Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IL GENERALE, RESPONSABILE DEL CARROCCIO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE, MOBILITA LA “PACCOTTIGLIA DA X MAS”, DRENANDO VOTI A DESTRA
C’è una convinzione che gira tra i vertici di Fratelli d’Italia: “Con Vannacci in campo, Tomasi è già politicamente sconfitto prima ancora di cominciare”. Una frase che, riferita da un dirigente toscano del partito della premier, riassume lo stato d’animo con cui Giorgia Meloni osserva le manovre di Matteo Salvini in vista delle regionali del 2025.
Non tanto in chiave locale, quanto per ciò che quelle scelte
raccontano della guerra a bassa intensità — ma tutt’altro che conclusa — tra i due leader del centrodestra.
Il generale Roberto Vannacci, politicamente sempre più centrale nella strategia di Salvini, è il perno attorno a cui ruota un disegno che molti leggono come una provocazione.
Perché per Fratelli d’Italia quella di Vannacci è “paccottiglia da X Mas”, utile a galvanizzare Facebook, ma letale sul campo. In Toscana, si vince al centro. E con un candidato così, si perde prima ancora di cominciare. Lo sa bene anche Salvini. E proprio per questo — si mormora — non intende cambiare linea.
“La verità — racconta una fonte parlamentare di peso nella Lega — è che a Matteo interessa molto di più cosa succede a Verona che non a Firenze. La Toscana può essere sacrificata, se in cambio otteniamo il Veneto”. Il ragionamento che circola al piano alto del Carroccio è freddo, quasi cinico.
Salvini, in difficoltà nei sondaggi, ha bisogno di consolidare il suo controllo sul partito e lo può fare solo rafforzando la componente “vannacciana”, che oggi rappresenta una fetta consistente — e rumorosa — dell’elettorato leghista. Far pesare Vannacci nelle regionali toscane, anche a costo di perdere, serve a blindare il profilo identitario della Lega. E a mettere un freno alla spinta accentratrice di Meloni, che già guarda al Veneto come obiettivo “naturale” di espansione.
Il nodo vero si chiama listino bloccato. Un meccanismo previsto dalla legge elettorale regionale toscana, che consente di blindare candidati scelti direttamente dai partiti. È qui che si consuma il
braccio di ferro. Vannacci, raccontano fonti interne, vuole piazzare nel listino il suo fedelissimo Massimiliano Simoni.
A criticare apertamente è Susanna Ceccardi, ex europarlamentare e anima della Lega toscana storica: “Non possiamo ridurci a un fan club del generale. Dobbiamo parlare ai territori, non ai nostalgici”. Il riferimento è proprio a quella “X Mas politics” — fatta di provocazioni simboliche, slogan muscolari, foto in mimetica — che allarma gli amministratori locali.
Tomasi in primis, che rivendica una destra pragmatica, fatta di riqualificazione urbana e attenzione al sociale. “Io ho vinto con le mamme, non con gli elmetti”, avrebbe detto in una riunione interna, ricordando il suo approccio alla sicurezza a Pistoia: più che telecamere e ronde, centri estivi e giardini ripuliti.
Il timore, in Fratelli d’Italia, è che qualcuno voglia indebolire la candidatura di Tomasi. “Salvini sa che con Vannacci perde, ma intanto mette una bandierina. E manda un messaggio alla Meloni: non comandi solo tu”, riflette un dirigente nazionale di FdI.
Per ora, il partito della premier non ha alzato i toni, ma nei prossimi giorni è atteso un vertice tra i tre leader del centrodestra proprio per discutere le candidature regionali. Il dossier Toscana sarà sul tavolo. E la sensazione, tra gli alleati, è che Salvini voglia usarlo come merce di scambio. Cedere la Toscana per tenersi stretto il Veneto. “Un’offerta che non possiamo accettare”, dicono da FdI.
Intanto, nel centrodestra toscano cresce il nervosismo. La sensazione è che si stia preparando un suicidio politico collettivo. “Abbiamo capoluoghi che votano a destra da anni — osserva un consigliere comunale — ma se ci presentiamo in questo modo perdiamo tutto”. Perché la Toscana non è l’Emilia, né la Lombardia. Qui, per vincere, serve equilibrio. E gli elettori, anche quelli di destra, sanno distinguere un candidato da un provocatore. E questo, Salvini lo sa fin troppo bene.
