulla posizione della capo di Gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi.
Gianassi ha dunque ricostruito i tre giorni caldissimi, dal 19 al 21 gennaio 2025, che videro l’arresto a Torino del generale libico e poi la repentina liberazione e il suo rimpatrio a Tripoli su un volo di Stato. Il governo, a leggere la relazione, era nelle mani dei libici: «Nell’arco dei tre giorni — scrive Gianassi — si tennero riunioni di emergenza sul caso a cui parteciparono vertici del governo, dei Servizi e delle forze di polizia per valutare le conseguenze dell’arresto, le possibili ritorsioni contro il governo italiano e la gestione della cooperazione con la Cpi».
Secondo l’istruttoria svolta dal Tribunale dei ministri, citata da Gianassi, «nel corso delle riunioni l’Aise (il servizio segreto italiano per l’estero, diretto da Giovanni Caravelli, ndr ) avrebbe sottolineato il rischio di tensioni a Tripoli che avrebbero potuto sfociare in azioni ostili».
Secondo Gianassi, dalla lettura dell’istruttoria, emerge chiarissima «la strategia condivisa dai membri del governo nelle riunioni del 19 e 20 gennaio sul mancato intervento del ministero della Giustizia». E proprio su questo punto, il caso ora si complica ulteriormente dopo che la Procura di Roma ha indagato anche la capo di Gabinetto di Nordio.
Per fare scudo intorno a lei (la maggioranza della Camera non darà mai l’autorizzazione a procedere) il centrodestra parrebbe orientato a sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.
I componenti della maggioranza della Giunta per le autorizzazioni, attraverso il capogruppo FdI, Dario Iaia, ieri hanno chiesto infatti di verificare la possibilità che anche nei confronti di Bartolozzi, come per Nordio, Piantedosi e Mantovano, possa arrivare la richiesta di autorizzazione alla Giunta come «imputata laica»: se il reato contestato fosse «in concorso» e non solo «connesso» con quelli relativi ai ministri, è la tesi, anche Bartolozzi potrebbe essere giudicata dal Tribunale dei ministri.
Ma il presidente della Giunta, Devis Dori (Avs) è stato
tranchant: «Un caso Bartolozzi al momento non c’è — ha detto — Se il reato per cui è indagata è esclusivamente il 371 bis c.p., le false informazioni ai pm, sarebbe autonomo rispetto a quelli che riguardano i ministri, quindi non sussisterebbe concorso».
(da Il Corriere della Sera)

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TRUMP E PUTIN VOGLIONO LA STESSA COSA: LA DISTRUZIONE DELL’EUROPA. E INFATTI “THE DONALD” NON HA DATO IL VIA LIBERA AL COMUNICATO DEI PAESI DEL G7 CHE CONDANNA L’AGGRESSIONE DI MOSCA ALLA POLONIA

