Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
IN DIFESA DEL PUPILLO DI TELEMELONI, STEFANO DE MARTINO, SCENDE IN CAMPO IL DIRETTORE INTRATTENIMENTO PRIME TIME RAI, WILLIAMS DI LIBERATORE: “PER LA RAI LA VALORIZZAZIONE DELLA LINGUA E DELLA CULTURA COSTITUISCONO TERRITORI CONSOLIDATI MENTRE PER ALTRI CONTINUANO AD OGGI ESSERE SCARSAMENTE ESPLORATI” …. FACCI CAPIRE, VINCERE CON I PACCHI SAREBBE CULTURA?
La pax televisiva è definitamente saltata. Dopo anni di scontri tra conduttori, ora a ‘sporcarsi le mani’ ci sono direttamente (e incredibilmente) i vertici.
I protagonisti di oggi? L’AD Mediaset Pier Silvio Berlusconi e il Direttore Intrattenimento Prime Time Rai Williams Di Liberatore.
Dopo i risultati clamorosi e contro ogni aspettativa de La Ruota della Fortuna, Berlusconi è intervenuto elogiando il game show di Gerry Scotti e attaccando Affari Tuoi.
L’ennesimo affronto di casa Mediaset al programma di punta di Rai 1 su cui l’azienda non ha voluto soprassedere.
Ed ecco Di Liberatore che ha preso le difese del suo operato e del pupillo De Martino: «L’intrattenimento prime time, dopo una estate di programmazione classica, è ripartito con la nuova produzione di lunga serialità e in appena due giorni, grazie ad Affari tuoi e Stefano De Martino, la Rai ha recuperato circa 6 punti di share in access prime time, confermando ancora una volta la solidità del nostro intrattenimento e il legame profondo che il pubblico mantiene con noi.
Rai 1 è nuovamente sopra il 20% di share ma ciò che forse sfugge è che almeno queste prime puntate non hanno replicato i fasti di fine stagione che vedevano De Martino doppiare Striscia la Notizia».
Ma la nota del Direttore Rai va ben oltre e suona come uno
schiaffo (mediatico, s’intende) a Pier Silvio Berlusconi:
«L’intrattenimento, a volte impegnato e a volte più leggero, è una delle componenti della filiera che ne costituisce una proposta varia e sempre attenta al rispetto del pubblico, oltre che efficace sul mercato. Se poi i parametri del confronto, sorprendentemente citati in questi giorni, sono rappresentati da argomentazioni quali la qualità editoriale, la valorizzazione della lingua e della cultura, possiamo sostenere con orgoglio, che per la Rai costituiscono territori consolidati mentre per altri continuano ad oggi essere scarsamente esplorati».
Un attacco frontale che tocca tutta la linea editoriale Mediaset e che non lascia dubbi: la pace televisiva tra le due aziende è crollata a suon di pacchi e ruote. Di fatto, però, Di Liberatore non smentisce Berlusconi: Affari Tuoi è, e sarà sempre, un gioco basato sulla fortuna e non valorizza sicuramente la lingua o la cultura. Pare che in Rai i numeri clamorosi di Scotti stiano facendo più rumore del previsto. E se i risultati dovessero continuare ad essere questi, la guerra tra Rai e Mediaset è solo all’inizio.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
MICA MALE COME FALLA DELLA SICUREZZA, CONSIDERANDO CHE SI TRATTA DEL PROFILO DEL RESPONSABILE DELLA DIFESA DEL PAESE – LA CONFERMA DI CROSETTO: “È COME SE GLI HACKER POTESSERO GESTIRE IL PROFILO CONTEMPORANEAMENTE A ME”
Sono apparsi strani post che pubblicizzano donazioni per Gaza e Giorgio Armani sul
profilo X di Guido Crosetto. Da circa 24 ore, i tweet sull’account del ministro della Difesa invitano a fare donazioni in criptovalute in favore ora di Gaza, ora del compianto Giorgio Armani, perché si contribuisca alla camera ardente. I post incriminati sarebbero stati più volte cancellati.
Operazioni rivelatesi vane, visto che puntualmente vengono ripubblicati sul profilo del ministro della Difesa. Una falla della sicurezza non da poco, visto che si tratta del profilo, per giunta «verificato», di un componente del governo italiano, per di più il responsabile della Difesa italiana.