(da lespresso.i)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
“L’UE HA COMPIUTO UN’AZIONE DISCRIMINATORIA, È FOLLIA. SIAMO PRONTI A INTERVENIRE CON DAZI O ALTRE MISURE”
Nonostante il pressing dell’amministrazione Trump che aveva cercato fino all’ultimo di
bloccare la procedura, la Commissione europea ha deciso di sanzionare Google con una maxi-multa da 2,95 miliardi di euro per violazione delle norme antitrust Ue.
Il caso si riferisce a un’indagine che Bruxelles aveva aperto nel 2021 e che riguarda il mercato della pubblicità online, dove il colosso del Web avrebbe distorto la concorrenza favorendo i propri servizi a scapito di quelli dei fornitori concorrenti, degli inserzionisti e anche degli editori online. Una violazione che andrebbe avanti dal 2014.
L’amministrazione americana aveva fatto pressioni su Palazzo Berlaymont ed era riuscita in qualche modo a congelare l’annuncio della multa proposta dall’Antitrust Ue guidato dalla vicepresidente Teresa Ribera.
A intervenire sarebbe stato il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, vale a dire l’uomo che ha negoziato l’accordo sui dazi con Washington, paventando il rischio di reazioni da parte della Casa Bianca che potrebbero mettere a rischio l’intesa siglata in Scozia a fine luglio.
Donald Trump – che l’altra sera ha riunito alla Casa Bianca tutti i
big della Silicon Valley per una tavola rotonda, alla quale spiccava l’assenza di Elon Musk – ieri sera ha reagito duramente: «L’Unione europea ha compiuto un’azione discriminatoria, siamo pronti a intervenire con dazi o altre misure».
Dopo questa minaccia, ieri sera Trump ha continuato ad attaccare Bruxelles, chiedendo lo stop alle sue azioni sanzionatorie contro le aziende americane: «Google ha anche pagato, in passato, 13 miliardi di dollari in false richieste e addebiti per un totale di 16,5 miliardi di dollari. Quanto è folle questo? L’Unione europea deve fermare questa pratica contro le aziende americane, immediatamente».
Dopo cinque giorni dallo stop, però, la Commissione ha deciso di andare avanti e di multare Google con la seconda sanzione più alta di sempre nell’ambito della concorrenza (la stessa azienda aveva ricevuto nel 2018 una multa da 4 miliardi per il servizio Google Android e una da 2,4 miliardi per Google Shopping). Nel calcolo dell’importo ha influito anche la recidiva.
L’azienda ha ora 60 giorni di tempo per comunicare alla Commissione europea le misure che intende intraprendere: per essere in linea con le norme Ue, potrebbe essere costretta a vendere parte del suo business nel campo della pubblicità online.
Google ha subito reagito dicendo che si tratta di una «decisione errata» e ha preannunciato un ricorso.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
LA MOSSA DI TRUMP RIPORTA GLI STATI UNITI INDIETRO NEL TEMPO: DA OGGI IL DIPARTIMENTO DELLA DIFESA VA IN PENSIONE PER LASCIARE SPAZIO A QUELLO DELLA GUERRA, CON A CAPO LO SVEGLISSIMO PETE HEGSETH CHE FARNETICA DI UNA NECESSARIA CAMPAGNA DI “ETICA GUERRIERA”
Harry Truman, l’uomo che decise di sganciare l’atomica su Nagasaki e Hiroshima per chiudere la Seconda Guerra Mondiale, immaginava un mondo dove i difensori della pace avrebbero avuto più forza e peso e fortuna dei propugnatori di guerra. Nel 1947 dissolse il Dipartimento della Guerra in due unità. Nel 1949 tutto – Army, Navy, Air Force – finì sotto il neonato Dipartimento della Difesa.
Il cambio di nome rifletteva l’ampliamento dei compiti del dipartimento, che comprendevano non solo la guerra, ma anche
la politica estera, l’intelligence e, soprattutto, la sicurezza nazionale. E aveva come obiettivo ridurre le tensioni con l’Unione Sovietica. Non vinse il Premio Nobel per la Pace per aver depennato la parola guerra dagli uffici della capitale.