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

IL TYCOON METTE IN IMBARAZZO GIORGIA MELONI CON GLI ALTRI LEADER EUROPEI CHE CHIEDONO UN INTERVENTO DI WASHINGTON

Si parlano. Si messaggiano. Prima nel corso di colloqui bilaterali, poi attraverso una video call di massimo livello. Tocca soprattutto a Donald Tusk aggiornare gli altri leader europei, mostrando a tutti la gravità del momento.
Ci sono Giorgia Meloni, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Volodymyr Zelensky e il segretario generale della Nato Mark Rutte. I presenti promettono sforzi di difesa comune, perché è l’Europa ad essere minacciata e bisogna sostenere la causa di Kiev. Manca però un dettaglio: Donald Trump.
Quando in Europa sono già le 21 (le 15 negli Stati Uniti), la Casa Bianca non ha ancora inviato segnali chiari agli alleati, ad eccezione di uno: non è in agenda alcun tipo di reazione militare. E dunque, cosa fare e come replicare? È da sempre il grande
timore riportato in molti dei report riservati dei partner dell’alleanza atlantica e dei rispettivi servizi di intelligence, soprattutto negli ultimi mesi: se Putin sonda gli europei con una provocazione, la reazione della Nato sarà ferma, credibile, compatta? È impossibile che ciò avvenga, senza Washington realmente a bordo. E poi pesano i dettagli, che peggiorano l’umore degli europei presenti. Uno su tutti: a sera, fatica ad essere completato anche il comunicato di condanna del G7. La ragione? Manca il via libera dell’amministrazione statunitense.
I big continentali attendono per ore che il presidente Usa spinga almeno sull’acceleratore delle sanzioni. Che batta un colpo. Nella video call i leader concordano su un punto: «Bisogna verificare il grado reale di coinvolgimento di Trump». Si organizzano dunque per contattarlo, appena possibile, con telefonate individuali. Dovrebbe farlo anche la premier italiana, di certo lo faranno Macron e Starmer in queste ore. Forse si ritroveranno poi insieme in una chiamata aperta solo ai membri del G7.
Intendono pregarlo di muovere un passo: «Serve un segnale politico — è il messaggio che concordano di consegnare al presidente Usa — occorre una condanna netta». La prima idea è quella delle ultime settimane: sanzioni economiche più stringenti, colpi duri al sistema economico russo che solo Washington può assestare. Le lunghe ore di silenzio, però, alimentano sospetti. La speranza è che Trump si faccia sentire quando in Europa sarà notte.Almeno il muro delle condanne verbali europee, invece, regge. E dimostra che lo spettro russo è incombente. Parla Meloni, esprimendo «solidarietà piena» alla Polonia. Promette sostegno a Varsavia e Kiev, i due terreni su
cui si gioca la resistenza alla minaccia di Mosca. Nel comunicato esprime la vicinanza ai polacchi «per la grave e inaccettabile violazione dello spazio aereo e dell’Alleanza Atlantica». Ma non basta.
Unità, dunque. E però Roma, almeno sul piano delle dichiarazioni pubbliche, non riesce ad assicurare la compattezza della maggioranza di governo. È Matteo Salvini a rompere il fronte. Gli chiedono delle parole dell’eurodeputato Roberto Vannacci, che poche ore prima aveva giurato di preferire Putin a Zelensky.
(da La Repubblica)

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TEMPI CUPI PER ALESSANDRO GIULI E LA SOTTOSEGRETARIA LEGHISTA LUCIA BORGONZONI: IL MINISTERO DELLA CULTURA E’ NEL MIRINO DELLA PROCURA DI ROMA IN CERCA DI ABUSI NELLA SELVA DI INCENTIVI FISCALI (TAX CREDIT) ED EROGAZIONI DUBBIE DEL CINEMA ITALIANO

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

TRA LE SOCIETÀ FINITE SOTTO L’INDAGINE DELLA FINANZA SPICCA LA ‘ONE MORE PICTURES’, FONDATA DA MANUELA CACCIAMANI, DA LEI GUIDATA FINO AL GIUGNO 2024, QUANDO PER VOLONTÀ DI ARIANNA MELONI, HA RICEVUTO LA NOMINA A NUMERO UNO DI CINECITTÀ SPA, CONTROLLATA DAL MINISTERO DELL’ECONOMIA DI GIORGETTI E SU CUI IL MIC DI GIULI HA POTERE DI INDIRIZZO POLITICO … AD ATTIRARE GLI INVESTIGATORI, IL FILM “ALBATROSS” DI GIULIO BASE, CHE RIEVOCA L’EPOPEA DI UN GIORNALISTA NEOFASCISTA, PRODOTTO DALLA ‘ONE MORE PICTURES’ DI CACCIAMANI CON RAI CINEMA DI DEL BROCCO (COME I PRECEDENTI TRE FILM DI BASE, ANCHE QUESTO NON INCASSA QUASI NULLA