A confermare l’intromissione indesiderata è stato lo stesso Crosetto in un post sempre su X pubblicato il 4 settembre alle 22.56: «Ieri hanno hackerato il mio account X – scrive il ministro della Difesa – È come se potessero gestirlo contemporaneamente a me. Chiederò di bloccarlo». Una «toppa», come scrive sul social il giornalista David Carretta, che «è peggio del buco».
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“UNA MIA DISCESA IN CAMPO? SARÒ SEGRETARIO DELLA CGIL ANCHE DURANTE LE ELEZIONI DEL 2027, TOGLIAMO QUESTO ARGOMENTO DAL TAVOLO”
La Cgil chiede al governo di restituire mille euro in media a pensionati e lavoratori, ovvero “le tasse in più pagate in questi anni per effetto del drenaggio fiscale: 24 miliardi di maggiore Irpef”.
Lo afferma il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, in una intervista a La Repubblica. Su una sua possibile discesa in politica è netto: “Sarò segretario generale della Cgil anche durante le elezioni del 2027. Togliamo quest’argomento dal tavolo”.
Teme che il governo spenderà di più in armi dopo lo stop Usa al Ponte come spesa per la difesa? “Quel pasticcio conferma ciò che diciamo da tempo: il Ponte è un’opera inutile, non una priorità. È solo dispersione di risorse quando servono ferrovie, sanità, scuole, case. Il governo sbaglia sul riarmo come sui dazi. E sulla logica folle di comprare gas dagli Stati Uniti a non si sa che prezzo, senza avere una politica energetica”.
Quanto agli obiettivi della manifestazione prevista per il mese di ottobre, Landini spiega che “c’è troppa precarietà. C’è chi non ha i soldi per curarsi e nemmeno per andare al mare. Per questo chiediamo la restituzione del fiscal drag.
Il sistema va riformato con un meccanismo automatico diindicizzazione. Non bastano ritocchi dell’Irpef. Serve una riforma strutturale del fisco a favore del lavoro. I soldi si trovano dove ci sono: lotta all’evasione e tassazione progressiva di patrimoni, rendite e profitti”.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DEL PARTITO DEL NON VOTO
La scena è facile da prevedere in un qualsiasi salotto televisivo, da qui all’ultima
settimana di novembre. Quasi certamente lunedì 24. Quel giorno infatti si completerà l’estenuante calendario delle elezioni regionali (Marche, Valle d’Aosta, Calabria, Toscana, Puglia, Campania e Veneto) e gli esponenti di maggioranza e opposizione si dedicheranno esclusivamente alla conta delle rispettive bandierine, perdendo di vista, ancora una volta, il dato più forte che probabilmente uscirà dalle urne: la vittoria del partito del non voto.
Un fattore ormai endemico del nostro sistema politico e che può trascinare la democrazia in una fase più che critica, “potenzialmente autodistruttiva”, e tendente a regimi di autoritarismo della maggioranza in prevalenza di destra (nazional-populismo).
A sostenerlo è Federico Fornaro nel suo ultimo saggio per i tipi di Bollati Boringhieri: Una democrazia senza popolo. Astensionismo e deriva plebiscitaria nell’Italia contemporanea. Fornaro è uno storico, un autorevole studioso dei risultati elettorali nonché un deputato dem di tradizione socialdemocratica. Ma la lettura del suo libro è consigliabile a tutta la politica ché è una analisi oggettiva e spietata della crisi della democrazia rappresentativa in Italia, in un periodo che peraltro segna “il drammatico ritorno dell’uso dello strumento della guerra nello scenario geopolitico planetario”.
Il titolo del volume evoca il celebre saggio di Maurice Duverger, La democrazia senza popolo, anno 1968, e fissa un dato clamoroso del “disincanto democratico” che vive il nostro Paese: alle ultime Politiche, quelle del 2022, l’astensionismo ha sfondato il muro del 30 per cento, assestandosi al 36,09, record assoluto dal 1946. Per non parlare delle elezioni europee e locali,
laddove i votanti sovente sono sotto al 50 per cento. Altri dati: dal 2008 a oggi, i due partiti di sistema di allora, Pd e Forza Italia, hanno perso 18 milioni di voti, pari al 40 per cento degli aventi diritto di voto alle Politiche.