Donald Trump invece, che al Nobel ci pensa e che colleziona proposte di candidature da leader amici e questuanti, ieri ha cancellato con un colpo di penna la scelta di Truman. Si torna al passato. A George Washington, primo presidente americano, generale, patriota padre della Nazione che la Guerra d’Indipendenza la combatté e creò poi il Dipartimento della Guerra. Ma erano anni in cui l’America si espandeva e al contempo combatteva nemici esterni, i sempre presenti britannici nel 1812, e ancora la guerra civile.
Trump si è presentato all’America come colui che le guerre, in giro per il mondo, le vuole fermare. Da sette mesi sbandiera i successi diplomatici nel porre fine ai conflitti – Congo, Thailandia, India, Sudan, Etiopia – anche se quello in Ucraina è ancora lì a porgergli ogni giorno il conto e dei sette ultimatum a Putin nessuno ha portato conseguenze.
In una cerimonia alla Casa Bianca, Trump aspirante Nobel per la Pace ha ufficialmente cambiato il nome del Dipartimento della Difesa, ora si chiamerà – in alternativa al sempreverde Pentagono (il nome dell’edificio) – Dipartimento della Guerra.
Trump manda un messaggio al mondo: vuole dimostrare che gli Stati Uniti sono ancora una superpotenza come ai tempi della Guerra Fredda, in grado di fronteggiare qualsiasi nemico globale
e di usare le maniere forti quando serva.
In un momento in cui la deterrenza è più critica che mai Trump sostiene che la risposta è muscolare. Pazienza se per ora “a parole”. D’altronde che in Trump vi fosse un sentimento di grandeur non è certo una novità, basti pensare che uno dei primi provvedimenti è stato quello di cambiare nome al Golfo del Messico, per gli statunitensi è ormai Golfo d’America. E anche la Delta Airlines – nelle sue mappe – si è adeguata.
Pete Hegseth diventerà adesso “Il Segretario della Guerra”.
L’ex presentatore di Fox News, un passato da soldato, medaglia al collo al valor militare, ha promosso con entusiasmo il cambiamento come parte di una necessaria campagna di «etica guerriera» all’interno del suo dipartimento. Che ha una missione: rieducare i soldati americani e fargli comprendere che la loro priorità rimane la guerra. Basta wokismo, politiche Dei, o bandi per carri armati e mezzi militari green.
Qualche brivido lo desta anche il tempismo di questa scelta che arriva mentre il Pentagono dà priorità alla sicurezza domestica rispetto alla preparazione per una potenziale guerra con la Cina e sta espandendo drasticamente il mandato dell’esercito per le strade delle città americane – luoghi dove, almeno ufficialmente, non si è in “guerra”.
«Solo qualcuno che ha evitato la leva vorrebbe rinominare il Dipartimento della Difesa in Dipartimento della Guerra», ha
dichiarato il senatore – ed ex pilota della Marina – Mark Kelly, criticando Trump per aver evitato di prestare servizio durante la guerra del Vietnam.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
“COM’È POSSIBILE CHE L’EUROPA VENGA CONSIDERATA UN OSTACOLO, UN AVVERSARIO, SE NON UN NEMICO? DOBBIAMO RISPONDERE A CHI ACCUSA L’EUROPA DI IRRILEVANZA E PUNTA ALLA REGRESSIONE SUGLI OBIETTIVI RAGGIUNTI”
Sergio Mattarella ha mandato questa mattina un messaggio un video molto forte al
Forum Teha di Cernobbio. Quella del Capo dello Stato non è stata semplicemente una decisa difesa del progetto europeo, ma anche una critica non troppo velata all’aggressività dell’amministrazione americana e alle aziende del Big Tech definite «nuove Compagnie delle Indie».
Si è chiesto il presidente Mattarella: «È la pace o la guerra, la cooperazione o un mondo di contrapposizioni in nome di artefatti interessi nazionali? A prevalere devono essere il benessere, la dignità, una prospettiva di futuro, non l’ebbrezza di potere delle classi dirigenti».
La posizione europea
L’Europa – così Mattarella – «non ha mai scatenato un conflitto o uno scontro commerciale, ha elevato gli standard di vita, la difesa del pianeta, ha perseguito l’eguaglianza di diritti fra
popoli e Stati». E poi una frecciata diretta a Trump: «Com’è possibile che su queste basi venga considerata un ostacolo, un avversario, se non un nemico?».