C’è un nuovo filone di indagine che agita il già tormentato ministero della Cultura. Riguarda ancora una volta l’ampia gamma di finanziamenti elargiti al mondo del cinema, produzioni di film, autori, eventi, nazionali e internazionali. È un’inchiesta della procura di Roma che nasce parallela a quella originaria sul tax credit, gli sgravi fiscali concessi per la realizzazione dei film in Italia.
Questa volta però il faro degli inquirenti ha un cono di luce più circoscritto, ed è puntato su alcune società, tra le quali spicca la One More Pictures, fondata da Manuela Cacciamani, attuale numero uno di Cinecittà e da lei guidata fino al giugno 2024, quando, cioè, per volontà di Arianna Meloni, sorella della premier, ha ricevuto la nomina ad amministratrice delegata della Spa controllata dal ministero dell’Economia e su cui il Mic ha
potere di indirizzo politico.
A inizio agosto il Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, su mandato dei pm romani, ha chiesto al ministero di poter acquisire documenti relativi a fondi pubblici e tax credit di cui hanno beneficiato varie società.
Da quanto ricostruito, l’atto è stato formalizzato a Mario Turetta, capo del Dipartimento per le attività culturali e per poche settimane capo ad interim della Direzione generale Cinema, dopo le dimissioni, agli inizi dello scorso luglio, di Nicola Borrelli.
Sono giorni terribili quelli vissuti al ministero, tre mesi fa. Si scopre che il presunto assassino di Villa Pamphili, Francis Kaufmann, uno zelig che cela ombre dietro ogni maschera, ha ricevuto oltre ottocentomila euro di tax credit per un film fantasma.
Il caso permette ai magistrati di andare più a fondo in cerca di abusi e di penetrare nella selva di incentivi fiscali ed erogazioni dubbie del cinema italiano. Il terremoto è solo all’inizio ma è più esteso di quello che appare.
A fine giugno si dimette Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà voluta dalla Lega. Pochi giorni dopo tocca a Borrelli, al ministero. Passano pochi giorni ancora e al cinema esce ‘’Albatross’’, film che rievoca l’epopea del giornalista neofascista Almerigo Grilz.
All’anteprima del film di Giulio Base, attuale direttore del Torino Film Festival, si ritrovano i quadri dirigenti di Fratelli d’Italia. Il film non incassa quasi nulla, circostanza che spinge le opposizioni a rinfacciare al governo una frase dell’ex ministro
Gennaro Sangiuliano, paladino dell’abolizione del tax credit, contro «i film che ricevono cospicui finanziamenti pubblici e vendono 29 biglietti».
Sono produzioni come queste che attirano l’attenzione degli investigatori. Il film di Base, che usufruisce del tax credit (con percentuali più alte per l’uscita estiva) è prodotto dalla One More Pictures di Cacciamani con Rai Cinema. Degli ultimi quattro lungometraggi prodotti dalla società dell’attuale ad di Cinecittà, tre sono di Base.
Il regista, parlando con La Stampa, sostiene di occuparsi «solo della parte creativa» e di «non seguire gli aspetti produttivi e finanziari». Gli accertamenti lasciano intendere che ci sarebbero coinvolte altre case di produzione, considerate d’area. Vale la pena sottolineare che nessun nome finora citato risulta indagato.
L’iniziativa della Finanza, riferiscono fonti interne al Mic, sta preoccupando non poco il ministro Alessandro Giuli e la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che ha la delega al settore. Nelle carte che verranno fornite agli inquirenti ci sono i fondi incassati dalla One More Pictures e il tax credit per i film prodotti, ma non solo: anche le consulenze e gli affidamenti diretti ricevuti dal Mic attraverso Cinecittà, prima della nomina come ad, per i cosiddetti progetti speciali e per quelli internazionali
La Stampa ha contattato Cacciamani. Per suo conto è il portavoce a riferire che «non è al corrente di un accertamento della Finanza e di non avere commenti da fare al riguardo». Aggiunge che prima dell’incarico pubblico ha lasciato la società in mano al suo ex socio Gennaro Coppola, che – lo ribadisce -smentisce essere suo compagno, come scritto in questi mesi.
Cacciamani è una manager che ha attraversato diverse stagioni politiche. Con incarichi privati e istituzionali. La sua società lavora molto con la Rai e lei ha collaborato per anni con Francesco Rutelli, ex ministro di centrosinistra e fino al 2024 presidente Anica, dove Cacciamani ricopriva il ruolo di presidente di Editori e creators digitali.
One More Pictures resta partner privilegiato nelle coproduzioni di Rai Cinema, e protagonista con ampia visibilità nelle iniziative dei grandi festival – come all’ultimo Cannes – promosso dalla Direzione cinema del ministero e gestite da Cinecittà.
Con la destra avviene il salto politico di qualità. Conosce Giorgia Meloni dopo aver lavorato, con la società Direct 2 Brains, a uno spot quando la futura premier era ministra della Gioventù.
Il legame con FdI è familiare. La sorella, Maria Grazia Cacciamani, è stata candidata per il partito di Meloni nel 2018 e oggi lavora nell’ufficio del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. C’è una foto del giorno della vittoria che ritrae il governatore abbracciato ad Arianna Meloni, dietro di loro c’è Maria Grazia che esulta sorridente.
È Arianna a spingere Manuela sulla poltrona più alta di Cinecittà. Nemmeno una settimana fa, poi, durante la Mostra del Cinema, è stato il presidente della commissione Cultura alla Camera, il meloniano Federico Mollicone, ad aver premiato con la medaglia di Montecitorio proprio la One More Pictures.
Ma questa è cronaca nota. Quello che si cerca di capire adesso è se ci siano (o ci siano stati) conflitti di interesse, illeciti o abusi
nei finanziamenti ricevuti.
(da Domani)