E così l’Italia da Paese modello virtuosissimo di civismo elettorale (affluenza dell’87,3 nel 1992) si trova a essere uno degli Stati europei con una drammatica crisi dell’affluenza. Per Fornaro i tarli che corrodono la nostra democrazia sono quattro: “Diseguaglianze, perdita di memoria storica, avvelenamento dei pozzi della conoscenza, rancorosa paura del futuro”. Risultato: nel 2023, il 58 per cento degli italiani era a favore di un leader forte (Rapporto LaPolis-Università di Urbino), mentre il 68,5 riteneva che “le democrazie occidentali non funzionano più” (Censis). Ma che colore, politico e sociale, ha l’astensionismo di oggi, tenendo presente, incredibile a dirsi, che tuttora il 35 per cento degli italiani (dato Ocse) rientra nell’analfabetismo funzionale (in pratica, non capisce quello che legge)? Prima novità: a partire dalle elezioni del 2013, dopo la “tempesta perfetta” scatenata dall’infausto governo di Mario Monti, sulla scena ha debuttato l’astensionista intermittente, cioè il cittadino che decide solo nell’ultima settimana di campagna elettorale. Accanto, quindi, al 20 per cento di astensionismo apatico (e cronico) oggi l’astensionismo intermittente copre il 40 per cento degli aventi diritto. E senza dimenticare che il rimanente 40
fedele alle urne si caratterizza sempre più per l’alto tasso di volatilità elettorale, cioè di infedeltà. Di qui i picchi raggiunti nell’ultimo decennio da Renzi, grillini, Salvini e adesso Meloni. Questo quadro ci dice chiaramente, anche a proposito delle prossime Regionali, che oggi in Italia esistono due grandi minoranze che si contendono la metà degli italiani che vanno a votare. In passato una corrente di studiosi indicava nell’astensionismo un fattore positivo, indice di “un’apatia da benessere”. Oggi la realtà dice il contrario: c’è una rabbia sociale forte e trasversale, spinta propulsiva per Fornaro per i populismi di oggi, completamente diversi da quelli del Novecento (il rischio, appunto, in alcuni casi è la democratura non un ritorno al fascismo tout court). Del resto, l’altra novità è l’astensionismo di classe (contrapposto al voto di classe di un tempo). A disertare le urne è chi vive una “condizione economica insoddisfacente” non chi non ha problemi. E accanto alle famiglie povere oggi avanza anche la figura del lavoratore povero (working poor) che patisce il peggioramento della distribuzione della ricchezza e il costo della vita (inflazione) e vede un futuro nero, con un livellamento continuo verso il basso. Per essere più precisi. Oggi al di sopra della media nazionale di astensionismo ci sono tante “voci”: le donne; la fascia d’età 18-34 anni e quella tra i 35-49; chi ha un livello di istruzione basso; chi si trova in una condizione economica medio-bassa e bassa; gli operai; i disoccupati; le
casalinghe e i pensionati. Un elenco impressionante. Altro che studiare nuove alchimie di coalizione, inseguendo fantasmi vari. Il Paese reale è un’altra cosa.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“500 EURO PER NAVE E AUTO, CORRIDOI SPORCHI E AFFOLLATI, BAGNI INAGIBILI E PREZZI ESORBITANTI”
Il bollettino rosso per il controesodo estivo non riguarda solo chi viaggia in autostrada, ma anche chi dalla Sardegna prova a raggiungere il continente. Lo sa bene Marta (nome di fantasia), 45 anni, che il 30 agosto si è imbarcata con il compagno e l’auto spendendo 500 euro per tornare a Roma, dove vive da quando ha lasciato la sua isola. L’esperienza del viaggio in nave però si è rivelata anche peggio di quanto ricordasse: “Faccio avanti e indietro almeno 4-5 volte l’anno, quindi pensavo di essere abituata, ma ogni volta è peggio – spiega a Fanpage.it – Ci hanno messo a dormire in un corridoio puzzolente dove avevano parcheggiato il carrello delle pulizie. Il personale è veramente senza pietà. Per le compagnie di navigazione siamo solo bestie da soldi”.