Continua Mattarella sottolineando i «valori (dell’Unione europea, ndr.) che qualcuno considera disvalori» e aggiunge – con un riferimento al sovranismo trumpiano e chi lo sostiene in Europa – che «dobbiamo rispondere» a chi accusa l’Europa di «irrilevanza» e punta alla “regressione sugli obiettivi raggiunti».
L’accusa a Big Tech
Il Capo dello Stato ha poi aggiunto un atto di accusa sul Big Tech, parlando di «nuovo corporativismo globale» da parte di quelle che sono «nuove Compagnie delle Indie» impegnate in un progetto di influenza e sfruttamento coloniale. Mattarella ha parlato di «impulso di dominio di impronta neo-imperialista, letale per il futuro dell’umanità».
L’invito a Cernobbio
«Non dobbiamo soccombere alla favola della superiorità dei regimi autocratici” che ci vogliono ridurre a “nemici, avversari, vassalli o clientes». Questo è chiaramente un altro riferimento all’approccio dell’amministrazione Trump sui dazi e non solo. il capo dello Stato dice che all’Unione europea serve «un salto in avanti verso l’unità».
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO “LES ECHO” RILANCIA IL PIANO DELLA FUSIONE, CON UNA QUOTA NON SUPERIONE AL 35% AI TRASALPINI… PER AVERE L’OK DELL’ESECUTIVO: “UN’IPOTESI È DI LASCIARE CASTAGNA ALLA GUIDA DELLA FUTURA ENTITÀ, MENTRE IL CDA LASCEREBBE SPAZIO IN GRAN PARTE A RAPPRESENTANTI DI CRÉDIT AGRICOLE
I riflettori stanno tornando a illuminare il Banco Bpm, per otto mesi ingabbiato dall’Ops di Unicredit e ora libero di prendere altre direzioni.
Una pista sempre più accreditata in queste ore è quella che guarda in Francia, al Crédit Agricole, già azionista industriale di
Banco Bpm sopra il 20% e con in pancia il 76% di Crédit Agricole Italia (CAI)
Il 7 agosto scorso, in un’intervista a Class Cnbc, l’ad Giuseppe Castagna, dichiarava: «Non ci sono operazioni in corso. Se mai si dovesse ipotizzare una fusione con Crédit Agricole Italia, penso sarebbe ipotizzabile un’operazione tra due banche italiane, non un’acquisizione francese. E l’azionista sarebbe di minoranza, anche se con una quota rilevante».
Poi, il 29 agosto, è il quotidiano transalpino Les Echo a rilanciare l’ipotesi della fusione citando alcune fonti vicine al dossier che indicano Castagna come motore dell’operazione.
«Il piano del patron di Banco Bpm è piuttosto sofisticato – sostiene la fonte anonima di Les Echo – Un’ipotesi al vaglio sarebbe quella di lasciare Giuseppe Castagna alla guida della futura entità, mentre il consiglio di amministrazione lascerebbe spazio in gran parte a rappresentanti di Crédit Agricole».
Il problema è quale sarà la quota del Crédit Agricole nel nuovo gruppo e cosa ne penserà il governo. Secondo gli analisti che stanno esamindando la possibile aggregazione Banco Bpm- CAI, infatti, difficilmente questa quota potrà essere compressa sotto il 35%.
A questa soglia si arriverebbe partendo da una valutazione di CAI di 5,5 miliardi (il gruppo ex Cariparma ha circa 6 miliardi di valore di libro). Il Crédit Agricole ne possiede il 76%, quindi i Banco dovrebbe pagare 4,2 miliardi per comprare CAI. Un miliardo potrebbe avere come contropartita il 39% di Agos
Ducato che la banca italiana possiede (il 61% è già dei francesi).Mentre un altro miliardo potrebbe arrivare dalla cessione, sempre ai francesi, di un 39% di Anima eccedente il 51% che Banco Bpm manterrebbe in portafoglio. I restanti 2,3 miliardi verrebbero pagati in azioni Banco Bpm e così il pacchetto della banca italiana in mano al Crédit Agricole salirebbe dal 20 al 35%. Una quota che equivale al controllo del gruppo.