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NELLA LEGA SCATTA LA RIVOLTA CONTRO IL GENERALE VANNACCI: AMMUTINAMENTO NELLA ‘SUA’ VIAREGGIO DOVE SI DIMETTE IN BLOCCO IL DIRETTIVO A PARTIRE DALLA STORICA SEGRETARIA MARIA PACCHINI. “NON CONDIVIDIAMO LA “VANNACCIZZAZIONE” DELLA LEGA. IL GENERALE HA ORMAI PRESO IL COMPLETO POTERE NEL PARTITO CON I SOLITI ORDINI MILITARI”

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

CARROCCIO NEL CAOS: NESSUNO RIESCE A SEDARE LA GUERRA INTESTINA TRA I DIRIGENTI SALVINIANI E IL MILITARE

La Lega, in Toscana, è piombata nel caos. Nessuno sta riuscendo a sedare la guerra intestina tra i dirigenti salviniani e il generale Roberto Vannacci, a cui Matteo Salvini ha assegnato il compito
di gestire la campagna elettorale per le Regionali, che si terranno il 12 e 13 ottobre. Prima è affiorato il malumore della zarina toscana Susanna Ceccardi, poi è arrivato il passo indietro dell’ex capogruppo in Regione Giovanni Galli, che si è rifiutato di correre questo giro.
E oggi, a Viareggio, si è dimesso l’intero consiglio direttivo del partito. Lo annuncia la storica dirigente del partito Maria Pacchini: «Non condividiamo la “vannaccizzazione” della Lega e quindi ci facciamo subito da parte. Ci dimettiamo in blocco».
Pacchini si sfoga, perché «la linea politica della Lega in Toscana è stata completamente stravolta». Vannacci, accusa la dirigente leghista, non ha coinvolto nessuno nella formazione delle liste per le Regionali, «premiando i suoi fedelissimi». A Viareggio hanno saputo quasi per caso che domani sarebbero state depositate le liste: «Si tratta di un palese atto di sfiducia nei nostri confronti».
Vannacci «ha ormai preso il completo potere nel partito», denuncia Pacchini, e lo fa con i soliti «ordini “militari”», «dispacci e direttive» che già avevano portato alle proteste di Ceccardi qualche settimana fa. In questo modo, dice la segretaria comunale leghista, Vannacci «ha confinato gli organi regionali e provinciali legittimamente in carica in un simulacro di quel ruolo che gli fu affidato dal congresso regionale di due anni fa».
(da agenzie)