La testimonianza: “Sulla nave una bottiglietta d’acqua può costare anche 4 euro”
Viaggiare dalla Sardegna è un incubo per migliaia di persone che
a causa dell’auto sono costrette a scegliere la nave come mezzo di trasporto. Secondo le testimonianze raccolte da Fanpage.it in queste settimane di rientro dalle vacanze estive, i prezzi sono considerati troppo alti, al pari di una crociera nel Mediterraneo, e le condizioni di viaggio sono pessime tra affollamento, luci accese tutta la notte e bagni inagibili. Persino per chi spende centinaia di euro in più per la cabina le cose non vanno meglio, ma i problemi più gravi li riscontra chi, come Marta, sceglie il passaggio ponte per risparmiare.
“Vivo a Roma da tanti anni e ogni volta che devo viaggiare con le navi è un incubo – racconta Marta – si approfittano di tutto: l’acqua può costare anche 3-4 euro, e il cibo è spesso immangiabile pur costando uno sproposito. Ci fanno viaggiare come bestie perché per loro siamo solo bestie da soldi”.
“Quest’estate ho speso 500 euro per viaggiare con il mio compagno e la macchina. Io ho usufruito della tariffa residenti, il mio compagno no, e abbiamo optato per il passaggio ponte per risparmiare, altrimenti avremmo speso molto di più, ma anche così abbiamo pagato una cifra consistente, soprattutto considerate le condizioni del viaggio”.
Secondo Marta però anche la tariffa residenti non è più conveniente come in passato: “Prima era ottimale, io l’ho utilizzata per anni ma adesso la differenza con la tariffa base è pochissima, siamo nell’ordine dei 50, massimo 100 euro di
differenza. Il problema è che io avendo qui la mia famiglia faccio avanti e indietro anche 4-5 volte l’anno”
“Il passaggio ponte è solo una moquette sporca e puzzolente”
Il passaggio ponte che Marta ha acquistato per 500 euro consiste in un corridoio dove le persone si accampano con tanto di materassini e tende: “Nella zona dedicata a chi ha acquistato il passaggio ponte non c’è niente, solo una moquette per terra, quindi ci si deve attrezzare con materassino e coperta se si vuole riposare. Ma tra la sporcizia attaccata alla moquette e la puzza è impossibile dormire”.
Il problema non è limitato alla zona notte: “I bagni nella nostra zona, quella dei materassini, non erano funzionanti, erano tutti chiusi, sia quello per le donne che quello per gli uomini. Siamo stati costretti ad andare in un’altra zona della nave, quella dove ci sono le poltrone”.
Neanche nella zona delle poltrone è facile dormire a causa delle luci sempre accese e molto alte, ma nonostante questo inconveniente molti la preferiscono, perché consente di riposare lontano dal pavimento, anche Marta ha provato ad andarci, ma non è stata fortunata: “Siamo saliti tra i primi ma era già tutto preso con le persone che avevano già posizionato tutte le loro cose per occupare la maggior parte delle poltrone e garantirsi un minimo di distanza dal vicino”.
“Ci hanno servito cotoletta avariata a 10 euro”
Secondo Marta il viaggio in nave sta diventando ogni anno che passa sempre più simile a “una notte in campeggio pagata 500 euro”, decisamente costoso per chi come lei lo fa spesso durante l’anno: “Le compagnie di navigazione non hanno proprio la voglia di trattare bene le persone. Manca proprio il minimo indispensabile: il sapone nei bagni, la carta igienica, serrature funzionanti. In ogni posto ci sono cattivi odori, noti proprio che non è stato pulito, e tutto che costa tantissimo”.
In uno dei viaggi precedenti, Marta ha avuto una pessima esperienza anche col cibo: “Tutti si attrezzano col cibo da casa perché sulla nave costa uno sproposito, ma una volta ho avuto la sfortuna di mangiare al self service. Mi diedero una cotoletta di pollo che aveva un odore orribile e quando l’ho fatto notare al cameriere ci ha consigliato di scegliere un altro piatto, non un’altra cotoletta: erano tutte avariate e comunque continuavano a essere servite e vendute a 10 euro!”.