Potrà il governo Meloni, dopo aver respinto l’attacco di Andrea Orcel a colpi di Golden power, consegnare ai francesi il controllo del gruppo bancario che opera nelle aree più ricche d’Italia? Si vedrà, intanto per fine mese è attesa la decisione finale della Commissione Ue sul Golden power italiano in base al dettato dell’art. 21, già anticipata con lettera del 14 luglio.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
CAOS SUPPLENZE IN TUTTA ITALIA, NOMINE REVOCATE E DOCENTI LASCIATI A CASA DOPO 24 ORE
Il racconto di una docente precaria a Open: «Sono passata da due scuole assegnate a
sparire dalle graduatorie»
Bari, Benevento, Arezzo, Prato, Lecce, Terni. Sono solo alcune delle province in cui i docenti supplenti, che a inizio settembre avrebbero dovuto ricevere l’assegnazione della scuola in cui lavorare, si sono invece trovati catapultati in un vero e proprio caos. A gestire le nomine, come ormai accade da qualche anno, è il celebre algoritmo che, ancora una volta, sembra scricchiolare sotto il peso delle aspettative. Così, tanti insegnanti si sono ritrovati senza nomine nei tempi previsti, con incarichi revocati subito dopo la presa di servizio o con trasferimenti improvvisi in una sede diversa da quella inizialmente assegnata. «Il 1° settembre ho preso servizio in due scuole della provincia di Brindisi come insegnante di sostegno. Ho firmato, ho partecipato al primo collegio docenti per l’assegnazione dello studente che avrei dovuto seguire… e poi, pochi giorni dopo, la referente ci comunica che ci sono stati degli errori», racconta una docente precaria a Open. «Abbiamo continuato a scuola, tutto sembrava procedere normalmente. Pensavo che, al massimo, mi avrebbero assegnato a una sola scuola. Poi, al pomeriggio, rientrando a casa, esce un bollettino con delle rettifiche: ero sparita. Il mio nome non c’era più».
Il racconto di una docente a Open
Il giorno successivo, recatasi all’Ufficio scolastico regionale per chiedere spiegazioni, alla docente viene comunicato che
l’algoritmo aveva commesso diversi errori e che, di conseguenza, erano state necessarie rettifiche. «Alcune colleghe con punteggio più alto non erano state nominate inizialmente. Sono state inserite successivamente e noi siamo scese in graduatoria. Ora mi trovo senza lavoro da un giorno all’altro: da avere la nomina in due scuole e un alunno assegnato, sono passata a restare a casa», racconta la docente. Come lei, numerosi altri insegnanti hanno subito lo stesso destino. I decreti di rettifica degli uffici scolastici regionali si stanno moltiplicando in questi giorni e parlano chiaro: sbalzati da incarichi assegnati a causa di – si legge – «mero errore materiale».
«Non si può giocare con la vita di noi docenti precari
C’è chi è stato nominato e pochi giorni dopo ha perso tutto, come già successo a un gruppo di docenti con il diritto alla riserva dei posti a metà agosto, chi è stato trasferito in una sede per poi ritrovarsi in un’altra, e chi ha visto saltare tutto a causa delle rinunce. A Lecce, ad esempio, l’Ufficio scolastico ha annullato l’intero primo turno di nomine a causa del «consistente numero di rinunce pervenute». Ma le province coinvolte sono numerose, e il problema, in gran parte dei casi, è da imputare a errori del sistema. «Non si può giocare così con noi docenti precari», denuncia la docente di sostegno a Open. «Sono agitata, ansiosa e profondamente delusa. Insegnare è la mia passione, iL lavoro che ho sempre desiderato, e non ho intenzione di cambiare mestiere. Ma ora sono costretta a rivolgermi alla giustizia amministrativa», chiosa.