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“PUTIN CONSIDERA RUSSO OGNI TERRITORIO CHE SIA STATO CALPESTATO NEL PASSATO DA SOLDATI RUSSI. È BENE CHE L’EUROPA LO TENGA A MENTE”

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

L’ESPERTA DI EST EUROPEO, ANNE APPLEBAUM: “MOSCA HA PIANIFICATO DI COLPIRE IN POLONIA, NON SI TRATTA DI UN INCIDENTE. PUTIN STA PERDENDO L’OFFENSIVA DI TERRA IN UCRAINA. IL SUO ESERCITO SUBISCE DECINE DI MIGLIAIA DI MORTI, FERITI E DISPERSI. LE CASSE DELLO STATO SONO IN DEFICIT PER LE ENORMI SPESE MILITARI CHE NON AVEVA PREVISTO NEL 2022. PUTIN CERCA DI ABBATTERE IL MORALE E LA VOLONTÀ DI RESISTENZA UCRAINI E CON LORO ANCHE QUELLI DEL FRONTE OCCIDENTALE”

«Vladimir Putin considera russo qualsiasi territorio che sia stato calpestato nel passato da soldati russi. È bene che l’Europa tenga sempre a mente questo dato fondamentale», commenta Anne Applebaum. Nota esperta della storia dell’est europeo, ci parla per telefono da Varsavia
Mosca sfida apertamente la Nato?
«Visto che i soldati russi sono stati nel passato tra gli altri luoghi anche in Polonia, negli Stati baltici e persino in Germania, Putin non ha alcun problema a considerarli parte legittima delle zone di influenza russe. Putin in persona da giovane è stato un funzionario dei sistemi d’informazione sovietici a Berlino e tutt’oggi ritiene sia possibile ricreare il vecchio impero. Non si tratta di fantasie, è realtà».
Mosca nega di avere voluto colpire la Polonia. Lei cosa pensa, è stato un attacco deliberato?«Ovviamente sì. Mosca ha pianificato di colpire in Polonia, non si tratta di un incidente o di errori dovuti alle interferenze delle difese elettroniche. Donald Tusk ha parlato di 19 droni entrati nel suo spazio aereo: chiaro che è un’azione concertata».
«Putin sta perdendo l’offensiva di terra in Ucraina. Il suo
esercito subisce decine di migliaia di morti, feriti e dispersi. Le casse dello Stato sono in deficit per le enormi spese militari che non aveva previsto nel 2022. E, nonostante tutti questi enormi sforzi, le sue unità avanzano con una lentezza esasperante. Quello che Putin cerca di fare adesso è abbattere il morale e la volontà di resistenza ucraini e con loro magari anche quelli del fronte occidentale».
Come?
«Il presidente russo lavora per dividere gli europei al loro interno e soprattutto per alzare muri tra Bruxelles e Washington. Un nemico poco uniforme è debole, scoraggiato, facile da demotivare. La stessa Polonia è un Paese molto polarizzato e Putin probabilmente tenta anche di influenzare politicamente a suo favore una parte dell’opinione pubblica interna. […]».
La crisi in Francia lo aiuta?
«Certo, questo è il suo ultimo scopo. però abbiamo visto anche un’ottima reazione unitaria da parte dei contingenti europei inquadrati nella Nato, che hanno subito risposto di concerto contro la minaccia dei droni russi in arrivo nei cieli polacchi».“ Da lungo tempo ormai Putin sfida la Nato. Ci sono state azioni di sabotaggio, incendi, assassinii mirati in Europa (tra l’altro in Spagna e in Germania), episodi di guerra cibernetica».
(da La Repubblica)