(da Fanpage)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
IN TEORIA, QUESTI BENI NON DOVREBBERO NEMMENO ENTRARE IN COREA DEL NORD A CAUSA DELLE SANZIONI IMPOSTE DELL’ONU, OLTRE A ESSERE SIMBOLI DELLA CULTURA CAPITALISTA CONTRO CUI LOTTA IL DITTATORE CON LA PASSIONE PER IL RAZZO, CHE HA VIETATO I JEANS ATTILLATI E TUTTE LE ACCONCIATURE CONSIDERATE “NON SOCIALISTE”
È ormai noto che la passione del leader nordcoreano Kim Jong-un per i marchi di
lusso occidentali riesce a superare le sanzioni internazionali e le prediche di Pyongyang contro i simboli della cultura capitalista. In una foto postata dal Cremlino, Kim abbraccia Vladimir Putin dopo i loro colloqui a Pechino, scoprendo il polso e mostrando quello che sembra essere un orologio del marchio di lusso svizzero IWC Schaffhausen, il suo preferito.
Kim ha una vera passione per gli orologi di lusso svizzeri, probabilmente risalente al periodo in cui frequentava la scuola in Svizzera. Per lo storico incontro con il presidente cinese, Xi Jinping, e con il russo, Vladimir Putin, sembra abbia scelto di indossare un IWC Schaffhausen Portofino Automatic: stile classico, cassa lucida in oro, dal valore di 15mila euro.
Anche sua sorella, Kim Yo-jong – da sempre figura centrale nelle decisioni del fratello e al suo fianco durante la parata in Cina per gli 80 anni della fine della Seconda guerra mondiale – è stata fotografata con una borsa di lusso francese: una lady Dior dal valore di oltre 5mila euro.
Beni che, in teoria, non dovrebbero entrare nel Paese, viste le sanzioni imposte dall’Onu nel 2006
Eppure la famiglia di Kim è spesso fotografata con accessori o
auto di lusso occidentali. Anche la figlia di Kim Jong Un, Kim Ju Ae, considerata la probabile erede […] è stata fotografata con occhiali da sole Gucci e altri accessori alla moda Il dittatore nordcoreano possiede una Mercedes-Maybach S62, una Mercedes-Maybach S600 Pullman Guard, il cui prezzo varia tra 500.000 e 1,6 milioni di dollari ciascuna, oltre a una limousine Rolls-Royce Phantom.
“Quando si tratta di evasione delle sanzioni, la Corea del Nord si affida a un gruppo sofisticato ma ristretto di individui fidati che spostano qualsiasi bene richiesto dallo Stato, che si tratti di beni di lusso o componenti per missili, o che si tratti di organizzare il commercio di risorse”, ha spiegato al New York Times Neil Watts, ex membro del gruppo delle Nazioni Unite sull’applicazione delle sanzioni alla Corea del Nord. Grazie a un complesso sistema di trasferimenti portuali, spedizioni segrete in alto mare e società di facciata, l’élite nordcoreana non deve rinunciare ai marchi di lusso preferiti.
Queste passioni, però, non violano solo le misure internazionali, ma anche le restrizioni imposte dallo stesso governo nordcoreano contro ogni elemento della cultura capitalista. In Corea del Nord esistono diverse restrizioni ufficiali e pratiche contro questi simboli etichettati dal regime come uno strumento che le nazioni capitaliste utilizzano per indebolire il Paese
Chiunque venga colto a leggere, guardare, post social e video,
provenienti da Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone, rischia la pena di morte o almeno 15 anni di campo di lavoro. Negli ultimi anni Kim Jong-un ha vietato i jeans attillati, le acconciature “non socialiste” come il mullet, il piercing al naso e alle labbra, le magliette firmate. Tutti simboli di uno “stile di vita capitalistico” che minaccia l’ideologia e i valori socialisti del Paese.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
HA LASCIATO LA POLITICA, NON RAPPRESENTA LA SINISTRA, NON FA NEPPURE PARTE DEL PD, E HA IL DIRITTO DI ENTRARE NELLE FOTO-OPPORTUNITY CHE VUOLE, ANCHE A PECHINO, INSIEME AI PEGGIORI DITTATORI DEL MONDO…CON IL VESTITO DEL CONSULENTE GEOPOLITICO, FA IL MEDIATORE D’AFFARI ALLA MANIERA DI TONY BLAIR
Scarpe, barche e vino: non c’è simbolo dell’Italietta intellettuale postcomunista che D’Alema si sia fatto mancare.