Il sindacato Uil: «Bisogna tornare alle nomine in presenza»
Sul piede di guerra ci sono anche i sindacati. «Gli errori dell’algoritmo sulle supplenze riguardano diversi territori – Liguria, Bari, Benevento, Prato, Lecce – e confermano tutte le storture di un sistema informatico che evidentemente non funziona», denuncia Giuseppe D’Aprile, Segretario generale della Uil Scuola Rua. Secondo il sindacalista, il problema potrebbe essere risolto tornando alle nomine in presenza, almeno fino a quando il sistema informatico non sarà perfezionato. «Altrimenti, il risultato è sempre lo stesso: docenti che ricevono un incarico e se lo vedono revocare all’improvviso. Docenti nominati su posti inesistenti. Procedure di nomina espletate e annullate dopo appena 24 ore», sottolinea. «Ogni rettifica non pesa soltanto sul singolo docente, ma mina la continuità didattica e crea disagi enormi alle scuole. Il sistema di reclutamento va rivisto: la scuola ha bisogno di tempi certi, procedure efficienti e chiare, e di personale stabile», conclude.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
ROBERTO SAVIANO RIBALTA LA TESI FATTA CIRCOLARE PER DUE GIORNI DAI MEDIA SULL’ARRESTO DEI DUE TURCHI A VITERBO
Per gli inquirenti italiani, una delle ipotesi più accreditate è che il commando turco fermato a Viterbo fosse pronto a colpire durante la tradizionale sfilata della Macchina di Santa Rosa. Armi semiautomatiche pronte all’uso, due fermi e poi altri cinque arresti hanno fatto ipotizzare un piano di attentato in pieno centro, con ministri e migliaia di persone presenti. Roberto Saviano, però, offre una chiave di lettura diversa. Secondo lo scrittore, quel gruppo non aveva come obiettivo i politici o la folla, ma era parte di un progetto di evasione del boss turco Boris Boyun, detenuto al 41 bis nel carcere di Mammagialla, casa circondariale nella periferia Nord di Viterbo.
«Poco probabile l’attentato terroristico»
«Gli arrestati del 3 settembre erano li, con le mitragliatrici, per sparare sui politici che dovevano partecipare all’evento a Viterbo? Poco probabile. Avrebbe un attentato velocizzato l’estradizione del boss turco? Avrebbe permesso una maggiore gestione della sua esfiltrazione per farlo tornare in Turchia? No». Sono tutte ipotesi che il giornalista e scrittore non ritiene attendibili, poiché secondo lui quel commando era lì con un obiettivo preciso: assaltare il carcere di Mammagialla e far evadere il loro boss. Per sostenere la sua tesi, Saviano ricostruisce il profilo del 40enne considerato uno dei capi criminali più feroci di Istanbul: trafficante di droga, investitore in Europa, abile a diversificare gli affari tra cocaina, tratta di esseri umani e locali di lusso.
La Dalton Gang e i rapporti con Viterbo
Fondatore della Dalton Gang, come i protagonisti del cartone animato, Boyun ha costruito un impero grazie a omicidi su commissione e affiliazioni precoci tramite social network. Per questo la scelta di Viterbo non sarebbe casuale: «Le mafie italiane sono alleate da mezzo secolo delle organizzazioni turche. A Viterbo i Mammoliti hanno un ruolo e le famiglie ‘ndranghetiste stanno investendo nel turismo viterbese. Difficile che Boyun abbia scelto da solo di venire a stare in provincia Viterbo» sostenendo che il boss turco ha scelto la provincia
laziale per nascondersi fuori dai radar. «Incredibile che pur sapendo che c’è questa cellula di mafia turca abbiano messo Boyun proprio in carcere lì» afferma Saviano.
I rapporti di Boyun con Erdogan
Un’altra ipotesi rilanciata da Saviano è quella secondo la quale Boyun tema l’estradizione in Turchia per le possibili ritorsioni dal presidente Erdogan: «Boyun fa finta di essere curdo per evitare di essere estradato. Nonostante i rapporti con Erdogan sembrino buoni, è tipico dei regimi punire i mafiosi che si sono fatti beccare all’estero per mostrarsi nemici del crimine. Un’estradizione sarebbe problematica perché Erdogan dovrebbe punirlo e tenerlo in prigione» conclude Saviano.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
IN SERATA ELLY SCHLEIN LO RINGRAZIA DAL PALCO DEL FESTIVAL DELL’UNITA’
Il governatore della Puglia Michele Emiliano in serata ha confermato il passo di lato –
di non correre per il consiglio regionale – sbloccando così la corsa di Antonio Decaro alla presidenza della regione Puglia per il centrosinistra. È quanto confermato fonti Pd che ricordano come anche Schlein lo abbia ringraziato dal palco per l’atteggiamento tenuto nella vicenda. Il tardo pomeriggio era diventato un po’ movimentato quando, secondo Ansa, il presidente uscente, sembrava aver cambiato idea. Ai suoi secondo l’agenzia avrebbe detto che se si candida Nichi Vendola si potrebbe candidare anche lui. «Caduto il problema politico per Vendola cade anche per Emiliano ovviamente», avrebbe detto ai fedelissimi.