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I DRONI RUSSI SUI CIELI DELLA POLONIA? SI TRATTA DELLA COSIDDETTA “TATTICA DEL SALAME” DI CUI MOSCA È MAESTRA, UN METODO PER RAGGIUNGERE GRADUALMENTE UN OBIETTIVO STRATEGICO ATTRAVERSO UNA SERIE DI PICCOLI PASSI

Settembre 11th, 2025 Riccardo Fucile

PROPRIO COME SI AFFETTA UN SALAME E, FETTA DOPO FETTA, LO SI MANGIA TUTTO

Per qualche ora la Polonia ha vissuto lo stesso incubo degli ucraini. I fatti, secondo Varsavia: nella notte tra martedì e mercoledì almeno 19 droni di Mosca, mentre era in corso un massiccio attacco sull’Ucraina, hanno attraversato il confine polacco, costringendo la Nato a inviare caccia per abbatterli in quello che molti tra i leader occidentali ritengono un attacco «deliberato» da parte della Russia – e non un errore come avvenuto in passato – cominciato martedì alle 23,30 e terminato all’alba del giorno dopo.
A sostegno della difesa polacca e dei suoi F-16, la Nato ha fatto alzare in volo anche gli F-35 olandesi, un aereo italiano di sorveglianza Awacs e messo in stato di massima allerta i sistemi Patriot tedeschi. Secondo le prime indicazioni, dei 19 Uav ne sarebbero stati abbattuti 4, gli altri si sono schiantati nelle campagne polacche. Uno ha colpito il tetto di una casa di due
È stata la prima volta nella storia della Nato che i caccia dell’Alleanza hanno attaccato obiettivi nemici in uno spazio aereo alleato. «Non siamo mai stati così vicini a un conflitto
dalla Seconda guerra mondiale», ha detto il premier polacco Donald Tusk
Ora, a indagine «ancora in corso», ripetono dalla sede della Nato a Bruxelles, si dovrà stabilire, sulla base dei rottami dei droni e, soprattutto, sulle rotte seguite, se la violazione dello spazio aereo polacco sia stata un’azione deliberata. Se fosse confermato quanto sostiene Varsavia, l’escalation russa sarebbe una mossa per testare le difese alleate e […] parte della guerra ibrida in corso contro l’Europa per disturbare, destabilizzare, insinuare la sensazione che nessun confine sia sicuro.
Si tratterebbe, insomma, della cosiddetta “tattica del salame” di cui la Russia è maestra. Un metodo per raggiungere gradualmente un obiettivo strategico attraverso una serie di piccoli passi, ognuno dei quali singolarmente non sembra critico o sufficiente a innescare uno scontro frontale, ma nel complesso cambia radicalmente la situazione. Proprio come si affetta un salame e, fetta dopo fetta, lo si mangia tutto.
Nemmeno ai tempi della Guerra Fredda si era arrivati a tanto. Intanto Mosca mette in campo una strategia rodata: la smentita. «Non è stata presentata alcuna prova che questi droni siano di provenienza russa. Accuse infondate», ha detto l’incaricato d’affari di Mosca, Andrei Ordash, a Varsavia dopo essere stato convocato.
Il Cremlino a caldo non commenta, e rinvia il dossier al suo ministero della Difesa che accusa il governo polacco di «diffondere storie» per «aumentare l’escalation» di quella che Mosca definisce «crisi ucraina», cioè l’aggressione russa a Kyiv. Ma le foto dei resti di alcuni dei droni rinvenuti sul territorio
polacco mostrano che si potrebbe trattare di Gerbera una versione più economica e semplificata dello Shahed-136 progettato per missioni kamikaze, ricognizione e trasmissione di segnali per estendere il raggio operativo di altri droni. Sebbene siano spesso impiegati come esche, possono essere equipaggiati anche con piccole cariche esplosive fino a cinque chilogrammi.
(da agenzie)

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