D’Alema ha lasciato la politica, non rappresenta la sinistra, non fa neppure parte del Pd, e ha il diritto di entrare nelle foto-opportunity che vuole, anche a Pechino, insieme ai peggiori dittatori del mondo, elogiando con banali frasi di circostanza il ruolo della Cina nei nuovi indirizzi internazionali.
Con il vestito del consulente geopolitico, fa il mediatore d’affari alla maniera di Tony Blair, anche se con meno rumore e più imbarazzo e pudore.
Mi viene in mente che forse oggi Vitaliano Brancati, non solo in onore di D’Alema, aggiungerebbe nel suo capolavoro sull’italianità I fascisti invecchiano il capitolo “I comunisti invecchiano”.
L’aforisma, che Brancati riferiva anche a sé stesso, è ancora magnifico: “In certe epoche non bisognerebbe mai avere vent’anni”.
(da La Repubblica)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA LIBERTA’ DELLE DONNE E’ TUTT’ALTRO CHE UN VALORE TRADIZIONALE
Molto ridere per lo svarione della leghista Ceccardi, che pubblica indignata l’immagine
di una processione del nostro Sud credendola una adunata islamica. Ceccardi appartiene all’ala esagitata della Lega, corrente non ufficiale ma ricca di esponenti; non staremo dunque a sindacare su un errore dovuto sicuramente al suo incontenibile entusiasmo politico
Piuttosto, vale a sua parziale scusante la somiglianza tra certi scorci (non tanto remoti) del nostro paesaggio sociale e delle nostre tradizioni religiose, e l’Islam.
Le donne velate, il corpo femminile recluso e sottoposto all’arbitrio del padre, il nero del lutto indossato per anni: non erano mica le Folies Bergère, le nostre campagne, e non solo quelle meridionali, fino a un paio di generazioni fa.
Ci abbiamo messo un bel po’ per uscirne, e se per esempio un partito (per fare nomi: la Lega) fa riferimento alle tradizioni cristiane come chiave identitaria, beh deve fare i conti con ciò che l’Italia tradizionale è stata per secoli: misogina, bigotta, chiusa alle libertà (il divorzio è stato legalizzato mezzo secolo fa, l’interruzione di gravidanza anche meno).
La coscienza dei diritti, la laicità, la secolarizzazione della Chiesa, la lotta di liberazione delle donne, non ultimo il benessere economico, sono stati tra i fattori che hanno lentamente sbullonato la macchina oppressiva della “famiglia tradizionale” idealizzata dalla nuova destra (per altro pullulante di divorziati).
Non si può cianciare ogni due minuti di “valori tradizionali” e poi postare, inorridendo, una processione di donne in nero del
nostro Sud. La libertà delle donne è tutt’altro che un valore tradizionale. Ed è soprattutto l’odiata sinistra, a partire dalle lotte delle mondine, ad avere levato il velo alle italiane. La storia, ammesso si abbia voglia di leggere un libro, a volte aiuta.
(da La Repubblica)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
SCATENEREBBE UNO SCONQUASSO NELLA LITIGIOSA COALIZIONE DI GOVERNO SE FRATELLI D’ITALIA DOVESSE PERDERE LE MARCHE… A QUEL PUNTO, A NOVEMBRE, LA MELONA VORRÀ ASSOLUTAMENTE IMPORRE UN SUO CANDIDATO NEL VENETO LEGHISTA
Dalla riforma elettorale al rimpasto di governo, il futuro dell’Armata Branca-Meloni è appeso come un caciocavallo al suo primo test cruciale: le elezioni regionali d’autunno, che chiameranno alle urne 17 milioni di elettori
Se in Toscana, Campania, Puglia le analisi di voto attestano la
riconferma della vittoria del centrosinistra, mentre in Veneto, Zaia o non Zaia, resterà alla destra, nelle Marche la riaffermazione alla presidenza della regione del fedelissimo meloniano Francesco Acquaroli sarebbe in bilico: il dem Matteo Ricci già da tempo viene attestato in lieve vantaggio.