Rumors che hanno agitato le acque in casa Pd. In serata è intervenuta la segretaria Elly Schlein, dal palco della festa dell’unità a Bisceglie. «Sono stati dieci anni di governo che hanno prodotto risultati concreti e tangibili. Grazie a Michele Emiliano per il lavoro svolto in questi anni, per la capacità di unire innovazione e questioni sociali. Per lo spirito di squadra e
la generosità dimostrata quando due giorni fa mi ha detto di essere disponibile a fare passo di lato per permettere una classe dirigente nuova che continuerà a fare affidamento sulla sua competenza. Voglio ringraziare tutti per questa bella partecipazione che animerà la costruzione del progetto», ha dichiarato. Qualche ora dopo è arrivata la nota sul passo di lato da parte del governatore, assicurato da fonti del partito.
Nichi Vendola correrà con Avs
Nichi Vendola guiderà la lista di Avs, dovrebbe esser questo il patto tra le forze di centrosinistra, nonostante il veto posto nei giorni scorsi dall’ex sindaco di Bari. In tutto ciò i 5 stelle stanno a guardare. Per ora confermano sostegno attorno al nome di Decaro. Il leader del Movimento, Giuseppe Conte, parlando a Cosenza e commentando le dichiarazioni del coordinatore 5 stelle in Puglia, Leonardo Donno ha detto che M5s esprime «una posizione dopo mesi di varie vicissitudini che non trovano ancora una composizione. Una comunità che è rimasta in silenzio sin qui, che si è dichiarata costruttivamente disponibile a una soluzione» e che «adesso chiede che ci sia una chiara soluzione».
I ringraziamenti di Vendola a Decaro: «Collaborerò lealmente e con passione»
«Ringrazio Antonio Decaro per aver scelto di mettersi al servizio della nostra regione. Credo sia la personalità più forte e
autorevole per rispondere al bisogno di futuro di questa terra e costruire, anche e soprattutto da qui, quella alternativa che serve per chiudere il prima possibile la pessima stagione in cui questa destra ha trascinato l’Italia. La Puglia ha dinanzi a sè sfide cruciali e difficile: come arginare la povertà crescente, come invertire il trend della crisi demografica, come contrastare gli effetti del cambio climatico, come difendere i diritti collettivi e le libertà individuali avendo come orizzonte politici e culturale la pace e la convivenza. Il Sud, che vede sciaguratamente dimezzati i fondi europei per la coesione, paga più di tutti il prezzo delle diseguaglianze, della privatizzazione del Welfare, delle politiche di riarmo. Sono tempi difficili in cui occorre che ciascuno faccia la propria parte: e insieme urge la rigenerazione di una politica lungimirante e operosa. Io mi sento totalmente impegnato per questo e la mia disponibilità a candidarmi nella lista di Avs con spirito di servizio non ha altro obiettivo che questo: sostenere l’alleanza progressista, sostenere Decaro, spingere per il cambiamento che serve alla Puglia e all’Italia e, con la squadra di AVS, lavorare per l’ingresso in consiglio regionale di una nuova generazione di donne e di uomini che rappresentino le migliori risorse della nostra terra. Per questo obiettivo collaborerò lealmente e con passione con Antonio Decaro». Queste le parole, in una nota, di Nichi Vendola, già presidente della Regione, che annuncia la sua candidatura nella lista di AVS a sostegno di Decaro
(da agenzie
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Settembre 6th, 2025 Riccardo Fucile
CHIUSO IN UNA BOLLA, INDIFFERENTE ALL’OPINIONE DEL MONDO, ISRAELE PERDE LA SUA ANIMA EBRAICA
Una flotta di imbarcazioni piccole e grandi sta solcando il Mediterraneo alla volta di Gaza. Porta persone provenienti da ben 44 Paesi, attivisti, politici, medici, giornalisti, giuristi, insomma i rappresentanti della migliore società civile. Non recano armi, ma aiuti alla popolazione di Gaza stremata dalle bombe e dalla fame. Intendono rompere con la forza della non violenza il blocco che impedisce agli aiuti umanitari di
raggiungere Gaza.