Infatti, per annacquare l’effetto “cappotto” di un 4 a 1, Giorgia Meloni ha subito cassato l’ipotesi dell’election day tra le Regioni interessate, anticipando al 28 e 29 settembre il voto nelle Marche pensando di togliere così tempo prezioso e consensi alla campagna elettorale del candidato del riformismo dem.
Invece, la mossa della Ducetta si sta rivelando un boomerang: come ben sapevano i democristiani della Prima Repubblica, chiamare gli italiani alle urne dopo che le vacanze estive o le feste natalizie hanno svuotato quel poco che resta nel portafogli, è veleno puro per chi occupa il primo piano di Palazzo Chigi. “Ci potevano far votare anche a Ferragosto”, ha commentato beffardo Matteo Ricci, ‘questa volta vinciamo noi”.
A pesare eccome sul voto regionale sarà la situazione economica del Paese, dalla produttività calante delle imprese a un potere d’acquisto azzerato da salari da fame. I lidi mai così vuoti in piena estate nelle spiagge italiane sono la cartina di tornasole.In attesa degli effetti sul mercato del dazismo senza limitismo americano, lontana la cuccagna miliardaria del Pnrr che nel 2026 finirà al capolinea, si riparte con 138 scadenze fiscali, dall’Irpef all’Ires, dall’Irap fino alle addizionali, mentre dilagano i rincari che Altroconsumo stima in un +34% rispetto al 2020.
Nonostante la propaganda di fregnacce dei media, in prima fila la grancassa di Rai-Mediaset, perdere il potere nelle Marche potrebbe diventare la prima bruciante sconfitta dell’Armata
Branca-Meloni. Uno smacco che, come un’overdose di Viagra, raddrizzerebbe le speranze dell’opposizione di rispedirla alle politiche del 2027 nelle grotte di Colle Oppio a leggere Tolkien.
La sorpresa della vittoria di Silvia Salis, al comune di Genova, ha finalmente aperto gli occhi e il cervello all’ego espanso dei leader del centrosinistra: le loro divisioni su temi chiave come lavoro, sanità, immigrazione, sicurezza, hanno reso il centrosinistra poco affidabile e persino incomprensibile per i cittadini.
Ci sono voluti ben tre anni per far capire a Schlein, Conte, Renzi, Fratoianni e Bonelli che il mix di autoritarismo e dilettantismo del governo di destra-centro in qualsiasi campo, dalle banche alla magistratura, dalla sanità a pezzi ai salari più miseri d’Europa, è anche frutto della loro incapacità, finora, di presentare una alternativa politica unitaria.
Se il destino cinico e crudele darà la vittoria di Ricci nelle Marche, regione che ha sempre votato a sinistra fino all’arrivo di Acquaroli, sarà curioso vedere come reagirà la “Giorgia dei Due Mondi” al primo flop dopo tre anni di egemonia. Quello che è certo è che, in caso di sconfitta, a quel punto Meloni vorrà assolutamente un candidato alla Fiamma in Veneto.
Del resto, Fratelli d’Italia ha ben ragione di lamentarsi: malgrado il suo 28-29% accreditato dai sondaggi, attualmente governa solo in tre regioni: l’uscente Acquaroli nelle Marche, Marsilio in Abruzzo e Rocca nel Lazio. Via col Veneto!
Profittando del gelo sceso tra Salvini e Luca Zaia, confermato ieri sera alla Mostra di Venezia dove il governatore uscente ha evitato di incrociare il Capitone, la Ducetta deve convincere il ”Doge” (che alle precedenti regionali intascò il 44% dei voti) ad
appoggiare il candidato in quota Fratelli d’Italia (De Carlo o il civico Zoppas), concedendogli la grazia di presentare una propria lista civica.
Nel caso in cui invece Zaia non accetti la proposta meloniana, beh, a quel punto, già tagliato fuori da Salvini, le sue ambizioni di ricoprire un domani una carica a livello nazionale (ministro o la presidenza dell’Eni) le può riporre nel cassetto dei sogni….
(da Dagoreport)
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