L’obiettivo è duplice: da una parte, sbarcare aiuti che l’esercito israeliano non lascerà entrare a Gaza, consapevoli che si tratta sì di un gesto simbolico, ma di un simbolismo che svela radicalmente la fame che travaglia i palestinesi, il blocco che impedisce loro di mettersi in salvo, l’uccisione sistematica da parte dell’Idf, l’esercito israeliano, dei giornalisti palestinesi che documentano ciò che succede nella Striscia, gli unici a cui Israele concede di farlo fino a che un drone non li colpisce: 278 di loro sono già morti.
Dall’altra, attuare una provocazione che potrà portare a uno scontro anche cruento ma che farà apparire chiaramente in luce le responsabilità di quanto sta succedendo. Responsabilità certo di Hamas ma anche, in questo momento in cui la sproporzione delle forze è immane, soprattutto, se non solo, di Israele.
Se il governo israeliano agisse in modo sensato, se si curasse in qualche misura dell’opinione pubblica del mondo, non solo li lascerebbe entrare ma applaudirebbe alla loro iniziativa. Farebbe almeno finta di considerarla un aiuto a ciò che Israele rivendica falsamente come un suo merito, nutrire i palestinesi. Invece Israele non può né vuole farlo perché il suo messaggio è duplice. Verso il mondo, afferma che non c’è carestia a Gaza, che si tratta della propaganda di Hamas.
Ma verso i suoi cittadini, vuole far passare la tesi che tutti i
palestinesi si identificano con Hamas, che tutti sono colpevoli e terroristi, che tutti meritano di essere assassinati dalle bombe, dalle malattie, dalla fame. Un’educazione al genocidio. Lo dicono, inondandoci di terribili video, molti rabbini, molti politici, tutti i coloni. Ed ecco quindi che il governo proclama che tutti coloro che sono imbarcati sulla flottiglia saranno trattati come terroristi. Arrestati e chiusi nelle terribili carceri destinate ai palestinesi, dove spesso si muore.
Israele si è chiuso in una bolla fatta da paura, aggressività, violenza e disinteresse verso l’opinione pubblica del resto del mondo. Anche le inalterabili norme della diplomazia sono state cancellate. Dopo un incontro con Papa Leone, il presidente israeliano Herzog ha rilasciato dichiarazioni sulla buona riuscita dei colloqui e sui temi affrontati che sono state confutate e corrette radicalmente dal Vaticano. Che cosa diranno i giornali in Israele di queste inaudite falsificazioni, ne parleranno davvero, a parte naturalmente quelle poche voci che con coraggio portano avanti la battaglia contro il governo?
Nessuno sa davvero cosa può succedere mentre la flottiglia si avvicina a Gaza. Attacchi e arresti in acque internazionali? Non sarebbe la prima volta, è successo altre volte, determinando incidenti il più grave dei quali è avvenuto nel 2010 quando le imbarcazioni della Freedom Flotilla, che volevano come oggi forzare il blocco, sono state assalite in acque internazionali, con
10 attivisti uccisi.
Quell’incidente aveva portato a un intervento della Corte penale internazionale, conclusosi con un nulla di fatto. Ma oggi la situazione è diversa. Israele ha perduto ormai completamente quel diritto all’eccezionalità e all’impunità di cui godeva in seguito alla memoria della Shoah. Il clima nei suoi confronti è pesante: come potrebbe non esserlo con quasi sessantamila palestinesi assassinati, le norme del diritto internazionale sistematicamente violate, una propaganda negazionista sempre più ampia e assillante?
Chi si preoccupa di questo, definito da Bibi e dai suoi “antisemita”, ha invece a cuore l’onore di Israele, la sua reputazione. Vorrebbe che una rivolta dal basso cancellasse queste atrocità – chiamiamole come preferite, sterminio, genocidio, crimini di guerra – e facesse rinascere l’anima dell’ebraismo. Ma il governo accusa ormai di terrorismo anche i suoi oppositori interni, i giusti che sfilano chiedendo la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi oltre che la cessazione del massacro dei palestinesi. Finché ci sono questi giusti, io credo, possiamo ancora vedere una luce debole nelle tenebre. Ma fino a quando? E se non ora quando?
(da lastampa.it)
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